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Sviluppi del "socialismo" - Hermann Cohen e Karl Kautsky
di Carlo Fracasso
Ci fu una singolare convergenza tra il socialismo concepito in termini "marxisti", o per meglio dire, in termini "marxistico-hegeliani" e quello ri-concepito in termini kantiani o neo-kantiani. Al di là delle differenze, peraltro profonde e di non poco conto, entrambe le "scuole" convennero sul fondamentale "ruolo dello stato". Esemplari su questo piano furono il "marxista" Karl Kautsky e il "kantiano" Hermann Cohen. Entrambi scrissero pagine di socialismo addavenì, ma partendo da presupposti del tutto diversi.
Kautsky, con estremo realismo, comprese che la "dittatura de proletariato" anticipata da Marx in modo del tutto filosofico, per non dire "metafisico", non poteva che sfociare in un maggior potere dello stato, inteso come collettività, sul singolo egoismo; Cohen, preso ad esempio tra i più significativi del socialismo etico, non poteva che ridisegnare il ruolo dello stato a partire dai presupposti "hobbesiani".
Abbiamo così una convergenza per nulla voluta, e nemmeno desiderata, una coincidenza che sta nelle cose, più che nel desiderio,anche se il socialismo postulato da Cohen sta nel desiderio "etico", ovvero nel "dovrebbe essere" che "non è ancora".
Per Cohen "il vero ed effettivo fondatore del socialismo tedesco" è Kant, ed il socialismo è nel giusto nella misura in cui è fondato sull'idealismo dell'etica. La visione di Cohen muove dalle note affermazioni kantiane sull'obbligo morale di non considerare mai un proprio simile solo come uno strumento, ma sempre e solo come un fine. Se questo è vero, allora si tratta di prendere atto che il lavoratore moderno è solo un ingranaggio del "meccanismo dell'economia sociale" che "viene usato e divorato". La conclusione, per Cohen, è che occorre "sopprimere il rapporto di puro mezzo".
Può apparire singolare che Cohen, pur muovendo da una radicale contestazione del materialismo storico di Marx, giunga però alle medesime conclusioni sulla natura disumana di quel capitalismo. La differenza con i marxisti è però palpabile. Il socialismo è una necessità morale e civile, prima ancora che un prodotto della storia. Al contrario che in Marx, in Cohen la storia dello spirito e delle idee ha una funzione determinante e la scelta economicista fu un "errore logico". Il pensiero socialista doveva porvi rimedio, superando la "contraddizione" provocata dalla convivenza del materialismo storico con "lo spirito etico che pulsa in tutta questa teoria".
Cohen non intendeva il socialismo, come hanno spesso sentenziato i marxisti più "scolastici", come un vago ideale morale. Pensava a qualcosa di più pratico ed effettuale, e nella tensione della ricerca venne a scoprire come la realizzazione della giustizia sociale potesse dispiegarsi solo entro lo stato, essendo questo, con le sue leggi, il garante ultimo. In Cohen lo stato diventava così la consociazione giuridica orientata dall'ideale dell'umanità.

Un marxista ortodosso fino alla pignoleria come Karl Kautsky, finì col trovarsi sulle identiche posizioni di Cohen rispetto al problema dello stato. Non più uno stato "borghese" da abbattere, ma uno stato da conquistare politicamente e da usare al fine di realizzare il socialismo. Solo con Kautsky, in ambito marxista, diviene chiaro che senza stato non poteva darsi alcun socialismo. Realisticamente, più che a cantare salmi di gloria all'utopia dell'estinzione dello stato, i socialisti dovevano pensare a come conquistare la maggioranza politica. Sotto il profilo squisitamente teorico, checché se ne dica, il contributo di Kautsky fu determinante, ovviamente sia nel bene che nel male.
Onde far luce ulteriormente su questo punto, è importante comprendere che per Kautsky il socialismo si può realizzare solo in modo democratico, in una repubblica democratica. E scrisse: « Il rivolgimento sociale verso il quale noi tendiamo può essere realizzato solo per mezzo di una rivoluzione politica, per mezzo della conquista del potere politico del proletariato in lotta. La specifica forma costituzionale, in cui solo il socialismo può essere realizzato, è la repubblica, nel significato più ampio della parola: la repubblica democratica.»
Rispetto al dibattito generale ed allo sviluppo concreto, Kautsky fu naturalmente polemico con Lenin e con i circoli bolscevichi perché, a suo avviso, la rivoluzione russa aveva indebitamente forzato il corso della storia, costringendo i dirigenti del nuovo stato sovietico ad un corso politico dittatoriale, coercitivo e repressivo che tradiva il vero spirito del socialismo. In breve: la posizione di Kautsky poteva essere tacciata non già di materialismo, quanto di meccanicismo storico. E' inutile e persino pericoloso forzare soggettivamente i processi storici in condizioni di immaturità. Eppure, paradossalmente, proprio nel momento in cui i dirigenti bolscevichi accusarono Kautsky di essere un rinnegato, finirono con accoglierne, almeno parzialmente, la lezione. Non c'erano alternative al "socialismo di stato". Non si può fare pianificazione economica senza organi centrali e direttivi di pianificazione.
Si comprende Kautsky solo se non si prescinde mai dalla sua persuasione di fondo: che il capitalismo sarebbe inevitabilmente crollato. Pertanto, il movimento operaio non avrebbe dovuto far nulla per accellerare il crollo; semmai avrebbe dovuto ritardarlo. Nel 1910 scrisse:« Il compito della socialdemocrazia non consiste nell'affrettare la catastrofe ineluttabile, bensì nel ritardarla il più a lungo possibile; il che vuol dire evitare accuratamente tutto quello che potrebbe somigliare ad una provocazione.»
Si tratta, dunque di una lettura di Marx in un senso del tutto determinista e positivista: è scientismo sociale nel senso vero e proprio del termine. Ma anche qui, la posizione di Kautsky, servì a Lenin per risolvere, alla sua maniera, un importante groviglio teorico. Se per Kautsky, infatti, era vero che il semplice empirismo era insufficiente a determinare la crescita della consapevolezza teorica, era dunque anche vero che dalle lotte quotidiane del proletariato non sarebbe mai germogliata spontaneamente una coscienza socialista. Per questo era indispensabile un partito depositario e custode di questa visione superiore in grado di coniugare sempre e comunque la questione dei fini ultimi e la tattica delle rivendicazioni a breve termine, tutte proiettate alla democratizzazione dello stato, all'estensione del suffragio universale, alla diritto all'assistenza sanitaria gratuita, alla riduzione dell'orario di lavoro alle otto ore. Tutto ciò che, in sostanza ,si trovava già nel Programma di Erfurtdel 1891.
Lenin, nel Che fare?, pur polemizzando a fondo con tutte le visioni e le posizioni opportunistiche e socialdemocratiche, ed insistendo con furia sulla necessità di un partito obbediente e disciplinato, finiva però col dare implicitamente ragione a Kautsky: senza partito, appunto, portatore sano della teoria quale guida per l'azione, non si va da nessuna parte. La coscienza di classe non è prodotta dalla classe stessa, ma è portata dall'esterno, dall'avanguardia rivoluzionaria.
Con ciò, qualcuno potrebbe osservare che così si rischia di ridurre la radicale opposizione di Lenin a Kautsky ad un fatto temperamentale ed a fattori psicologici anzichè politici ed ideologici. L'impazienza ed il supremo opportunismo-tempismo dell'uno, appassionamente e spassionatamente rivolto ad un preciso disegno di conquista pratica del potere, contro l'attendismo storico-remissivo di Kautsky. Non è esattamente così, ma un po' ci credo. Lenin fu una di quelle figure demoniache che sgorgano ogni tanto dalla storia concreta e sconvolgono i facili schemi dello storicismo accademico. Fu un geniale imprevisto e forse imprevedibile che sconvolse alla radice tutto ciò che gli scienziati della storia avevano previsto a tavolino.
Dovremo occuparci di lui, quanto prima, insieme a Rosa Luxembourg, l'altra grande voce del socialismo del primo Novecento.
CF -15 dicembre 2004