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Husserl: Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica

Il primo volume di Ideen fu pubblicato per la prima volta nello Jahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung nel 1913. Fu ristampato nel 1922 e nel 1928, e ancora edito nel 1950 come III volume della Husserliana nel 1950, a cura di Walter Biemel.
Il primo libro, nell'attuale edizione italiana, tradotta e curata da Enrico Filippini per Einaudi nel 1965, ha per titolo Introduzione generale alla fenomenologia.
Il secondo volume si intitotola Ricerche fenomenologiche sopra la costituzione. Il terzo volume è in realtà una seconda parte del secondo volume e si intitola La fenomenologia ed i fondamenti delle scienze. Manca un vero terzo libro, e quello che potremmo definire come suo contenuto si trova in Prima filosofia, pubblicato nel 1923 (ora nei volumi VII ed VIII della Husserliana)
Tutto questo può servire a chiarire che il pensiero di Husserl non si sviluppò sincronicamente con la pubblicazione delle sue opere, e che anzi, gran parte della produzione rimane, se non inedita, comunque mai tradotta in italiano. Ciò può insinuare qualche legittimo dubbio sull'interpretazione del vero pensiero di Husserl, ma bisogna anche considerare che la pubblicazione degli inediti non ha finora apportato elementi tali da offrire interpretazioni alternative. Le tematiche husserliane sono sempre le medesime. Egli fu quasi ossessionato da un solo identico argomento: chiarire il senso del suo lavoro filosofico intorno alla costituzione dell'oggetto della fenomenologia.

Nella prima parte del I libro delle Ideen, Essenza e conoscenza di essenza, viene sviluppata la critica al naturalismo positivistico. Essa si basa sulla distinzione tra dato di fatto ed essenza, quindi sui possibili fraintendimenti naturalistici dei dati di fatto.
L'empirismo viene considerato come scetticismo e il carattere dell'essenza vien chiarito in modo tale da superare ogni sua interpretazione in chiave di realismo platonico.
Il fatto costituisce l'essenziale, in esso si vede l'essenziale. L'essenzialità è colta nell'intuizione. Ogni fatto rivela così l'eidos. La riduzione eidetica strettamente legata alla riduzione al soggetto. Possiamo cogliere l'essenza solo se ci liberiamo da ogni pregiudizio e se descriviamo quello che vediamo come lo vediamo.
Husserl formula, muovendo da qui, il principio dei principi:«Nessuna immaginabile teoria può cogliere in errore nel principio di tutti i principi: cioè, che ogni visione originariamente offerente è una sorgente legittima di conoscenza, che tutto ciò che si da originalmente nell'intuizione, per così dire in carne ed ossa (leibhaft) è da assumere come essa si da.»
Questo principio dei principi è ciò che rimane dopo la critica scettica, anzi, è il risultato stesso dell'accettazione della critica scettica. Si possono negare tutte le teorie e le scienze, ma resta sempre quello che si vede e si sente nei limiti di ciò che si percepisce. Si possono verificare discordanze con gli altri sul percepito reale, ma queste possono essere chiarite per mezzo della costituzione intersoggettiva, cioè del dialogo tra i soggetti della conoscenza e dell'esperienza.

Nella seconda parte Husserl tratta la Considerazione fenomenologica fondamentale. «Ora - scrive Husserl - non siamo in atteggiamento eidetico, semplicemente occorre che, ciascuno per sé, dica Io ed enunci con un ciò che egli esperisce individualmente ... nel mondo nel quale mi trovo e che è insieme il mio mondo circostante (Umwelt).» Ad esso " si riferisce il complesso delle mie spontanee attività di coscienza." Questo Umwelt non va inteso ed affrontato naturalmente. Deve essere ridotto al cogito, e ricostituito partendo dal cogito. L'epoché fenomenologica-trascendentale si sostituisce così al dubbio cartesiano.
Epperò l'epoché non può essere solo enunciata, deve diventare esercizio continuo, costante applicazione. Solo così essa ci fa arrivare alla coscienza trascendentale. Se compiamo anche l'epoché degli altri, arriviamo agli altri.

C'è anche un'essenza della coscienza? Certamente: la si trova nella impossibilità di essere eliminata, perciò, come Husserl scrive nel paragrafo 49, essa è la "coscienza assoluta come residuo dell'annientamento del mondo". In altre parole, la coscienza deve ricostituire il mondo e che sarà essa sempre all'opera, in via di ricostituirlo.
Ciò detto, una volta compreso che il mondo "precedente" era solo una percezione naturalistica, mondanità, si tratta di vedere come Husserl contrapponga la coscienza alla realtà naturalistica.
La coscienza assoluta non è un "in sè", non ha alcun rapporto con l'idealismo oggettivo. Essa è semmai il centro di un "campo di significazione" (Feld der Sinngebung), ovvero non un supremo da cui dedurre il mondo e nemmeno un assioma da cui dedurre teorie, ma solo un significato al mondo, un mondo da trasformare secondo il significato.

La terza sezione è intitolata Per la metodica e la problematica della fenomenologia pura. La coscienza pura è formata di puri vissuti d'esperienza. Le cose sono trascendenti rispetto alla coscienza immanente, e si offrono sempre per adombramenti e visioni parziali. Rispetto a ciò l'Erlebnis agisce sempre come un centro: vive ed è vissuto in una percezione immanente. Esso è il dato che rende possibile la riflessione su sé stesso. Ciò avviene nel tempo: il vissuto d'esperienza accade secondo modalità temporali, è sempre Erlebnisstrom, un fluire di vissuti. Ma ciò che beneficia realmente dell'Erlebnis non è che la parte più pura dell'io, tutto il resto è già stato posto sotto epochè, e deve quindi essere ricostituito. Ad esempio, ponendo tra parentesi il nostro corpo, lo dovremo poi costituire.
Ogni vissuto è vissuto nell'Io e orientato soggettivamente ma, ogni vissuto dell'Io e intenzionato dall'Io è orientato oggettivamente. Tutto ciò vale anche in considerazione al tempo: da un lato l'Io puro è la modalità centrale del tempo, il tempo è piegato soggettivamente; dall'altro il tempo oggettivo è considerato come tempo cosmico, in una prospettiva che deve essere oggetto di epoché.
Rispetto a queste considerazioni, si innesta la distinzione tra noesi e noema. Noesi è il rivolgersi dell'Io puro verso ciò che "prende di mira", verso ciò che è intenzionato.
Noetiche sono operazioni come collegare e sintetizzare, credere, suppore e valutare. «Ai molteplici dati del contenuto reale, noetico, corrisponde sempre una molteplicità di dati, rilevabili dall'intuizione effettivamente pura, in un correlativo contenuto noematico, e, brevemente, nel noema, termini che d'ora in poi useremo costantemente.» (Ideen, I) Il noema può anche essere fantastico rispetto alle condizioni costitutive. I momenti noetici, in quanto reali, sono iletici (par. 97) e l'Io puro ha in sé un io materiale, intenzionante ed operante, che deve vincere persino le resistenze del corpo in quanto inerte.

Nell'opposizione noesi - noema si realizza anche quella di attuale - possibile. Secondo Husserl, il cogito attuale è inevitabilmente dossico. Ma esso può porre in quanto si viene a trovare nella certezza raggiunta dopo il dubbio scettico, una certezza che nel bagno di scetticismo, può essere eventualmente perduta e ripresa.
Il credere è un elemento fondamentale come elemento di certezza, soggettivo e noetico. Husserl lo chiama credenza originaria, doxa originaria. (Urglaube, Urdoxa).
Il giudizio, messe così le cose, si fonda su un'opinione, ma si tratta di un'opinione certa noetica. In tal modo, diventa certo anche il correlativo noematico. In sostanza, non bisogna guardare al belief di Hume ma, secondo Husserl, al Teeteto di Platone, nel quale l'opione vera cerca di farsi strada, diventando doxàzein, giudizio scientifico.

La quarta sezione ha per titolo Ragione e realtà.
Vi è anche una fenomenologia della ragione? Assolutamente sì: certo si da una dialettica tra la coscienza e l'oggetto e questa si può chiamare fenomenologia della ragione. La sua prima forma è la visione offerente originaria fondata sull'evidenza, anche se essa può essere negata, corretta e cancellata. La stessa percezione - scrive Husserl - può esplodere, frantumarsi in contraddittorie apprensioni della cosa. Sicché, ogni posizione mediata rimanda ad una posizione immediata. L'adeguatezza della coscienza alla cosa diventa allora un'idea in senso kantiano. (par.143)
Per questa via non possiamo che riconoscere altro da due concetti apparentemente contraddittori: da un lato l'idea dell'infinità della ricerca, dall'altro il senso del limite, cioè il permettere che si costituisca una delimitazione di campo,anche questa un'idea, che renda possibile la ricerca. «L'idea di un'infinità motivata - scrive Husserl - essenzialmente non è essa stessa un'infinità; la comprensione, che questa infinità per principio non può essere data, non esclude, anzi esige, la datità comprensibile dell'idea di questa infinità. » (par. 320)

moses - 21 novembre 2004