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Nicola Krebs, detto Cusano
di Renzo Grassano
Il pensiero di Nicola Krebs detto Cusano,
nato a Kues (in latino Cusa) nel 1401, rappresenta
nell'ambito della rinascita del platonismo
qualcosa di molto originale per diversi motivi
che ora elencheremo.
In primo luogo egli non assunse una posizione
antiaristotelica preconcetta, ma cercò di
conciliare platonismo ed aristotelismo proponendo
una sintesi robusta della filosofia in grado,
a sua volta, di integrarsi con la visione
cristiana di Dio.
In secondo luogo, da schietto umanista, cercò
di superare gradualmente, ma con argomenti
forti, ancora oggi da considerare con attenzione,
sia l'annichilimento dell'uomo di fronte
a Dio, sia il nichilismo nei confronti del
mondo implicito in una certa scolastica ed
in un certo spiritualismo medioevale.
Non catalogabile a mio avviso come semplice
figura di transizione tra Medioevo e Rinascimento, dunque una
sorta di anticamera della modernità, Cusano
è già modernità per la novità delle sue posizioni,
della sua visione dell'uomo, della sua cosmologia
evidentemente pre-copernicana e pre-galileana.
Inoltre egli seppe coniugare la ricerca culturale
con la propria prassi di uomo di chiesa,
o ancora più propriamente, come "uomo
di Dio" (in grado quindi di criticare
anche la chiesa) attivo per obiettivi di
pace e di riconciliazione tra gli uomini,
non certo per amore di tranquillità e quieto
vivere, ma per amore di verità, cioè la pacifica
convivenza tra genti diverse.
Innanzi tutto, fattosi sacerdote, ebbe come
suo primo interesse la pacificazione della
Chiesa, allora fortemente turbata e divisa
dall'emergere della questione hussita. Fu
costretto dalle circostanze a prendere posizione
ed ebbe quindi il coraggio di scrivere nella
sua prima opera "De Concordantia Catholica"
della necessità di riconoscere al Concilio
una superiorità sul Papa, e quindi di reintrodurre
una forma di democrazia nel governo della
Chiesa. La questione non è di poco conto
perchè anticipa in larga misura la problematica
della Riforma quanto meno dal lato istituzionale.
Coerentemente con ciò egli sostenne soprattutto
una politica di conciliazione e di pace tra
le varie religioni, in particolare tra le
diverse correnti cristiane, non per amore
di compromesso, ma perchè vedeva chiaramente
il carattere strumentale ed assolutamente
astratto, nonchè infantile, di molte dispute.
Riavvicinatosi, non per opportunismo, al
pontefice Eugenio IV, fu da questi scelto
per una missione a Costantinopoli mirante
a preparare un progetto di riunione della
Chiesa ortodossa con quella cattolica.
A Costantinopoli apprese il greco ed ebbe
la grande opportunità di leggere le opere
di Platone, Aristotele ed i neoplatonici
antichi.
Tornato in Italia il nuovo pontefice Niccolò
V lo spedì in Germania per superare i dissidi
con i Vescovi tedeschi. Il successo in questa
missione gli fece ottenere la nomina a Cardinale
ed a Vescovo-Principe di Bressanone.
Esercitando questa funzione venne in conflitto
col Duca del Tirolo Sigismondo e fu da questi
imprigionato alcuni anni.
Fu in seguito nominato vicario generale dello
stato pontificio, ma abbandonò l'Alto Adige
per riparare in Umbria. Morì a Todi nel 1464.
Compose diverse opere tra le quali occorre
ricordare: De docta ignorantia (1440), De Conjecturis (1440-45), De idiota (1450), De pace fidei (1453), De visione Dei (1453) De beryllo (1458).
La dotta ignoranza
Cusano critica il sillogismo aristotelico
perchè manca di precisione, o meglio, non
consente di arrivare a quella precisione
che è uno dei caratteri della verità.
In sostanza i tradizionali elementi della
logica falliscono il loro scopo se pretendono
di portare nuova ed effettiva conoscenza.
Com'è noto il sillogismo consente di concludere
con un giudizio a partire da certe premesse
tramite un medio del quale sono conosciute
ed accettate alcune proprietà.
L'esempio più noto è questo: Socrate è un
uomo, tutti gli uomini sono mortali, pertanto
Socrate è mortale.
Nel sillogismo, afferma Cusano, emerge una
proporzione comparativa che usa il termine medio (tutti
gli uomini sono mortali) per riportare tutti
gli attributi del medio al primo termine.
Questo procedimento appare insufficiente
al Cusano perchè non consente di arrivare
a cogliere l'oggetto in sè, Socrate, nella
sua uguaglianza con sè, ovvero nella sua
identità.
La critica evidenzia il limite intrinseco
del sillogismo, il suo carattere pregiudiziale
e "volgare".
Esso immette conoscenza muovendo semplicemente
dal "genere" di appartenza. Socrate
è uomo, cioè appartiene al genere umano,
pertanto deve avere la proprietà di essere
mortale in quanto tutti gli uomini sono mortali.
Questo tipo di critica rinvia alla disputa
sull'esistenza degli "universali"
tipica del medioevo, ma la riapre su un piano
più consistente. Infatti il problema che
solleva il Cusano sta nell'evidenziare che
Socrate viene solo definito parzialmente,
sotto il profilo della "mortalità",
quindi in modo relativo e "finito".
Da questa finitezza Cusano trae spunto per
dimostrare che ogni dimostrazione di tipo
"finito" nell'ambito del "finito",
cioè l'ambito denotato dal termine medio,
restringe arbitrariamente le caratteristiche
dell'individuo considerato e , comunque non
consente di arrivare ad altro che ad un genere
di conoscenze finite e limitate. Tutte le
caratteristiche dell'uomo generico possono
essere riportate ad un qualsiasi uomo considerato
in sè. Ma le caratteristiche di un particolare
uomo sono di più, ed anche tutte le caratteristiche
di tutti gli uomini sommate insieme sono
di più di quelle considerabili nel genere
umano.
Come vedremo questa coscienza della differenza
del singolo ha una base precisa nella relazione
d'uguaglianza tra uomo e Dio.
Ogni singolo uomo è un microcosmo in cui
Dio è presente, anche se in forma contratta,
ristretta, limitata.
Per questo egli avverte l'esigenza di uscire
dalla restrizione imposta dalla logica del
sillogismo, cioè di passare dal finito all'infinito.
Ma nel passare dal finito all'infinito, ci
si scontra con l'impossibilità di colmare
un vero e proprio "salto".
Siamo cioè in presenza di una tensione verso
la verità, riconoscibile per questa insoddisfazione
nei confronti di una conoscenza fondata su
sillogismi, che tuttavia non può esplicitarsi.
D'altro canto, continua il Cusano, il tipo
di conoscenza fondato sul sillogismo rischia
di procurare false certezze.
Per questo egli consiglia la dotta ignoranza, cioè una riserva sulle verità finite provenienti
da un conoscere sillogistico, da considerare
sempre con molte cautele.
Tanto più ci sentiremo "ignoranti"
rispetto alle verità costruite sui sillogismi,
tanto più ci avvicineremo quindi alla verità
stessa, come intero e come infinito. sempre
ricordando, tuttavia, che nessuna approssimazione
può portarci a far realmente coincidere il
carattere finito delle nostre conoscenze
con l'infinito.
In altre parole: Dio come infinito è al di
là di ogni conoscenza finita e non può dunque
essere racchiuso in alcuna formula umana.
Potremmo osservare che anche il concetto
di "infinito" è una formula umana,
ma poichè essa non definisce altro che Dio,
ed eventualmente la natura, semplicemente
evidenziando che essa non è una formula come
tutte le altre, anzi non formula alcunchè
di determinato, questo principio appare sufficientemente
fondato.
Ma perchè dotta?
Dunque se l'atteggiamento dell'ignoranza
verso l''infinito è ciò che conviene onde
evitare l'errore di saccenza racchiuso in
ogni ricorso al sillogismo, rimane da spiegare
perchè l'ignoranza rispetto al sapere di
derivazione sillogistica è la forma di sapienza
più appetibile, cioè in ultima analisi la
vera sapienza possibile all'uomo.
E' presto detto. In questa forma di modestia
l'uomo nella sua tensione verso la verità
dell'infinito può anche congetturare, e può
dunque costantemente portarsi oltre la finitezza
presente per pervenire ad una finitezza più
larga, in un certo senso più appagante.
Il salto tra finito ed infinito non può essere
colmato. L'uomo non può avere la coscienza
assoluta, come diranno invece gli idealisti
tedeschi del primo ottocento e prima di loro
lo stesso Spinoza, tuttavia può procedere,
e nel procedere, adottando un metodo nuovo
per il quale ogni cosa intesa nel suo senso
di realtà ultima non viene "intesa"
come isolata da tutte le altre, ma come sempre
in relazione con ciò che la circonda.
Già questo nuovo atteggiamento è un superamento
della finitezza più deteriore, della rigidità
particolaristica più meschina.
Un esempio geometrico può aiutare a rendere
l'idea del rapporto possibile tra la conoscenza
finita dell'uomo e la realtà infinita.
Tra la conoscenza umana e la verità intercorre
lo stesso rapporto che si stabilisce tra
i poligoni inscritti e circoscritti e la
cironferenza: se moltiplichiamo indefinitivamente
i lati di tali poligoni , essi si avvicineranno
progressivamente alla circonferenza, ma non
coincideranno mai con essa in tutti i punti.
L'uomo può dunque solo sforzarsi di aderire
alla circonferenza, ma la sua struttura mentale
rimane comunque poligonale. Triangolo, quadrato,
pentagono, esagono sono sotto questo profilo
soltanto simboli di una conoscenza imperfetta.
Solo il poligono che maggiormente aderisce
con le sue migliaia di lati alla circonferenza
può in qualche modo rappresentare l'avvicinamento
alla verità.
Nell'infinito dunque tutto coincide, mentre
nel finito abbiamo il massimo delle differenze
e delle contrapposizioni, un conflitto di
interessi particolari, un terreno nel quale
ogni cosa è radicalmente diversa dall'altra.
Questo perchè, dice il Cusano, il finito
è l'ambito del più del meno, dove dunque
ogni concetto è relativo, proporzionato ad
ogni altro concetto, ma quindi in rapporto
contraddittorio con eventuali altri concetti
commisurati ad altri concetti ancora.
L'infinito è invece il regno della coincidenza:
non c'è un più ed un meno, ma solo un massimo
ed un minimo, un massimo oltre il quale nientaltro
è possibile ed un minimo nel quale nientaltro
è possibile.
Pertanto in questo regno dell'assoluto il
massimo coincide con il minimo, cioè vi è
totale coincidenza degli opposti.
Devo riconoscere che questo pensiero mi ha
profondamente impressionato anche in termini
di modernità.
L'idea di un massimo oltre al quale non sia
possibile andare in quanto esso è anche il
minimo mi pare costituire una sfida alla
razionalità pura per il quale l'infinito
è concepibile solo come non determinabile
in quanto vi sarà sempre un più uno.
Ma se poniamo attenzione al fatto che aggiungere
uno ad una serie finita non porta in alcun
modo all'infinito, ma solo ad un nuovo finito,
è ovvio che l'infinito è concepibile sia
come una retta che non ha inizio, nè fine,
qualunque sia la dimensione dei punti che
la compongono, sia in una circonferenza che
si chiude, ma che in nessun modo è definibile
quantitativamente, se i punti geometrici
che la compongono non hanno dimensione, ma
sono solo fittizi.
L'idea del cerchio come perfezione dell'essere,
di chiara origine pitagorica, una volta stabilito
che il punto non ha dimensione, e che ciò
che ha dimensione è un segmento composto
di punti, e non un punto, potrebbe risultare
logicamente accettabile come "rappresentazione"
dell'infinito in cui qualsiasi punto considerato
come "massimo" è anche il "minimo",
e dunque non solo il primo ma anche l'ultimo.
Ma rimangono difficoltà.
A me pare che il tentativo di rappresentare
l'infinito mediante una figura geometrica
sia contraddittorio perchè sia la circonferenza
che la retta sono infinite in modo unilaterale,
cioè solo in un senso e non tutti i sensi.
Una retta infinita è infinita solo rispetto
ai due versi della stessa, ma non rispetto
al sopra od al sotto, a destra ed a sinistra,
a tutti i fianchi possibili.
La circonferenza è di per sè un'area limitata
all'esterno della quale è possibile immaginare
qualunque cosa tranne che il nulla.
In altre parole la possibilità di rappresentare
in modo figurativo l'infinito è destinata
inevitabilmente a crollare per confutazione.
Unica possibilità rimane dunque quella del
linguaggio: accordandoci sul fatto che la
parola infinito, detta e scritta, significhi
qualcosa di non determinabile in estensione,
in quantità, in densità, come massa, come
qualità, ecco che, per esclusione, abbiamo
un'idea dell'infinito "trasmissibile"
e comprensibile.
Analogamente ci possiamo accordare su un
simbolo. Stabilito che un certo simbolo significhi
"infinito" lo stesso può essere
usato per indicare un valore matematico che
tuttavia rimane incognito per definizione,
non potendo assumere alcun valore particolare
ma solo includere tutti i possibili valori.
In sostanza a me pare che tutte le rappresentazioni
"figurative" siano inadeguate sia
di fronte all'idea dell'infinito, sia all'infinito
reale.
Ciò non toglie che è grazie a tentativi come
questi noi siamo meno lontani da una concezione
accettabile dell'infinito.
Dio e l'universo
Dio, secondo Cusano, è comunque al di là
dello stesso infinito fisico, dunque dell'essere
sostanziale delle cose esistenti.
Per comprendere Dio occorre quindi una forma
superiore di conoscenza, l'intelletto, mentre
per conoscere il mondo fisico, l'universo
infinito è sufficiente la ragione discriminante,
la quale si avvale ancora del principio di
non-contraddizione proposto da Aristotele.
Lo stesso universo, concepibile come infinito
in quanto creato, è da considerarsi come
un infinito di tipo "negativo",
cioè come spazio senza limiti. Ma il vero
infinito "positivo" è solo Dio,
nel senso che solo in Dio il principio della
coincidenza degli opposti ha un valore assoluto,
mentre già nell'universo fisico infinito,
per Cusano, la totalità non è concepibile
diversamente dalla pluralità delle cose esistenti,
infinite per numero e per specie, ma non
coincidenti.
Si tratta di un pensiero che, dunque, non
solo non nega l'esistenza del molteplice,
ma lo riconosce e lo mostra come conoscibile
perchè distinguibile sulla base del principio
di non-contraddizione e di un principio di
identità peraltro non formulato esplicitamente.
Cusano pensa che nell'universo fisico si
determini una "contrazione" del
molteplice esistente in Dio e che, in un
certo senso, «tutto sia in tutto».
Per questo fu frainteso e persino accusato
di panteismo.
Onde evitare di confondere Cusano con Spinoza,
nel quale il panteismo sarà davvero esplicito,
dobbiamo pertanto considerare che la "contrazione"
dell'infinito-Dio nell'infinito-cosmo, non
è presentata come una realtà al di là della
forma apparente, ma come realizzazione di
Dio nel molteplice. Pertanto il "tutto"
presente in tutto non è lo stesso "tutto"
considerato più tardi da Spinoza. Infatti
il "tutto" di Cusano è l'infinito
positivo presente nel tutto fisico negativo, il quale però è già scisso nel molteplice.
In questo, prima ancora che alle dottrine
neoplatoniche, il riferimento potrebbe andare
alla stessa teoria platonica dell'Uno e della
Diade, dove l'uno prende per l'appunto una
connaturazione diversa mediante l'unione
con la diade.
Tuttavia mentre la diade in Platone esiste
di per sè, è ovvio che in Cusano anche la
materia è creata da Dio e persino la donna,
com'è nel secondo racconto di "Genesi"
(il primo, com'è visibile leggendo la Bibbia,
si interrompe bruscamente dopo aver affermato
che Dio creo ogni specie "maschio e
femmina") è tratta dalla costola di
Adamo e fu fatta per porre fine alla sua
solitudine.
Ma Cusano, anzichè parlare di Uno-diade,
preferisce ricorrere al termine di complicazione: il rapporto tra Dio e l'universo fisico
è dato dalla co-implicazione dell'universo
in Dio, cioè dal fatto che l'universo è implicito
in Dio, cioè è contenuto in potenza (in senso
aristotelico) . L'universo fisico è, al contrario,
l'esplicazione di Dio, cioè la realizzazione dell'atto
creativo, l'attualità di Dio.
Nel tentativo di conciliare ulteriormente
filosofia e religione cristiana il Cusano
cerca poi di dimostrare razionalmente il
mistero della Trinità divina e propone la
seguente interpretazione: Dio è necessariamente
Unità (Padre), Uguaglianza (Figlio), cioè
relazione con sè stesso, e Connessione (Spirito
Santo) che procede da entrambi.
Spiega inoltre il mistero dell'incarnazione
del Verbo, cioè la Parola di Dio in Gesù,
evidenziando che deve esistere un individuo
in cui si da il massimo possibile della contrazione
di Dio nell'uomo, e questo non può essere
che l'uomo-Dio, il Cristo.
Dopo aver separato Dio e mondo, Cusano ritrova
Dio anche nel mondo, cioè nella creazione. E, come
scrive l'Abbagnano, «...dopo aver separato
la conoscenza umana dalla verità, ritrova
la verità nella conoscenza umana proprio
in virtù di questa separazione. Sapere di
non conoscere Dio è il principio della sua
conoscenza; ed in generale la dotta ignoranza,
il sapere di non sapere, è il principio ed
il fondamento di ogni conoscenza umana.
Per designare quest'ultima Cusano adopera
il termine di congettura, che traduce l'eikasia
platonica (Rep.,511 e; § 32), definendola
come "l'asserzione positiva", che
partecipa attraverso l'alterità, della verità
come tale. (De conjecturis, I,13)» (Nicola Abbagnano - Storia
della filosofia - "La filosofia del
Rinascimento")
La conoscenza di Dio e la dottrina dell'uomo
Si può dire che per Cusano la conoscenza
di Dio è possibile solo attraverso la "dotta
ignoranza" , cioè un sapere con riserva
rispetto ad ogni tipo di conoscenza del finito
sensibile. L'uomo deve quindi avere coscienza
dei suoi limiti; entro questi limiti egli
può conoscere Dio per via del legame di somiglianza
tra mente umana e mente divina. La mente
umana è una sorta di lente capace di cogliere
e riflettere i molteplici volti ed i molteplici
colori del divino.
Se l'uomo è irato con Dio, Dio sarà irato
con l'uomo e come tale si mostrerà; se l'uomo
ama Dio, Dio si mostrerà amorevole con l'uomo.
La garanzia di poter trovare Dio è dunque
strettamente legata al tipo di soggettività
che l'uomo esprime. Dio stesso non può che
rivelarsi attraverso la soggettività dell'uomo.
Pertanto la conoscenza di Dio non comporta,
secondo Cusano, una particolare rivoluzione
od una ripulsa della propria soggettività.
Essendo se stessi, in proprietà di noi stessi,
possiamo conoscere Dio. A condizione, ovviamente
di essere già in una condizione di "dotta
ignoranza". Infatti mi pare di poter
escludere che la saccenza e la certezza boriosa
possa portare ad una vera conoscenza di Dio.
In questo quadro l'uomo non è dunque necessitato
da Dio a compiere alcuna scelta; l'uomo è
libero. Se non nega sè stesso, la parte migliore
di sè, egli ritrova Dio facilmente, proprio
attraverso l'accettazione della propria finitudine
e della propria limitatezza.
Ciò non è affatto semplicistico.
Cusano, come cristiano (lasciamo stare il
"fervente", non è il caso), ha
inteso fino in fondo che l'evento Cristo
segna un preciso spartiacque nella storia,
in quanto Dio cessa "di nascondere il
suo volto" e si propone, almeno in parte,
a chi crede che Egli si sia fatto uomo onde
colmare il salto tra infinito e finito.
Senza questa "operazione divina",
per la quale Gesù è sia Dio, che uomo, cioè
secondo Adamo (come propose San Paolo, in
modo peraltro unilaterale, perchè Gesù come
incarnazione di Dio non è mai messo in chiaro
e sufficiente rilievo nelle epistole), l'avvicinamento
tra Dio e uomo non era possibile, data la
finitezza dell'uomo.
Pertanto nell'essere sè stesso che Cusano
consiglia per arrivare a Dio, è scontata
la mediazione di Cristo.
In altre parole: senza la comprensione storica
dell'evento Cristo l'essere sè stesso non
ha molto senso. Non basta, insomma una filosofia
della libertà, occorre una coscienza della
storia del rapporto tra uomo e Dio.
Dunque è in questa prospettiva che il Cusano
si può definire umanista e deciso avversario
di ogni nichilismo.
Apprezzare il mondo, non condannarlo aprioristicamente
in nome di un altro mondo, ma aderirvi criticamente,
in quanto comunque, se nel mondo della natura
l'opera di Dio è ravvisabile direttamente,
nel mondo costruito dall'uomo l'opera di
Dio è rinvenibile mediatamente e specularmente.
L'opera della chiesa, l'azione dei cristiani
sono in effetti testimoniati dalla continuità
del sapere.
Lungi dal considerare l'azione della chiesa
semplicemente come oscurantismo, essa fu,
sia soggettivamente che oggettivamente, forse
più oggettivamente che soggettivamente, opera
di trasmissione della cultura dall'antichità
alla modernità in un epoca di barbarie e
di oscurantismo oggettivo.
Senza amanuensi, in altre parole, non avremmo
alcun sapere dell'antichità e della storia
e, persino, della scienza antica.
Una considerazione che mi viene spontanea
a questo punto è che nella dottrina del Cusano
viene dunque a riconciliarsi anche una possibile
contrapposizione tra "apocalittici"
ed "integrati", implicita nelle
correnti giovannee e paoline del cristianesimo
primitivo.
Nella visione apocalittica lo sfacelo del
mondo determinato dal trionfo di Babilonia,
simbolo dell'ingiustizia e della corruzione
non quadra affatto con la superottimistica
visione paolina del cristiano integrato nel
sistema, che se fa il bene sarà comunque
lodato da autorità "costituite da Dio"
("Romani").
Prima di affermare l'una o l'altra non basta
evidentemente decidere, ma occorre fondare
la propria decisione sul momento.
Qui l'opposizione è in parte mediata ed in
parte elusa; tuttavia pur rimanendo implicita
e mancando comunque di storicizzazione e
contestualizzione ( ci sono momenti storici
che richiedono l'integrazione ed altri che
richiederebbero posizioni apocalittiche,
p. e. nei confronti del nazismo, o dello
stesso comunismo reale sovietico quando assume
un aspetto totalitario), mi pare che la sintesi
"umanistica" del Cusano sia in
qualche modo "pietrina", cioè centrale,
più conforme a quelli che potrebbero essere
stati gli originali insegnamenti del Cristo
storico: non "generici"ribelli
tipo Barabba, ma critici e distaccati dalle
vanità del mondo, comunque partecipi,
in ogni caso presenti, se non altro come
buoni samaritani, dunque esemplari per dignità
di comportamento e azioni improntate ad equità
e giustizia.
In questo senso mi pare rechino giusta testimonianza
alla coerenza del Cusano tra pensiero ed
opere gli anni di galera inflittigli dal
Duca Sigismondo.
Col suo esempio Cusano sembra dire che, pur
mirando alla conciliazione, alla mediazione
diplomatica, all'accordo preventivo, c'è
un limite anche al compromesso, e che un
vero cristiano ( e nel suo caso particolare)
anche un vero filosofo, piuttosto che accettare
l'umiliazione dell' ingiustizia per sè e
per gli altri, rinnegando così i propri principi,
preferisce la galera.
Una nuova cosmologia
Una volta posto che la perfezione dell'infinito
positivo appartiene solo a Dio e che anche
l'infinito del mondo fisico (un mondo fisico
infinito solo al negativo, in quanto senza
limiti) è dunque sottoposto al divenire ed
al mutamento, crolla nel Cusano, la teoria
aristotelica dell'incorruttibilità dei cieli,
e della centralità della terra nell'universo.
Per affermare la centralità dell'uomo e la
sua somiglianza con Dio non occorre affatto
"localizzarla" al centro dell'universo.
Si tratta di un pensiero originale di estrema
importanza perchè "apre" letteralmente
la strada sia alla teoria copernicana, sia
alla nuova fisica di Galileo.
Non essendo più la terra il centro del mondo
(cioè dell'universo) , essa non può essere
priva di movimento. Inoltre non può essere
perfettamente sferica, ma solo tendere alla
sfericità.
Oltre a queste "felici" intuizioni
Cusano incorre anche in qualche errore grossolano,
come quello di pensare che la terra sia una
stella del tutto simile al sole e quindi
che anche il sole abbia, sotto l'apparenza
dell'aspetto infuocato una terra simile simile
alla terra con gli altri tre elementi (terra,
aria, acqua) presenti.
Cusano congettura sull'esietnza di intellettualità
viventi su ogni stella e scade in qualche
modo in una "infantile" fantascienza.
Tuttavia gli resta il merito di avere compreso
che centralità della "creazione"
e centralità della terra nell'universo non
sono la stessa cosa.
Le veità della scienza moderna, pertanto,
cominciano a mostrarsi su un piano semplicemente
congetturale ed intuitivo, in quello che
poi a molti studiosi della scienza, parrà
semplicemente come "metafisica".
Renzo Grassano - cactus / filosofia - 8 novembre
2000