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Contro il nominalismo
di Max Scheler

 


Sarà qui utile se ci chiariamo una volta per tutte, in generale, in linea di principio, tutto ciò che è essenzialmente collegato con un modo di pensare nominalistico, e se discutiamo una volta per tutte, di per sé, la particolare funzione che spetta a un modo di pensare nominalistico di intere epoche nella società e nella storia (secondariamente anche nella teoria di ambedue).
Quando parlo di un modo di pensare nominalistico, non intendo soltanto la teoria logica del nominalismo, quale l'hanno esposta, nel tardo medioevo, Guglielmo d'Occam, e, successivamente,Thomas Hobbes, George Berkeley, David Hume, ecc. Io intendo questo modo stesso di pensare (o di non pensare): l'atteggiamento nominalistico dello spirito. Poiché, innanzi tutto, non vi è alcun dubbio che quest'atteggiameto dello spirito, che storicamente si ripresenta sempre di nuovo in maniera tipica, si afferma là dove un dato mondo di forme dell'esistenza umana e della cultura va in dissoluzione. Il nominalismo è l'esplosivo spirituale più potente di un mondo di forme, del tutto determinato contenutisticamente (divenuto vercchio, non più adatto alla pienezza reale dell'esperienza vitale), di una cultura storica, non con l'invechiamento delle forme divenute "morte", soltanto "tradizionali", "sorde", né con la ricerca di forme nuove, corispondenti all'ordine obiettivo delle forme, ma fonda quel rifiuto e quella distruzione con la dichiarazione di principio che non ci sono in generale forme obiettive: che le forme, in generale, sono state trasposte nell'ambito contenutistico delle cose solo dalla soggettività e dall'arbitrio umani. Il diritto storico relativo del nominalismo consiste spesso nel fatto di dichiarare un mondo di forme, divenuto semplice tradizione, consuetudine,"nome, suono e fumo" - un mondo di forme originariamente vivente e intuitivo - di dichiararlo anche per ciò che esso è divenuto: per l'appunto, nome, suono e fumo; inoltre, eventualmente, nel richiamare lo spirito d'iniziativa umano nel formare un nuovo mondo di forme. Così il nominalismo tardo-fracescano ha cercato di distruggere il mondo di forme religioso-ecclesiastico, il nominalismo di Thomas Hobbes e quello etico-politico dell'autore del Principe ha cercato di distruggere l''ordinamento feudale della società.
Che il nominalismo si presenti con una tendenza sensualistica o mistica è in ciò indifferente. Il nominalismo rimane sempre ostile per principio a ogni idea di strutturalità (Gestaltheit) dell'essere; la sua attività è sempre negativa, dissolutiva e culturalmente rivoluzionaria: non a partire dalla visione di una cultura superiore, migliore, bensì per principio; e se esso richiama anche lo spirito, non sa tuttavia offrire a questo spirito d'iniziativa alcun fine sensato. Lo spirito d'iniziativa cui esso richiama rimane un eroismo irrazionale, cieco, non saggio. L'essenza del modo di pensare nominalistico è la critica, non la costruzione; la dissoluzione, non la creazione. Lo spirito d'iniziativa tradirebbe lo spirito del mondo stesso a causa di un insufficiente modellamento di esso nella storia, per cui l'uomo nominalistico soffre. Ogni cosa una volta "buona", "sacra", è - "non in quanto", ma è esclusivamente -"soltanto una parola". Il modo di pensare nominalistico è la barra che serve da leva a un tipo di uomo che soffre per un mondo di forme sopravvissuto, che protesta contro di esso con un risentimento infruttuoso.
Il modo di pensare nominalistico è circoscritto con precisione anche da un punto di vista sociologico. Come esso, in quanto modo di pensare, sempre legato ad una determinata struttura dei gruppi, che deve "conoscere insieme", e ha la sua condizione di esistenza in questa struttura, allo stesso modo esso, in quanto teoria, nella sua applicazione all'intendimento e alla comprensione di qualche collettività umana, è la matrice di una teoria sociale del tutto determinata, che, a seconda dei punti di riferimento in base a cui la si considera, la si può definire singolarismo, individualismo, liberalismo, democrazia formale, teoria del contratto, convenzionalismo, atomistica sociale.
Nel mio libro Il formalismo nell'etica e l'etica materiale dei valori ho distinto quattro forme essenziali ultime di raggruppamenti umani, che ivi sono chiamate: "massa", "comunità di vita", "società" e "persona collettiva spirituale". Mentre nella massa semplice, in generale, non incontriamo alcuna azione guidata da idee, ma soltanto l'impulso complessivo formatosi per reciproco contagio, la comunità di vita è caratterizzata da un realismo - naturale e ingenuo - lessicale e semantico dell'articolazione del significato, creata dalla tradizione linguistica, della sfere oggettive di significato delle cose del mondo. Idee collettive comuni di genere positivamente storico dominano l'individuo, nella comunità di vita, in maniera così potente che quasi tutto ciò che egli possiede spiritualmente deriva da esse. Per questo livello di pensiero è essenziale il fatto che questo patrimonio di idee, positivo e traandato, non viene vissuto e sentito come semplicemente tramandato storicamente, bensì come un patrimonio universalmente e naturalmente dato. L'intuizione, la percezione, l'esperienza propria, nella comunità di vita ottengono giustizia - rispetto al patrimonio collettivo di idee, che vale in quanto realmente, universalmente e naturalmete dato - altrettanto poco di quanto la ottiene l'azione individuale nella scoperta e la volontà e l'azione fondata sul proprio sapere e sulla propria coscienza. Solo ciò che adegua le idee tramandate nella maniera più intuitiva e direttamente vissuta, solo ciò che le conferma, le verifica, raggiunge la soglia della stima dell'uomo. Solo la continua riproduzione di forme salde e sanzionate - non la produzione e la scoperta - domina questi uomini fin nella costruzione di strumenti, di ornamenti, di oggetti d'uso, fin nel modo di fare architettura e di creare opere d'arte. Solo il successivo periodo di dissoluzione nominalistica della comunità di vita riconosce, nella forma essenziale della società, questo patrimonio di idee collettive come semplice costrizione della tradizione.
(dal saggio L'esclusione della filosofia in Max Weber - Sulla psicologia e sulla sociologia del modo di pensare nominalistico - tradotto da Roberto Racinaro e pubblicato da "Il Centauro" numero 1, gennaio - aprile 1981)