Accorri, accorri, accorri, uom, a la strada!.
Che ha', fi' de la putta?. I' son rubato.
Chi t'ha rubato?. Una che par che rada
come rasoi', sì m'ha netto lasciato.
Or come non le davi de la spada?.
I' dare' anzi a me. Or se' 'mpazzato?.
Non so che 'l dà. Così mi par che vada:
or t'avess'ella cieco, sciagurato!.
E vedi che ne pare a que' che 'l sanno?.
Di' quel che tu mi rubi!. Or va' con Dio
ma anda pian, ch'i' vo' pianger lo danno.
Ché ti diparti con animo rio?.
Tu abbi 'l danno con tutto 'l malanno!.
Or chi m'ha morto?. E che diavol sacc'io?.
L'Amor, che m'è guerrero ed enemico,
m'ha fatto com'al drago san Michele,
e mi fa canne somigliar candele:
guarda s'i' son ben di veder mendìco!
Garzon di tempo e di savere antico,
fui già chiamato fonte di cautele;
ma veramente, come Cristo 'n ciel è,
i' son del tutto folle, e nol disdico.
Però chi mi riprende di fallare
nol mir'a dritto specchi', al mi' parere,
ché contra forza senno suol perire.
E non per tanto, ché del migliorare
non si sa punt', anz'i' potre' morire
Ä dica chi vuol Ä ch'i' 'l mett'a non calere.
Sed i' avess'un sacco di fiorini,
e non ve n'avess'altro che de' nuovi
e fosse mi' Arcidoss'e Montegiuovi
con cinquicento some d'aquilini,
non mi pari' aver tre bagattini
senza Becchin'; or dunque, 'n che ti provi,
babbo, di gastigarm'? or ché non movi
de la lor fede tutti ' Saracini?
E potrest'anzi, s'i' non sia ucciso;
perch'i' son fermo 'n quest'uppinione:
ched ella sia un terren paradiso.
E vòtene mostrar viva ragione
com' ciò sia vero: chi la sguarda 'n viso,
sed egli è vecchio, ritorna garzone.
S'i' fosse foco, ardere' il mondo;
s'i' fosse vento, lo tempestarei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio, mandereil en profondo;
s'i' fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti ' cristiani embrigarei;
s'i' fosse 'mperator, sa' che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.
S'i' fosse morte, andarei da mio padre;
s'i' fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi' madre.
S'i' fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui.
Tre cose solamente mi so' in grado,
le quali posso non ben ben fornire:
ciò è la donna, la taverna e 'l dado;
queste mi fanno 'l cuor lieto sentire.
Ma sì me le conven usar di rado,
ché la mie borsa mi mett'al mentire;
e quando mi sovvien, tutto mi sbrado,
ch'i' perdo per moneta 'l mie disire.
E dico: «Dato li sia d'una lancia!»,
ciò a mi' padre, che mi tien sì magro
che tornare' senza logro di Francia.
Trarl'un denai' di man serìa più agro,
la man di pasqua che si dà la mancia,
che far pigliar la gru ad un bozzagro!
Guelfi, per fare scudo delle reni,
avete fatti i conigli leoni,
e per ferir sì forte di speroni,
tenendo vòlti verso casa i freni.
E tal perisce in malvagi terreni
che vincerebbe a dar con gli spontoni;
fatto avete le pùpule falconi,
sì par che 'l vento ve ne porti e meni.
Però vi do conseglio che facciate
di quelle del pregiato re Roberto,
e rendetevi in colpa e perdonate.
Con Pisa ha fatto pace, quest'è certo;
non cura delle carni malfatate
che son remase a' lupi in quel deserto.
Amico caro, non fiorisce ogni erba,
né ogni fior che par, frutto non porta;
e non è vertudiosa, ogni verba,
né ha vertù ogni pietra ch'è orta;
e tal cosa è matura e pare acerba,
e tal se par doler che se conforta;
ogni cera che par, non è soperba,
cosa è che getta fiamma e che par morta.
Però non se convien ad uomo saggio
volere adesso far d'ogn'erba fasso,
né d'ogni pietra caricarsi 'l dosso,
né voler trar d'ogni parola saggio,
né con tutta la gente andare a passo:
senza ragione a dir ciò non son mosso.
Ecco Prodezza, che tosto lo spoglia
e dice: «Amico, e' convien che tu mudi,
per ciò ch'i' vo' veder li uomini nudi
e vo' che sappi non abbo altra voglia;
e lascia ogni costume che far soglia,
e nuovamente t'affatichi e sudi;
se questo fai, tu sarai de' miei drudi
pur che ben far non t'incresca né doglia».
E quando vede le membra scoperte,
immantenente sì le reca in braccio
dicendo: «Queste carni m'hai offerte;
i' le ricevo e questo don ti faccio,
acciò che le tue opere sien certe:
che ogni tuo ben far già mai non taccio».
Ora si fa un donzello cavalieri;
e' vuolsi far novellamente degno,
e pon sue terre e sue castell' a pegno
per ben fornirsi di ciò ch'è mistieri:
annona, pane e vin dà a' forestieri,
manze, pernici e cappon per ingegno;
donzelli e servidori a dritto segno,
camere e letta, cerotti e doppieri;
e pens'a molti affrenati cavagli,
armeggiatori e bella compagnia,
aste, bandiere, coverte e sonagli;
ed istormenti con gran baronia,
e giucolar per la terra guidàgli,
donne e donzelle per ciascuna via.
Giunge Allegrezza con letizia e festa,
tutta fiorita che pare un rosaio;
di lin, di seta, di drappo e di vaio
allor li porta bellissima vesta,
vetta, cappuccio con ghirlanda in testa,
e sì adorno l'ha che pare un maio;
con tanta gente che trema il solaio;
allor sì face l'opra manifesta.
E ritto l'ha in calze ed in pianelle,
borsa, cintura inorata d'argento,
che stanno sotto la leggiadra pelle;
cantar, sonando ciascuno stormento,
mostrando lui a donne ed a donzelle
e quanti sono a questo assembramento.
S' avessi detto, amico, di Maria
gratia plena et pia:
«Rosa vermiglia se', piantata in orto»,
avresti scritta dritta simiglìa.
Et veritas et via:
del nostro Sire fu magione, e porto
della nostra salute, quella dia
che prese Sua contia,
che l'angelo le porse il suo conforto;
e certo son, chi ver' lei s'umilìa
e sua colpa grandia,
che sano e salvo il fa, vivo di morto.
Ahi, qual conorto - ti darò? che plori
con Deo li tuo' fallori,
e non l'altrui: le tue parti diclina,
e prendine dottrina
dal publican che dolse i suo' dolori.
Li Fra' Minori - sanno la divina
scrittura latina,
e de la fede son difenditori
li bon' Predicatori:
lor predicanza è nostra medicina.
A suon di trombe, anzi che di corno,
vorria di fin' amor far una mostra
d'armati cavalier, di pasqua un giorno,
e navicare sanza tiro d'ostra
ver' la Gioiosa Garda, girle intorno
a sua difensa, non cherendo giostra
a te, che se' di gentilezza adorno,
dicendo il ver: per ch' io la Donna nostra
di su ne prego con gran reverenza
per quella di cui spesso mi sovene,
ch'a lo su' sire sempre stea leale,
servando in sé l'onor, come s'avene.
Viva con Deo che ne sostene ed ale,
né mai da Lui non faccia dipartenza.
Due cavalier valenti d'un paraggio
aman di core una donna valente;
ciascuno l'ama tanto in suo coraggio
che d'avanzar d'amar saria neiente.
L'un è cortese ed insegnato e saggio,
largo in donare ed in tutto avenente;
l'altro è prode e di grande vassallaggio,
fiero ed ardito e dottato da gente.
Qual d'esti due è più degno d'avere
da la sua donna ciò ch'e' ne disia,
tra quel c'ha 'n sé cortesia e savere
e l'altro d'arme molta valentia?
Or me ne conta tutto il tuo volere:
s'io fosse donna, ben so qual vorria.
Fastel, messer fastidio de la cazza,
dibassa i ghebellini a dismisura,
e tutto il giorno aringa in su la piazza
e dice ch'e' gli tiene 'n aventura.
E chi 'l contende, nel viso gli sprazza
velen, che v'è mischiato altra sozzura,
e sì la notte come 'l dì schiamazza.
Or Dio ci menovasse la sciagura!
Ond'io 'l ti fo saper, dinanzi assai
ch'a man vegni de' tuo' nemici guelfi,
s'è temp'e se vendetta non ne fai.
Ma tu n'avrai merzé, quando il vedrai.
Fammi cotanto: togligli Montelfi,
così di duol morir tosto il vedrai.
Se tu sia lieto di madonna Tana,
Azzuccio, dimmi s'io vertà ti dico;
e se tu no la veggi ancor puttana,
non ci guardar parente ned amico:
ch'io metto la sentenza in tua man piana,
e di neiente no la contradico,
perch'io son certo la darai certana;
non ne darei de l'altra parte un fico.
Ch'egli è più freddo che detto non aggio:
non vedi come 'l naso il manofesta?
ché redir non saprebbe di Cafaggio.
E spesse volte duolegli la testa;
credo che stesse a balia ne·Rimaggio:
tant'è salvaggio pare una tempesta.
Tutto lo giorno intorno vo fuggendo,
credendomi campar, davanti Amore,
e s'io trovo nessun, forte piangendo
lo prego che mi celi al mio Segnore.
Oi lasso, con' gran pene soferendo
condotto ho me medesmo in questo errore!
ché, quando i' sono assai gito languendo,
io trovo Amor che m'è dentro dal core.
Così la pena c'ho mi mena e caccia,
che mi fa soferir l'amore amaro,
che spesso il giorno il cor m'arde ed aghiaccia.
E non mi manca pena, ched io saccia;
lo mal m'è vile e 'l ben m'è troppo caro:
Amor, merzé, ch'io non so ch'io mi faccia.