Giobbe

Fede

Virtù

Fede - Speranza - Carità.

Giobbe uomo integro, retto, buono e timorato di Dio, ricco e stimato, non sa ancora quello che si abbatterà su di lui. «Un giorno, in cielo, il Signore fa una convocazione e ne approfitta per manifestare la sua soddisfazione nei riguardi di Giobbe.

La Fede incrollabile di Giobbe

Satana, però, non è di questo avviso. "il Signore a satana: "Hai fatto attenzione al mio servo Giobbe? Sulla terra non c'è un altro come lui: uomo integro e retto, timorato di Dio e alieno dal male". Satana rispose al Signore: "Forse che Giobbe teme Dio per niente? Non hai forse protetto con uno steccato lui, la sua casa e tutto ciò che possiede? Tu hai benedetto le sue imprese ed i suoi greggi si dilatano nella regione. Ma stendi la tua mano e colpisci le sue possessioni e vedrai come ti maledirà in faccia!""(1. 8-11). Satana sostiene dinnanzi a Dio che per Giobbe è facile credere perché è ricco e ha la salute, che la sua fede è interessata e la realtà è che Giobbe "non teme Dio per nulla". Per verificare se Giobbe è giusto per interesse, sarà messo alla prova e Dio ha fiducia che Giobbe la supererà! La sventura si abbatte sulla sua casa, i Sabei predarono i buoi e le asine. Il fuoco di Dio bruciò le pecore e i Caldei rubarono i cammelli. I suoi sette figli e le tre figlie morirono travolti nella loro casa. In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto. È rimasto senza niente e non bestemmia: quindi c'era in lui della virtù!

"Il Signore disse a satana ... "Egli persevera ancora nella sua integrità e senza ragione tu mi hai eccitato contro di lui per rovinarlo". Ma Satana si accanisce e insiste. "Ma stendi un poco la mano e colpisci le sue ossa e la sua carne; vedrai se non ti maledirà in faccia!". Bisognerà toccare Giobbe non solo nelle cose ma anche nella sua stessa persona. Allora il Signore disse "Eccolo in tuo potere! Soltanto risparmia la sua vita"(2, 2-5).

"Satana si allontanò dal Signore e colpì Giobbe di un'ulcera maligna, dalla pianta dei piedi fino in cima al capo ... Allora sua moglie gli disse: "Rimani ancora fermo nella tua integrità? Benedici Dio e muori!". Ma egli le rispose: "Parli come una insensata! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?" (2,7-10). In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra. È diventato lebbroso. A Giobbe ora è stato tolto tutto, ed è stato abbandonato da tutti, anche dalla moglie, ma non si ribella. Gli resta solo la fede nuda senza alcun appoggio. Ecco l'inizio del dramma. Giobbe non sa perché è messo alla prova con tanta sofferenza!

Cominciano in seguito i dialoghi fra Giobbe e i suoi tre amici: Elifaz, Bildad e Zofar. Sono alla ricerca sul senso del dolore e della sofferenza del giusto. Gli amici, nei loro discorsi, sostengono quello che tutti credevano e faceva parte della tradizione ossia, che i dolori e la sofferenza sono segni del castigo di Dio, a causa dei peccati del mondo. Se un uomo soffre molto vuol dire che ha molto peccato. Se chi soffre è un giusto, allora significa che egli sta pagando qualche suo peccato oppure sta scontando il peccato fatto da altri. I tre amici non riescono a mettersi nella pelle di Giobbe.

"Ecco, mi passa vicino e non lo vedo, se ne va, e di lui non mi accorgo. Se rapisce qualcosa, chi lo può impedire? Chi può dirgli: "Che fai?" (9. 11-12). Chi vede Dio? Chi può realmente sapere di Lui?

Giobbe si sente innocente e rifiuta con passione la credenza tradizionale. "Volete forse dire falsità in favore di Dio e per lui parlare con inganno? Volete prendere il partito di Dio e farvi suoi avvocati?" (13, 7-8). Non ci si deve preoccupare di salvare Dio ma l'uomo; è lui che ha bisogno di essere difeso. In questo modo Giobbe intende affrontare veramente il problema di Dio perché è colui che spinge a cercare sempre più e sempre oltre. Il mistero è mistero e non può essere ridotto, rinchiuso in formule.

Dio tace, non parla con nessuno, Giobbe è esasperato dal Suo silenzio, lo sente nemico "Anche se rispondesse al mio appello, non crederei che ha ascoltato la mia voce, lui, che mi schiaccia nell'uragano e moltiplica senza ragione le mie ferite. Non mi lascia riprendere fiato, anzi, mi sazia di amarezze" (9. 16-18).

Giobbe in questi frangenti crede che La responsabilità del male è di Dio stesso! "Però è lo stesso, ve lo assicuro, egli fa perire l'innocente ed il reo! Se una calamità miete vittime in un istante, egli se ne ride della disgrazia degli innocenti. Lascia la terra in potere dei malvagi, egli vela il volto dei suoi governanti" (9. 22-24).

Per Giobbe ci vorrebbe un arbitro per rendere il confronto meno impari. È troppo alto il dislivello tra uomo e Dio "Non c'è un giudice tra noi che ponga la mano su noi due, che allontani da me la sua verga, in modo che il suo terrore non mi spaventi. Allora potrei parlare senza temerlo; poiché non è così, sono solo con me stesso" (9. 33-35).

Nel capitolo 10 il vero problema che Giobbe pone, riguarda l'idea falsa e deformata che gli uomini hanno di Dio. Per molti, credere è diventato un tormento perché realmente Dio è oscuro e inafferrabile. È vero che Dio è creatore e ha fatto bene ogni cosa, ma allora perché ci da la vita e poi anche la morte, ci da il desiderio di crescere, di essere liberi e fecondi e poi tutto viene frustrato e demolito? Si direbbe che Dio ci ha creati per distruggerci, dandoci la vita per poi farci fallire, sempre consumati dalla nostalgia di tutto ciò che in noi è rimasto incompiuto.

Anche il capitolo 16 è un capitolo duro e drammatico, dove Dio è sentito come ostile. Giobbe insiste sulla sua coscienza e sulla sua esperienza di Dio. Nasce un barlume di speranza. Giobbe sa di morire senza aver ricevuto una risposta da Dio, ma intuisce che il suo grido dovrà sopravvivere. Dovrà esserci una giustizia!

Nel capitolo 19, Giobbe ci parla ancora di rivolta contro Dio, ma lui crede anche alla giustizia; Dio deve essere più giusto dell'uomo, Giobbe intuisce che la barriera stessa della morte sarà spezzata.

Nel capitolo 23, Dio è veramente assente, anzi si nasconde proprio quando dovrebbe intervenire a favore del giusto sofferente. Giobbe si sente innocente e non sopporta questa indifferenza di Dio. C'è qui un'intuizione grande sul mistero di Dio: Dio si manifesta nell'oscurità, è presente nell'assenza. Non ci sono altre parole a nostra disposizione per parlare del mistero di Dio nella storia.

Alla fine Jahvè prende la parola. Ci sono due lunghi discorsi sulla creazione; si parla di due animali, l'ippopotamo e i Leviatàn, segno dell'incontrollabile. Dio non risponde direttamente alle domande di Giobbe, ma lo invita a fare il cammino che va dal mistero della creazione al mistero di Dio stesso, per terminare al suo proprio mistero di uomo. Il messaggio è dunque semplice: l'universo è pieno di meraviglie e di misteri che Giobbe non conosce, ma tutte le cose hanno un senso e tutto dipende dalla Sapienza. Giobbe non dimentica che Dio è presente nella creazione, anche quando questa è un mistero per l'uomo. Ciò significa che i criteri umani, sono sempre insufficienti e radicalmente inadeguati a misurare la giustizia di Dio. Cap. 38-41.

Giobbe ora si abbandona, ha capito che è piccolo. Pur non avendo ricevuto una risposta, accetta se stesso, e non parla più della sua innocenza. Questo è forse l'aspetto più importante. In fondo Giobbe, parlando con Dio, anche se lo contestava, continuava però a ragionare secondo la Tradizione: io sono innocente, quindi merito la felicità! Sopravvalutava la sua innocenza! Si accorge che questo gli viene da una falsa immagine di Dio, un Dio secondo criteri umani. Per questo dice che i suoi occhi si aprono su una nuova immagine di Dio. "Riconosco che puoi tutto, e nessun progetto ti è impossibile. Chi è colui che, senza aver scienza, può oscurare il tuo consiglio? Ho esposto dunque senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo. Ascoltami e io parlerò, io t'interrogherò e tu istruiscimi". Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e ne provo pentimento su polvere e cenere". (42. 1-6).

"Ora, dopo che il Signore ebbe rivolto queste parole a Giobbe, disse a Elifaz il Temanita: "La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe. Prendete dunque sette vitelli e sette montoni e andate dal mio servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi; il mio servo Giobbe pregherà per voi, affinché io, per riguardo a lui, non punisca la vostra stoltezza, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe". Elifaz il Temanita, Bildad il Suchita e Zofar il Naamatita andarono e fecero come loro aveva detto il Signore e il Signore ebbe riguardo di Giobbe". (42. 7-9).

"Quando Giobbe intercedette per i suoi compagni, Il Signore cambiò la sua sorte e gli rese il doppio di quanto aveva posseduto" (42. 10).

Questa vicenda ci parla dell'esperienza umana, il problema del peccato, della virtù e del bene e del male. Per noi la sua libertà insondabile, il suo modo di intervenire nella storia dell'uomo, restano un mistero e non abbiamo mezzi né criteri per comprenderli adeguatamente. II senso della sofferenza è nelle mani di Dio.

Giobbe è semplicemente l'uomo, l'uomo universale, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, spinto dalla sua stessa esperienza a mettersi di fronte a Dio, con i suoi interrogativi, la sue intuizioni, le sue paure.

È facile nel momento della prova perdere la fede, non capire il senso della sofferenza e del dolore, ma, se sapremo come Giobbe, affrontare la notte della sofferenza e dei dubbi, chissà che anche noi troveremo nel silenzio, Dio che ci attende. La fede, se è vera fede, deve ergersi sopra ogni avversità, solo così potremmo essere graditi a Dio.

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