Il prossimo

Virtù

Carità

L'amore del prossimo e amore di Dio non sono due precetti distinti, ma due modi dell'unico precetto della carità:

l'amore di Dio si espande nell'amore del prossimo. Si illuderebbe di amare Dio chi non amasse il prossimo.

Carità verso il prossimo

Lo stesso Gesù nel discorso dell'ultima cena insiste sull'amore del prossimo presentandolo come il comandamento "nuovo". Amore del prossimo infatti c'è sempre stato, tanto nel mondo ebraico quanto fuori di esso: l'amore del prossimo è radicato nella natura stessa dell'uomo: è dunque qualche cosa di naturale e perciò di universale. Come può dunque Gesù presentano come il "nuovo", il "suo" precetto?

Presso i pagani la forma più eccellente dell'amore del prossimo era posta nell'amicizia. L'amicizia sarebbe un amore reciproco fra due persone, fondato su una comunanza non solo di natura, ma di atteggiamenti e, soprattutto, di aspirazioni, comunanza per la quale ciascuno è in grado di dare e di ricevere beneficio. Questo dare e ricevere è un risultato dell'amicizia, ma non è il costitutivo, che è dote dell'amicizia è il disinteresse. Si tratta dunque di amore di benevolenza e non di concupiscenza, che nasce da sentimento naturale e non da calcolo.

La forma più eccellente di amicizia è quella fondata sulla mutua partecipazione di beni spirituali, scienza e virtù. Certamente, è questa una ben nobile e alta concezione del rapporto tra gli uomini. Essa si ritrova nella speculazione di non pochi filosofi, antichi, da Aristotele agli stoici, a Cicerone. Le espressioni che definiscono l'amico come alter ego (un altro me stesso) e come animae dimidiurn meae (metà della mia vita), esprimono suggestivamente quanto ne pensavano i pagani.

Anche i libri santi elogiano l'amicizia. Nell'Ecclesiastico mette in guardia contro la falsa amicizia ed esalta la vera amicizia: "chi trova un amico fedele ha trovato un tesoro. Nulla gli si può paragonare, e non è degno tutto l'oro del mondo di essere messo in bilancia con il bene della sua fedeltà. Egli è balsamo di vita e di immortalità...".
Gesù stesso ha sancito questa eccellenza dell'amicizia quando, nel discorso dell'ultima cena, usa il dolce appellativo di amico per i suoi apostoli: "non vi chiamo più servi, vi ho chiamato amici.., voi siete i miei amici...". Ma l'amicizia di cui parla Gesù è qualche cosa di nuovo che si ritrova, e insieme si perde, nel nuovo concetto della carità, diventando amor fraterno: la "fìlia" diventa "filadelfia" secondo la terminologia di S. Paolo e di S. Pietro. Il fondamento non è più uguaglianza di doti o di inclinazioni dei singoli, ma è una uguaglianza più profonda nella partecipazione alla figliolanza divina, donde la fratellanza umana, come si è già visto.

La legge ebraica, accanto al precetto dell'amore di Dio, pone quello dell'amore del prossimo: ma il prossimo è inteso essenzialmente come il connazionale: per l'ebreo il prossimo è colui che fa parte del popolo di Dio: prossimo sono gli Israeliti. Questo è il senso del precetto formulato nel Levitico: "amerai il tuo prossimo come te stesso". Nell'ambito del popolo ebraico la Scrittura invita a un atteggiamento di comprensione e di misericordia. Misericordia per i più meschini: il richiamo ad aver cura dei poveri, dei deboli, degli indifesi, è come una nota che risuona lungo tutti i libri del Vecchio Testamento.

Sulla bocca dei profeti esso si tramuta bene spesso in rimprovero e aspra rampogna per coloro che sono duri di cuore e sfruttano le miserie altrui. Le opere contrarie a queste sono invece opere tutte gradite a Dio e ne attirano lo sguardo benevolo: "non voltar mai la faccia ad alcun povero, e così avverrà che neppure la faccia del Signore si volterà da te" (Tobia 4, 7): misericordia verso i poveri e meschini di Iahvé, compassione verso tutti i fedeli di Iahvé. Questa compassione deve spingersi fino a rinunciare alla giusta vendetta: "non cercare la vendetta e non conservare memoria dell'ingiuria dei tuoi concittadini" (Lev. 19, 18); "non dire: come ha fatto a me così farò a lui, renderò a ognuno secondo quel che ha fatto" (Prov. 24, 29). Non solo non vendicarsi, ma neppure conservare odio nel cuore: "non odierai il tuo fratello nel tuo cuore".
(Lev. 19, 17).

Sono inviti a una ben alta perfezione, anche se di fatto il criterio abituale del comportamento, nel caso delle offese e delle ingiurie, si limitava alla moderazione, ossia che la vendetta non deve essere maggiore dell'offesa: "occhio per occhio, dente per dente, ecc.".
Quest'ultimo criterio, come quantitativo ed esterno, è certo assai più preciso e più facile, da osservare, che non il criterio della rinuncia alla vendetta e quello, tutto interiore, della rinuncia all'odio. Si capisce che gli zelanti della legge, i Farisei, finissero per lasciare in disparte questi e insistere su quello per gli stranieri come ospiti.

Quanto agli stranieri, essi vengono assimilati volentieri ai poveri, ai pupilli e alle vedove ai deboli insomma - verso i quali, come ora si è detto, la legge invoca indulgenza e protezione. Anch'essi parteciperanno al riposo sabbatico anch'essi godranno nelle festività (Deut. 16, 14); anche essi potranno spigolare e raccogliere i resti dell'uva e del vino (Deut. 24, 19-21), ecc. Né mancano i rimproveri e i "guai!" contro coloro che commettono ingiustizia in danno degli stranieri (Deut. 27, 19; Ger. 22, 3-6). Il Levitico giunge persino a raccomandare di amarli: "se un forestiero abita nel vostro Paese, non lo opprimete, ma sia tra voi quasi fosse un nativo del Paese e amatelo come voi stessi".
(19, 33-34).

La ragione addotta per inculcare agli Ebrei questo trattamento umano verso lo straniero è il ricordo della loro cattività egiziana: "ricordatevi che anche voi foste stranieri nella terra di Egitto": è una specie di restituzione. Ad ogni modo si tratta sempre solo di quegli stranieri che vivono in Palestina e vengono considerati, non sotto l'angolo della loro nazionalità, ma - come si è detto - della loro condizione civile indifesa ed esposta ad ogni arbitrio. Sono considerati non come stranieri, ma come pupilli.

Quanto agli stranieri come tali, essi vengono allora considerati come le nazioni, i gentili, in antitesi politica e religiosa con il popolo di Dio: oggetto di disprezzo e in posizione naturale di nemici del popolo eletto. Non si deve dimenticare che tutta la storia di Israele è una storia di lotte contro i popoli vicini per conquistare e conservare la Palestina nella sua indipendenza politica e religiosa. Quindi l'atteggiamento consueto e, quasi, naturale degli Ebrei contro gli stranieri, era quello della diffidenza e dell'odio.

Anche presso i pagani era proverbiale l'odio degli Ebrei contro gli stranieri Tacito, facendosi eco dell'opinione comune, rileva appunto il loro "odio implacabile contro tutti gli altri". Particolarmente i Farisei, chiusi nel loro nazionalismo esasperato, dovevano considerare l'odio dei nemici, gli stranieri, quasi tessera di riconoscimento dell'autentico israelita. Si capisce allora come Gesù, volendo presentare con nitida evidenza il suo nuovo messaggio, potesse contrapporre il precetto nuovo, "amate i vostri nemici", al precetto antico così formulato "amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico".
(Mt. 5, 43).

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