TamTama * 11.2000 * Riministoria * Antonio Montanari

Riministoria
il Rimino

Riministoria. Antonio Montanari

Rubrica n. 783, dal Ponte n. 42 di domenica 26 novembre 2000

Archivio Tam Tama Ultime notizie

Spaesati

Come disfare l'Italia?

Quando, circa quarant’anni fa, si trattava di realizzare il decentramento regionale imposto dalla Costituzione repubblicana (il che avvenne solo nel 1970), la maggioranza di Governo fece di tutto per ostacolarlo. La paura era che tutta l’Italia diventasse ‘rossa’ come l’Emilia o la Toscana. Adesso il gioco delle parti si è invertito.

Nessuno ha più memoria dello scontro politico per quel decentramento regionale, lo stesso Governo procede sulla strada di una nuova riforma che si chiama Federalismo. Il timore attuale è che, una volta cambiate le cose, si abbiano tanti governatori locali ognuno dei quali faccia quello che vuole, infischiandosene delle leggi generali dello Stato e dell’ordinamento costituzionale, nato (non è inutile ricordarlo) dalla tragedia della guerra.

L’Italia ha una lunga tradizioni di divisioni particolaristiche. Stato contro Stato, Città contro Città, Famiglia contro Famiglia. Ci siamo stancati dell’idea di un unico Paese, dalle Alpi alla Sicilia, nato con il Risorgimento, e vogliamo ripristinare le antiche divisioni? Ognuno ha diritto a sognare come crede, ma quella piccola cosa che si chiama coscienza (piccola perché talora è invisibile), dovrebbe portarci a riflettere che il superamento delle antiche barriere avvenne a prezzo molto alto.

Bisognerebbe studiarsi (o ristudiarsi) la Storia. Di fronte alla quale è ovvio che ognuno la pensi come meglio crede: tuttavia, non è fuori di luogo applicare quella vecchia domanda assurda che ruota attorno al "se le cose fossero andate diversamente, come ci troveremmo ora?". Il pontefice ha denunciato le due dittature nemiche dell’uomo, le quali hanno provocato tante tragedie nel secolo che sta per finire. Chi rimpiange certi passati od auspica certe restaurazioni, va contro queste parole ufficiali della Chiesa.

Sotterraneamente si cerca di rileggere il passato con intenzioni false, tra un’indifferenza che non vorrei fossimo chiamati in futuro a riconoscere come nostra colpa, nel giudizio che Qualcuno darà sul nostro operato. Certo che è facile far finta come se nulla accadesse, ma il dovere di testimoniare che non è onesto modificare la Storia per propri fini di parte, non viene mai a cadere. Purtroppo la Storia è difficile da capire.

C’è chi la impone e chi la subisce. Oggi, sentiamo invocare il Dio della Pace, un tempo si invocava il Dio degli eserciti.

Qualcosa, come si vede è mutato, ed in meglio.

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>> Rubrica n. 782, dal Ponte n. 41 di domenica 19 novembre 2000

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Svolgimento

Non c'è più il tema d'Italiano?

Dalla nostra Scuola è scomparso il tema d’Italiano. Non lo sapevo. Leggo la lettera di un liceale di sedici anni che denuncia questo scippo. Con amarezza. Sua. Non mia, tenendo presenti i titoli che circolavano nelle sale docenti. Dove quando formulavi un bell’enunciato, i colleghi te lo copiavano: se fossero stati degli allievi, si sarebbero beccati un quattro sul registro, ed il rimprovero di rito. Il tema è utile se è intelligente.

Famoso quello proposto al Pierino delle barzellette: "Passa il treno". Svolgimento: Mi scanso. Al sottoscritto in prima magistrale, anno 1956, dettero questo: "Piove". Scrissi che sotto l’acqua era bello correre in bicicletta. Idea cretina, fu il giudizio. Quattro il voto, ultimo trimestre, per cui dovetti riparare a settembre. In terza media mi dissero (profilo scritto sulla pagella) che ero negato per le materie letterarie. Infatti, in vita mia non ho poi fatto altro che insegnarle.

Ai miei ragazzi ho sempre suggerito di diffidare dei giudizi che ricevevano da noi insegnanti. Un’allieva ci appariva apatica, indifferente, priva di slancio. Poi venimmo a sapere che si divertiva buttandosi dall’aereo col paracadute.

Accanto al tema intelligente, occorrerebbe salvare il riassunto che permette di farsi capire senza sbrodolare e perdere il filo del discorso. Non so però a quale livello di considerazione sia posto nella Scuola attuale il riassunto: è ritenuto utile, od è censurato come antipedagogico? Per favore, fatemelo sapere. Anch’io ho bisogno d’aggiornarmi.

Abbiamo fatto le elementari, noi degli anni ‘40, con un solo maestro e due testi, sussidiario e libro di lettura. Adesso ogni fanciullo va a scuola con uno zaino pieno come quello di un soldato alla marcia d’addestramento. Quando frequenterà l’Università, si sposterà con un tir?

Noi eravamo promossi, rimandati o bocciati. Adesso ci sono i crediti formativi. Tutto bene, tanto o si sanno le cose o si è raccomandati. Alla fine, l’ignorante legale (quello che non sa di proprio) e quello mascherato (in marcia con i famosi calci nel didietro) si equivalgono in un egualitarismo che potrebbe costituire la base di una nuova democrazia, nella quale poi chi, anziché di crediti formativi, gode di disponibilità finanziaria, può far di tutto: studiare bene in buone scuole o comprarsi le promozioni in quelle cattive; è successo per i docenti, non volete che accada pure per gli studenti?

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>> Rubrica n. 781, dal Ponte n. 40 di domenica 12 novembre 2000

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Curiosi

Se la terra non gira

Dal Forum dell’informazione, svoltosi a Gubbio, sono emersi due dati: la gente legge poco in generale, i giovani per niente. La vendita dei quotidiani è in calo. La colpa non è di Internet. Il male è vecchio. Nel 1969 partecipai a Fiuggi ad un Convegno per insegnanti, organizzato dalla Federazione Italiana Editori Giornali per promuovere la lettura dei quotidiani nelle scuole. Anche allora, allarme sul fenomeno, e tentativi di prendere iniziative.

A Gubbio, dopo 31 anni, è stato spiegato che quel progetto non è decollato. A Fiuggi entrò in sala un gruppo di contestatori al grido di "niente soldi pubblici per le imprese private". Adesso, se ci fossero ancora dei contestatori come allora, rovescerebbero lo slogan, "tanti soldi dello Stato alle aziende editoriali". Lo Stato finanzia i giornali dei partiti, che nessuno sfoglia. Gli altri quotidiani non piacciono granché, se nelle edicole se ne vendono sempre meno.

A Gubbio un sociologo ha spiegato il fenomeno con due concetti: tra i giovani, c’è astensionismo, ed esiste la categoria dei "non lettori orgogliosi di non leggere". E tra gli adulti? Poi, oggi esiste un altro problema: quando si finisce di essere giovani, a vent’anni od a quaranta? Cambia la società, mutano le scale di valutazione: pensate che agli esordi delle tivù un mitico quiz richiedeva ai concorrenti una conoscenza specifica (si andava dall’orario dei treni a memoria, alla vita di Giuseppe Verdi). Poi vennero i fagioli della Carrà, ad uso del pubblico alle prese con il pasto del mezzogiorno o con l’abbiocco alla Fracchia.

Adesso si ritorna all’antico, ma anche i concorrenti dei quiz, al pari delle stagioni, non sembrano più quelli di una volta. I giochi richiedono una preparazione enciclopedica, ed in certi casi le risposte (vere e false) vengono suggerite. Ma alcuni esiti sono particolarmente esilaranti, per non dire penosi. Si può vivere tranquilli lo stesso, senza sapere che è stato Galileo a scrivere dei massimi sistemi dell’Universo. Però, davanti ad un laureato il quale non sa dare la risposta, viene quasi voglia di ipotizzare che si tratti dell’adepto di una setta che si fondi sulla teoria che la terra è piatta, come la sua intelligenza.

A scuola nessuno gli aveva mai parlato di quello scienziato che faceva girare, pure lui, la terra attorno al sole? Forse non si leggono i giornali, perché la scuola non rende curiosi del mondo.

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>> Rubrica n. 780, dal Ponte n. 39 di domenica 5 novembre 2000

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La partita

Gioco pulito tra politici e stampa?

Mettiamola così, immaginiamo che sia una partita amichevole. Una squadra contro l’altra. Da una parte stanno i politici, dall’altra gareggiano i giornalisti. Chiaro? Nelle partite in cui si gioca sul serio, nessuno dei due contendenti vuol fare anche da arbitro, come succede in questi casi. Ovviamente, sono i politici che hanno la pretesa. Il fatto è straordinariamente semplice, come tutte le cose pericolose che non possono presentarsi complesse a causa della debolezza di chi escogita il tranello. Per diffamazione, nel diritto italiano, oggi ci può essere una condanna soltanto pecuniaria che, in quanto tale, in futuro dovrebbe essere considerata inappellabile. Salterebbe il secondo grado di giudizio. Beccata la condanna, per i cronisti, zitti e mosca.

A stabilire l’italica regola sono appunto quelli di una squadra. L’altra dovrebbe obbedir tacendo. Immaginiamo tutti i discorsi sopra i massimi sistemi dell’Universo che potrebbero esser messi in campo per giustificare l’inserimento del reato di diffamazione, come è stato già osservato, nel cesto dove appare pure quello di ubriachezza molesta. Lasciamoli perdere. Viaggiamo terra terra, e chiediamoci: perché succede ciò?

I rapporti tra i politici e la stampa sono ambigui. Amore ed odio. Amore, ovvero corteggiare per essere corteggiati, in una spirale di reciproci favori. Odio, perché non si gradiscono le critiche, non si è sufficientemente maturi per sopportarle, né per aver consapevolezza di un piccolo particolare: chi amministra, governa o dirige, non soltanto deve rispondere a tutti del suo operato, o delle sue mancanze, ma deve abituarsi a sentirsi rimettere in discussione, ogni giorno e da tutti. Invece la cultura politica del nostro Bel Paese, patria dell’antica, orgogliosa espressione che suonava trionfante sulla bocca di tutti (lei non sa chi sono io), ci abitua ogni giorno ad esaltarci narcisisticamente davanti allo specchio (mamma, perché mi hai fatto così intelligente?): non immaginiamo che ognuno di noi può errare anche con le migliori intenzioni di questo mondo.

Pure a me è capitato, in questi anni, di sentirmi rifiutare cortesemente un’intervista da qualche politico. Uno, temendo chissà quali tranelli, mi ha fatto sapere che con me rilasciava soltanto testo scritto. Penso che a voce facesse fatica a mettere d’accordo le sue idee. Logica, sintassi e grammatica spesso sono nemici peggiori dei cronisti.

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