Antonio Montanari
Rapporti culturali e circolazione
libraria
tra Venezia e Rimini nel XVIII
secolo
Sulla
barca che, nel primo pomeriggio di martedì 28 giugno 1740, parte dal molo
di Rimini diretta a Venezia, ci sono il medico e scienziato Giovanni Bianchi
(Iano Planco, 1693-1775), e quattro «fanciulli» suoi concittadini
che vanno a studiare presso Giuseppe Tommasini, maestro originario di
Santarcangelo che da quindici anni abita in laguna[1].
Sono «due Buonamici, un Bentivegna, e un Pallotta»: portano cognomi
importanti. Le loro famiglie, per educarli, cercano un clima intellettuale
più vivace ed aperto di quello riminese (e dello Stato della Chiesa),
caratterizzato da torpori post-arcadici e da paure verso il nuovo pensiero
scientifico.
Il vescovo di
Rimini monsignor Giovanni Antonio Davìa è stato il primo
ecclesiastico in Italia, nel 1722, ad avversare nella propria diocesi la
diffusione del Saggio sull’intelligenza umana di Locke, con largo e
significativo anticipo rispetto alla condanna romana del 1734, in cui egli
giuocò un ruolo fondamentale, giudicando quel filosofo «cento
volte più pericoloso del Machiavelli»[2].
La Biblioteca
pubblica, intestata al suo creatore Alessandro Gambalunga[3],
manca dei libri più importanti apparsi nell’ultimo mezzo secolo:
lo scrive nel 1744 il chierico Stefano Galli[4]
allo stesso Bianchi, preannunciandogli un viaggio proprio a Venezia per
acquistare titoli di varie discipline («Fisica, Storia Naturale,
Medicina, e sue parti, Mattematica, Istoria, &cc»). Galli aspetta i
suggerimenti di Bianchi, in attesa che, dopo le misure precauzionali prese in
sèguito alla peste di Messina, si riaprano i «passi» per
Venezia.
L’incarico
gli è stato affidato dal direttore della Gambalunghiana, conte Lodovico
Bianchelli, intenzionato a modificare certi costumi cittadini: «Spero che
questa Libraria non sarà in avvenire ridotto da ciarle, ma luogo
unicamente di studio, tanto più che il suo degno scolare il Chierico
Galli mi farà da sottobibliotecario»: in questa lettera diretta a
Bianchi (23 ottobre 1742), il direttore gambalunghiano si augura che in futuro
non accada più come «anni adietro», quando alcuni visitatori
ebbero modo di stampare «che la nostra Libraria quanto è copiosa
di volumi altrettanto è mancante d’ogni buon libro, così
essendogli, come egli scrive, stato riferito dall’Ignorante Bibliotecario
che la custodiva». Bianchelli sembra riferirsi al suo immediato
predecessore Antonio Brancaleoni che tenne l’ufficio a partire dal 1715.
Bianchi
non poteva non essere d’accordo: lui stesso aveva scritto, il 27 maggio
1739 a Ludovico Antonio Muratori, che le opere di quest’ultimo non erano
presenti in Gambalunghiana. Contrasta con la disattenzione delle pubbliche
istituzioni culturali, l’interesse agli studi dimostrato dagli allievi
della scuola privata di Planco[5],
per i quali egli svolge il ruolo di consigliere che suggerisce libri
soprattutto in campo scientifico.
Nello stesso
1739, il 2 febbraio, Bianchi scrive a Bergamo al teatino padre Anton Francesco
Vezzosi[6]
che Rimini è «un paese dove non s’intendono gran fatto
novità letterarie, perciò di questo io sarò sempre
più digiuno che Ella che si trova in un paese migliore». Bianchi si
teneva costantemente informato sulle novità editoriali e culturali anche
attraverso i suoi numerosi corrispondenti. Una fonte privilegiata era il suo ex
allievo Giuseppe Garampi da quella Roma considerata dal giovane erudito
riminese come una «città di negozi» in cui si stentava a
trovare «novità letterarie»[7].
La barca dei
quattro studenti riminesi e del dottor Bianchi verso la mezzanotte del 28
giugno si trova in mezzo ad «una burrasca, che non ci permise nemeno
d’entrare nel porto di Chioggia, ma bisognò fermarsi in un altro
Canale vicino chiamato Brondolo, che è un Isola dove ci trattenemmo fino
a mezzogiorno del Giovedì, indi passammo a Venegia», come leggiamo
in una lettera che il 2 luglio Bianchi indirizza a mons. Antonio Leprotti[8],
che era stato suo primo maestro di Anatomia a Rimini e che gli aveva
consigliato d’intraprendere gli studi medici.
E’ un
viaggio nato male: invitato dal vescovo di «Città nuova»
mons. Gasparo Negri[9] a visitare
le «spiagge d’Istria, e del Friuli» nell’autunno precedente,
Bianchi è stato costretto a sospendere e rimandare ripetutamente la
partenza per il «male acuto» manifestatosi in una sua cliente dopo
il parto, come racconta lui stesso a Leprotti. Al quale però non confida
un segreto che possiamo invece leggere nell’autobiografia latina
pubblicatagli da Giovanni Lami[10]:
nello stesso periodo si era ammalata, ed era poi morta, un’altra paziente
a cui Bianchi teneva moltissimo, un’amica che definisce donna superiore
per bellezza, ingegno e costumi. A causa della sua scomparsa, scrive,
provò così grande tristezza che da quel momento gli amici e la
città presero ad essergli insopportabili. Si trasferì dunque a
Venezia, egli spiega, non tanto per divertirsi, come aveva deciso prima, quanto
per liberarsi dal dolore che lo aveva colpito. All’immagine
convenzionale, e per certi tratti molto settecentesca, di Venezia città
del piacere e del vivere sensuale, Bianchi contrappone quella di un luogo su
cui semplicemente proiettare le dolorose vicende personali, da lui narrate con
echi letterari (presenti in tutta la sua autobiografia latina): sembra, fatte
ovviamente le debite proporzioni, di riascoltare infatti il lamento di
Francesco Petrarca che fugge da «ogni segnato calle» per fare
acquetare «l’alma sbigottita» (Canzoniere, CXXIX, Di pensier in
pensier, di monte in monte).
A parte
questo aspetto che tocca non soltanto la sua esperienza umana ma pure la sua
qualità di scrittore non sempre presa in considerazione, sottolineerei
l’importanza che sotto il profilo biografico acquista il viaggio a
Venezia, appunto perché nell’autobiografia latina esso è
collegato a questa dolorosa esperienza d’amore, di cui si dovrebbe tener
conto per una valutazione più completa (o meno superficiale) della personalità
planchiana.
A
Venezia Bianchi si era già recato altre volte in precedenza, come
ricorda in quella stessa autobiografia: nel 1720, quando conosce Benedetto
Bacchini a Padova, e visita la laguna accompagnato dal botanico Giovanni
Caccia, per studiare il litorale veneto, assai pieno d’erbe e di
conchiglie [p. 359]; e nel 1722, allorché familiarizza con Ludovico
Contarini [p. 361].
Anche
nel 1740 Padova figura nel suo diario di viaggio. Gli incontri che vi ha, dal
14 al 16 luglio, non sono soltanto momenti in cui rivedere i «vecchi
amici» quali Morgagni, ma soprattutto occasioni per tentare di
programmare il proprio futuro di scienziato: gli è stata fatta balenare,
da due Riformatori di quello Studio (Pietro Pasqualico e Lorenzo Tiepolo), la
«speranza» di salire sulla Cattedra patavina quale
«Medicinæ professor primarius»[11].
Per molte settimane, durante il suo viaggio, è un susseguirsi di
abboccamenti, promesse, garanzie ed incertezze, sino alla delusione finale[12].
Il 4 luglio incontra a Venezia Giovanni Pasqualico, Riformatore dello Studio patavino
(e fratello di Pietro), a cui dona copie di alcuni suoi scritti.
Dopo
Padova, Bianchi va a Vicenza e Verona, ritornando a Venezia il 23 luglio: lo
stesso giorno e quello successivo, Planco scrive di aver saputo, prima da altra
persona (il tipografo-editore Giambattista Pasquali) e poi dallo stesso
Giovanni Pasqualico, che questi aveva «avuta la bontà di propormi
ai suoi Compagni Riformatori per la Cattedra primaria di Medicina Teorica in
Padova, raccomandandomi con calore ai suoi Colleghi, e lasciandogli questo
ricordo di me giacché egli esce in breve dalla Carica di
Riformatore». Bianchi, come gli precisa Giovanni Pasqualico, era stato
anche «raccomandato dal Sig. Cav. Foscarini Ambasciatore a Roma».
Il 28 Planco apprende da Apostolo Zeno che il Procuratore Tiepolo «avea
risposto che aveano scritto offrendo quel Posto ad un Professore attuale, ma
che non si sapeva, se avesse accettato». Due giorni prima, Bianchi ha consegnato ad Apostolo
Zeno due copie del suo De conchis minus notis (un trattato sui Foraminiferi), destinate
rispettivamente allo stesso Tiepolo e ad un altro Procuratore, Giovanni Emo che
è tra i più importanti protagonisti della vita politica veneziana[13].
(Come si vedrà, all’Emo il volume sarà consegnato
però da altra persona.) Sull’argomento, Planco torna il 30 luglio
ed il primo agosto con il Bibliotecario di San Marco, Zannetti (il quale gli
conferma che il Procuratore Tiepolo aveva parlato in suo favore, ed aggiunge
che «se ora non si veniva» a capo dell’affare di Padova,
«si poteva venire altra volta»).
Il
dottor Bernardino Zendrini[14],
l’8 agosto, lo rassicura: «mi disse che un suo Amico avea parlato
al Signor Procuratore Emo e che questi era restato persuaso di quello che fosse
il bisogno dello Studio di Padova». Il 16, lo stesso Zendrini informa
Bianchi: ha presentato il De Conchis al Procuratore Emo, «il quale
gli aveva detto che credeva che il Piacentini avrebbe accettata la prima
Cattedra di Padova, e quando questi non l’avesse accettata c’era il
Mazzini che dovea esser posto in considerazione avendo stampato».
Apostolo Zeno chiede a Planco «se io avessi accettata quella del Mazzini
quando me l’offrissero, al che io restai dubbioso per non sapere che
sorta di stipendio dieno a Professori della seconda Cattedra».
(Più che questione di denaro, era un problema di prestigio, per Planco.)
La
delusione arriva il 20 agosto, e Bianchi la registra nel suo diario con un
apparente, elegante distacco. Il signor Procuratore Lorenzo Tiepolo gli manda
dire «che era restato molto soddisfatto della visita che io gli avea
fatto, e del mio parlare, e che gli spiaceva che ora per l’impegno corso
col Piacentini non c’era luogo in Padova, ma che egli avrebbe memoria di
me per favorirmi nella prossima vacanza» di Cattedra. Giacomo Piacentini,
nel mondo accademico, è più noto di Giovanni Bianchi, il quale
oltretutto vive in quella lontana provincia pontificia da cui l’anno dopo
scappa, avendo ricevuto l’incarico di insegnare Anatomia umana
all’Università di Siena. (Nell’autobiografia latina, Planco
attribuisce la responsabilità del fallimento della sua candidatura
all’Emo ed all’ascendenza di cui egli godeva presso i colleghi.)
A
Venezia, leggiamo nel diario, Bianchi il 20 luglio apprende che «era
stato creato papa il Sig. Card. Lambertini», suo amico e fautore (come
precisa nell’autobiografia latina). Di Benedetto XIV, appena rientrato a
Rimini, Bianchi scrive ad un conoscente veneziano: «Come uomo
d’età, e di mente robusta fa sperare un buon regimento anche in
pro’ delle lettere e de’ letterati ristabilito però che sia
alquanto l’erario, reso esausto dalle fabbriche, e dall’altre spese
antecedenti».
Questo
conoscente veneziano è Giuseppe Smith, «ricchissimo Mercatante
Inghilese che ha una raccolta grandissima di libri rari»[15],
appunta Bianchi nel diario sotto la data del 2 luglio. Le tappe quotidiane di
Planco sono studiosi, bibliotecari, collezionisti, librai[16]
e tipografi.
Ai
«Tolentini cioè a Teatini», il 4 luglio incontra il
concittadino padre Francesco Maria Banditi[17],
«vecchio amico, uomo di buon senso e che ha molti belli libri
spezialmente di Teologia dommatica, e Polemica, e di belle lettere».
Banditi lo conduce «dal Padre Bergantini suo Confratello uomo garbato il
quale insieme con un Prete che si chiama il Dott. Calza[18]
sta compilando un Dizionario grossissimo italiano dove mi disse che saranno
tutte le voci italiane, e massimamente delle Arti».
Giovanni
Pietro Bergantini pubblica nel 1745 a Venezia presso Pietro Bossaglia le Voci
italiane d’autori approvati dalla Crusca, nel Vocabolario di essa non
registrate[19], in cui sono
‘spogliati’ tre scritti minori di Bianchi, biograficamente
importanti perché costituiscono il suo debutto editoriale: essi
riguardano il fenomeno delle Aurore boreali, e sono stati presentati (tra 1738
e ’40) a Venezia nei tomi XVII e XXI della Raccolta d’opuscoli
scientifici e filologici del camaldolese padre Angelo Calogerà[20].
Di Bergantini ricordiamo un soggiorno a Rimini tra 1715 e 1717, come si ricava
dai Capitoli
della locale Casa di Sant’Antonio[21].
Lui stesso ne parla con rimpianto in una lettera del 1719: «La lontananza
da Rimini troppo mi dispiace, troppo mi sta sul cuore. Ci vuol pazienza. Iddio
vuol così; sia fatta la sua santissima volontà» [22].
Nello stesso 1719, il 7 luglio, Bianchi si era laureato presso
la Facoltà di Medicina e Filosofia dell’ateneo bolognese che aveva
iniziato a frequentare nel novembre 1717, dopo una giovinezza tormentata da
problemi economici conseguenti alla prematura scomparsa del padre, avvenuta
quando aveva soltanto otto anni; e dopo una carriera scolastica alquanto
irregolare e prevalentemente da autodidatta.
All’inizio del gennaio 1718 a Venezia appare il primo
numero del Mercurio storico e politico, un mensile pubblicato
da Alvise Pavini. A Bianchi un suo concittadino, Carlo Antonio Battaglini,
chiede notizie da Rimini su questo nuovo periodico. Bianchi gli risponde da
Bologna che «è un libretto italiano stampato in 12 aguisa
d’una dottrina», e che «ne fanno uno al mese». Bianchi
non ha molta simpatia per questo genere di pubblicazioni, stando a quanto scrive
di due suoi compagni anconetani che studiano con lui Medicina, e che definisce
«sciocarelli» a causa della loro abitudine di «leggere i
giornali di Venezia». Per «questo debole studio», aggiunge
forse con malcelata invidia, essi «sono tenuti, o per meglio dire si
tengono d’essere i primi Uomini del mondo, e perciò danno
temerariamente d’ogni autore in che lingua sia, e che che si tratti il
suo giudicio».
Per comprendere l’atteggiamento di Bianchi verso le
novità editoriali veneziane, ricordiamo che egli a Rimini aveva
frequentato, a partire dal 1715, l’Accademia «di scienze, e
d’erudizione» fondata da Giovanni Antonio Davìa, recitandovi
quattro dissertazioni sulle Odi di Pindaro, oltre a compendiare quelle
altrui in qualità di segretario del consesso. L’Accademia riminese
è simbolo e luogo d’elezione di una mentalità che trionfa
in quegli anni soprattutto nell’Arcadia romana, con gli spiriti eruditi,
più autoritari che moderati, di Giovanni Mario Crescimbeni. Attraverso
le riunioni accademiche riminesi, Bianchi si era abituato ad avere un culto del
passato che oscillava tra rimpianto e progetto di restaurazione di modelli
letterari ormai inadeguati ad interpretare i tempi nuovi. Così gli
sfuggivano i significati di fondamentali esperienze, come quella di Ludovico
Antonio Muratori (1672-1750) che nel 1703 aveva pubblicato i Primi disegni
della repubblica letteraria d’Italia.
Negli altri centri di cultura riminesi all’inizio
del Settecento, il convento domenicano di San Cataldo e la scuola dei Gesuiti,
lo studio della Filosofia è improntato ai canoni
dell’aristotelismo, dai quali si distacca nettamente invece
l’insegnamento impartito al Seminario riminese da Antonio Leprotti
(medico personale di Davìa, e poi archiatro pontificio).
L’ostilità della gerarchia ecclesiastica verso il nuovo pensiero
scientifico è ricordata da Planco nell’autobiografia latina,
quando scrive che ad un padre dei Minimi riminesi, Giovanni Bernardo Calabro,
fu imposto dal suo Generale di allontanarsi dai «giardini di
Epicuro» [pp. 354-355]. Davanti allo scontro tra l’aristotelismo
interpretato in una chiave esclusivamente dogmatica, e la ventata
rivoluzionaria portata dalla rilettura di Epicuro[23]
attraverso Gassendi, Planco sposerà la causa delle innovazioni
introdotte dalla fisica di quest’ultimo.
Al convento domenicano di
San Cataldo è legata la memoria riminese di un giovane veneziano che vi
giunge nel luglio 1720, per iniziare una nuova stagione di studi. Il padre
medico vuole che il ragazzo segua la sua stessa carriera, possibilmente con
maggior preparazione della propria (dall’Umbria se n’è
appena andato, perché guardato con occhio non troppo benevolo dai
colleghi). Quel giovane si chiama Carlo Goldoni, ed è destinato a
diventare allievo del professor Candini, docente di Filosofia, del quale
ricorderà la noia mortale a cui erano improntate le sue lezioni: era
«dolce, savio, erudito; aveva grandi meriti, ma era tomista
nell’anima, non poteva scostarsi dal suo solito metodo»[24].
La logica aristotelica gli rimbomba inutilmente in testa, mentre la passione
intellettuale giovanile corre verso il teatro: ha soltanto quattordici anni, ed
avverte già intensamente la vocazione del commediografo, «il
prurito» (sono parole sue) della composizione letteraria.
Nell’aprile 1721 Carlo
Goldoni frequenta il teatro pubblico di Rimini nel quale recita la compagnia di
Florindo de’ Maccheroni, e dove fa amicizia con giovani attrici che lo
accolgono generosamente pure nelle loro case. Il teatro di Rimini è
nell’ex salone delle Arringhe o dei Parlamenti, nel palazzo comunale: lo
ha costruito nel 1681 l’architetto veneziano Pietro Mauri, su licenza del
Consiglio generale cittadino che gliene decretò la concessione[25].
(Un altro teatro riminese è quello Arcadico di via Clodia, inaugurato dopo
i restauri nel 1732 con un dramma di Apostolo Zeno[26].)
Carlo
Goldoni è ospite del «signor Battaglini, negoziante e banchiere,
amico e compaesano» di suo padre Giulio (originario di Modena). Dopo il
passaggio dall’Umbria a Rimini, la famiglia Goldoni si è divisa:
il padre è ritornato alla città natale, mentre la madre
Margherita Salvioni con il figlio Giampaolo di otto anni, è andata a
Chioggia. Carlo vuole raggiungerla. La celebre pagina della fuga da Rimini e
del viaggio nella barca dei comici verso Chioggia, è costruita con un
grazioso apparato scenico: «Comincio col parlarne al mio ospite, che si
oppone assai vivacemente; insisto, lui ne informa il conte Rinalducci»
(un riminese amico di famiglia, conosciuto a Venezia dove stava con moglie e
figlia); «tutti mi sono contrari. Fingo di cedere, sto quieto; il giorno
stabilito per la partenza metto due camicie e un berretto da notte in tasca;
vado al porto, entro nella barca per primo, mi nascondo ben bene sotto la prua;
avevo con me il mio scrittorio tascabile, scrivo al Battaglini, gli faccio le
mie scusa; è la voglia di rivedere mia madre che mi trascina».
E’ l’addio anche ai princìpi della Scolastica ed ai suoi
sillogismi. Carlo Goldoni ha altri desideri: vuole d’«imparare la
filosofia dell’uomo, la buona morale, la fisica sperimentale».
E’ una confessione che conferma quanto sappiamo dalle altre fonti sulla
chiusura dell’ambiente culturale incontrato a Rimini. Dove il
commediografo veneziano torna nel giugno 1743, assieme alla moglie, durante la
guerra di successione austriaca.
Quando Bianchi si reca a
Venezia nell’estate del 1740, «porta con sé le migliori
monete del suo museo», che fa vedere «ai collezionisti e ai
curiosi», mostrandosi orgoglioso in particolare di un rarissimo
esemplare: «Carlo Goldoni, che ben conosceva Rimini e aveva famigliari i
suoi personaggi, nella commedia La famiglia dell’antiquario, potrebbe essersi ispirato
in una battuta al nostro medico antiquario che andava mostrando con puerile
fierezza nei caffè e nelle botteghe di Rialto il suo Pescennio».[27]
Bianchi non è però un personaggio patetico o puerile come lo si
vuol far apparire, seguendo approssimativi schemi accreditati da una lunga
tradizione biografica colpevole di non aver voluto approfondire la conoscenza
dello scienziato riminese attraverso le tante carte da lui stesso lasciateci.
Da appassionato d’Antiquaria, vanta i tesori della propria collezione con
legittimo orgoglio, anche se con qualche comprensibile eccesso.
Quando sbarca a Venezia nel
1740, Planco non é uno sprovveduto provinciale, ma gode già di
una discreta notorietà proprio per il ricordato De conchis, pubblicato l’anno
precedente presso Giambattista Pasquali, come è attestato da una lettera
del 12 febbraio dello stesso 1740 [FGLB, ad vocem], inviatagli dal teatino
padre Paolo Paciaudi: nella bottega di Pasquali («uomo pieno di
cortesia»), «ove stavano a crocchio alcuni saccenti, si
ragionò di molto sull’erudito Dottor Bianchi».
Nel
diario veneziano il 6 luglio Bianchi ricorda l’incontro con un giovane
studioso, il medico ed elettrologo Eusebio Sguario che aveva licenziato due
anni prima a Venezia presso Bossaglia una Dissertazione sopra le aurore
boreali:
«Riconoscendomi fecemi un complimento, e molte esibizioni, segno che egli
non ha letto l’ultimo tomo degli Opuscoli del Calogerà cioè
il XXI», dove Bianchi lo critica definendolo «cotanto
Saccente»[28].
Del
successivo tomo XXII degli Opuscoli, in cui presenta una sua
«Pistola sovra una Bambina nata in Sant’Elpidio con due
teste»[29], Bianchi
prende visione proprio a Venezia presso il ricordato dottor Bernardino
Zendrini.
Il 9
luglio, nella bottega di Pasquali, Planco incontra il padre lettore Antonini, domenicano de’
Gesuati, «uomo di buona mente con cui si discorse di varie cose, e si
lesse l’estratto fatto nelle Novelle di Firenze del mio libro, il quale
estratto è fatto molto favorevolmente». Bianchi si riferisce
all’articolo pubblicato da Lami (25 giugno 1740, n. 26), dove si
recensisce il De conchis, e si dice che l’autore è celebre medico ed
anatomico rinomato, «ben fondato nelle cognizioni delle migliori
Filosofie, e delle Matematiche, e peritissimo della Storia Naturale, e della
medesima diligente osservatore»[30].
Già nel n. 7 delle Novelle (12 febbraio) Lami si era occupato del De conchis, scrivendo che quel libro era stato
recensito nel primo volume del veneziano Giornale de’ Letterati
d’Italia, il
quale faceva sèguito a quello di Apostolo Zeno. Nel giro di pochi anni
il De conchis
è conosciuto a livello europeo, come ci avverte ancora una volta il
foglio di Lami (12 aprile 1743, n. 15), dove leggiamo che Bianchi, per le sue
scoperte in questo campo, è stato definito «Linceo» da Gian
Filippo Breynio, professore di Storia Naturale in Danzica[31].
Il De conchis aveva fatto conoscere per via epistolare
a Bianchi un sacerdote di San Vito al Tagliamento, l’abate Anton Lazzaro
Moro il quale il 3 agosto 1739 gli aveva chiesto in omaggio una copia del
volume: «Arrivatami in questo estremo Canton d’Italia, dov’io
dimoro, la contezza dell’esser alla luce delle stampe uscita
un’Opera di V. S. Ill.ma trattante De Conchis minus notis, proccurai subito procacciarmene da
Venezia una copia. Ma n’ebbi in risposta che V. S. Ill.ma con
Generosità propria d’un’animo grande ricusa di esporre
l’Opra sua in vendita, e che l’ha destinata in dono a que’
soli, che degni di tal’onore saranno da lei riputati»[32].
Aveva aggiunto Moro: «Vado anch’io scrivendo sopra l’andata
delle Marine Produzioni su’ monti: e se ma’ in acconcio caderammi d’inserirvi,
non solo il di lei riverito Nome, ma i di lei pregiati sentimenti ancora, lo
farò certamente co’ dovuti segni di stima e d’onore, unendo
le mie fioche voci al rimbombo di colei, Che trae l’uom dal sepolcro,
e in vita il serba».
Il 31 agosto Moro ringrazia Bianchi per la generosità e la prontezza con
cui ha aderito alla sua richiesta[33].
Di origini modeste, Moro intraprende la
carriera ecclesiastica presso il Seminario di Portogruaro, divenendo sacerdote
nel 1710. Negli anni successivi approfondisce gli studi di Anatomia,
Fisiologia, Lettere, Matematica, Meccanica e Storia naturale. Nel 1721 assume
la direzione del Seminario di Feltre, insegnando pure Filosofia. Quindi apre un
collegio privato a Portogruaro, trasferito poi a San Vito[34].
Il trattato di Moro, intitolato De’
crostacei e degli altri marini corpi che si truovano su’ monti, proprio nel luglio 1740 era in
composizione a Venezia presso il tipografo Stefano Monti. Bianchi ne parla 6
luglio con il libraio Giovanni Manfré, a cui Moro fa capo per la sua
corrispondenza e per scambi di libri[35].
Dal diario planchiano apprendiamo che «questo libro non s’era per
anche potuto cominciare a stamparsi a cagione che avea incontrate delle
difficoltà col Sant’Uffizio»[36].
Il 4 agosto finalmente (chez Pasquali) avviene l’incontro fra
Bianchi e Moro che il riminese, nelle annotazioni di viaggio, definisce
«suo amico». L’argomento della conversazione è
«l’andata de’ Corpi marini che su monti si trovano», lo
stesso che riempie la loro corrispondenza ed il trattato De’ crostacei. Quattro giorni dopo, l’8
agosto, Bianchi dedica un velenoso paragrafo del diario proprio al libro di
Moro: «Sarà più di 60 fogli in 4° con otto figure in
Rame. Egli ne stamperà 1.000 copie, e paga 19 lire per foglio.
L’opera dunque sarà lunga, ma non so poi se da per tutto
sarà squisita, attesocché non sembra il Sig. Abate gran filosofo,
né molto informato della materia che ha intrapreso a trattare».
Il carteggio[37]
chiarisce a sufficienza l’origine di questa severa sentenza in cui
Bianchi ancora una volta esprime il suo atteggiamento da dotto talora arcigno e
talaltra pur anche dogmatico, che sentenzia soltanto grazie al suo ruolo di
maestro ed erudito, indipendentemente dalla validità scientifica delle
proprie opinioni o degli altrui risultati. (Nelle Leggi dei rinnovati Lincei, 1745, Planco
scriverà paradossalmente che prima vengono i pareri dei
«dottissimi filosofi», poi «l’investigazione della
stessa natura»). Secondo Moro, la crosta terrestre è stata
cacciata «dal fondo del mare insù [...] da sotterranei
fuochi» [p. 245]. Invece Bianchi propende per quella
«comunissima» opinione «che al Diluvio rapporta
l’andata de’ Marini Corpi su’ monti»[38].
Il libro (in cui ripetutamente si cita
il De conchis di
Bianchi), sarà pronto soltanto il 23 settembre: il giorno successivo
Moro ne invierà una copia a Bianchi, scrivendogli: «Vi
troverà per entro alcuni pensieri discordanti da’ suoi, ma non
impertanto io spero, ch’ella non sarà per dispettarsene: anzi ho
questa fiduzia, che additarmi ella non ricuserà qual’impressione
facciano nell’animo suo sì fatti miei pensieri, e le pruove
loro»[39].
La lettera reca un post scriptum: «Il libro si è
consegnato nella barca del Paron Domenico Riga, che partirà questa sera:
e si è accompagnato con una finta lettera segnata col di lei riverito
nome». Secondo il primo editore delle lettere di Moro a Bianchi,
Francesco Luzj (1897), «questo sotterfugio [...] forse fu adoperato per
evitare le noie della dogana e del S. Uffizio» [40].
L’ipotesi è confermata, per quanto riguarda il controllo
religioso, dalla frase (inedita) che ho riportato dai diari planchiani, dove si
apprende che il ritardo nella pubblicazione del volume di Moro derivava dalle
«difficoltà col Sant’Uffizio».
Ciò
che metteva in sospetto i censori dell’opera di Moro, è quel suo
sostenere, come lo stesso sacerdote scrive a Bianchi il 7 aprile 1740, il
primato delle «chiare ed innegabili verità o delle
Matematiche» rispetto ai «mille interpretamenti» a cui
possono essere sottoposti i «Detti della Santa Scrittura». «Io
per me queste due massime stabilisco», aggiunge Moro: il diluvio, in
quanto miracolo, «è inesplicabile»; invece, monti e corpi
marini che vi si trovano, «sono cose fisiche, visibili e
palpabili». Quindi indiscutibili. Osserva Luzj: «Certo è
coraggioso il prete che dice così, ma bisogna pure pensare ch’egli viveva sotto il governo della
repubblica Veneta, mentre Bianchi era sotto il dominio pontificio»[41].
Ce n’era a sufficienza,
nell’opera di Moro, per far dubitare il Sant’Uffizio[42]:
il quale, se sospettò, non ne impedì la diffusione. Diversa
sarà la sorte di un progetto editoriale di Bianchi, nel luglio 1744.
Bianchi vuole pubblicare in Firenze presso Pietro Gaetano Viviani[43]
la Breve storia della vita di Catterina Vizzani Romana che per
ott’anni vestì abito da uomo in qualità di Servidore la
quale dopo varj Casi essendo in fine stata uccisa fu trovata Pulcella nella
sezzione del suo Cadavero[44]. Quell’autorità
ecclesiastica si oppone «a cagione della parola piuolo che si mentova, e della descrizione
che si fa del mal francese che quella donna diceva d’avere».
(«Anzi per parere uomo da vero un bel Piuolo di Cuojo ripieno di cenci
s’era fatto, che sotto la camiscia teneva, e talora, ma sempre coperto a
suoi Compagni per baldanza di soppiatto mostrava», leggiamo nella Breve
storia. Circa
l’altro particolare «del mal francese», Catterina con un
Cirusico per due volte se ne dichiara affetta, e finge ovviamente di assumere i
rimedi consigliati. In sintonia con questo atteggiamento, alle lavandaie che
invece le interrogano perché vedono le sue camicie imbrattate
«come quelle delle Giovani Donne a certa stagione», Catterina
risponde che ciò procedeva «da piccolo male, che per amor di donne
gli si era appiccato».)
Bianchi si difende sostenendo che non
poteva togliere «una cosa di fatto, ed essenziale alla storia, e che non
era né contro la religione, né contro i buoni costumi».
Allora pensa di rivolgersi a Pasquali in Venezia, ma anche qui il Revisore per
l’Inquisizione gli contesta quel «piuolo». Planco decide di
puntare nuovamente su Firenze: pure stavolta sorgono altri ostacoli (è
sfavorevole anche il Nunzio apostolico). A questo punto egli rinuncia alle
autorizzazioni, e affida, su consiglio di Giovanni Lami, al tipografo
fiorentino Andrea Bonucci un’edizione alla macchia.
Bonducci, nato nel 1715, è
abituato a stampare clandestinamente: nel 1747 sarà punito per questa
attività illegale, che egli giustifica adducendo gravi motivazioni
economiche («Sono talmente povero, che per sussistere con onestà
sono stato costretto ad intraprendere un negozio di stampa, dove colla mia
fatica, ed attenzione vivevo e facevo vivere»[45]).
Quando Bianchi gli propone il proprio testo, Bonducci ha da poco rilevato la
tipografia (in via della Condotta) che aveva ridotto in estrema miseria il
precedente titolare, Giovan Batista Stecchi. Viviani non ha voluto rischiare
con un’edizione clandestina, avendo subìto nel settembre
dell’anno precedente una perquisizione nella propria stamperia.
La Breve storia esce dunque a Firenze, ma con la
«falsa data» (cioè il falso luogo) di Venezia, e reca oltretutto
il nome di un tipografo realmente esistente in quella città, Simone
Occhi. Dalla documentazione restataci degli archivi personali di Bianchi, non
è possibile ricavare altre notizie: le uniche lettere di Simone Occhi
conservate da Planco sono di un periodo successivo (partono dal 1759). Ma, a
confermare l’ipotesi che il nome di questo tipografo veneziano sia stato
apposto a sua insaputa, ci sono il Catalogo delle opere planchiane del 1757 (dove
la Breve storia
è l’unico testo di cui siano precisati soltanto luogo e data,
senza l’indicazione dello stampatore), ed un’epistola di Antonio
Cocchi che ricorda l’infruttosa ricerca dell’operetta a Venezia
presso il medesimo Simone Occhi[46].
Il quale nel 1777 invece stamperà l’Orazion funerale in onore di Iano Planco, composta dal
suo allievo Giovanni Paolo Giovenardi[47],
e da questi recitata a Rimini nel Palazzo pubblico il 5 dicembre 1776.
Per celebrare Planco fu scelto Occhi e
non Pasquali, con il quale Bianchi aveva tenuto una fitta corrispondenza
d’affari[48], forse
perché in sospeso con Pasquali c’erano dei debiti, anche se
«in poca quantità», come leggiamo nel testamento di Planco
del 5 giugno 1773. Occhi era un semplice libraio: aveva bottega senza
stamperia, al contrario di Pasquali che al negozio univa anche la tipografia.
Nel suo testamento, Bianchi aveva
disposto tra l’altro che l’orazione funebre in suo onore, senza
l’obbligo di recitarla, venisse stampata «in 4° in buona carta,
non in Rimino, né in Pesaro, ma in Cesena, o altrove ove siano buoni
caratteri», con una tiratura di «cinquecento copie per
distribuirle»[49].
La scelta cadde su Venezia forse per poter dare maggiore diffusione allo
scritto commemorativo di Bianchi, e quasi simbolicamente sigillare con il nome
di quella città un’avventura intellettuale che ad essa aveva fatto
sempre riferimento, lungo il suo inquieto cammino.
Pasquali, negli anni successivi alla
visita del 1740, pubblica di Bianchi varie opere, il De’ Vescicatori (1746), il De Monstris (1749, in due edizioni), l’Arte
comica (1752), il Vitto
pittagorico (1752).
L’Arte comica
gli procura una rapida ed «improvvisa», così la chiama
Giuseppe Garampi, condanna all’Indice nello stesso anno della stampa[50].
Probabilmente la causa dell’avversione che Planco incontrò negli
ambienti ecclesiastici sia riminesi sia romani con questo scritto, sono da
rintracciarsi nella posizione eretica apparsa nel De Monstris, dove mette in discussione la
perfezione naturale, presupposta dai filosofi scolastici.
Pasquali è anche colui che quasi
sempre rifornisce Planco delle novità editoriali. Quando esce nel 1738
il quarto tomo «delle Mattematiche del Wolfio», padre Vezzosi da
Bergamo prega Bianchi di procurarglielo a Venezia, avendo inteso che il medico
riminese aveva «il comodo» di farselo inviare da quella
città. Bianchi riceve quel volume non da Pasquali ma da un
«amico», del quale si lamenta con lo stesso Pasquali: quel tomo gli
«costerà assai più che se l’avessi preso da
lei». Questo «amico», precisa con Vezzosi, è «un
libraio di Venezia da cui io gli avea presi gli altri tre tomi delle opere
mattematiche del Wolfio, da cui io avea scritto molte volte per avere il
quarto, egli non aspettando ora che di nuovo glielo commettessi, me l’ha
spedito, ed io per non aspettare altro ad avere il compimento dell’opera
l’ho preso a quel prezzo che mel metteva, benché un altro libraio
nello stesso tempo m’esibisse di farmelo venire da Torino per un prezzo
che sarebbe quasi stato un quarto di meno. Io porto a Lei questa notizia
acciocché possa intanto disporre di quello che avea fatto ordinare a
Ginevra se mai le giungesse». Vezzosi riceve il tomo da Ginevra al prezzo
di 18 paoli. Bianchi commenta: quel prezzo «è una cosa discreta
essendo più del quarto meno di quello che me l’ha fatto pagare un
ingordo libraio in Venezia»[51].
(Bianchi, tramite Vezzosi, si servì in varie occasioni «di
mercanti bergamaschi per l’acquisto di libri in Isvizzera»[52].)
Un altro nome che ricorre spesso nella
storia personale di Planco, sia come editore sia come corrispondente, è
quello di padre Angelo Calogerà, già ricordato a proposito di
alcuni scritti di Bianchi sulle Aurore boreali, ospitati nella Raccolta
d’Opuscoli scientifici e filologici. Per completare le informazioni, occorre aggiungere che
nel 1743 Calogerà gli pubblica (tomo XXVIII, pp. 331-350) una Relazione
dell’Epidemia di buoi, che fu l’anno 1738; nel 1746 (tomo XXXIV, pp. 241-258),
la Descritione del Tremuoto avvenuto nel 1672; nel 1747 (tomo XXXVII, pp. 361-408), il
testo della dissertazione De’ Vescicatori uscito in volume l’anno precedente;
e l’importante Storia medica d’una postema nel lato destro del
cerebello (1751, tomo
XLVI, pp. 169-200), che era il testo d’una dissertazione tenuta da
Bianchi il 28 maggio 1751 nei suoi Lincei riminesi. Si tratta
dell’esame anatomico riguardante un bambino di nove anni, il contino
Giambattista Pilastri di Cesena, morto «ex Apostemate in lobo destro
Cerebelli».
Planco
qui dimostra che una lesione del cervelletto provoca una paralisi nel corpo
dalla stessa parte del lobo offeso, non in quella opposta come accade per il
cervello. Un’anticipazione di questa dissertazione che aprì lunghe
e «feroci polemiche»[53],
era stata fornita da Bianchi pochi mesi prima in appendice alla seconda
edizione del De Monstris. Su questo argomento Bianchi ritorna
con una Lettera che Calogerà stampa nel III tomo
della Nuova raccolta d’opuscoli scientifici e filologici
(1757, pp. 105-128), mentre l’anno precedente (1756, II tomo) gli ha
pubblicato il De urina cum sedimento ceruleo (pp. 1-10), e
due lettere sull’annosa questione del Rubicone[54]
che divideva duramente, anche allora, i romagnoli (pp. 321-378). Del 1759,
sempre nella Nuova raccolta, è una dissertazione
anatomica (tomo V, pp. 3-19 e 93-103), mentre risale al 1763 uno scritto
archeologico sul Panteo Sagro[55]
riminese (tomo X, pp. 365-456). Nello stesso anno Bianchi pubblica pure, sia
sulle Novelle di Lami (XX, coll. 153-157) sia nelle
veneziane Nuove Memorie per servire all’Istoria letteraria (I,
pp. 356-358), la Lettera sull’inoculazione del vaiolo,
inserendosi con parere contrario[56]
nella discussa questione a fianco di un altro medico, il conte Francesco
Roncalli Parolino, il quale fu accademico dei Lincei riminesi.
Sugli
Opuscoli calogeriani appaiono infine scritti di alcuni autori
che sono legati culturalmente a Bianchi. Ricordiamo la dissertazione lincea del
medico marchigiano ed accademico planchiano Gaspare Deodato Zamponi[57],
sulla riproduzione dei vermi negli intestini del corpo umano (Raccolta,
tomo XLVII, 1752, pp. 83-116), in cui si sostiene, erroneamente, che essa avviene
per parto e non con uova. E i Due discorsi
dell’abate Giovanni Antonio Battarra, allievo e collaboratore[58]
di Bianchi, sopra la fabbrica del porto[59]
di Rimino (Nuova Raccolta, tomo X, 1763, pp. 457-516).
Altri
testi planchiani appaiono a Venezia nelle Nuove Memorie
(IV, 1760, pp. 230-234, lettera al padre Raimondo Adami di Firenze; pp.
289-296, lettera al dottor Giovanni Calvi di Milano; V, 1761, altra lettera al
padre Adami, pp. 162-165).
Alcuni dei lavori di Bianchi usciti Opuscoli
calogeriani, come le
lettere sul Rubicone ed il Panteo Sagro[60], erano stati pubblicati in precedenza
nelle Novelle di
Lami. Quest’elemento, cioè l’uscita fiorentina in prima
battuta e la successiva riproposta veneziana, indica uno spostamento
dell’attenzione di Bianchi verso un differente orizzonte geografico,
proprio mentre il baricentro culturale italiano si sposta da
Venezia a Firenze: qui si fa largo «una mentalità nuova nella
ricerca storica», mentre in Terra di San Marco si avvertono, sulla vita
intellettuale, le conseguenze di una più vasta crisi politica[61].
Anche nel secolo precedente, Venezia
era stata per Rimini un importante centro editoriale di riferimento: Bianchi lo
sapeva bene, attraverso letture ed indagini bibliografiche. Egli stesso, nella
biografia di Marco Battaglini[62],
ricorda che questi aveva pubblicato a Venezia nel 1685 la Storia generale di
tutti i Concilii,
accrescendola in una seconda edizione apparsa tre anni dopo; e, tra 1701 e
1711, gli Annali del sacerdozio e dell’Impero. Trattando degli Annali, Planco aggiunge che il primo tomo fu
stravolto all’insaputa del suo autore perché dai censori non erano
state approvate alcune cose «quae aliquo pacto maiestati eorum
reipublicae adversari viderentur»: l’episodio gli permette di
concludere che «libri manu exarati semper videntur praeferendi, quippe
qui genuinam Auctoris mentem ostendunt ab omni Censorum metu, et Impressorum
ignoratia, vel malitia, semotam» (pp. 127-128).
Carlo Tonini ricorda[63]
che molti autori riminesi pubblicarono a Venezia nel XVII secolo. Il nome di
Giovanni Battista Buonadrata (1662-1706) appare in un’antologia del 1678
degli accademici romani che si chiamavano Infecondi. Cesare Latino Brancaleoni
stampò opere teatrali (Floridoto, 1647 e Alcindo, 1651). Francesco Moderati, due commedie (La
Giardiniera, 1615 e La
finta Schiavetta,
1626).
Giuseppe
Malatesta Garuffi (1655-1727) presenta a Venezia nel 1720 un Frasario che
è la raccolta, come recita il sottotitolo, «di varii ingegnosi e
pellegrini Translati, Metafore e Frasi». Garuffi, sacerdote, è
stato dal 1678 al 1694 direttore della Civica Biblioteca Gambalunghiana, ed ha
compilato tra l’altro una storia delle accademie italiane, L’Italia
Accademica, il cui primo ed unico volume a stampa è
apparso nel 1688: di essa ha riferito Apostolo Zeno in una lettera del 1698. (Garuffi aveva
avviato un ampio progetto, sotto il titolo di Bibbioteca Manuale degli
Eruditi: di lui, Planco avrebbe voluto scrivere una biografia
per i Memorabilia di Lami.)
Per ricordare la presenza riminese a
Venezia, va aggiunto che nel 1659 il riminese Giovanni Matteo Bustroni è
creato Custode della Biblioteca di San Marco.
Tra
gli Incogniti di Venezia (accademia fondata nel 1630 da Gian Francesco
Loredano, personaggio caratterizzato da «una straordinaria
doppiezza»: Inquisitore di Stato e burocrate di carriera, strumentalizza
«a favore suo e degli Incogniti la protezione del potere pubblico»[64]),
troviamo aggregati i riminesi Lodovico Tingoli, autore con Filippo Marcheselli,
de I cigni del Rubicone (Bologna 1673), e Stefano Bonadies: le
loro biografie sono pubblicate nel 1647 nel volume Le glorie degli Incogniti.
(L’esemplare esistente in Gambalunghiana proviene dalla biblioteca
personale del cit. padre
Francesco Maria Banditi il quale lo lasciò a quella dei Teatini
riminesi.) Nel profilo di Bonadies, che si era laureato a Padova in Filosofia,
e che è detto «poeta di molto grido» (p. 402), si definisce
Rimini «Città nobilissima della Romagna» (p. 401). Filippo
Marcheselli fu autore di molti drammi, stampati anonimi, che furono rappresentati
nei teatri veneziani[65].
Le Opere di Gian Francesco Loredano, fondatore degli Incogniti,
appaiono in un atto notarile del 1719 relativo alla famiglia riminese degli
Agolanti[66], contenente
l’inventario delle «quattro scanzie di
libri» conservati in un «camerino ad uso di biblioteca al primo
piano», che ci permette di studiare la diffusione delle opere a stampa e
la circolazione delle idee in un lungo periodo a cavallo fra il XVII ed il
XVIII secolo: quasi un terzo di titoli è legato alla Storia, ma non
mancano le letture spirituali e religiose, che assommano ad una ventina di
titoli sul totale di 192 libri elencati[67].
Le
provocazioni veneziane nella «biblioteca Agolanti» sono ben
rappresentate dal Principe
Hermafrodito, bizzarra
storia di camuffamenti di una fanciulla presentata a corte come uomo e che poi
si traveste da donna, assumendo il ruolo di sorella del principe. Ne è
autore Ferrante Pallavicino, appartenente alla veneziana Accademia degli
Incogniti: egli scrisse pure il Divorzio celeste, un pamphlet antiromano che lo confermava al
margine della cultura cattolica ufficiale, in pericolosa contiguità
d’intenti con i pensatori libertini; e altre opere contro i Gesuiti ed il
papa Urbano VIII, per le quali fu catturato e condannato a morte come eretico
nel 1644 ad Avignone. (Nel 1636 aveva abbandonato l’abito ecclesiastico
vestito quattro anni prima alla Casa della Passione, e nel 1640 si era
trasferito in Germania, convertendosi al calvinismo.)
Infine,
segnalo che sono ben oltre
ottanta, a partire dalla fine del XVI secolo, le opere con edizione di Venezia
rintracciabili sulla base delle scarne e confuse annotazioni notarili relative
alla biblioteca Agolanti, composta di circa duecento volumi.
Nella
biblioteca personale di Alessandro Gambalunga[68],
così come essa risulta da atto del notaio Mario Bentivegna (1620),
figurano 1.439 titoli, corrispondenti a circa duemila volumi: le opere
pubblicate da editori veneziani sono 371 (quasi il 26%), quelle provenienti da
Anversa, «il secondo luogo più rappresentato», sono 68
(circa il 5%), alle quali fanno sèguito le 60 di Lione[69].
A
Rimini nel 1580 era arrivato dal Veneto, e forse proprio da Venezia, il
tipografo Giovanni Simbeni la cui ditta lavorò sino al 1693,
«usando come marca una gru con una pietra nella zampa destra sollevata ed
il motto Vigilat nec fatiscit. (Stessa marca è usata a Venezia da Giacomo
Simbeni, probabilmente suo parente»[70]).
Dalla sua stamperia uscì il 10 agosto 1660 il primo numero (rimastoci)
della Gazzetta di Rimino, le cui notizie «cominciano sempre da Venezia; indi
seguono quelle di Roma, di Napoli, di Parigi, di Londra, di Vienna ecc. Qualche
parte vi hanno anche le notizie locali»[71].
Giovanni Simbeni era stato preceduto all’inizio del Cinquecento dal
veneziano Bernardino Vitali, mentre nel 1782 arriva a Rimini un bassanese,
Giacomo Marsoner, che si mette a stampare con successo «all’insegna
della Provvidenza»[72].
Abbiamo visto all’inizio del nostro discorso che Bianchi, nel
suo viaggio in barca, era stato accompagnato da quattro giovani riminesi che
studiavano a Venezia. Nel diario planchiano, incontriamo un altro concittadino
colà trasferitosi, il «marchesino Carlo Buonadrata», di una
delle più illustri famiglie della sua patria (alla quale appartenne il
ricordato accademico Infecondo Giovanni Battista Buonadrata), di gran lunga
più importante, in quegli anni, dei Buonamici, Bentivegna e Pallotta
già ricordati. «Il Sig. Marchesino», appunta Bianchi,
«vive molto sobriamente in una casa angusta, e non ricevendo da casa che
il puro suo mantenimento, non avvanzandogli alcun denaro per fare alcuna spesa
per sé, o per servire alcun suo amico, come egli mi disse».
Educazione spartana, si potrebbe pensare; ma forse siamo più vicini al
vero se ricordiamo le scarse sostanze a cui la nobiltà dello Stato della
Chiesa s’era ridotta in quegli anni: a Rimini il 5 febbraio 1741, con
«lo Statuto esclusivo delle Femmine», per dare «riparo allo
scadimento delle Famiglie», si era ad esempio provveduto ad una
«vantaggiosa conservazione delle Case» privando le figlie delle
rispettive eredità, eccettuata la parte legittima, in presenza di eredi
maschi nella prole. Due decenni più tardi, nel 1763 si comincia a
pensare ad un provvedimento che rafforzi i patrimoni famigliari, attraverso la
proibizione dei matrimoni cosidetti «diseguali». Sono tutti atti
che documentano un malessere sociale della vecchia nobiltà costretta a
fare i conti non soltanto con i propri debiti, ma pure con le pretese di una borghesia
in forte ascesa.
Nel
diario veneziano del 24 luglio 1740 Bianchi racconta il suo incontro con il
padre rettore del Collegio dei Nobili di Murano, con cui «si discorse di
varie cose, e spezialmente dell’abuso di porre i figliuoli ne’
Collegi». In queste parole, si avverte come il ricordo di uno spirito di
libertà che aveva portato Planco, a soli undici anni ad abbandonare la
scuola dei Gesuiti, rifiutandone la didattica o per meglio dire la pedanteria.
Proprio nel 1740 Antonio Vivaldi lascia il suo incarico di
maestro di violino e compositore presso l’Ospedale della Pietà,
che è uno dei quattro collegi (o «conservatorj») dove si
cerca di dare alle ragazze orfane od illegittime una formazione
artistico-musicale per una carriera dignitosa che le riscatti dalla condizione
d’origine, ma che tale sovente resta soltanto nelle speranze e nelle
illusioni. Gli altri tre «conservatorj» sono l’Ospedaletto,
gli Incurabili ed i Mendicanti.
I nomi degli Incurabili e dei Mendicanti ricorrono nella vicenda
di Serafina Mularoni (ambientata fra 1794 e ’98). La ragazza, non essendo
né orfana né illegittima, deve pagare una regolare retta, a cui
dovrebbe provvedere il poeta riminese Aurelio De’ Giorgi Bertòla
(1753-1798), assieme ad una zia della giovane originaria di Verucchio.
Bertòla però naviga in brutte acque: agli amici dichiara apertis
verbis la
propria miseria, ha una grave malattia, e lo preoccupa l’evolversi della
situazione politica e militare che esporta anche in Italia, con le armate
napoleoniche, gli effetti della rivoluzione francese.
Alla ricerca di un impegno economico
per lui meno gravoso di quello richiesto dai «conservatorj»
veneziani, Bertòla colloca in un secondo momento, e per breve tempo,
Serafina Mularoni in un monastero pesarese. Alla fine è costretto a
convincerla di rinunciare all’idea di prendere l’abito, non potendo
trovare nessun aiuto nella famiglia di lei, povera gente con il padre
«falegname monco e malconcio tutto». E così Serafina diviene
la governante dello stesso poeta, durante i lunghi mesi della sua malattia,
prima di trovar marito, e forse una vita normale.
Il nome di Venezia torna due volte
nella storia personale di Bertòla degli ultimi anni della sua vita. La
prima è per la collaborazione al Nuovo Giornale Enciclopedico
d’Italia[73]. che non cessò le
pubblicazioni nel 1796 con la morte della curatrice Elisabetta Caminer Turra,
figlia del fondatore Domenico[74],
ma continuò nel ’97 presso il tipografo-libraio veneziano Giacomo
Storti, avendo quale redattore proprio il poeta riminese che dovette sottoporsi
ad una fatica «più grande ch’io non credeva».
La
seconda occasione veneziana è molto più complessa e tormentata[75].
Il 21 ottobre 1796 Bertòla parte in diligenza da Rimini e fa tappa ad
Imola. Il giorno seguente raggiunge Bologna, dove si ammala e rimane fino al 2
dicembre. A molti dei suoi corrispondenti egli lascia credere di aver
abbandonato Rimini per recarsi a Pavia, allo scopo di riottenere la pensione
d’insegnante in quell’Università, e di riscuoterne gli
arretrati. La verità è un’altra. Tenta di trascorrere
l’inverno a Firenze, governata da Ferdinando III di Lorena fratello
dell’imperatore d’Austria Francesco II, per poi passare a Vienna[76].
Qui Bertòla era ben conosciuto, per avervi soggiornato nel ’78
all’epoca della Nunziatura del concittadino Giuseppe Garampi.
Tre
giorni prima della sua partenza, il 18 ottobre, era cominciata in tutta la
Romagna la cattura dei giacobini, portati il 19 a Rimini e di lì nel
forte di San Leo. Anche Bertòla correva il rischio d’essere
incarcerato nella caccia ai sostenitori del partito oltremontano, per la nomea
di «illuminato» che si era acquisita. In questo scenario, egli
tenta di fuggire a Firenze, anche per non ritornare in Lombardia, dove
governano i francesi. Il destino vuole che la malattia lo blocchi a Bologna: la
città dal 16 ottobre fa parte della Cispadana. Da una sua lunga missiva
del 29 novembre 1796 a Storti[77],
apprendiamo il motivo della scelta di Firenze: non gli era riuscito di ottenere
un permesso d’ingresso nella Repubblica veneta. Bertòla il 3
dicembre decide infine il ritorno a Rimini[78].
Mezzo secolo
circa prima di queste vicende, un oscuro poeta riminese, Antonio Maria Brunori[79],
aveva composto il sonetto intitolato In lode dell’augustissima
Repubblica di Venezia. scrivendo che la «Libertà latina»,
dopo la rovina dell’Impero, aveva trovato riparo «tra l’alga
e la canna» della Laguna, e lì «rinacque / Col Corno augusto
in capo e Toga al seno». A Bertòla invece era rimasto precluso il
rifugio in Terra di San Marco.
[1] Il diario del soggiorno veneziano è in
Viaggi 1740-1774 (conosciuti
anche come Libri Odeporici)
di G. Bianchi, SC-MS. 973, Civica
Biblioteca Gambalunghiana di Rimini [BGR]. Sulla figura di Bianchi, rimando a
questi miei lavori: Modelli letterari dell’autobiografia latina di
Giovanni Bianchi,
«Studi Romagnoli» XLV (1994, ma 1997), pp. 277-299; La Spetiaria
del Sole, Iano Planco giovane tra debiti e buffonerie, Rimini 1994; G. B. studente di Medicina a
Bologna (1717-19) in un epistolario inedito, «Studi Romagnoli» XLVI (1995, ma 1998), pp.
379-394; Due maestri riminesi al Seminario di Bertinoro. Lettere inedite
(1745-51) a G. B,
«Studi Romagnoli» XLVII (1996, ma 1999), pp. 195-208; «Lamore
al studio et anco il timor di Dio», Precetti pedagogici di Francesco
Bontadini commesso della «Spetiaria del Sole» per Iano Planco, suo
padrone, «Quaderno di
Storia n. 2», Rimini 1995; Tra erudizione e nuova scienza. I Lincei
riminesi di Giovanni Bianchi (1745),
«Convegno sulle Accademie romagnole», Studi Romagnoli, Forlì
2000, di prossima pubblicazione; Nei «ripostigli della buona
Filosofia», Nuovo pensiero scientifico e censure ecclesiastiche nella
Rimini del sec. XVIII,
«Romagna arte e storia», n. 64/2001, pp. 35-54. Nel corso del
presente lavoro, riprendo alcune notizie dai testi ora elencanti, senza
ulteriori citazioni.
[2] Cfr. la lettera di Davìa ad Eustachio
Manfredi del 17 dicembre 1722, in A.
Rotondò, La censura
ecclesiastica e la cultura,
«Storia d’Italia V, ii»,
Torino 1973, pp. 1486-1488: dai documenti ivi riportati, emergono il ruolo ed
il «rigorissimo piglio censorio» di Davìa nella condanna del
1734, in riferimento alla vicenda di mons. Celestino Galiani, 1732. Galiani fu
allora definito, oltre che lettore di Locke, anche giansenista, eretico ed
ateo, con una significativa intercambiabilità di termini per delineare
l’unico concetto di seguace della nuova Filosofia. Davìa è
creato cardinale nel 1712 da Clemente XI (in tale occasione Rimini lo elegge
ufficialmente suo protettore), e nel 1726 rinunzia alla Chiesa riminese.
Trasferitosi a Roma, presiede il Sant’Uffizio e la Congregazione
dell’Indice. Nel
conclave del 1730 non è eletto papa per un solo voto. Nello stesso anno
della scomparsa del porporato, avvenuta il 7 gennaio 1740, Bianchi pubblica a
Venezia, anonimo, un «breve ristretto della sua vita» (intitolato Relazione
delle solenni esequie, etc).
[3] Cfr. P.
Delbianco, La Biblioteca Gambalunghiana, «Storia illustrata di Rimini», Milano
1989-91, pp. 1121-1136. Alessandro Gambalunga con il testamento rogato nel
1617, due anni prima della morte, disciplina l’uso pubblico della sua
biblioteca, alla quale ha sempre permesso l’accesso del pubblico.
[4] Cfr. A.
Montanari, Il contino Garampi
ed il chierico Galli alla «Libreria Gambalunga». Documenti inediti, «Romagna arte e storia», n.
49/1997, pp. 57-74. Galli diventerà abate e poi minutante alla
Segreteria di Stato a Roma. Quando Planco nel novembre 1745 ricostituisce a
Rimini l’Accademia dei Lincei, lo nomina segretario perpetuo. Il 3
dicembre dello stesso anno, Galli tiene nell’Accademia planchiana una
dissertazione «sopra l’utilità della lingua Greca».
[5] Nel 1720 (dopo aver conseguito il 7 luglio
1719 la laurea presso la Facoltà di Medicina e Filosofia a Bologna),
Planco ha aperto nella propria casa una «pubblica gratuita scuola di
Filosofia, Geometria, Medicina, Notomia, Botanica, Chirurgia, e Lingua Greca in
vantaggio, e profitto della studiosa gioventù paesana, e
forastiera»: cfr. G. C. Amaduzzi,
Elogio di Monsig. Giovanni Bianchi di Rimino, apparso anonimo sull’Antologia romana, tomo II, 1776, pp. 227-229, 235-239. Il
titolo di monsignore spettava a Bianchi quale archiatro segreto onorario
pontificio. La Medicina era materia comune per tutti gli allievi. Alla scuola
si affiancava un museo naturalistico ed archeologico (per gli studi di
Antiquaria a cui Bianchi addestrava i discepoli).
[6] Vezzosi soggiornò a Rimini, tra 1726 e
1738, insegnando Filosofia nel Seminario vescovile: cfr. G. L. Masetti Zannini, I Teatini e la
Nuova Scienza in Italia,
estratto da «Regnum Dei», 1967, pp. 62-63. (Padre Vezzosi scrisse
di aver insegnato «quella filosofia che appoggiata all’arte di
pensare la più vera, fiancheggiata dall’esperienza, fa uso ancora
delle matematiche, quello che dicono moderno» (ibid., p. 62). In questo saggio è
pubblicato il carteggio Bianchi-Vezzosi. (Vi si parla pure del successo del De
Conchis, a proposito del
quale ricordiamo che l’opera ebbe una seconda edizione a Roma nel 1760.)
Su padre Vezzosi cfr. una nota successiva.
[7] Cfr. in Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese, Lettere
al dottor Giovanni Bianchi,
BGR [FGLB], ad vocem,
25.11.1750.
[8] Cfr. Lettere autografe di G. Bianchi a
mons. A. Leprotti,
(1733-1745), SC-MS. 963, BGR. Dalla cit. lettera di Davìa ad Eustachio
Manfredi, merita di essere ripreso il passo conclusivo, in cui Davìa si
scusa di essersi «un po’ diffuso sul libro» di Locke,
«per averlo letto e perché mi è sembrato averne trionfato
allorché l’ho tolto dalla mente e dalla mano del mio Leprotti,
ch’ella ben sa non essere ignorante nelle materie particolarmente dove
gioca la mente». Leprotti (che diverrà archiatro pontificio), era
stato chiamato da Davìa ad insegnare nel Seminario riminese, assieme ad
un altro valente medico, Felice Palese (che sarà Professore del Collegio
Borbonico di Palermo).
[9] Negri è vescovo di Cittanova
d’Istria (ora Novigrad) dal 1732 al 1742. Cfr. le sue lettere in FGLB, ad
vocem. L’invito a
Planco è ripetuto nel 1750, da Orsera. Nel 1753, Negri gli chiede un
«Cattalogo delle sue opere» da consegnare ad un letterato inglese
che doveva servirsene «nella relazione che medita fare de suoi
viaggi» in Italia. Il padre di Negri era proprietario a Venezia di una
spezieria nella quale «ci sta per Giovane uno di Savignano che ha per
nome il Sig. Giovanni Turchi», come leggiamo nel diario planchiano (5
luglio 1740). Figlio d’uno speziale, Bianchi osserva: «Intesi qui
come in Venezia si trovano 104 Spezierie, tra le quali ve ne sono moltissime
possedute da uomini meschinissimi, alcuni de’ quali non hanno nemmeno il
Mortajo di Bronzo».
[10] Cfr. Memorabilia Italorum eruditione
præstantium, Firenze
1742, tomo I, pp. 353-407. Per l’episodio narrato, cfr. alla p. 386. Mi
riferirò a quest’autobiografia chiamandola «latina»
per distinguerla da altre composte in volgare.
[11] Ib., pp. 387-388.
[12] Sulla vicenda, cfr. G. Bilancioni, Carteggio inedito di G.
Morgagni con G. Bianchi, Bari
1914, pp. 129-130; e A. Turchini, Il
tentativo di I. Planco di salire sulla Cattedra del Cicognini nel 1740, «Quaderni per la Storia
dell’Università di Padova», 1972, pp. 91-105.
[13] Non appare mai, né nel diario
né nell’autobiografia latina di Planco (pp. 387-388), il nome di
Emo, Giovanni, ma soltanto il cognome. Su questo personaggio, cfr. il DBI, ad
vocem, XLII, a cura di R. Targhetta. L’Emo fu Riformatore
dello Studio di Padova per sei bienni, fra cui quello (1740-42) che riguarda la
vicenda di Bianchi.
[14] Bernardino Zendrini (1679-1747), dopo aver
studiato Medicina e Matematica a Padova, fu autore di studi idraulici,
progettando i murazzi per
difendere la città di Venezia dalla violenza del mare. Planco,
nell’autobiografia latina, lo definisce «eximium
mathematicum» (p. 382).
[15] Circa la biblioteca di Smith, cfr. pure la
lettera di Bianchi a Leprotti del 30 luglio 1740, nel cit. SC-MS 963; ed il
ricordo contenuto nell’autobiografia latina, p. 386
(«instructissimam rariorum librorum possidet Bibliothecam»).
[16] Anni prima, Bianchi aveva
approfittato d’un viaggio a Venezia di Francesco Garampi, fratello di
dieci anni maggiore del cit. Giuseppe essendo nato nel 1715, per ricercarvi notizie
editoriali: cfr. la sua lettera del 9 maggio 1733, FGLB, ad vocem. Qui leggiamo pure: «Vi
è poi in Venezia, come forse le sarà noto, una scelta Libreria di
opere le più rare, e moderna, e che senza riguardo a spesa si va
aumentando da tutte le parti, aperta al pubblico con assiduo
Bibliotecario». Francesco Garampi riprendeva il nome del nonno
(architetto), inserito tra i nobili riminesi nel 1712.
[17] Padre Banditi, eletto cardinale nel 1775,
muore nonagenario nel 1796.
[18] Si tratta di don Silvestro Calza,
«strettissimo amico del Bergantini e suo quasi ajutante di studio»:
cfr. A. F. Vezzosi, Scrittori
de’ Cherici Regolari detti Teatini, Roma 1780, p. 122. L’esemplare di tale volume
posseduto dalla BGR, reca la dedica: «Il Cardinale Banditi alla Biblioteca
Pubblica di Rimino sua Patria».
[19] Il volume di padre Bergantini si trova in BGR
[CT 464], proveniente dalla locale Biblioteca dei Teatini [ex 0.IIII.23]. Il
teatino Giovanni Pietro Bergantini ebbe un fratello servita, Giuseppe Giacinto
Maria (studioso del Sarpi), ed uno editore, Alessandro (il quale era
proprietario a Venezia, con altri due soci, della libreria
«all’insegna di Sant’Ignazio»).
[20] Questi scritti di Bianchi sono: la Lettera
scritta da Rimino ai 24. dicembre 1737. al Signore Dottore Onorio Galletti di
Ravenna intorno l’Aurora Boreale vedutasi la sera dei 16. del suddetto
mese, ed Alcune
spiegazioni dell’Aurora Boreale, lettere (tomo XVII, 1738, pp. 97-105 e 107-117); e la Breve
spiegazione dell’Aurora Boreale (tomo XXI, 1740, pp. 198-203), che è un commento
a tre lettere inviate a Bianchi (e qui pubblicate alle pp. 185-198) sotto il
comune titolo di Osservazioni intorno le Aurore Boreali vedutesi le sere
de’ 10. e 29. di Marzo 1739.
In fondo al tomo XXI Bianchi annota di propria mano che la sua spiegazione del
fenomeno è «secondo l’ipotesi dell’Halleio»,
autore peraltro ripetutamente cit. nel testo e nell’autobiografia latina
[p. 185]. Alcuni studiosi di Bianchi hanno erroneamente attribuito a lui anche
le tre lettere inviategli: esse sono rispettivamente, la prima e la seconda, di
Giovanni Paolo Giovenardi, suo ex allievo; e dell’Abbate Carlo Antonio
Pecci, l’ultima. Le Osservazioni erano state già pubblicate, ma troncate e senza
il nome di Planco, da Scipione Maffei (1675-1755) alla fine del quarto (ed
ultimo) tomo delle Osservazioni Letterarie (1737-1740) di Verona: cfr. le lettere di Bianchi ad A.
F. Gori di Firenze, Minutario, 1739-1745, MS-SC. 969, BGR, 5 dicembre 1739, c. 9r., ed al medico
e speziale veneziano G. G. Zannichelli, ib., c. 10r: in quest’ultima leggiamo che Maffei
pubblicò lo scritto di Bianchi come se fosse stato proprio. (Gian
Giacomo Zannichelli, 1695-1759, era figlio del chimico e botanico Gian
Girolamo, 1662-1729, speziale a Santa Fosca in Venezia, che aveva realizzato un
importante museo di storia naturale, finito poi allo Studio di Padova). Il
titolo completo del periodico di Maffei, è Osservazioni Letterarie che possono servir di continuazione al
Giornale de' Letterati d'Italia,
Verona, presso Jacopo Vallarsi. Tale Giornale era stato fondato da un gruppo di cui nel 1710 faceva
parte pure A. Zeno (1668-1750). L’esemplare delle Osservazioni
Letterarie è inviato a
Bianchi dal teatino padre Paolo Paciaudi il 5 dicembre 1739: cfr. la sua
lettera in FGLB, ad vocem.
Un articolo sull’Aurora Boreale apparsa la notte delli 16 Decembre
1737, è contenuto nel
tomo II, 1738. Anche Maffei, come Bianchi, era appassionato d’archeologia
(celebre il suo museo lapidario, allestito nel cortile messogli a disposizione
dall’Accademia dei Filarmonici di Verona).
[21] Cfr. Libro de Capitoli di questa nostra
Casa di S. Antonio di Rimini,
Archivio di Stato di Rimini, AB 262, ad annos.
[22] Cfr. la lettera inviata ad Isabella Zollio da
Roma il 24 maggio 1719, Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese, BGR [FGMR], fasc. G. P. Bergantini.
[23] Nel catalogo antico
(«Gambetti») della Gambalunghiana ho trovato elencate due edd.,
rispettivamente del 1658 e del 1727, del De vita et moribus Epicuri, testo contenuto nel tomo v, libro x
dell’Opera omnia di Gassendi in sei tomi. Planco possedeva l’ed. del 1727
nella propria biblioteca personale, la quale indica un’attenzione marcata
verso i problemi filosofici con la presenza di opere di Locke, Vico, Galilei,
oltre a Cartesio, Lucrezio, Rousseau, Voltaire ed, ovviamente, lo stesso
Epicuro (Cfr. Cataloghi e indici della Biblioteca di Giovanni Bianchi, SC-MS. 1352, BGR.). Davanti
allo scontro tra l’aristotelismo interpretato in una chiave
esclusivamente dogmatica, e la ventata rivoluzionaria portata dalla rilettura
di Epicuro attraverso Gassendi, Planco sposa la causa delle innovazioni
introdotte dalla fisica di quest’ultimo.
[24] Cfr. C. Goldoni,
Memorie, vol. I, Milano
1961, pp. 26-29.
[25] Cfr. G. Morandi,
Il teatro di Rimini, Rimini
1857, p. 18. Mauri allora abitava a Pesaro.
[26] Cfr. G. Gobbi-
P. Sica, Rimini,
Bari 1982, p. 100. Il teatro è degli inizi del Settecento.
[27] Cfr. G. Rimondini,
Introduzione all’ed.
anast. di Delle antichità di Rimino di T. Temanza, Rimini 1996, p. 35. A questo studio si
rimanda per i rapporti di lavoro intercorsi fra Bianchi e Temanza. Nel tomo
quinto (1741) della Miscellanea di varie Operette, curata dal libraio-editore veneziano Giovanni Maria
Lazzaroni, Bianchi fa pubblicare (con proprie prefazione e note) la Lettera
del Sig. Ab. Giovan Batista Gervasoni sopra una Inscrizione de’ secoli
bassi ritrovata in Rimino dal dott. Bianchi, e sopra una medaglia di Pescennio.
[28] Bianchi, «con l’Allejo» (o
«Halleio») come si è visto a nota 19, pensa che il
«Lume Boreale» sia «d’una materia Magnetica, la quale
[...] è una cosa che viene dai Poli della Terra» (cfr. Breve
spiegazione, cit., pp.
198-200). Secondo Sguario (Dissertazione, cit., p. 119), le aurore boreali sono invece provocate
«dalla riflessione e refrazione dei raggi di luce fatta in una vasta nube
posta sopra dell’aria». Nell’autobiografia latina (p. 34),
Planco ricorda «inscitiam, et loquacitatem» di questo
«adulescens».
[29] Così nel diario. Il titolo esatto
è Lettera di risposta al Sig. Giovanni Battista Lunadei sopra un Feto
Bicipite, pp. 85-92.
[30] L’articolo prosegue nel n. 27, primo
luglio 1740, dove si ricorda un neologismo introdotto da Bianchi nel De
conchis,
«acquistizio», per indicare «cessazione di moto, o sia quiete
dell’acque» che dura «ordinariamente» un’ora.
[31] Tale giudizio è riportato anche
nell’autobiografia latina, pp. 377-378: «vere Lynceum, vel Lynceis oculis instructum».
[32] Le quattordici lettere autografe di Moro sono
in FGLB, ad vocem. Cfr. A. L. Moro, Epistolario con
bibliografia critica, catalogo dei manoscritti e tre opere inedite, a cura di P.
G. Sclippa, Pordenone 1987, passim; e A. L. Moro, Carteggio 1735-1764, a cura di M.
Baldini, L. Conti, L. Cristante, R. Piutti, Istituto e museo di storia
della scienza di Firenze, Archivio della Corrispondenza degli scienziati
italiani, 9, Firenze 1993, passim. In precedenza, le prime undici di queste quattordici
lettere furono pubblicate da F. Luzj,
Lettere di A. L. M. a G. B.,
«Rivista Italiana di Scienze Naturali», XVII, n. 8 e segg., Siena 1897,
pp. 6-15 dell’Estratto, 1897 [BGR]. Luzj racconta [p. 3]: «Mentre
faceva ricerche, nelle carte di Giovanni Bianchi [...] intorno alla
città di Conca, che dicesi sommersa nel mare presso Cattolica, ebbi la
ventura di leggere alcune lettere che il Bianchi aveva ricevuto da Anton
Lazzaro Moro». (Cfr. il saggio Ricerche su Conca, città creduta
sprofondata nel mare, «Bollettino del Naturalista, XIX, n. 2, Siena 1889: «[...] il primo
che faccia menzione di Conca è Giovanni Bianchi. [...] In seguito
Lazzaro Moro tratta di Conca sulla fede di Bianchi, unico autore da lui
riportato ed è facile comprendere come egli la creda una grande
città; Moro deplora di non aver misure esatte, ma argomentando su quello
che avea scritto il Bianchi, cioè che le sommità delle torri si
vedevano quando il mare era calmo, viene alla conclusione che dovessero essere
ricoperte almeno da 15 piedi d’acqua [...]», p. 3.)
[33] Dell’omaggio, Moro riferisce nel suo
trattato alle pp. 359-360. Ma Bianchi è cit. anche in altri passi
dell’opera: cfr. ad indicem.
[34] A San Vito, Moro continuerà a
svolgervi la funzione di educatore fino alla chiusura dell'istituto (1758). In
sèguito sarà nominato pievano a Corbolone, incarico che
manterrà fin quasi alla morte. Grazie ai suoi studi naturalistici fu in
corrispondenza con molti scienziati.
[35] Cfr. Carteggio 1735-1764, cit., p. 31, nota 3. Manfré era
libraio a Venezia per conto della Tipografia del Seminario di Padova (cfr. nel
cit. Epistolario di Moro,
p. 85, nota 3).
[36] Del ruolo del Sant’Uffizio in un’altra
vicenda editoriale romagnola, si legge in P.
Delbianco nelle schede del catalogo Le Belle Forme della Natura. La
pittura di Bartolomeo Bimbi (1648-1730) tra scienza e ‘maraviglia’, dell’omonima mostra cesenate (Modena
2001), p. 148: si tratta del volume del ravennate Giuseppe Ginanni (che si
firmava «Zinanni», 1692-1753), Delle uova e dei nidi degli
uccelli, Venezia 1737. Ne
riferisco nel mio articolo «Giuseppe di Prospero Zinanni»,
accademico dei Lincei planchiani,
«Ravenna Studi e Ricerche, VIII, 2001», pp. . Quando il libro era
già pronto, Ginanni dapprima scrisse a Bianchi: «[...] fui
chiamato dal Padre Vicario del Santo Ufizio, [...] mi lesse un Decreto
Pontifizio, nel quale si ordina, che nessuno dello Stato Ecclesiastico possa
far stampare libri fuori dello detto stato senza la permissione
dell’Ordinario, e del Vicario del S. Ufizio, e che se qualch’uno
ardisse stampare senza le dette licenze, ipso facto venga il suo libro
proibito». Successivamente, precisò: «[...] il Padre Vicario
del Santo Uffizio si portò da me notificandomi, che pubblicasi il mio
libro come se avessi prese le debite licenze. Io suppongo averà fatto
ciò, avendo conosciuto ch’io non aveva mancato in conto alcuno,
perche al certo il decreto, che ciò proibisce non è in uso»
[FGLB, ad vocem]. Il 19
gennaio 1735 Zinanni aveva preannunciato a Bianchi il progetto di questo stesso
volume, «un piccolo tometto» che intendeva chiamare Osservazioni
intorno alle uova dei Vallatelli con le loro immagini, scrivendogli: «Per assicurarsi poi dei
Fiorentini si potrebbe far stampare il detto frontespizio, e mandarlo a varij
dilettanti, e farlo inserire ne giornali di Venezia, ed in questa maniera
spererei di avere il tempo di aumentare, e perfezionare si le osservazioni
delle Locuste Terrestri, come della raccolta delle uova de Vallatelli, e sopra
ciò ancora averò sommo piacere di sentire il di lei
sentimento».
[37] Le minute di lettere dirette da Bianchi a
Moro, si trovano in Minutario,
1739-1745, MS-SC. 969,
BGR: le più importanti sono quelle del 14 dicembre 1739, c. 16r; 21
marzo 1740, c. 74v; 18 aprile 1740, c. 92r; e 3 maggio 1740, c. 100v.
[38] Così scrive Moro a Bianchi il 2
dicembre 1739, facendo riferimento al volume di J. Woodward, Saggio intorno alla Storia Naturale, che Pasquali aveva appena pubblicato (nello
stesso 1739) in traduzione italiana dell’edizione originale inglese
(1695) consultata da Moro presso lo stesso stampatore. Bianchi è un
sostenitore delle teorie di Woodward (1665-1728): di continuo il riminese
consiglia inutilmente a Moro di prenderlo nella massima considerazione. Il loro
carteggio è basato soprattutto su questa disputa, legata al tema
centrale del De’ crostacei, che Moro aggiorna man mano che Bianchi gli invia
notizie. Scrive il cit. Luzj, p.
5: Woodward «immaginava che verso il centro della terra si fossero
radunate le acque e che sopra ad esse si fosse formata una corteccia con
continenti isole e mari. Al momento del diluvio egli credeva che si fossero
aperte, in questa corteccia, delle grandi fessure dalle quali era uscita
l’acqua dell’interno». Circa Moro, aggiunge che il sacerdote
«non fece che scorgere una parte della verità e cadde ancor egli
in non lievi errori» (p. 6).
[39] Il suo volume è tradotto in tedesco a
Lipsia nel 1751. Una seconda edizione italiana appare a Pordenone nel 1869, a
cura di Pier Viviano Zecchini.
[40] Cfr. op. cit., nota 1, p. 15.
[41] Ibid., nota 3, p. 12.
[42] Moro «si era incamminato su un terreno
ambiguo e scivoloso: [...] sostenere il carattere genuinamente miracoloso del
Diluvio implicava la possibilità di farsi accusare di ateismo da quanti
invece affermavano [...] che era non solo legittimo e possibile, ma anche
doveroso per un cristiano, conciliare la verità del racconto della
Bibbia con i risultati della filosofia naturale». Cfr. P. Rossi, I crostacei, i vulcani,
l’ordine del mondo,
«A. L. Moro (1687-1987). Atti del Convegno di Studi», Pordenone 1988, p. 28. Sul De’
crostacei, Rossi scrive (p.
30) che si tratta di «opera ricca di problemi, di ipotesi, di
osservazioni, sorretta da un impegno sempre lucido e vigoroso», con un
«tono ‘lucreziano’» presente in molte sue pagine. Nello
stesso volume, in B. Basile, Moro,
Costantini, e la «verità del Diluvio universale» (p. 75), leggiamo: «Moro è
“empio” perché considera il Diluvio
“inesplicabile” e riduce l’origine “de’ corpi
marini che si trovano su’ monti” a pure cause fisiche». U. Baldini, L’attività
scientifica del Primo Settecento,
«Storia d’Italia, Annali III, Scienza e tecnica nella
società dal Rinascimento ad oggi», Torino 1980, p. 509, osserva che
il prete friulano «rappresenta tipicamente la figura, comune
nell’Italia del periodo, del ricercatore non professionale attivo pur in
una condizione d’isolamento; attraverso lo studio di fossili marini di
zone alpine Moro giunge a un’interpretazione plutoniana
dell’orogenesi tra le più avanzate». Tra le teorie del tempo
sui fossili, si può ricordare quella di Giuseppe Monti (1682-1760),
professore di Storia Naturale nell’Istituto delle Scienze di Bologna, e
di Farmacologia all’Ateneo bolognese nonché direttore
dell’Orto botanico felsineo (1722-1760), il quale riteneva che fossero
resti di animali morti a causa del biblico diluvio universale, per cui
chiamò Diluvianum
il proprio museo. Cfr. il cit. «Giuseppe di Prospero Zinanni».
[43] Cfr. le cc. fiorentine degli Odeporici, luglio 1744. Nello stesso periodo, Viviani
sta curando per Bianchi la ristampa del Fitobasano (l’opera studia le piante più
rare note agli antichi, cercandone il corrispondente nome moderno) di Fabio
Colonna (1567-1640), a cui Planco premette «la notizia»
sull’Accademia dei Lincei romani, della quale Colonna ha fatto parte.
Questa Notitia Lynceorum
è la prima storia a stampa dell’istituzione romana: cfr. A. Montanari, L’anello di Galileo,
La prima storia a stampa dei Lincei, «Il Ponte» settimanale di Rimini, 30 giugno
2002, p. 17.
[44] Cfr. S. De
Carolis, La produzione pubblicistica su questioni mediche, «Giovanni Bianchi, Medico Primario di
Rimini ed archiatra pontificio», a cura di A. Turchini e dello stesso De
Carolis, Verucchio 1999, pp. 54-57.
[45] Cfr. M. A. Morelli
Timpanaro, Autori, stampatori, librai per una storia
dell’editoria in Firenze nel secolo XVIII, Firenze 1999, p. 94. Anche le notizie successive su
Viviani sono riprese da questo testo, p. 57. A Bonducci, la stessa autrice ha
dedicato un altro volume, Per una storia di A. B., Roma 1996.
[46] Nella lettera di A. Cocchi a Planco del 17
ottobre 1744, da Venezia (FGLB, ad vocem), leggiamo: «Con mio sommo piacere ho ricevuto il
bel dono della sua leggiadra Istoria in questa città ove io
l’aveva molto cercata indarno dall’istesso Occhi che nega averla
stampata, onde tanto più ho piacere ammirando la potenza di V. S. Ill.ma
che sa superare tutti gli ostacoli». Di quest’argomento, mi sono
occupato nel saggio «Contro il volere del padre». Diamante
Garampi, il suo matrimonio, ed altre vicende riguardanti la condizione
femminile nel secolo XVIII,
«Studi Romagnoli»
2001, di prossima pubblicazione.
[47] Sulla figura di G. P. Giovenardi (1708-89) e
su questa vicenda editoriale, cfr. il mio scritto Lettori di provincia nel
Settecento romagnolo. G. B. e la diffusione delle Novelle letterarie fiorentine. Documenti inediti, «Studi Romagnoli» 2000, di
prossima pubblicazione.
[48] In FGLB, ad voces, esistono cinque lettere di Occhi (fino al
1763), e seicento di Pasquali (dal 1738 al ’69).
[49] Delle difficoltà incontrate per la
pubblicazione dell’Orazion funerale, parla lo stesso G. P. Giovenardi in due lettere al
nipote di Planco, il medico ospedaliero Girolamo Bianchi. In quella del 7
gennaio 1777 leggiamo che, in caso di edizione di quel testo, era minacciata
allo stesso Girolamo Bianchi «la privazione dell’Ospitale dal
vescovo», come si vociferava autorevolmente in città. Il 5 aprile
1777 Giovenardi suggeriva a Girolamo Bianchi di restare estraneo alla
distribuzione di quell’opuscolo «per isfuggire qualunque odiosa
taccia di parzialità, e mettersi al coperto da qualunque vendetta
trasversale, alla quale potesse pensare il vescovo contro di lei». Cfr.
FGMR, fasc. don G. Giovenardi.
[50] La condanna all’Indice non ha conseguenze nella successiva carriera
pubblica di Bianchi, se nel 1755 egli è nominato Consultore
dell’Inquisizione e Medico del Sant’Uffizio di Rimini, prima di
diventare nel 1769 «Archiatro Segreto Onorario» di papa Ganganelli,
suo ex allievo.
[51] Cfr. Masetti
Zannini, op.
cit., pp. 117-125. Nel loro
carteggio, troviamo anche accenni alle citt. Osservazioni intorno le Aurore
Boreali, passim.
[52] Ibid., p. 123, nota 27.
[53] Cfr. S. DE Carolis,
Il medico al lavoro,
«Giovanni Bianchi, Medico Primario...», cit., pp. 67-71. Di queste
polemiche, si parla in Novelle letterarie, tomo XVI, n. 25, 20 giugno 1755, coll. 390-395, e n.
37, 12 settembre 1755, coll. 580-581. Lo stesso De
Carolis elenca, pp. 77-82, tutte le opere mediche edite di Planco: di
questo suo prezioso lavoro, ci siamo avvalsi per riferire
dell’attività veneziana di Planco.
[54] Queste due lettere, datate rispettivamente 6
e 20 marzo 1750, erano già state stampate dalle Novelle di Lami (la prima in tomo XI, 1750, nn. 20,
21, 22, coll. 311-320, 323-330, 344-349; la seconda nello stesso tomo, nn. 37,
39, 41, 43, coll. 583-590, 610-618, 641-651, 678-684).
[55] Pure questo testo viene prima
pubblicato dalle Novelle di Firenze (nel tomo XII, 1751, nn. 31, 32, 33, 34, 35, 36,
coll. 484-489, 503-507, 514-517, 537-541, 551-554, 567-570) e poi dal
Calogerà (Nuova raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, tomo X, Venezia 1763, pp.
365-456; con Appendice, ibid., tomo XII, pp. 157-200). Si tratta di una dissertazione tenuta
da Bianchi nei suoi Lincei il 2 aprile 1751, «circa varias Inscriptiones
antiquas Arimini»: il testo è comunemente conosciuto come
«Panteo Sagro» in quanto tratta di «un Tempio dedicato a
tutte le Divinità de’ Gentili, o almeno a buona parte di
esse» (così scrissero le Novelle, presentandolo).
[56] Il suo atteggiamento fu criticato nel 1766 da
Pietro Verri. Cfr. «Il Caffè», 1764-1766, Torino 1998, p. 770.
[57] La dissertazione fu letta da Bianchi ai
Lincei il 30 aprile 1751.
[58] Battarra collaborò assiduamente con
Bianchi, come incisore di rami per edizioni a stampa. Disegnò pure la
«Lince lincea» per il Fitobasano, e quella per il bollo a secco dell’Accademia
planchiana. La sua Fungorum agri ariminensis historia, con una lettera latina di Bianchi al cap.
quinto, esce in due edizioni, nel 1755 e quattro anni dopo.
[59] Sulla questione del porto di Rimini, cfr. in
A. Montanari, Lumi di Romagna,
Il Settecento a Rimini e dintorni,
Rimini 1993, II ed., pp. 63-70, il cap. Ruggiero Boscovich e la questione
del porto canale.
[60] Vedi alle relative note precedenti.
[61] Cfr. G.
Nicoletti, Firenze e il Granducato di Toscana, «Letteratura Italiana, Storia e
Geografia, II. 2, L’età moderna», Torino 1988, p. 770; e M. Allegri, Venezia ed il Veneto dopo
Lepanto, ibid., p. 975-976.
[62] Cfr. il tomo II, i dei Memorabilia curati da G. Lami,
Firenze 1747, pp. 121-132. Qui, alle pp. 133-156, sempre per opera di Bianchi,
è presentata la biografia di Andrea Battaglini.
[63] Cfr. C. Tonini,
La coltura letteraria e scientifica in Rimini dal secolo XIV ai primordi del
XIX, Rimini 1884, ed. an.
1988, a cura di P. Delbianco, ad
indicem.
[64] Cfr. Allegri,
op. cit., p. 957.
[65] Cfr. il cit. Tonini,
II, p. 55.
[66] Cfr. L.
Vendramin, Per una storia della
Nobile famiglia riminese degli Agolanti e del loro “Castello” di
Riccione, «Studi
Romagnoli», XLII, 1991, pp. 173-192. Loredano, assieme ad altri autori,
è presente in un piccolo elenco di libri stilato da Belmonte Belmonti in due delle sue Lettere a stampa, pubblicate a Rimini nel 1650 e nel
1664. In una successiva epistola, del 16 agosto 1650 (p. 542, II ed.), Belmonti
riferisce della «lettura de’ libri d’amenità, e
specialmente d’alcuni mandati modernamente alle stampe».
[67] Cfr. A. Montanari, Il libertino devoto, La
«biblioteca Agolanti» (1719). Libri, uomini, idee a Rimini tra XVII
e XVIII secolo,
«Gli Agolanti», a cura di R. Copioli,
Rimini 2000, pp. . Ho definito l’ideale
curatore e fruitore della «biblioteca Agolanti» come un
«libertino devoto» perché, mentre appare pronto a cogliere
le novità laiche del pensiero ‘veneziano’, è pure
attento ad onorare il rispetto della fede.
[68] Al secolo di Alessandro
Gambalunga appartiene, anche se in fase successiva alla sua scomparsa (1619),
l’Accademia degli Adagiati fondata «in Rimino più di cento
anni sono», scriverà Giovanni Bianchi, in un articolo apparso
sulle Novelle letterarie del 30 luglio 1756, sottolineando come essa durasse ancora ai
suoi giorni.
[69] Cfr. S. Pratelli,
Il fondo originale della Biblioteca Gambalunghiana di Rimini. Catalogo delle
opere, Tesi di laurea
1991-1992, Magistero,
Bologna, SC-TS. 1, BGR, passim.
Sul ruolo da protagonista di Venezia nel mondo editoriale del Cinquecento, qui
si richiama A. Quondam, La
letteratura in tipografia,
«Letteratura italiana, II, Produzione e consumo», Torino 1983, pp.
584-585: «Il “mito” di Venezia, la sua stessa
“libertà” repubblicana, hanno in questo primato tipografico
un elemento non accessorio». Nel XVII sec. Venezia ospita «gli unici
torchi italiani liberi del tempo», nonostante l’esistenza di una
censura peraltro elogiata come freno politico rivolto ad evitare
l’infelicità dello Stato, da Traiano Boccalini, trasferitosi in
laguna nell’ultimo suo anno di vita da Roma (dove era stato giudice
criminale), per poter pubblicare «senza rischio della incolumità
fisica» le prime parti dei suoi Ragguagli di Parnaso (cfr. Cfr. Allegri,
op. cit., p. 943.)
[70] Ibid., p. 118. Cfr. pure il cit. Tonini, I, p. 275.
[71] Cfr. il cit. Tonini,
II, pp. 24-25: qui si parla di primo numero rimastoci perché non si sa
se sia stato effettivamente il primo ad uscire.
[72] Cfr. A. Turchini,
L’arte e il mestiere del tipografo, «Grafica riminese tra Rococò e
Neoclassicismo», Rimini 1980, p. 72.
[73] Cfr. A. Montanari,
Bertòla redattore anonimo del Giornale Enciclopedico. Documenti inediti, «Romagna arte e storia», n.
50/1997, pp. 127-130.
[74] Elisabetta, nata nel 1751, muore a Orgiano,
vicino a Vicenza il 7 giugno 1796. Nel 1769 aveva sposato il medico Antonio
Turra e si era trasferita a Vicenza. Nel 1768 era uscita a Venezia l’Europa
Letteraria, a cui Elisabetta
collaborò fin dall’inizio. Il Giornale Enciclopedico nacque nel 1774.
[75] Cfr. Id,
Aurelio Bertòla politico, presunto rivoluzionario. Documenti inediti
(1796-98), «Studi
Romagnoli», XLVIII (1997, ma 2000), pp. 549-585.
[76] Del progetto bertoliano di trovare rifugio in
Austria, parla pure una lettera del 25 agosto 1796 inviatagli da un
corrispondente veneziano, dalla firma indecifrabile: «Perché mai a
Vienna? parvi egli il momento, mio caro Amico, d’andar fra’
Tedeschi? L’impoverimento, la spopolazione, l’avvilimento, il
malumore, il sospetto conseguente debbono render diabolico quel
soggiorno!» (cfr. in Fondo Piancastelli, Biblioteca Saffi, Forlì, 63.33). Soltanto un
anno prima, nell’estate 1795, come lui stesso scrisse, Bertòla si
era recato «a Venezia per consultare que’ Professori nel timore di
patir di renella». Non era quello il vero male che lo molestava,
ironizzò Pindemonte che accenna invece alla passione dell’amico
verso Isabella Teotochi Albrizzi. Il nome di Isabella è legato ad un
ritratto letterario di Bertòla, la cui terza edizione appare proprio a
Venezia nel 1816; è una pagina famosa che inizia impietosamente con
quest’osservazione: «Si direbbe che la natura far volle, ed a mezzo
lavoro si pentì, un uomo perfetto» (cfr. E. M. Luzzitelli, Ippolito Pindemonte e la fratellanza con Aurelio De’ Giorgi
Bertòla, Bastogi,
Foggia 1987, p. 142).
[77] Circa il suo lavoro editoriale per Storti,
Bertòla qui osserva: «Veggo con dispiacere che per lettera non
c’intendiamo. Ella mi chiede estratti pe’ tomi arretrati. Ma e non
le ho io scritto essere vano anzi ridicolo pubblicare estratti e notizie di
libri con date corrispondenti ai mesi di maggio e giugno del 96. in tomi che
usciranno nel 97. quando fino alla nausea tutta l’Italia avrà
letto e riletto notizie dettagliate di que’ già vecchi libri e
ridicolo sarebbe ancor più dare nel maggio del 96. libri usciti
nell’ottobre e novembre dell’anno medesimo». Bertòla
suggerisce di inserire nei numeri arretrati del Giornale «cose che in ogni tempo possono e
interessare e piacere», non legate alla stretta attualità come le
recensioni librarie, «prevenendo il pubblico con un avviso alla testa del
tometto di maggio». Egli ha pronti degli «estratti […] di
libri recentissimi» che non sono adatti al bisogno. La lettera è
in FGMR, fasc. A. Bertòla.
[78] Storti rimprovererà a Bertòla
di non esser passato allora da Bologna a Padova, dove stazionava l’armata
austriaca: di lì avrebbe potuto facilmente raggiungere Vienna.
[79] Brunori (1701-1758), un ex allievo di
Giovanni Bianchi, fu «soggetto di merito, ed elegante Poeta», e
«per molti anni valente Maestro di Belle Lettere in questo
Seminario»: cfr. G . P. Giovenardi,
Orazion funerale in lode di Monsig. Giovanni Bianchi, Venezia 1777,
p. XXX.