Riministoria; Antonio Montanari

Biografia di Giovanni Bianchi, Iano Planco

da A. Montanari, "Lumi di Romagna", 1992, prima ristampa 1993, pp. 9-17

Nel libro primo dell'Emilio, il filosofo Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) raccomanda la dieta vegetariana, conosciuta anche come "regime pitagorico", dal nome del pensatore greco che nel VI secolo a. C. aveva fondato a Crotone una scuola, i cui componenti seguivano particolari regole di vita, tra le quali c'era la proibizione di mangiare carne. Rousseau scrive il suo celebre trattato pedagogico nel 1762, quando da qualche anno in Europa si sta disputando sulla validità del "vitto pitagorico": nel '43, è apparso il saggio di un noto studioso, Antonio Cocchi (1695-1758), a sostegno di un regime di soli vegetali per conservare la sanità e per la cura di alcune malattie. Nel '52, il medico riminese Giovanni Bianchi ritorna sull'argomento, combattendo il vegetarismo assoluto.

Rousseau è al corrente di questi scritti: infatti, in una nota a pié di pagina dell'Emilio, avvisa il lettore che per "discutere più a lungo i vantaggi e gli inconvenienti del regime pitagorico", si possono "consultare i trattati che i dottori Cocchi e Bianchi, suo avversario, hanno fatto su questo importante soggetto".

"Suo avversario": la definizione che il filosofo ginevrino usa per il medico riminese è, senz'altro involontariamente, il più conciso ed efficace ritratto psicologico del dottor Bianchi, bastian contrario per vocazione, attaccabrighe per diletto, e petulante censore delle altrui opinioni. (1)

Ad esempio, con Cocchi, Bianchi si è già scontrato in precedenza, a proposito della cataratta, con un opuscolo del 1722, firmato Pier Paolo Lapi delle Preci, nome in cui l'autore fuse le generalità di un proprio allievo riminese (Pier Paolo Lapi), e in parte quelle di un oculista e chirurgo fiorentino, Antonio Benevoli di Preci.

Lo stesso Bianchi si confessa in uno scritto autobiografico (ma anonimo), "implacabile nelle inimicizie e negli odi". (2). Nelle polemiche, ricorre sempre a degli pseudonimi: attacca quella "peste di chirurgo" primario di Rimini, nel 1722, dietro la maschera di tal Marco Chillenio, anagramma del cerusico Carlo Michelini che gli finanzia il pamphlet; nel '26, si firma Ianus Plancus; nel '31, Pietro Ghigi; nel '45, addirittura si sdoppia come Simone Cosmopolita che interviene contro un anonimo bolognese "pro Iano Planco".

Nel corso della celebre disputa sul risanamento del porto canale di Rimini, Bianchi pubblica la Memoria del suo oppositore Serafino Calindri, aggiungendovi delle maliziose note a firma del solito Marco Chillenio che apparirà pure come autore di una Lettera in difesa del "Signor Dottor Bianchi" e delle sue teorie idrauliche. (3)

Lo scontro di Planco nel 1731 con il bolognese G.B. Mazzacurati, medico che esercitava a Pesaro, provocò addirittura l'intervento del papa che interessò i Legati di Pesaro e Ravenna affinché la questione fosse risolta. (4)

Brutto carattere, dunque, questo dottor Giovanni Paolo Simone Bianchi, nato il 3 gennaio 1693 da Girolamo e da Candida Catterina Maggioli: "pieno… di vanagloria e jattanza e… non esente dai bassi affetti dell'invidia, e sprezzatore per conseguenza dell'altrui merito, godeva delle contese letterarie e scientifiche". (5)

"Ovunque si recasse suscitava interesse, si procurava preziose e durature amicizie, sino a quando, almeno, non ne guastava qualcuna con le sue non sempre felici polemiche". (6) "Personaggio di valore indiscusso", fu "anche ambizioso all'eccesso". (7) "Grandi difetti ebbe compagni alle sue grandi virtù: e più notevole fu quello della vanagloria e dello spirito irrequieto e battagliero, onde tante questioni incontrò, e tanta molestia ebbe a soffrire". (8)

"Non si sa veramente per qual motivo latinizzasse il proprio nome in quello di Giano Planco (Janus Plancus)": forse, lo fece "per quella sua boria e ostentazione che aveva d'uomo studioso delle antichità". Per la sua "indole sarcastica e battagliera", incontrò "molte e fiere inimicizie" e guerre, in patria come fuori di Rimini. (9)

Rimini nel '700 vive una grande stagione culturale. Sembra rinnovarsi "il bellissimo spettacolo di quella nobile gara del sapere", già messa in scena nel XV secolo, all'epoca dei Malatesti. Sullo sfondo cittadino, domina proprio la figura di Bianchi, "la casa del quale… fu sempre aperta non già soltanto a tutta la provincia, ma ancora a quanti studiosi da altre parti qui convenissero". (10)

Comune maestro di una generazione d'intellettuali riminesi, Bianchi compie irregolarmente i primi studi, a causa della morte del padre, avvenuta quando lui ha 8 anni. Fino agli 11, studia Latino presso i Gesuiti riminesi, poi si dedica alla lettura di storici, geografi, botanici, chimici. A 18 anni, si accosta alla Filosofia, analizzando le opere di Cartesio e Newton. In seminario, lo costringono a studiare il pensiero aristotelico, un edificio ormai demolito dalla nuova scienza di Galileo. La sua personalità appare inadatta al ministero sacerdotale. A 24 anni, comincia a studiare Medicina a Bologna. A 26, nel 1719, si laurea. Poi, va a Padova, dove si lega d'amicizia con Giambattista Morgagni e con Antonio Vallisnieri: il primo è il fondatore dell'anatomia patologica, il secondo è un convinto sostenitore del metodo sperimentale di Galilei nell'arte medica.

Ritornato a Rimini, dopo aver curato gratis i poveri per tre mesi, Bianchi inizia un suo giro d'Italia che dura dal '23 al '40. Contatta luminari, allaccia rapporti di lavoro. Spera nell'incarico di professore di Medicina teorica a Padova, ma glielo soffia un collega già celebre, il Piacentini. Scrive i suoi opuscoli polemici, studia le maree e le conchiglie. In casa propria, allestisce un museo in cui raccoglie di tutto, collezioni naturalistiche ed archeologiche che attirano l'attenzione dei forestieri: "Mi rallegro… al vedere che non passa letterato per Rimini, che non faccia capo a lei", gli scrive L. A. Muratori che lo ha raccomandato per il posto a Padova. (11)

Nel 1741, dall'Università di Siena gli viene la nomina a titolare di Anatomia umana. Per Bianchi, sembra iniziare una nuova stagione che, purtroppo, ha breve durata. Infatti, appena salito in cattedra, comincia a scontrarsi con i colleghi, a causa di quell' "animo suo fervidissimo, troppo pieno di sé e troppo degli altrui meriti depressore". (12) Taccia i suoi colleghi d'ignoranza, e si lamenta della "penuria di libri in fatto di storia naturale". In Botanica, si mette a tartassare vivi e defunti. (13) Allora "gli sorse intorno una barriera di ostilità e di diffidenza", destinata ad aumentare nel '42 con quella sciagurata autobiografia anonima che, alle "smaccate lodi" di Bianchi, univa "gli attacchi all'ambiente accademico senese". Attacchi che ne rivelavano l'autore nello stesso soggetto di quelle pagine. (14)

Alla fine, Bianchi è costretto ad ammettere di aver scritto lui il testo incriminato, prima di ritornarsene (nel '44) a Rimini, dove la municipalità gli assegna uno stipendio annuo di 200 scudi per la sua sola presenza, con la qualifica di medico primario, e lo onora con la cittadinanza nobile.

A Rimini, Bianchi riprende l'insegnamento privato iniziato prima di andare a Siena. La sua casa si trasforma in una vera e propria scuola, ricca di materiale didattico di vario tipo e di una biblioteca ch'egli tiene continuamente aggiornata. La frequentano allievi che diventeranno famosi, come Battarra, Bonsi, Garampi e Lorenzo Ganganelli, il futuro Clemente XIV. In quella casa, Bianchi nel novembre del '45 ripristina l'accademia dei Lincei che, nata a Roma nel 1603, era stata chiusa nel 1630, alla morte del fondatore Federico Cesi, dopo una vita contrastata e resa difficile anche dall'appoggio fornito a Galileo, chiamato a farne parte nel 1611. Pomposamente, Planco si definisce Lynceorum restitutor perpetuus, e fa coniare una medaglia commemorativa. Dal '55, dell'accademia riminese si perdono le tracce.

Nel 1746, il matematico modenese Domenico Vandelli incolpa Bianchi di aver sottratto a Galileo la gloria dell'invenzione del telescopio, e gli rimprovera molte inesattezze. Nell'ottobre dello stesso anno, a Bianchi vengono lanciate "accuse acerbissime… quasi di violata religione nella sezione dei cadaveri". L'anatomia costituisce la sua passione scientifica. Anche a Siena ha incontrato contrasti. I colleghi lo hanno accusato di infettare il nosocomio, con quasi duecento autopsie in sette mesi. (15) Come lui stesso racconta, le proteste riminesi lo costringono a chiedere licenza alla Curia romana, per le sue esercitazioni.

Nel '49, osserva un caso clinico che poi descrive nella Storia medica d'una postema nel lato destro del cerebello…, per dimostrare che una lesione del cervelletto provoca una paralisi nel corpo dalla stessa parte del lobo offeso, non in quella opposta come accade per il cervello. Considerata oggi il suo capolavoro scientifico, la Storia non fu allora accolta positivamente dal mondo medico, con l'eccezione di Morgagni. I rapporti epistolari tra Bianchi e Morgagni sono anteriori alla pubblicazione della Storia, avvenuta nel '51. Morgagni gli ha già scritto nel '49 che Antonio Maria Valsalva, proprio maestro, morto nel 1723, aveva sostenuto la diversità tra cervello e cervelletto circa le conseguenze delle "offese" a questi organi, fornendone "la vera dimostrazione anatomica e clinica del fatto" nel De Aure humana tractatus. (16) Ricevuta la Storia, Morgagni nell'aprile '52 scrive a Bianchi: "A me parve degna di lode la Diligenza di Lei in riosservare attentamente ciò che tanti altri Notomisti osservando, non avevano con pari esattezza descritto…". (17)

Quel "riosservare" è un ironico accenno, in sintonia con il carattere ilare di Morgagni, ad una "scoperta dell'acqua calda" fatta da Bianchi? Forse Morgagni attribuiva a Planco soltanto il merito di aver messo in ordine nozioni già acquisite, ma non da tutti accettate. Dopo aver pubblicato la Storia, Bianchi chiede a Morgagni altri chiarimenti sugli studi anatomici del cervelletto. Morgagni gli invia le "promesse notizie", e una volta perde un po' anche la pazienza. A Planco che si lamentava della "rozzezza" di un reperto anatomico incolpando un assistente di Morgagni, questi risponde che il tecnico è morto e quindi "non può se stesso difendere".

Tra 1759 e '61, appaiono vari scritti di Planco contro l'inoculazione del vaiolo a scopo preventivo, propugnata dal medico genovese Giovammaria Bicetti De' Buttinoni. Il quale era stato consigliato da alcuni greci che avevano visto praticare la vaccinazione a Costantinopoli, presso quel "folto popol che noi chiamiam barbaro e rude", come scriverà nel 1765 Giuseppe Parini nell'ode L'innesto del vaiuolo dedicata allo stesso Bicetti.

Nel '61, Bianchi riceve una lettera (autografa solo nella chiusa) di Voltaire che lo ringrazia del discorso In lode dell'arte comica, inviatogli in dono. L'ex allievo Ganganelli gli scrive nel '63 che non c'è forestiero che non passi per Rimini per "vedere il Dott. Bianchi, e che non abbia segnato" quel nome tra i suoi ricordi. (18)

Appena eletto papa nel '69, Ganganelli nomina Planco archiatro pontificio onorario e cameriere segreto. La municipalità riminese gli raddoppia a 400 gli scudi dello stipendio annuo, per ordine dello stesso pontefice. Dopo la morte di Clemente XIV, Bianchi è confermato da Pio VI nella carica che gli dà diritto di farsi chiamare monsignore e d'indossare un elegante abito prelatizio ("mantellone paonazzo", lo chiama), con cui egli si pavoneggia, "ambizioso all'eccesso" qual è. (19)

Negli anni '60 a Rimini, si discute animatamente della sistemazione del porto canale. Il filosofo Battarra è contrario a prolungare i moli, come invece propone Bianchi che, firmandosi Chillenio, attacca il proprio ex allievo e collaboratore (gli ha fatto incidere tavole di rame nel '44). I rapporti tra i due sono tesi già da un po' di tempo, e peggioreranno: Bianchi diffamerà Battarra "assai volgarmente", chiamandolo "coprofago". Planco combatte anche l'opinione di padre Boscovich ("levare la Marecchia dal porto presente o levare il porto dalla Marecchia"), e lo accusa di dar "cattivi consigli". (20) Boscovich, scrivendo a mons. Garampi il 9 luglio 1768, tira una frecciatina che sembra rivolta proprio al medico Bianchi: "Né avrei creduto, che la tracotanza di alcuni ignorantissimi in quelle materie, e non so quanto meritatamente accreditati in altre, dovesse far tanta impressione in alcune persone di rango impiegate ne' governi…". (21)

L'idraulica non è il suo campo, ma Planco da buon erudito settecentesco vuole dimostrarsi enciclopedico. La gloria sicura, egli se l'attendeva ovviamente dalla Medicina, dove "rese famigliare il salutevole rimedio della China China per le febbri terzane, come per tante altre del medesimo genere". E come medico, produce guarigioni quasi miracolose, per cui "soleva dire, che egli era il medico de' disperati". (22) È sostenitore dell'idroterapia, ritiene i viaggi giovevoli a migliorare "spiriti ed umori" del corpo, in un'epoca in cui sta nascendo un turismo culturale ed uno anche balneare: provetto nuotatore, in uno scritto del 29 luglio 1746 lascia quella che è forse la prima testimonianza di un bagno di mare (fatto di sera, con il marchese Buonadrata), prima di un lauto pranzo a bordo "d'una galeotta napolitana". (23) Buongustaio difficile da accontentare, Bianchi spesso si lamenta dei prezzi praticati dagli osti.

La sua vecchiaia è turbata da problemi famigliari (nel '72, il fratello Giuseppe impazzisce), e da amori senili (viene ricordato quello per un'attrice romana, Antonia Cavallucci). (24)

Planco muore il 3 dicembre 1775, a 82 anni e 11 mesi, per "un'atroce infreddatura" contratta sei giorni prima nell'assistere in chiesa alla sacra funzione celebratasi in "rendimento di grazie" per la promozione alla sacra porpora del concittadino Francesco Banditi. "Fu sepolto in Abito e Rocchetto in S. Agostino". (25) La lapide reca il testo da lui stesso dettato in latino. Tra l'altro si legge che lui nacque infelice, visse ancor più infelice e infelicissmo morì. Quell'epigrafe suscita (anch'essa…) delle polemiche. L'abate Amaduzzi giustifica l'"irrequietezza del suo spirito, per cagione della pazzia frenetica del fratello…", anche se ritiene quel testo "uno sconcio di decrepitezza". (26)

"Bizzarra come era bizzarro Planco", definisce l'epigrafe in una lettera privata Bertòla che, per la "Gazzetta Universale" di Firenze, compila un necrologio ("giovanilmente sincero", secondo Augusto Campana), in cui descrive più i difetti che i pregi di Bianchi: lo chiama stravagante, ambizioso, "poco felice nella natìa favella… osservatore giudizioso della Natura, ma poco amico di quella massima legge: Niun esperimento dee farsi una sol volta. Vantatore di se stesso… ed alcuna volta ributtante disprezzatore d'altrui, appassionato all'estremo per le beghe letterarie, e soggetto alle bassezze dell'ambizione".

Ne nasce un "vespaio" (il termine è dello scienziato veterinario Francesco Bonsi). "I Riminesi sono sossopra", confida Bertòla all'abate Amaduzzi, difendendosi: "Ho detto delle verità alquanto dure" e "mi si danno i titoli di bastardo, di apostata". Bertòla accusa "la grossolana Riminese improprietà", definisce i propri concittadini delle "bestie da soma", non sopporta il "ridicolo ascendente di Planco" esercitato sugli allievi della sua scuola. (27)

Ma poi, quasi per farsi perdonare, scrive un'ode in onore di Bianchi: "Rimino mia non piangere,/ vive il divin tuo Planco". Più infelice che mai, ovviamente, per quella disputa che, per quanto postuma, lo toccava da vicino.

(1) Secondo Michelangelo Rosa, a B. "nulla sarebbe mancato per elevarsi alla sommità della gloria letteraria, se meno avido di accattar brighe" fosse stato. Cfr. p. 98 della biografia di G. Battarra, Hercolani, Forlì 1894.

(2) Le parole sono di C. Tonini, La Coltura letteraria e scientifica in Rimini, Danesi, Rimini 1884, vol. II, p. 267.

(3) Sull'argomento, cfr. qui il cap. su Ruggiero Boscovich.

(4) Cfr. C. Tonini, cit., p. 244.

(5) Ibidem, pp. 276-278.

(6) G.L. Masetti Zannini, Diporti marini di Iano Planco da Ravenna alla Cattolica, "Romagna arte e storia", n. 4, 1982, p. 49.

(7) Cfr. G. Pecci, Notizie e pettegolezzi romagnoli del Settecento, Galeati, Imola 1928. A. Fabi (Aurelio Bertòla e le polemiche su G.B., Lega, Faenza 1972, p. 7, n.7), definisce l'autobiografia anonima del '42 come "una sequela di ridicole vanterie".

(8) Cfr. C. Tonini, Rimini dal 1500 al 1800, VI vol. della "Storia civile e sacra riminese", Danesi, Rimini 1888, II, p. 201.

(9) Cfr. C. Tonini, Compendio della storia di Rimini, II, Renzetti, Rimini 1895-96, p. 297.

(10) Cfr. C. Tonini, La Coltura, II, cit., pp. 208-209.

(11) Cfr. Carteggio inedito di G. Morgagni con G.B., a cura di Guglielmo Bilancioni, Steb, Bari 1914, p. 30.

(12) Cfr. C. Tonini, La Coltura , II, cit., p. 236.

(13) Ibidem, p. 268.

(14) A. Fabi, G. B., in Dizionario biografico degli italiani, I. E. I.

(15) Cfr. C. Tonini, La Coltura , II, cit., p. 238-241.

(16) Cfr. Carteggio inedito, cit., p. 184.

(17) Ibidem, p. 195.

(18) Cfr. C. Tonini, La Coltura , I, cit., p. 278.

(19) Cfr. Pecci, Notizie, cit., pp. 13-14 (lettera di Girolamo Fabbri Ganganelli, pronipote di Clemente XIV ex sorore, del 27.9.1769) e A. Fabi, A. Bertòla, cit., p. 8, n. 9.

(20) Cfr. qui il cap. su Ruggiero Boscovich. Si veda anche Masetti Z., Diporti marini, cit., p. 56.

(21) Cfr. Angelo Mercati, Lettere di scienziati dall'Archivio Segreto Vaticano, 1941, anno V, vol. V, n. 2, "Commentationes della Pontificia Academia Scientiarum", pp. 145-147.

(22) Cfr. C. Tonini, La Coltura , II, cit., pp. 241-242. La Chinachina è la corteccia di alberi del genere Cinchona della famiglia Rubiacee. Dal 1640, già si usava per la cura delle febbri, introdotta in Spagna dalla contessa di Chincòn. Nel 1820, si scoprirà un suo alcaloide, il chinino.

(23) Cfr. Masetti Z., Diporti marini, cit., p. 62.

(24) Cfr. A. Fabi, A. Bertòla, cit., p. 29.

(25) Cfr. A. Tosi, Notizie biografiche dell'abate G. A. Battarra, Lega, Faenza 1933, p. 10.

(26) Cfr. A. Fabi, A. Bertòla, cit., p. 67. L'abate Amaduzzi (Savignano 1740, Roma 1792), ebbe un orgoglio che "gli fu spesse volte funesto", ed apparve "quel che infatti non era, turbolento, ardito ed anche irreligioso" (cfr. Ab. Isidoro Bianchi, Elogio dell'Ab. G.C.A., Pavia 1794, p.42). Cfr. qui il cap. Giancristofano Amaduzzi, "talpa" giansenista a Roma.

(27) Cfr. A. Fabi, A. Bertòla, cit., pp. 22-24. Cfr. qui il cap. A. Bertòla, un poeta per l'Europa.

 

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