Antonio Montanari

Don Montali, la Chiesa e il fascismo

In numerosi articoli sul "Diario Cattolico" il sacerdote di San Lorenzino espresse aperta condanna della politica nazionalistica seguita da Germania ed Italia. La beffa letteraria di chiamare Mussolini "grande chirurgo".
 
Non vorrei che questo scritto potesse trasferire a me, in base alla proprietà transitiva, il giusto giudizio che il direttore Giovanni Tonelli ha espresso sul testo che ho prodotto relativamente ai secondi dieci anni del "Ponte": "libro non simpatico", perché riporta alcune verità scomode tolte direttamente dai fatti e dalle cronache del nostro foglio.
È difficile ed antipatico (appunto) intervenire su cose che sono apparse in questo stesso giornale, oltre tutto se esse costituiscono un argomento serio, che appunto per questa sua qualità richiede una lettura non superficiale ed una valutazione complessa che potrebbe apparire quasi il gesto orgoglioso di chi "sale in cattedra". Questa mia nota potrà apparire condizionata da un giudizio soggettivamente negativo sul modo in cui l’argomento in questione (che preciserò subito), è stato affrontato. Dovrò pertanto dimostrare che tale mio giudizio non nasce da una posizione arbitraria (di ‘gusto’ personale), ma da un esame obbiettivo dei fatti e del loro contesto.
Ho letto sul "Ponte" n. 1/1998 l’inserto dedicato alla storia del "Diario Cattolico" in cui M. M. parla anche di don Giovanni Montali. Chi ha scritto la biografia di un qualche personaggio, finisce per essere una specie di suo avvocato d’ufficio per difenderne il rispetto della memoria. Mi è già occorso di intervenire su queste colonne allorché qui si ‘rubarono’ a Romolo Comandini certe sue scoperte storiografiche, ed in precedenza quando si polemizzò sull’interpretazione del ruolo svolto dallo stesso don Montali nella vicenda umana e religiosa di Romolo Murri.
Dunque, in quell’inserto scritto da M. M., don Montali viene citato due volte. Riporto da pag. 46 la prima volta: il prete di San Lorenzino "per moderare l’irruenza "danzareccia" che imperversa nelle parrocchie, non bada a spese: non solo sollecita l’aiuto delle alte sfere del fascismo, ma invoca addirittura anche quello del "grande capo"". Segue un passo di don Montali in cui Mussolini viene chiamato "chirurgo provvidenziale". Trovo infine un’osservazione di M. a proposito del "Diario Cattolico", secondo la quale tale giornale disserterebbe "in piena assonanza con il regime".
Mi permetto di far osservare:
1. Don Montali scrisse ripetutamente sul "Diario Cattolico". Con tutte le precauzioni necessarie sotto una dittatura (tale era il fascismo, non un fatto folcloristico, come piacerebbe ai molti ‘revisionisti’ che oggi vanno di moda, i quali non si sono ancora accorti della ‘svolta’ di Fini), don Montali il 24 marzo ’33 accenna al problema della valutazione del nazionalismo. La Chiesa domanda che esso sia "cristiano, cioè rispettoso dei diritti degli altri". È un brano che al lettore attento spiega molte cose. Appare già qui un giudizio negativo sulla guerra ("che condurrebbe su tutto l’universo un cataclisma spaventoso"), il quale diventa una condanna della politica del fascismo che aveva come sbocco inevitabile proprio la guerra.
2. In altro articolo sul corporativismo (del 18.5.’35), don Montali rivendica l’importanza della dottrina sociale della Chiesa e di Leone XIII ("Rerum Novarum"). Su questo aspetto ritorno in seguito.
3. Il 13 febbraio ’35 don Montali esprime la condanna del nazismo, fondato da quell’Adolf Hitler che si considerava discepolo di Benito Mussolini.
4. Ci sono altri scritti di don Montali, sempre del ’35, di profonda critica del nazismo, con pure una citazione dalla "Lettera pastorale" dei Vescovi tedeschi la quale dichiarava che, quando le leggi "sono contrarie al diritto naturale e ai comandamenti di Dio, si deve obbedire a Dio prima che agli uomini". Parole che significano qualcosa in un tempo in cui il motto era "credere, obbedire e combattere". Il "credere" dei cristiani doveva essere qualcosa di diverso, mi pare di poter sostenere, rispetto al "credere" della cultura fascista. Così il "combattere" la buona battaglia, anche se molti ingenuamente credetto che essa fosse quella della guerra: ma questo è una ramo delle presenti argomentazioni, che richiederebbe un’ampia trattazione impossibile per ragioni di spazio.
Questi articoli di don Montali sono esaminati più a fondo nella mia biografia del prete di San Lorenzino, edita dal Ponte nel 1993, ai capitoli XIII e XV (pagg. 135-142 e 147-149). Alle pagg. 139-140 ricordo che "parlare di fatti che avvenivano al di là delle nostre frontiere, era pure un modo di aggirare gli ostacoli della censura nazionale e di trattare di problemi anche italiani, senza dar troppo nell’occhio (almeno in apparenza)".
Chiedo scusa se da quel libro debbo ancora citare qualche altro passo: a proposito della questione del corporativismo, ho spiegato che negli scritti di don Montali "non dobbiamo cercare un’impossibile adesione alla dottrina fascista, ma piuttosto un modo per riproporre (con i limiti esistenti nel quadro politico e sociale del tempo), i temi della giustizia sociale in chiave cristiana, così come erano stati affrontati anche all’inizio del secolo" (p. 140). Don Montali ripropone il pensiero di Leone XIII, considerato "socialista" dai benpensanti. Sul tema si vedano gli articoli (inconfutabili) dello stesso sacerdote sulla Gioventù Operaia Cristiana apparsi nel "Diario Cattolico".
5. Il 16 aprile 1937 don Montali ritorna sul tema del nazismo, e commenta l’encliclica di Pio XI "Con affannosa cura" che riguarda la persecuzione religiosa in Germania: nello stesso numero, in altra nota, Don Montali riferisce criticamente anche del libro "La guerra integrale" di Erich Ludendorff. Sull’encliclica di Pio XI, il "Diario Cattolico" torna il 2 ottobre ’37 nell’articolo intitolato "Non prevarranno".
La (prima) citazione dell’inserto di M. dalla quale sono partito, è presente anch’essa nella citata biografia di don Montali. La storiella del "chirurgo provvidenziale" merita una postilla che faccio riprendendo direttamente dal mio volume (pag. 144): "Quando, negli articoli del ‘Diario Cattolico’, don Montali attacca il ballo e ricorre a citazioni della nuova mistica fascista, non inneggia al regime, ma anzi ne fa una satira pungente, usando contro di esso quella retorica che ne costituiva l’ossatura. Conoscendo bene l’antifascismo di don Montali non deve trarre in inganno il tono a cui egli fa ricorso quando scrive che il nuovo Stato si è assunto il compito di fare "cittadini forti, integri, maschiamente responsabili di una missione di valore, di difesa nazionale, di bontà"".
Da provetto scrittore qual era, don Montali, ricorre qui a due strumenti stilistici, l’ironia e la parodia. E l’analisi letteraria, se la si compie con il minimo delle cognizioni necessarie, ci conduce a chiari risultati. Il senso di questa prima citazione non lo si percepisce se non si considerano in precedenza i cinque punti elencati.
Veniamo alla seconda citazione dall’inserto: si riferisce ad un articolo di don Montali del 5 novembre ’38, "Contro la guerra". Al proposito M. scrive che il nostro sacerdote è tra i pochi che "escono dal coro", come se tutti gli altri sacerdoti riminesi fossero favorevoli al massacro imminente. Lo stesso titolo dell’articolo ("Contro la guerra") è la sintesi del pensiero ufficiale della Chiesa di Roma. Lasciamo perdere i vaneggiamenti di don Garattoni sulla "luce di Roma" che non era quella della Cattedra di Pietro: più di lui conta il Magistero papale che viene chiaramente interpretato da don Montali nei suoi pezzi e seguito da quel giornale il quale (sostiene M.) disserta "in piena assonanza con il regime".
Inoltre non va dimenticato che tale articolo del 5 novembre ’38 appartiene alla serie della "Lex amandi", ispirata al sacerdote di San Lorenzino da Romolo Murri (vedi alle pp. 147-149 della biografia).
Credo, infine, che non sia un particolare di secondaria importanza la considerazione del fatto che, durante i colpi di coda del fascismo (all’epoca della terribile "repubblichina" di Salò, la quale resta tale nonostante lo spirito di pacificazione di Violante), si cercò don Montali in canonica per farlo fuori. Ed in sua vece furono poi uccisi i suoi due fratelli, che nessuna lapide a Riccione ricorda.
Chiedo scusa per la lunga lettera, che unicamente un problema di coscienza mi ha spinto a scrivere. Non ho voluto impartire nessuna lezione di metodologia storiografica e di scrittura storica, ma semplicemente segnalare che la semplice lettura antologica di brani non permette un pronto e veloce ritratto di un personaggio, per la qual cosa si richiede un’analisi rispettosa del personaggio stesso e della verità dei fatti.

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Antonio Montanari
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Pagina 0297, creata 06.08.2000. Rev. grafica 23.05.2014