Antonio Montanari

La Cassa Rurale di Riccione (1914)
ed il suo fondatore don Giovanni Montali

Saggio pubblicato in "Ravennatensia XIX",
Atti del Convegno di San Marino 1997,
Imola 2002, pp.13-22.

Ogni istituzione è il frutto dell’incontro tra la condizioni storiche in cui essa ha origine, e l’impronta di chi l’ha ideata. Parlare della nascita della Cassa Rurale di Riccione e San Lorenzo in Strada (o San Lorenzino), significa quindi delineare il contesto sociale dell’antica frazione di Rimini, e la figura di don Giovanni Montali.
Don Montali giunge a San Lorenzino il 18 luglio 1908 quale cappellano di don Leonardo Leonardi che scompare ottuagenario il 23 marzo 1912, dopo 53 anni di attività pastorale nella stessa località. San Lorenzino era allora "una parrocchia povera e sotto il profilo religioso molto ingrata", una "lingua di terra ai margini dell’allora piccolo borgo riccionese popolato da mezzadri, da operai, da qualche pescatore" [1].
La vita che si svolge a San Lorenzino agli inizi del secolo è caratterizzata da un forte malessere sociale, come ci lascia intravedere questa notizia apparsa sul foglio riminese L’Ausa il 28 febbraio 1903: "È dal ’96 a questa parte che questa contrada ad opera di una associazione di persone pregiudicate nella maggior parte, viene funestata da moltissimi fattacci di sangue con inaudite violenze e prepotenze di cui l’epilogo fu il mancato omicidio di Giovagnoli Ugo".
Lo scenario di San Lorenzino non è pero differente da quello generale della Romagna, "anticlericale e pretofoba", dove "le Camere socialiste del lavoro si considerano e diventano un contraltare alla parrocchia" [2]. Più mangiapreti spesso per anticonformismo che laici per radicate convinzioni, questi romagnoli anarchico-rivoluzionari avversano ogni manifestazione religiosa, concedendo fiducia soltanto a qualche sacerdote. In questi casi, si rispetta sempre un amico, un uomo, mai la veste, intesa come simbolo di quelle idee che si volevano combattere.
Gli anni in cui don Montali inizia il servizio sacerdotale sono difficili pure per altri motivi. C’è una crisi agraria con conseguente forte disoccupazione. Diffuso è poi il fenomeno della sottoccupazione.
"I nostri padroni tante volte ci succhiano il sangue, ci opprimono e ci invidiano spesso quella florida salute che il ciel ci dona e quel po’ di polenta che forma il nostro principale sostentamento", scrive un contadino di Roncofreddo (siglandosi N. C.) sull’Ausa del 1° febbraio 1907: "L’agitazione cominciata nel forlivese e nel cesenate io mi auguro si estenda ovunque e trovi tutti concordi; mi auguro possa riuscir presto ad ottenere qualche miglioramento reale alla nostra classe".
Ai lavoratori della terra, ai proprietari e al clero, si rivolge con una Lettera il vescovo di Cesena, mons. Giovanni Cazzani. Commenta L’Ausa del 19 gennaio 1907: "È un esempio franco, nobile e preciso di quella salutare ingerenza che la Chiesa ha il dovere sacrosanto di esercitare". Conclude la nota del foglio riminese: "Quante volte abbiamo detto che l’opporsi cieco e pertinace alle collettive ricerche di miglioramento del ceto lavoratore farebbe calunniare o odiare la Chiesa quasi tiranna e alleata dei forti contro i deboli!".
La Lettera del vescovo di Cesena affretta la missione del severo Visitatore apostolico padre Tommaso Pio Boggiani in quella diocesi. Il card. De Lai scriverà allo stesso padre Boggiani nel giugno 1907: "… il S. Padre desidera che Ella vada subito per la visita a Cesena. Ivi esiste un grave dissidio fra cattolici, padroni e mezzadri ed operai per gli affitti dei fondi. L’ottimo vescovo, con rettissime intenzioni, ha tuttavia accresciuto il dissidio con l’appoggiare più i mezzadri e gli operai che i padroni. Vi è anche in diocesi del murrismo e modernismo. Insomma è necessaria una visita quanto prudente altrettanto accurata" [3].
Don Montali conosceva direttamente i problemi del mondo agricolo. Era infatti nato in una famiglia povera e legata alla terra, terzo dei sei figli di Michele e Maria Maggioli, a Canonica (Santarcangelo di Romagna) il 28 marzo 1881. A 18 anni era entrato in Seminario a Rimini, dove (come lui stesso scriverà), fu "attirato subito dagli studi sociali: erano gli anni in cui si propagava in Italia l’ideale della Democrazia Cristiana", per opera soprattutto di un prete marchigiano, don Romolo Murri.
L’esperienza murriana segna il giovane sacerdote come attestano queste sue parole: "Consacrato sacerdote nel 1906 cercai di essere fedele al mio programma sociale" [4].
Il primo incontro di Montali con il pensiero di Murri è avvenuto quando aveva 21 anni, nel 1902, attraverso le colonne dell’Ausa e l’insegnamento di due sacerdoti, don Gerolamo Mauri (protagonista di numerose battaglie in difesa di Murri), e don Pietro Polazzi. A Murri in Romagna hanno fatto capo, sin dalla fine del secolo scorso, intellettuali e sacerdoti impegnati contro l’"immobilismo" dei cattolici: essi si richiamavano alla Rerum Novarum (1891) di Leone XIII. Nel 1902 è stato organizzato a San Marino un incontro interregionale con don Murri, il cui discorso fu definito sull’Osservatore romano "riprovevole e degno di censura". Murri aveva spiegato che libertà e Cristianesimo sono inscindibili, parlando "in un vasto piazzale, sotto la seconda rocca", poiché il parroco della cattedrale, forte anche dell’appoggio dei Capitani reggenti, gli aveva impedito di leggere il discorso in chiesa.
La cultura sociale, rivista fondata da don Murri nel 1898, ha poi messo a contatto il giovane Montali con le nuove tendenze teologiche e bibliche, tanto diverse dalla mentalità che egli incontrava nei sacerdoti più anziani, tra cui il rettore del Seminario mons. Antonio Pallotta che lo aveva rimproverato per averlo scoperto con molte copie della Rerum Novarum da diffondere tra i compagni di studi. Mons. Pallotta in tono burbero gli aveva detto: "Questa non è lettura da seminaristi".
Nel 1905 don Murri ha fondato una Lega democratica nazionale, a cui aderisce anche don Montali. Nel 1906 Pio X condanna la Lega democratica, e L’Ausa non entra più in seminario a Rimini. L’anno successivo il papa sospende a divinis don Murri, poi scomunicato il 22 marzo 1909.
L’investitura ecclesiastica di don Montali come parroco è dell’11 agosto 1912.
Dalle "Risposte ai quesiti prescritti da Sua Eccellenza Rev.ma Mons. Vincenzo Scozzoli per la terza visita Pastorale" che recano la data dell’8 settembre 1912, ricaviamo che nella parrocchia abitano 305 famiglie, per un totale di 1.967 persone ("anime"). Si registra come presente il fenomeno dell’emigrazione in quel piccolo borgo popolato da mezzadri, operai e qualche pescatore. C’è un "forte contingente di analfabeti" anche tra i fanciulli, e ciò rende "talora poco proficua" l’istruzione catechistica. A frenare la quale concorre, secondo don Montali, pure "l’incuria di certi genitori". "Non vi sono matrimoni puramente civili, né si conoscono concubinati, né vi sono stati funeri civili. Non vi sono circoli o società sovversive pur serpeggiando stampe irreligiose". Il parroco precisa che "non vi è tassa alcuna per trascrizione di atti parrocchiali". La decima raccolta nel ’12, è di 30 sacchi di grano.
In quella parrocchia costituita soprattutto di poveri, Don Montali, figlio di gente contadina, sta dalla loro parte. Alla sorella Nazzarena confidava: "Sono con loro, li devo difendere, aiutare, seguire. E nello stesso tempo, essere loro un po’ utile" [5].
Durante la prima guerra mondiale, come raccontava il nipote don Michele Bertozzi [6], don Giovanni intervenne presso i padroni perché applicassero la legge che li obbligava a sostituire i lavoratori maschi che erano al fronte, pagandoli loro: "Questa povera gente si trovava con l’acqua alla gola, perché quasi tutti gli uomini erano sotto le armi, e a casa rimanevano solo le donne e qualche inabile".
Dal 9 giugno 1914 anche a Rimini esplodono i tumulti durati quattro giorni della cosiddetta "settimana rossa" La forza pubblica è già stata rafforzata con 150 uomini di truppa, inviati per il vietato comizio antimilitarista di due giorni prima. In prima fila nella protesta ci sono i contadini, i quali ammassano migliaia di capi di bestiame nel "prato della Sartona" (ora stadio comunale). La violenza dilaga in città. La gente urla: "Abbasso i preti, evviva la repubblica popolare".
Il parroco del Suffragio puntella i portoni d’entrata della chiesa per timore di un’invasione. Quella folla ha appiccato il fuoco ad una porticina laterale del Duomo, al tempietto di Sant’Antonio, alla Cancelleria vescovile, alla porta della chiesa dei Servi, ed ha attaccato gli uffici del dazio bruciando i registri. Nel negozio di un armaiolo, sono state asportate armi. Altri pubblici esercizi vengono presi d’assalto. C’è il terrore, e la gente non esce di casa.
Davanti al Seminario, di fianco al Tempio malatestiano, viene fatta esplodere una bomba. C’è anche un tentativo di invadere la stazione ferroviaria, e di incendiare l’ingresso del municipio. I rinforzi militari al loro ingresso in città nel borgo di San Giuliano, tradizionale roccaforte anarchica, sono presi a fischi e sassate. L’ordine è ristabilito senza colpo ferire il giorno 12. Il rumore di un bambino che cade durante un comizio annunciante la cessazione dello sciopero generale, è scambiato per un colpo di fucile, e la folla se la squaglia. Così riassume i fatti L’Ausa del 20 giugno 1914.
Il 28 luglio ’14 scoppia la prima guerra mondiale. Pio X muore il 20 agosto successivo. Il 5 settembre gli succede il cardinale Giacomo Della Chiesa, papa Benedetto XV che il 1° novembre condanna la guerra con l’enciclica Ad Beatissimi apostolorum principis cathedram.
Don Montali nel ’12 ha iniziato la sua carriera di scrittore traducendo dal francese le conferenze di Léon Désers, intitolate La Chiesa cattolica.
Sicuramente dalla penna di don Montali sono usciti per L’Ausa il necrologio per don Leonardi nel ’12 e la notizia sugli esercizi spirituali del febbraio ’13. Entrambi i testi infatti contengono idee tipiche del parroco di San Lorenzino. Il necrologio ricorda che don Leonardi non fu mai "straniero alla società che avanza". A proposito degli esercizi spirituali tenuti da don Diolaiti e don Tamburlani, si presenta della Chiesa un’immagine non statica ma dinamica, quando si dice che i due oratori hanno "illuminato il popolo su quello che ha fatto per l’umanità la religione cattolica", e si aggiunge che essa ha risposto "sempre ai bisogni nuovi" della società. Questa seconda notizia contiene un’altra affermazione importante: senza la Chiesa non è "possibile quel progresso morale che deve camminare di paro col progresso materiale dei tempi nuovi".
Se caliamo queste affermazioni nel momento in cui esse apparvero e riandiamo al contrastato dibattito tra innovatori e tradizionalisti, con tutto il pesante bagaglio di accuse che agli innovatori venivano rivolte di atteggiamenti contrari all’ortodossia; comprendiamo come quei brevi scritti del sacerdote quasi sepolto nella sua parrocchia di periferia, siano un grido di speranza, ed una proposta di vedere il mondo contemporaneo con occhio non annebbiato da paure di demonizzazione della realtà storica. Quando infatti parla di "progresso materiale dei tempi nuovi", l’autore dimostra di voler incidere sul contesto sociale di ambienti che vivevano spesso in condizioni misere, per i quali occorreva sapere trovare le parole adatte a far comprendere che la giustizia doveva esserci anche su questa terra: "I cattolici, i democratici cristiani, sanno che la giustizia non mancherà completa nell’al di là, ma vogliono che, per quanto possibile, non manchi neanche quaggiù", aveva scritto L’Ausa del 1° aprile 1905.
Le notizie biografiche su don Montali che abbiamo fin qui riportato, ci permettono di cogliere le linee ideali del progetto che il nostro sacerdote vuole realizzare nel 1914 con la istituzione della Cassa rurale di Riccione, San Lorenzino e Casalecchio. Privo totalmente di quella che si chiama la mentalità imprenditoriale, ma dotato di un’energia morale che si alimentava dalla lettura del Vangelo, don Montali avrebbe potuto prendere come motto del suo operare due parole che ben ne riassumono la fisionomia spirituale: "Giustizia e Carità". Motto in grado di illustrare la sua capacità di ‘leggere’ la realtà contemporanea e di viverla in un’ottica né di rivolta né di conservazione, ma come continua costruzione di un mondo più umano perché più cristiano.
"Nel 1919-20", scrive lo stesso don Montali, "sostenni i lavoratori nelle lotte agrarie del Riminese: alcuni proprietari terrieri che mi conoscevano bene giunsero perfino a togliermi il saluto qualificandomi "peggiore di un socialista". Venuto il fascismo, non mi lasciai spostare da esso neppure di un pollice dal mio programma".
Quel programma ha le sue radici nell’enciclica di Leone XIII Rerum Novarum che ha dettato la prima dottrina sociale della Chiesa: lo Stato doveva provvedere affinché fosse osservata "con inviolabile imparzialità la giustizia retributiva". Il papa aveva condannato, assieme alla cupidigia dei padroni, anche la lotta di classe che aveva attizzato nei poveri l’odio verso i ricchi. È proprio questo odio che porta all’uccisione, a San Lorenzino, di Secondo Clementoni, un proprietario terriero fulminato da un colpo d’arma il 1° luglio 1920.
Prima del 1922, anno in cui sale al potere Mussolini, don Montali ha lottato conto i socialisti, in modo aperto, "non a tradimento", dice don Bertozzi [7]. Lo stesso avviene sotto il fascismo. Per don Montali, non esistevano nemici, "ma solo amici di idee contrarie", mi ha spiegato don Carlo Savoretti che fu suo cappellano tra 1934 e ’36: "Ha fatto del bene a tutti. Non guardava in faccia alle idee. Don Montali era l’amico ideale. Per lui l’amicizia era cosa sacra".
L’avversione al fascismo lo fa entrare nella lista nera dei nemici del regime. Contrario alla guerra (è suo un importante articolo del 5 novembre 1938, apparso sull’argomento nel Diario Cattolico di Rimini), sfiduciato nelle sorti del conflitto, don Montali finisce nel mirino dei fascisti più fanatici che riveleranno la loro violenza nei terribili giorni del ’44. Avvisato che volevano fargli la pelle da "un fascistone di quelli grossi" (come mi ha detto il nipote Elio Coscia), don Montali si rifugia a San Marino, scappando in bicicletta la sera del 20 giugno ’44.
Don Ferdinando Zamagni ricorda che nel settembre del ’44 ebbe occasione di incontrare don Montali "in incognito, perché era stata decretata la sua eliminazione dai fascisti", al convento di Valdragone [8]. Il parroco di San Lorenzino era costretto a non farsi vedere perché anche nella neutrale San Marino lo avrebbe potuto raggiungere la vendetta fascista. Nazisti e repubblichini erano di casa sul Titano, come dimostra la cattura del dc Giuseppe Babbi che si trovava rifugiato a San Marino, dove fu catturato il 18 marzo a Serravalle, dopo aver subìto una serie di minacce da parte di fascisti riminesi e sammarinesi. Nello stesso settembre ’44 i nazifascisti uccideranno per vendetta a don Montali i due fratelli Luigi (66 anni) e Giulia (59), che avevano voluto restare a San Lorenzino.
Il 13 marzo di quel tragico ’44, è intanto morto per malattia Romolo Murri. La Chiesa lo aveva condannato per la sua azione politica con la scomunica maggiore, nel 1909: davanti a quel provvedimento del Santo Offizio al tempo di Pio X, Montali disse di aver provato "uno dei dolori più grandi" della sua vita. Anche dopo la condanna (la quale proibiva ogni contatto con lo scomunicato che doveva essere evitato a tutti i costi), don Montali conservò con Murri un’amicizia fraterna che tradusse in atti di concreto aiuto all’ex prete ridotto in miseria. Ad un certo punto, don Montali fu tramite tra Murri e il Vaticano. E fu grazie a don Montali che Murri poté rientrare nella comunione con la Chiesa di Roma.
Don Giovanni Montali scompare il 9 novembre 1959, dopo una lunga malattia. L’Orazione funebre è tenuta per espressa volontà del sacerdote, dal suo ex cappellano don Carlo Savoretti, alla presenza del vescovo di Rimini, mons. Emilio Biancheri. "Figlio del popolo, ebbe predilezione per gli umili e per gli indigenti che più rassomigliavano a Gesù Cristo, felice quando poteva sollevarne le miserie e consolarne i dolori", disse don Carlo: "Non si bussava mai invano alla sua porta. Se non aveva mezzi -perché don Montali visse povero, è morto povero ed ha voluto essere sepolto da povero tra i poveri- li cercava e li trovava. Riferisco dalla stampa di questi giorni: "Qualche tempo fa si presentava a don Montali un operaio che doveva lasciare l’abitazione per fine contratto senza essere in grado di procurarsene un’altra perché sprovvisto di denaro. Il parroco vuotò allora il portafogli estraendo trenta mila lire; era l’unico denaro che possedeva. Poi lo consegnò all’operaio scusandosi per la impossibilità di non poter fare di più mentre nella sua voce tremava la commozione". Sembrava -dichiarava l’operaio- che quasi avvertisse un senso di colpa, lui che era capace di dare via anche la camicia pur di aiutare il suo prossimo".
Il profilo di don Montali non sarebbe completo se non ricordassimo la sua degnissima attività di studioso e di scrittore. Negli anni Trenta si getta con grande entusiasmo a tradurre i due grossi volumi del benedettino padre Paolo Delatte di Solesmes sulle Lettere di San Paolo, inquadrate nell’ambiente storico degli Atti degli Apostoli. L’opera è tradotta in due tempi: il primo volume apparve nel 1935, il secondo nel 1953.
Purtroppo non possediamo molti documenti che ci permettano di indagare in tutti i dettagli la fatica di don Montali. Nella prefazione al primo volume (1935), egli stesso dichiara di aver lavorato "nella relativa tranquillità campestre di S. Lorenzo in Strada nei ritagli di tempo non impegnati nel ministero sacerdotale". In una lettera del 1934, la cui copia dattiloscritta si è salvata assieme a poche altre pagine di don Montali durante il furioso passaggio del fronte nel ’44, l’arciprete di San Lorenzino scrive in francese all’abate di Solesmes per avere notizie di padre Delatte, che chiama il suo "maestro di sacra Scrittura". Questa lettera documenta il rapporto culturale che don Montali intreccia con un ambiente europeo. Rapporto che dovette essere frequente, dato che nella missiva si accenna a precedenti corrispondenze e ad una traduzione fatta da don Montali di una lettera circolare inviatagli dallo stesso abate di Solesmes.
Per lo scrittore Montali, cultura significa anche impegno politico, come è verificabile in un altro settore del lavoro del nostro sacerdote: in quelle collaborazioni apparse sul riminese Diario Cattolico tra 1933 e 1938. Ne ’35 don Montali affronta il problema della Chiesa e del nazismo, con parole di fuoco: "È interessante sottolineare la correlazione insigne che sembra aver condotto la Provvidenza tra il pericolo spirituale del razzismo pagano e il XIX Centenario della Passione del Cristo, celebrata dalla Chiesa come rimedio ai mali del secolo e sorgente di rinascita del puro spirito cristiano. Tra l’azione secondo Hitler e l’azione secondo Pio XI regna un abisso insormontabile il cui punto di rottura è la Croce".
A questo punto, don Montali cita il Mein Kampf (La mia battaglia), opera pubblicata in due parti nel ’25 e nel ’27, ove Hitler "accondiscende a concedere al Cristo lottatore la stima che egli rifiuta al Cristo martire". A proposito di quest’affermazione, don Montali osserva: "Questa dissociazione mostruosa tra il Cristo vincitore e il Cristo sofferente, questo paradosso odioso di un cristianesimo in cui non sarebbero conservate che le parti eroiche", è stata ripresa da Alfred Rosemberg (il teorico della gerarchia tra le razze, che prelude alle leggi antisemite), posto dal führer "alla testa dell’educazione e della cultura in Germania".
L’attenzione di Montali verso il mondo tedesco è dimostrata da altri scritti: il 21 marzo ’35 appare l’articolo "I cattolici in Germania". Leggiamone qualche passo. Nel Paese del führer "è esplicitamente proibito appartenere nello stesso tempo alla "Gioventù hitleriana" e a una associazione della "Gioventù Cattolica"", e senza appartenere alle organizzazioni ufficiali, non si trova posto e non si fa carriera. L’articolo cita poi "commoventi episodi della fedeltà che i giovani manifestano verso le opere cattoliche", e ricorda "gli incidenti deplorevoli causati dai giovani hitleriani", definendoli come fatti che "non cambiano nulla" nella sostanza della fede, pur nella loro gravità. Ci sono stati anche omicidi, oltre a molte incarcerazioni.
Il secondo articolo ("La posizione dei Cattolici in Germania", 21 settembre ’35), riprende la Lettera pastorale dei vescovi tedeschi in cui si sostiene che, quando le leggi "sono contrarie al diritto naturale e ai comandamenti di Dio, si deve obbedire a Dio prima che agli uomini". Scrive don Montali: "I Vescovi si soffermano con molta insistenza sui valori umani, sociali del cattolicismo, e mostrano con un vigore dialettico che colpisce profondamente le masse, le benemerenze della fede cattolica nella vita famigliare, sociale e nazionale".
Quando nel ’33 don Montali ricordava la condanna da parte della Chiesa degli "egoismi nazionalistici", immaginava già lo scenario internazionale che poi si sarebbe venuto a creare: quello del vecchio imperialismo. L’attenzione che don Montali dedica al mondo tedesco si spiega con il ruolo che drammaticamente Hitler si accingeva a svolgere in Europa, nella distruzione del continente attraverso la guerra. Ma parlare di fatti che avvenivano al di là delle nostre frontiere, era pure un modo di aggirare gli ostacoli della censura nazionale e di trattare di problemi anche italiani.
Le difficoltà per i cattolici resistenti al fascismo erano notevoli. Abilmente, don Montali ripropone il pensiero di Leone XIII, considerato "socialista" dai benpensanti, in un momento in cui l’egualitarismo fascista del ’19 aveva ceduto il posto al trionfo del capitalismo agrario ed industriale nel regime che governava l’Italia. Questa prospettiva può trovare conferma dagli articoli sulla Gioventù Operaia Cattolica (definita "l’Evangelo per il mondo moderno dei giovani lavoratori"), che don Montali pubblica nel ’36, in occasione del congresso giubilare dell’associazione.
Nel 1937, il 16 aprile nel Diario cattolico esce un altro articolo di don Montali sui fatti tedeschi: ad Oldebourg il governatore è stato costretto dalla protesta dei cattolici a ritirare il decreto con cui aveva proibito l’esposizione del Crocefisso nei locali pubblici e nelle scuole. Ancora una volta, don Montali cita le teorie di Alfred Rosemberg, esposte nel Mito del secolo 20., secondo cui il segno della Croce doveva scomparire non solo dalle vie e dagli edifici aperti al pubblico, ma anche dalle stesse chiese.
Don Montali ricorda a questo punto la "magnifica" enciclica di Pio XI Mit Brennender Sorge (Con affannosa cura), pubblicata pochi giorni prima, il 17 marzo ’37. L’enciclica ha come tema la persecuzione religiosa in Germania, e dichiara il carattere anticristiano del razzismo: i comandamenti di Dio, vi si legge, sono "indipendenti da tempo e spazio, da regione e razza". Inoltre, essa denuncia le violazioni del Concordato con la Chiesa cattolica, firmato da Hitler il 20 luglio ’33.
Nello stesso numero del Diario cattolico, esce a pagina due una nota (siglata D. M. cioè don Montali), a proposito di un libro apparsonitore, si legge nell’articolo, di una "religione tedesca" in opposizione a Cattolicesimo e Luteranesimo.
Sulla Cassa rurale di San Lorenzino possediamo poche e frammentarie notizie. Essa viene costituita il 22 dicembre 1914 con rogito del notaio dottor Giulio Cantoni. Riguardava anche Casalecchio. Ha sede nella parrocchia di don Montali [9].
L’Ausa del 1° maggio 1920 scrive che all’inizio "la Cassa non poté funzionare: 1. causa la guerra che mobilitò quasi tutti i soci, 2. causa al terremoto [del 1916] che danneggiò, rendendoli inabitabili, i locali della medesima. Oggi ritornati i soci ai quali se ne uniscono sempre di nuovi in numero consolantissimo e accomodati in parte i locali la Cassa Rurale à cominciato a funzionare nella maniera più soddisfacente. Per far parte della Cassa occorre essere maggiorenni e di piena capacità giuridica; offrire garanzia di onestà e praticare la religione cattolica. È retta da un consiglio d’amministrazione composto di persone di specchiata onestà e appartenenti alle diverse classi sociali".
Nel 1921 i soci della Cassa sono 110, dei quali 70 partecipano alla riunione del 9 aprile, durante la quale don Montali "si è compiaciuto dello sviluppo che presenta" l’istituzione, presieduta da Epimaco Mancini di Riccione. Vicepresidente e cassiere è Guido Bianchini Massoni. Alla riunione sono presenti anche Giuseppe Babbi [10] che parla del "bene fatto in passato dalle Casse Rurali (oltre 3.000 in Italia pressoché tutte sorte all’ombra del Campanile)", e dei compiti futuri. L’avv. Giovanni Braschi, che nello stesso anno in maggio viene eletto deputato del Partito popolare, prima illustra l’opera svolta dal Cristianesimo "a vantaggio dell’umanità attraverso i secoli", poi sostiene un contraddittorio con "un gruppo di lavoratori ai quali rispose brillantemente", con la "sua parola franca e travolgente" [11].

NOTE
[1] Cfr. L. Bedeschi, Don Giovanni Montali parroco di S. Lorenzino in Strada, "Storie e storia", n. 10-1983, p. 8.
[2] Ibidem, p. 6.
[3] Cfr. P. Grassi, Il movimento cattolico, in "Storia di Rimini dal 1800 ai nostri giorni", vol. I, Ghigi, Rimini 1978, p. 308.
[4] Queste parole appartengono ad un testo scritto da don Montali nel 1945: è una specie di testamento spirituale e di bilancio della propria vita dopo la tragedia della guerra.
[5] La dichiarazione di Nazzarena Montali è stata raccolta da Maurizio Casadei che l'ha riprodotta in un testo depositato presso l’Istituto storico della Resistenza di Rimini, ed utilizzata in vari scritti.
[6] Anche queste parole sono riferite dal cit. Casadei.
[7] È un’altra parte della cit. testimonianza resa a Casadei.
[8] Cfr. la dichiarazione di don F. Zamagni riportata a p. 37 di Fronte di sangue sulla collina, San Lorenzo in Correggiano-Settembre 1944, ed. Il Ponte, Rimini 1994
[9] Ricaviamo questi dati dalla fotocopia di una lettera inviata dal segretario della Cassa, don Montali al Segretario comunale di Riccione il 1° dicembre 1924: "In merito alla Sua richiesta Le significo che la Cassa Rurale di Riccione, S. Lorenzo in Strada e Casalecchio è stata costituita a Rogito del notaio Dr. Giulio Cantoni li 22 Dicembre 1914, e che il capitale sociale al 31 Dicembre 1923 è di 3.910,31. Con rispettoso ossequio, Giovanni Montali, Segretario. 1. Dicembre 1924". La data di fondazione è riportata anche dall'Ausa del 1° maggio 1920. Sull'Ausa del 15 maggio ’15 si legge che, tra 1914 ed il primo trimestre del 1915, sono nate "molte Casse Rurali", tra cui è citata quella di San Lorenzo in Istrada, per un totale di 3.025 soci (alla fine del 1914). A Santa Giustina nel ’13 diveniva parroco don Silvio Casadei (1884-1946), amico di don Montali. Ricordava Nazzarena Montali (con M. Casadei) che don Casadei andava ad aiutare il fratello che "per i numeri era un po' negato": un "tipo molto intelligente, dinamico, attivo" era don Silvio, secondo la Montali. La Cassa di Santa Giustina è anch'essa del 1914.
[10] È l’esponente cattolico di cui si è detto in precedenza per gli eventi del 1944.
[11] Cfr. L’Ausa del 16 aprile 1921.

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Antonio Montanari
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