Riministoria© Antonio Montanari

Don Piergiorgio Terenzi lascia "il Ponte"

Il modo migliore per non lasciarsi prendere dall'emozione, è parlare di professionalità. Oltretutto, nel dizionario dei sinonimi, alla voce emozione trovo indicato anche turbamento: ma turbare rimanda ad agitare, con stretta parentela con quell'agitarsi che spedisce a sua volta verso un arrabbiarsi che sarebbe qui fuori delle righe canoniche dello spartito, ovverosia della colonna giornalistica, con l'aggravante della ricerca semantica da parte di un professore vagabondo non solo perché in pensione.
Ed allora, soffermàti sull'arida sponda, volti i guardi al varcato destino, resta da dire che quando, dieci anni fa, conobbi don Piergiorgio, non immaginavo di incontrare un prete-giornalista così esperto in tutti i segreti del mestiere della penna, anche nella sua propaggine tecnica dell'arte grafica e tipografica.
Ma soprattutto ciò che ho potuto ammirare, è stato il fatto che don Terenzi, tra il dire ed il fare, non ci ha mai messo di mezzo il mare. Io sono sostanzialmente un misantropo (una volta ho letto un pensierino in cui mi riconosco, «amico di tutti, in particolare di nessuno»), ma apprezzo il dono che ti fa chi ti accoglie nella cerchia della sua confidenza e del suo mondo.
Provenendo da un ambiente gretto e pidocchioso come quello della scuola, dove son vissuto per quasi trent'anni, l'incontro con Il Ponte è stato per me un modo di tirare un sospiro di sollievo. Costretto ad ubbidire a caporali di giornata privi di fantasia, incapaci di un sorriso, logorroici come le lagnose circolari ministeriali, e brevilinei nel profilo dell'intelligenza, ho considerato un'àncora di salvezza poter collaborare con don Terenzi, frequentare la redazione che aveva messo in piedi ed in cui mi ha invitato, avere qualche colloquio con lui sui problemi più vari: e ogni volta avevo qualcosa d'imparare.
Quando si dicono i casi della vita. Terenzi lascia la direzione del Ponte, una testata che ha amato con quella passione viscerale che solo chi scrive sa riconoscere in se stesso e nelle proprie creatura di carta, le quali parlano tutto di noi. Ed io lascio il mondo della scuola, verso il quale mi ero avviato inesperto giovinetto, e che adesso, sazio per indigestione di pubblica (d)istruzione, ho abbandonato, con la rabbia che prende quando, verso una cosa, c'è appunto quella passione viscerale di cui dicevo prima, e che spesso viene ricambiata soltanto da torti che si debbono subire in silenzio. Ma questo riguarda soltanto me, e perché parlarne? Soltanto per dire che, appunto, pur essendo io un misantropo legalizzato e non di contrabbando, tra le tante persone che conosco, poche sono quelle che, come don Terenzi, posso collocare in un mio scarno elenco ideale di chi applica nella vita, con rigore e coerenza, le proprie idee.
Questa fedeltà ai princìpi, che tiene lontani dai giochetti politici e dalle trame carrieristiche, per me è stato l'esempio, l'insegnamento e il dono che ho ricevuto frequentando dieci anni di vita del Ponte di Terenzi. Mi piace ricordarlo proprio mentre la città si appresta a parlare non di fedeltà ai princìpi, ma della memoria dei Prìncipi, quelli che nella storia hanno sempre fatto i loro comodi alla faccia della Giustizia. Parola che spunta sulla bocca di tanti, ma che pochi amano mettere in pratica. Basta sporgersi dal finestrino per osservare il mondo di oggi, e prendere nota. Ma non pronunciarla mai quella parola, ti prenderebbero per un rivoluzionario.

Antonio Montanari

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