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IL MONACHESIMO

LE ATTIVITA'

  LE ATTIVITA’
INTRODUZIONE


Codice dell'Abbazia di Morimondo
  All’interno del monastero la vita si svolge nel rispetto e nella valorizzazione di tutti gli aspetti che costituiscono l’uomo, dalle esigenze più elementari alle più alte espressioni dell’intelligenza. Per questo accanto ad attività legate al mondo agricolo ne troviamo altre che testimoniano l’amore dei monaci per il sapere.

L'interesse e l'amore dei monaci per la cultura si è tradotto in passato nella produzione di codici miniati, prezioso lavoro di trascrizione degli amanuensi, e ora nella cura e nel restauro di pregevoli manoscritti i e
incunaboli.


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IL MONACHESIMO

LE ATTIVITA'

  LE ATTIVITA’
LA DIFFUSIONE DELLE TECNICHE

Seguendo la Regola di San Benedetto i monaci giornalmente si dedicano alla preghiera e al lavoro manuale con il quale devono provvedere al loro completo sostentamento. In questa prospettiva viene avviata dai Cistercensi, anch’essi figli di San Benedetto, una svariata serie di attività dall’allevamento del bestiame, alla caseificazione e alla concia delle pelli, dalla coltivazione dei campi esterni all’abbazia alla gestione dei boschi, dal controllo delle acque all’attivazione di segherie e di macine azionate da mulini ad acqua, fino alla pescicoltura, dalla viticoltura alla vinificazione. Essendo poi tutti i monasteri cistercensi legati fra loro da un vincolo di aiuto fraterno, i monaci, durante le visite alle abbazie figlie o durante il
capitolo generale, si scambiano anche le informazioni e le notizie sulle nuove tecniche agricole e produttive, così che le innovazioni si diffondono rapidamente da un capo all’altro dell’Europa.

Grangia dell'Abbazia di Lehnin
  Non è da dimenticare l’importanza dei conversi, i monaci che svolgono i lavori manuali all’esterno dell’abbazia, e soprattutto di coloro che vivono nelle grange. Qui, alle dipendenze dei conversi, ci sono dei liberi braccianti esterni che collaborano nello svolgimento delle attività agricole e gestiscono la grangia quando, settimanalmente, il monaco converso raggiunge l’abbazia per le funzioni domenicali. Questo tipo di organizzazione fa in modo che le conoscenze dei monaci diventino patrimonio anche delle popolazioni rurali che vivono attorno alla grangia, e ciò favorisce lo sviluppo agricolo.


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IL MONACHESIMO

LE ATTIVITA'

  LE ATTIVITA’
LA PRESENZA DELL'ACQUA
Quando scelgono il luogo per edificare le loro abbazie, i Cistercensi cercano sempre la presenza di acqua per garantire, oltre all’igiene del monastero, il regolare svolgersi delle loro attività. Per questo motivo i Cistercensi diventano esperti in ingegneria idraulica: realizzano grandi imprese di bonifica di terreni paludosi con la costruzione di dighe e canali e opere per regolare l’approvvigionamento e la discarica dell’acqua negli edifici monastici.


Chiostro dell'Abbazia di Fiastra

  Esistono ancora in alcune abbazie queste opere: ad esempio a Chiaravalle di Fiastra, in provincia di Macerata, l’acqua piovana che scende dai tetti del chiostro ancora oggi viene convogliata, attraverso le opere idrauliche realizzate dai monaci costruttori, verso il pozzo nel cui serbatoio penetra dopo un opportuno percorso di decantazione.

Legati al divieto imposto dalla Regola di non consumare carne se non di pesce, molti monasteri si industriano anche nell’allevamento ittico, realizzato in grandi vasche con acqua corrente: nell’abbazia cistercense tedesca di Waldsassen, nel XVI secolo, si arrivano a costruire 160 vivai nei quali allevare pesci sufficienti a soddisfare anche le esigenze della popolazione delle città circostanti.

Un grande apporto allo sviluppo economico medioevale è costituito senza dubbio dalla diffusione dei mulini ad acqua, alla quale tutti i monasteri hanno contribuito in modo notevole: i primi mulini ad acqua in ferro, citati nei documenti storici in Germania, in Danimarca, in Inghilterra e nell’Italia del sud, appartengono ai cistercensi e il primo mulino a vento è stato costruito, nel 1180 circa, per l’abbazia di Saint-Sauveur-le-Vicomte in Normandia.

 

Schema di un mulino ad acqua

L’interesse dei monaci nella promozione del progresso tecnologico è sempre stata legata alla necessità di risparmiare al massimo tempo e forze umane per garantire il giusto equilibrio tra preghiera e lavoro, come richiesto dalla Regola. Infatti i mulini ad acqua collegati alle macine per i cereali permettono una maggiore produzione in un tempo minore rispetto a quelli azionati dall’uomo o dagli animali. L’impiego dei mulini è stato anche applicato alle attività di falegnameria e di siderurgia, garantendo una produzione maggiore e di migliore qualità.

Così un giovane monaco descrive l’utilizzo dell’acqua nell’Abbazia di Clairvaux ai tempi di S.Bernardo: "Il fiume entra nell’Abbazia per quanto lo permette il condotto in cui è incanalato. Zampilla dapprima nel mulino dove viene sfruttato per macinare il grano sotto il peso delle ruote e per smuovere il sottile setaccio che separa la farina dalla crusca. Poi fluisce nell’edificio accanto e riempie la caldaia in cui l’acqua viene riscaldata per la preparazione della birra dei monaci, nell’eventualità che la fertilità dei vigneti non venga a premiare le fatiche dei vignaioli…passa alle macchine follatrici…così di volta in volta alza ed abbassa i pesanti martelli e magli delle follatrici. Adesso entra nella conceria dove dedica molta fatica e molta cura a preparare i materiali necessari per i sandali dei monaci; poi si divide in tanti piccoli ruscelli e passa attraverso i vari reparti cercando ovunque quanti chiedono i suoi servizi per qualsiasi scopo cucinare, rotare, schiacciare, innaffiare, lavare… Infine per meritarsi i ringraziamenti più pieni e perché non resti nulla di incompiuto porta via i rifiuti e lascia tutto pulito."

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LE ATTIVITA'

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LE MARCITE

Già nei secoli antichi, sfruttando un sottile velo d’acqua fatto continuamente scorrere sul terreno, si attuava la coltivazione del prato marcido, che permetteva più tagli del prato irrigato normalmente. L’abilità dei Cistercensi nella gestione dell’acqua si esplicò anche nella trasformazione della coltivazione a prato marcido in quella a marcita, poi perfezionata da Leonardo da Vinci alla Sforzesca, la tenuta realizzata dagli Sforza di Milano presso Vigevano.


Schema di uhna marcita

  Nella coltivazione del prato a marcita, sfruttando le acque risorgive e dei fontanili, opportunamente incanalate sul terreno con leggere e differenti pendenze, viene fatto scorrere sul terreno stesso un sottile velo d’acqua anche nel periodo invernale, visto che queste acque hanno una temperatura che non scende mai sotto i 5 ° C.

Questo permette il primo taglio di prato già a marzo, mese che in latino si chiamava martius, e da qui deriva anche il nome di questa tecnica. Il primo documento lombardo che parla della tecnica del prato marcido, poi trasformato in marcita, attuata nella pianura padana, risale al 1188 e riguarda dei terreni di Ozzero appartenenti al monastero cistercense di Morimondo.

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LE ATTIVITA'

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I TERRENI
I monasteri dei Cistercensi nel periodo medioevale si propongono non solo come centri irraggiatori di fede e di cultura, come i monasteri degli altri ordini, ma assumono il ruolo di avamposti per riconquistare all’agricoltura e al lavoro terre inselvatichite da abbandono e spopolamento secolari.



Abbazia di Staffarda
mercato coperto

  Questa riconquista viene perseguita anche dall’abbazia di Staffarda, presso Saluzzo, i cui monaci cistercensi si distinguono per il dissodamento, la bonifica e la messa a coltura di vasti territori incolti, che si estendono intorno all’abbazia stessa.
Pur avendo scelto per vocazione l’isolamento e la solitudine, qualunque sia la loro abbazia di appartenenza, caratteristico dei cistercensi è che la loro opera finisce per inserirsi nel mondo laico circostante, fornendo alle popolazioni le loro conoscenze e le loro tecniche, così che le abbazie diventano promotrici di rinascita economica, che porta con sé benessere e ricchezza.

La loggia del mercato ancora esistente nell’abbazia cistercense di Staffarda è segno di questa attività e produttività non solo del monastero, ma anche delle terre circostanti, visto che questa struttura veniva utilizzata per gli scambi commerciali tra i monaci e i contadini.

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LA PREPARAZIONE DELLE PERGAMENE
Nelle abbazie medioevali abbondante è l’allevamento di animali, soprattutto ovini, anche se la Regola di Benedetto prevede per i monaci solo il consumo di pesce, mentre riserva quello di carne ai vecchi e ai malati; la numerosità dei capi allevati è giustificata dall’utilizzo delle loro pelli per la produzione della
pergamena, materiale largamente usato in Europa per la preparazione delle pagine dei libri fino al XIII secolo, quando verrà via via sostituita dalla carta che oggi noi conosciamo. Per preparare il foglio di pergamena, dopo la macellazione dell’animale, la pelle viene sottoposta a un processo di lavorazione che prevede il lavaggio, l’essiccazione, la macerazione in acqua di calce per l’importante operazione dello sbiancamento, la tensione su un telaio, la pulitura dei resti di carne e la rasatura del pelo e infine, a pelle asciutta, la levigatura con pietra pomice o osso di seppia. A lavorazione ultimata la pelle presenta due lati di aspetto differente: il lato che portava il pelo è più ruvido, più opaco, più scuro e presenta le tracce dei bulbi piliferi, il lato che era attaccato alla carne è più liscio, più lucido, più chiaro e quindi più pregiato. La pelle fornita dagli ovini, opportunamente piegata, viene sovrapposta ad altre pelli in modo da ottenere un quaderno che, dopo la scrittura e la decorazione, viene assemblato e cucito con altri per dare origine al codice.


Piegatura di un quaderno

  La piegatura della pelle avviene in modo tale da ottenere, a libro aperto, la contiguità fra due lati carne e due lati pelo così da garantire al manoscritto un aspetto omogeneo, gradevole alla vista e al tatto del lettore. Una volta che le pelli sono ripiegate in quaderni, vengono assegnate al monaco che provvede alla loro rigatura verticale, che delimita i margini sinistro e destro, e a quella orizzontale, che segna lo spazio di scrittura.

Per facilitare e rendere precisa la rigatura vengono praticati, attraverso più pelli, dei forellini che diventano i punti di riferimento ai quali appoggiare la punta di un bastoncino secco o una punta di piombo per procedere con la rigatura. Al termine di questa operazione le pagine presentano una suddivisione in due colonne di scrittura all’interno delle quali c’è un’ulteriore rigatura verticale, che delimita lo spazio per le iniziali; nel margine inferiore dell’ultima pagina di ogni fascicolo è delimitato uno spazio per il numero romano d’ordine e per la parola di richiamo, accorgimenti che facilitano la successiva operazione di rilegatura.

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LA TRASCRIZIONE DEI CODICI
Dai primi documenti dell’ordine Cistercense apprendiamo che quando un gruppo di monaci parte da un’abbazia per andare a fondarne un’altra, porta con sé
una serie di libri che possono essere trattenuti nell’abbazia di nuova fondazione solo per il tempo necessario per la loro copiatura. La trascrizione molto spesso inizia con la Bibbia e in questo caso, considerata la lunghezza del testo, la copiatura può essere realizzata da più di un amanuense, operazione che rende molto importante un’uniformità di scrittura. A questo scopo all’interno delle abbazie esistono delle vere e proprie scuole di scrittura, dove si rispettano rigorose regole grafiche che, in alcuni casi, rendono oggi difficile la distinzione delle differenti mani che hanno operato sul testo. Il lavoro di copiatura avviene nello scriptorium, un locale apposito nel quale lavora un numero di monaci che varia in relazione all’importanza che lo scriptorium assume all’interno del monastero, alle esigenze della comunità e alle eventuali committenze esterne. Ogni monaco copista, che secondo la lunghezza dell’opera può impiegare da qualche settimana fino ad alcuni anni per un singolo testo, si dedica alla copiatura utilizzando un calamo, ottenuto dalla penna di un volatile o da una sottile canna opportunamente temperata, intinto in un inchiostro preparato con nero fumo, sali metallici, noce di galla e altri estratti di erbe o succhi vegetali sciolti o cotti nell’acqua e a volte nel vino o nella birra.


Codice dell'Abbazia di Morimondo

  E’, invece, compito del rubricator la decorazione dei capolettera, spesso realizzata utilizzando l’inchiostro rosso, detto rubrum, dal quale è derivato il nome di rubricae alle lettere messe in evidenza. Uno statuto dei cistercensi, rigorosi nella semplicità e nel rispetto della povertà della Regola, prescrive l’utilizzo di un unico colore per la realizzazione delle lettere iniziali, mentre nei manoscritti di altri ordini si trovano capolettera finemente decorati, con svariati colori e anche con aggiunte in oro.


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I TESTI



Monaco in biblioteca

  La Bibbia, la Regola, il libro degli usi, il messale, il salterio, l’innario, il collectanea, il lezionario, l’antifonario e il graduale sono i testi che ogni monastero Cistercense deve possedere dopo averli ricopiati da quelli appartenenti all’abbazia madre. Ma nelle grandi abbazie, soprattutto dopo il periodo delle devastazioni longobarde, si procede alla copiatura non solo dei testi sacri o patristici, ma, in relazione alle committenze esterne, alla gestione di scuole e alla preparazione culturale dei monaci, anche alla copiatura di opere di pensatori dell’antichità e non solo religiosi, patrimonio culturale indiscusso dell’intera umanità che non sarebbero giunti sino a noi senza l’opera degli amanuensi.

Questo lavoro ha caratterizzato per secoli monasteri e conventi, così da renderli centri culturali della società europea, ruolo che hanno riconfermato anche con l’avvento della stampa: è, infatti, nel monastero benedettino di Santa Scolastica presso Subiaco che viene impiantata nel 1464 la prima tipografia italiana. Alcuni degli antichi libri, prodotti quando la tecnica della stampa era ancora in culla e detti per questo motivo incunaboli, sono ancora oggi conservati nella grande e storica biblioteca del monastero di Santa Scolastica, dove la tecnica di stampa di Gutenberg è stata introdotta da Pannartz e Sweynheym, due monaci provenienti da un’abbazia tedesca.

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IL RESTAURO
L’amore dei monaci per la cultura, che nei secoli passati si è espresso attraverso la preziosa opera degli amanuensi, oggi continua con la cura e il restauro di manoscritti, di codici miniati, di incunaboli, libri unici e preziosi.  


Restauro di un antico codice

In alcune abbazie, come ad esempio a Monte Oliveto Maggiore, l’abbazia Olivetana presso Siena, o a Montecassino, l’abbazia fondata dallo stesso San Benedetto, sono attivi dei rinomati ed efficienti laboratori per il restauro del libro dove, se necessario, i volumi vengono completamente smontati, disinfettati foglio per foglio, ricostruiti nelle parti mancanti, rilegati nuovamente rinforzando la copertina originale. In questi laboratori sono attive delle scuole, dove i monaci vengono preparati a questo lavoro che richiede, per ogni volume, mesi di lavoro paziente e accurato.

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