ERIKA TOSELLI

L’ANELLO DI NON CONGIUNZIONE

Si mangia la settima unghia, gliene restano ancora tre. E poi?
Si spera che prima della decima unghia la chiamino. Se no cosa le resta da fare su quella sedia di plastica in un corridoio che odora di alcool e lenzuola disinfettate?
Leggere le riviste no, non se ne parla nemmeno.
Non fanno che parlare di cose che Elena non vuole sentire. Non vuole sentire quelle storie stupende di donne che ce l’hanno fatta.
Lei non vuole diventare una donna che ce l’ha fatta. Elena vuole essere la donna che non ha avuto quel male, l’elemento di rottura della sua famiglia, l’anello di non congiunzione tra sua nonna, sua madre, sua figlia Martina.
Guarda la coppia in attesa di fronte a lei. La donna è preoccupata più del nervosismo del marito che si aggira sbuffando tra i corridoi che di se stessa.
La sua vita per la serenità di quel deficiente che si sta lamentando per i tempi d’attesa, lui, che deve rientrare al lavoro, non sua moglie che sta per scoprire se ha già un piede dall’altra parte.
Elena si chiede se sia meglio avere un marito così o essere sola, ci pensa due secondi e si sorride pensando di aver fatto un affare a chiedere il divorzio a Federico, perché potenzialmente è della stessa pasta.
Sono pochi gli uomini che di fronte ad una malattia grave della moglie reagiscono con coraggio, e sanno rendersi utili. Pensano forse che arrabbiarsi e rifiutare un evento lo faccia sparire? O sono semplicemente seccati per il disturbo che viene loro arrecato?
La fiducia di Elena nel genere maschile non è mai stata coltivata.
L’unico uomo, l’unico vero uomo nel senso bello del termine che le è stato presentato come tale era suo nonno. Non lo ha vissuto da vicino, da piccola poi lo scambiava per il personaggio di una fiaba.
Antonia, sua madre, le raccontava prima di mandarla a dormire una storia di eroi.
La protagonista era Caterina, una ragazza che prendeva la bici grande e grossa di suo fratello e andava a fare “commissioni”….
Quelle commissioni, nel 1945 erano un modo per dire che in realtà faceva la “staffetta portaordini”. Uno dei suoi compiti nella Resistenza era quello di portare ai ragazzi che si erano dovuti nascondere e quindi separare dalle squadre, lettere di ordini firmate dai capi partigiani.
Uno di questi era Antonio, rintanato in una malga in montagna che si innamorò al primo sguardo di quella ragazza con le guance rosse e le trecce nascoste nel foulard. Oltre alle comunicazioni in codice, se poteva Caterina gli portava qualche genere di conforto, un po’ di pane, di zuppa, qualche pezzetto di salame quando andava bene.
In mezzo a quella paglia che usava da letto Antonio amò Caterina anche dopo la fine del suo esilio, e a guerra terminata, nella chiesetta del paese, anche se la gente rideva e sparlava di loro, la sposò con il sorriso sulle labbra.
In dote Caterina portava un pancione di otto mesi. Antonia.
Quando Antonia ebbe dodici anni Caterina iniziò a stare male, deperiva, vomitava, era sempre più pallida. A quell’epoca il medico del paese le provava tutte, all’inizio una pacca sulla spalla:
- “ Caterina, una donna sposata della tua età… e ti chiedi che cosa hai? Di mattina ti alzi e
vomiti, non hai più il mestruo… vallo a chiedere all’Antonio che cos’è che hai!”-
Dopo mesi, appurato che non c’erano altri eredi in arrivo, le parlava di un po’ di anemia.. fino a che fu Caterina stessa a sentirsi un sasso che si stava facendo strada dentro di lei, attraverso il suo seno sinistro.
Da lì, tentativi di cure, primordiali, primitive, solo dei palliativi.
Caterina morì senza subire l’oltraggio dell’amputazione del suo seno, con i medici che allargavano le braccia e dicevano – “Fatevi coraggio, non c’è più niente da fare…”-
Rimasero una bambina di tredici anni e un papà che la lasciava dalle zie per dormire quindici notti su una sedia con la mano trasparente della moglie nella propria.
Antonia crebbe con un padre affettuoso ma perso nel dolore, sballottata fra un paio di zie con altri figli da guardare e poco tempo per occuparsi di lei.
Venne su un po’ selvaggia e maschiaccia, ma rinunciò alle corse a perdifiato per i campi e ad un destino da brava donna di campagna come sua madre per andare all’Università a Torino, la grande città.
Suo padre era fiero con gli occhi lucidi di quella ragazza intelligente e caparbia che tanto gli ricordava la sua Caterina, fece mille sacrifici per il resto della sua vita allo scopo di aiutarla all’Università e lasciarle magari qualcosa per il futuro.
Antonia a Torino andò a vivere in un collegio universitario, iscritta a Lettere, anche se le sarebbe piaciuto di più la chimica.
La temperatura a quel tempo saliva ogni giorno, ad ogni cassonetto incendiato, ad ogni aula occupata, ad ogni banco scagliato dalla finestra.
La ragazzetta di campagna per niente intimidita prese parte attiva al momento storico. Comitati femministi, marce, manifestazioni… non si fece mancare niente.
Peccato che in fondo era rimasta un po’ ingenua e sempliciotta.
Nel ’68 lasciò il collegio universitario per andare a vivere con altre tre ragazze in un grande alloggio un po’ decadente del centro storico.
Le sembrava la scelta migliore, non avrebbe dato una famiglia normale al suo figlio che le stava per nascere ma una vera e propria comune di donne autosufficienti.
Tanto sul padre biologico, un teorico del libero amore, non ci avrebbe potuto contare più di tanto, lasciò l’università e sparì nel suo paesetto d’origine non appena saputo la notizia. Per paura di un neonato e di una moglie rinunciò a diventare medico e imbracciò la pala del padre contadino.
Antonia dovette andare da suo padre per metterlo al corrente: nel viaggio in treno, mentre si avvicinava alla stazione d’arrivo, si sentiva sempre più piccola e insicura.
Tutta la sua fede politica incrollabile, le ideologie, i progetti, l’autodeterminazione…
Con un solo ceffone, del tutto prevedibile, suo padre cancellò la rivoluzione sociale, quella studentesca più quella femminista.
Poi un fiume di parole, altrettanto prevedibili: “- Per fortuna tua madre non è qui… a questo sono serviti i miei sacrifici… messa incinta da uno che è scappato… peggio di una servetta… a cosa ti è servito studiare… e io che mi sono fidato di te… che ero fiero di te…che nome avrà questo sciagurato?…”-
Antonia, rossa come un peperone, sentendosi un po’ ridicola con il suo gonnellone gitano, le collanine e la t-shirt senza reggiseno sotto cercò dentro di sé forza e orgoglio, rivide gli occhi seri e determinati di Caterina e si stupì di se stessa sentendosi rispondere al padre: “- Studiare mi è servito perché non appena laureata avrò un posto di lavoro sicuro che mi permetterà di crescere mio figlio, che avrà il mio nome e … che spero che diventando grande… un pochino ti assomiglierà.”-
- “Non avrai vita facile, figlia mia, e mi auguro che sia un maschio perché mi sa che ne avrà
bisogno.
Ti dico solo una cosa, se le cose si mettono davvero male, se dovessero peggiorare ancora… torna a casa.”-
Un abbraccio, una busta con dentro il necessario per il corredino e molto altro e Antonia con il cuore più leggero tornò a Torino.
Partorì a fine ’68: quando la rivoluzione cominciava, la sua finiva fra poppate e notti in bianco a preparare la tesi.
Ovviamente una femmina: alla notizia, Antonio in ospedale con il cappello in mano scosse la testa e alzando gli occhi al cielo disturbò sotto voce qualche Santo e la Madonna. Poi andò a vederla dai vetri della nursery e vedendo il ritratto di Caterina in fasce, si calmò.
- “Speriamo che abbia preso da te, Caty mia… speriamo solo non sia un’altra testa calda…”-
Antonia portò a casa Elena, dove qualche mese prima un’altra ragazza aveva avuto un bel maschietto, un altro figlio di un padre sfumato.
Dalle riunioni piene di sigarette, di spinelli e di politica passarono rapidamente a biberon, pappe e pannolini, con le altre due che si erano adattate a fare le babysitter, perché in quel loro concetto di famiglia allargata ci stava benissimo di crescere dei figli tutte insieme.
Furono anni splendidi, Antonia entrò di ruolo nel liceo vicino a casa, dopo la laurea e pochi mesi di supplenze; anche le altre ragazze si sistemarono in breve.
Si faceva cassa comune, si crescevano i due bambini, e si accettava pure un certo via vai di uomini per casa, a patto che non disturbassero e non interferissero nell’organizzata confusione di casa.
Elena cresceva disciplinata e obbediente in una famiglia strana ma più serena di altre. Il legame con sua madre fortissimo, erano i tempi in cui si diceva che le madri dovevano essere amiche e in qualche raro caso succedeva.
In seguito si trovarono una casa piccolissima tutta per loro, le zie della comune negli anni imboccarono ciascuna la loro strada ma non si persero mai di vista, ne si allontanarono di tanto.
Per Elena era normale andare a pranzo dall’una o dall’altra se sua madre doveva fermarsi a scuola, oppure andava a fare i compiti di inglese dalla zia che lo insegnava al linguistico e tornando si fermava dalla professoressa di matematica per farsi spiegare le cose più difficili.
Quando Antonia si accorse di aver ereditato da Caterina oltre al temperamento qualcosa di tremendo, cercò di non perdersi d’animo.
Erano i primi anni ’80, qualche speranza cominciava ad esserci.
Ne parlò con Elena, prima che con chiunque, anche se era solo un’adolescente tutta libri e burro cacao. Glielo presentò come un problema momentaneo, che si sarebbe risolto, non le parlò di Caterina.
Il travaglio fu doloroso, ci furono interventi devastanti fisicamente, cure da vomitare l’anima con le budella, capelli spariti sotto i vecchi foulard dei tempi della comune.
Elena venne protetta, nutrita, e messa a dormire a casa di una di quelle zie che non era a fare una notte in ospedale con Antonia.
Madre e figlia vivevano assieme nei periodi buoni: parlavano per ore, stavano alzate anche tutta la notte a discutere di filosofia antica e di vita, si facevano compiti, si spiegava il controllo delle nascite, si firmavano temi, compiti in classe e pagelle.
Quando andava proprio bene Antonia accompagnava Elena ai concerti che le piacevano e le veniva voglia di cantare e saltare anche lei con quelle ragazzine tutte uguali, ricce di permanenti e frizzanti di belle speranze.
Aveva fretta, doveva dirle un sacco di cose, spiegarle e metterla alla prova, aveva bisogno che sua figlia imparasse da lei il più possibile anche se non era ancora pronta.
Antonia c’era passata anche lei, tale e quale, ma Caterina forse non sapeva, non le avevano detto che era lei a doverle passare le eredità più importanti, forse non fece in tempo e le lasciò troppi vuoti.
Quando in ospedale le dissero che ormai mancava poco, Antonia chiamò suo padre e gli disse:”Adesso devo proprio tornare a casa”- .
Fu la seconda mano di donna che dovette tenere tra le sue per l’ultima volta.
Antonio invecchiò di trenta anni in pochi giorni. Sua figlia se ne andò nel letto dove era nata. Sua nipote, appena diciottenne, dietro la porta si cavava gli occhi dal piangere.
Essendo maggiorenne non ci furono problemi, tornò a Torino con il benestare di suo nonno e un conto in banca per studiare in santa pace, ma senza scialare.
- “Torna quando vuoi, chiama se hai bisogno di qualsiasi cosa…” – le teneva il visetto tra le
mani e la curiosità fece capolino nel suo dolore, gli sembrava che quegli occhi gonfi avessero qualcosa …-“Mi sa che tu sei diversa, mi sa che sei un po’ più fortunata, secondo me ti andrà meglio.”-
Elena si diplomò , vivendo tra una zia e un’altra, una zingara ordinata.
Quando fu il momento di scegliere l’università non volle una strada facile, né spianata. Andò dritta al Politecnico, e, anche se avrebbe voluto fare ingegneria meccanica, alla fine si convinse ad inscriversi a gestionale, dove c’era già qualche strana e sparuta ragazza, occhiali e attributi. Gomiti aguzzi per difendersi dal testosterone imperante.
Ma discendeva da combattenti, Elena, e non aveva granché paura.
Nell’ordine venne qualche ragazzo e poi un fidanzato vero, un altro ingegnere che sposò con rito civile, quando entrambi trovarono lavoro.
In seguito, Martina e il divorzio; Federico invidioso del suo successo, della carriera di Elena che decollava nonostante la maternità, mentre la sua stagnava.
Un controllo semplice dal ginecologo, nel 2006. Vista la storia della famiglia il consiglio di fare esami approfonditi.
Arriva a metà dell’ottava unghia, Elena e la chiamano.
Ha 38 anni , una figlia di 6. Un lavoro promettente. Un nonno morto da anni, tre zie, le nonne di Martina. Entra. La prendono, la esaminano, la palpano: i suoi seni vengono schiacciati, scannerizzati, pasticciati. E lei trattiene il fiato.
Il medico osserva il computer e la sua scheda. Non la guarda negli occhi e con indifferenza le dice – “Vista la familiarità deve controllarsi spesso, le prendo un altro appuntamento fra sei - otto mesi?”-
Tutto lì.
Elena si chiude la porta alle spalle. A testa alta, come Antonia e Caterina prima di lei.
- “Chi se ne frega se ogni sei mesi mi devo far schiacciare da tutte le parti e mangiarmi nove
unghie… Io mia figlia la cresco, la vedo sposarsi e le do una mano a tirare su i suoi figli.
Io sono l’anello di non congiunzione, io non lascio schifezze in eredità a Martina, solo la forza, solo il carattere…”-
Esce, c’è il sole.
Pensa a nonno Antonio… -“Mi sa che tu sei diversa, secondo me ti andrà meglio.”-