MARIA FRANCESCA GIOVELLI
LE MANICHE DEL GREMBIULE

Mio padre faceva l'ortolano: vendeva i prodotti del nostro piccolo campo, zucche e peperoni, cardi, insalata e cicoria, a seconda delle stagioni, prima ai Tedeschi e poi agli Americani, ma anche agli sfollati che in quell'anno arrivavano a ondate dalla città, ormai devastata e martoriata da bombe straniere. Frotte di uomini malvestiti, donne paesane e uomini in divisa si ritrovavano sotto il pergolato, davanti alle casse di legno che contenevano quel semplice e poco diversificato raccolto, appena partorito dalla terra, oppure davanti alla bilancia arrugginita posta, coi suoi pesi, in bella vista nel cortile. Quell'estate vendevano pere cotte: “Tre pere cotte due etti e mezzo”. Era sempre quello il peso, si sarebbero potute vendere persino ad occhi chiusi, senza verificare; quel prodotto era un modo per accontentare, con pochissimi soldi, chi non aveva più una casa, una cucina o un fornello, ma solo bocche di bambini da sfamare e una magrezza pallida e smunta, velata da abiti sempre larghi, o distratta da fazzoletti scoloriti, legati con noncuranza sul capo.
Nei mesi in cui la scuola elementare era chiusa, mi alzavo alle sei del mattino; il mio compito era riempire le casse sull'aia, legare ordinatamente mazzi di cicoria o insalata e lavare la verdura destinata al mercato: poco dopo mio padre sarebbe partito con il calesse verso ciò che rimaneva del mercato rionale della città, dove lo attendeva un banco per la vendita della verdura; mio fratello già stava nel campo da una buona mezz’ora a cogliere ciò che sempre la terra donava, come ricompensa alle cure continue, attente e meticolose che per tutto l’anno le dedicavamo. Così anch’io contribuivo al lavorio incessante che caratterizzava la mia casa, dove peraltro, fortunatamente, non avevo mai conosciuto la fame. Verdura in abbondanza regnava sulla nostra tavola, di quella di seconda scelta, se così si poteva chiamare; uova, pane fatto in casa e frutta di stagione, anche pere, ma solo quelle un po’ ammaccate o bollate di marcio, e solo crude, quelle cotte le vendevamo.
L’enorme paiolo sull’aia fumava sempre; c’era stata abbondanza di pere quell’anno, a scapito della miseria che, diventata quasi inoppugnabile, regnava d’intorno: e giù nell’acqua bollente cassette di quel frutto che, poco dopo, emanava un vapore dolciastro e piacevole che si sprigionava con tutta la sua intensità, ogni qualvolta sollevavo il coperchio di quel pentolone ammaccato e un po’ annerito, anche lui protagonista di una sua guerra, in minore, fatta di troppi fuochi e di rosse e reiterate cotture.
Un giorno capitò a comprare le pere una bambina; la conoscevo appena, avrà avuto un anno, forse due meno di me. In casa dicevano che la sua era una famiglia poverissima e molto numerosa, che viveva solo con lo stipendio del padre, perché i bambini erano ancora tutti molto piccoli e gli anni di guerra non avevano certo favorito quella, come molte altre situazioni familiari. Tre pere cotte due etti e mezzo: il peso, il prezzo, sempre il medesimo. Non aveva denaro con sé e segnai, ordinatamente come mi avevano insegnato, il conto su un registro ad uso domestico e di fabbricazione casalinga, dove lessi distrattamente quel giorno, sotto lo stesso nominativo, una lunga fila di cifre a comporre una somma non ancora saldata, di cui peraltro nessuno nella mia casa aveva mai parlato o reclamato il pagamento.
La bambina, di cui non ricordo il nome ma i cui occhi hanno lasciato un segno incancellabile nella mia memoria, mi guardava con aria quasi di diffidenza, rimarcando così in modo ancora più deciso i ruoli, inadeguati per l’età, che ci erano stati assegnati dalle situazioni e dai tempi. Scambiammo pochissime parole; io pesavo le pere, maneggiando con una certa sicurezza la bilancia arrugginita, lei rimaneva appena in disparte, quasi non volesse disturbare il compito sicuramente importante che stavo svolgendo con serietà e diligenza. Quando ebbe in mano il cartoccio che conteneva quella piccola spesa, salutando educatamente si allontanò, oltre il cortile, in modo quasi fulmineo. La seguì con lo sguardo e vidi la sua figura esile e nera sparire all’orizzonte, oltre l’ultimo tratto dritto di strada, laggiù dove casupole e portici maltenuti erano il riparo degli sfollati e di tutta quella gente povera che la guerra aveva segnato davvero. Solo allora, quando ormai la sua sagoma, era sparita definitivamente dalla mia vista, rividi col pensiero e per un solo istante la sua figura e mi accorsi del suo abbigliamento. Si trattava inequivocabilmente di un grembiule; un grembiulino nero col colletto bianco di semplice fattura lungo fino alle ginocchia, di quelli che si usavano a scuola trasformato, al momento, per quella stagione e sulla spinta delle ristrettezze, in un vestitino estivo mediante un taglio netto alle maniche, di cui stranamente conservo esattamente il ricordo dei particolari delle bordature e delle rifiniture, eseguite con capacità e precisione. Non mi sembrò tanto strano però quel capo indossato a quel modo da quella ragazzetta magra e schiva, né mi domandai, al momento, come tre sole pere cotte avessero potuto soddisfare la sua famiglia così numerosa; l’età, la situazione, l’abitudine precoce ad agire a cui ero stata avviata mi distoglievano, forse fortunatamente, da qualsiasi tipo di riflessione sulla realtà che stavo vivendo.
Ricompariva ogni tanto, riconoscibilissima nel suo grembiulino nero, sempre lo stesso senza maniche, a comprare le pere cotte o una modesta quantità di qualche altro prodotto della nostra terra. Salutava, faceva il suo ordine, rimaneva in silenzio durante tutte le operazioni della vendita, poi ringraziava e immediatamente dopo spariva, stringendo tra le mani come una conquista quel suo fagotto avvoltolato.
Così trascorse l’estate e ritornò anche il momento del rientro a scuola: non potevo più dedicarmi alle mie attività e quasi me ne dispiacevo, non avevo mai avuto infatti una predilezione assoluta per lo studio e la scuola in generale. Folle di bambini malvestiti arrivavano, mi sembrava, da ogni dove, in gruppi rumorosi che ingombravano le vie del paese e i sentieri delle campagne circostanti. Nella mia classe eravamo una quarantina, stipati e silenziosi riverenti e vergognosi di fronte all’autorità dell’insegnante che ci ordinava di eseguire esercizi e operazioni matematiche o ci assegnava composizioni che svolgevamo senza battere ciglio o senza distrarci minimamente da ciò che stavamo facendo. E fu così che solo il terzo o il quarto giorno dopo il rientro a scuola, quando il maestro chiamò alla lavagna una compagna riconobbi, anche se la figura mi volgeva le spalle, un grembiulino nero, dalla tinta lievemente ingrigita, su cui spiccavano vistosamente due maniche dal colore più scuro, evidentemente ricucite, affinché il capo potesse andare bene per la nuova funzione cui era stato destinato. Sicuramente nessuno ci fece caso nel marasma di quei mille altri cenci indossati allora dai bambini, troppo lunghi o troppo corti, troppo stretti o riaggiustati e comunque nella quasi totalità dei casi riadattati più volte a seconda delle nuove situazioni in cui venivano indossati, ma per me fu una sorta di rivelazione, dolorosa di una realtà che non avevo compreso prima in tutta la sua compiutezza. Abbassai per la prima volta lo sguardo di fronte alla risposta che mi era stata offerta e imparai solo quel giorno a fermarmi a guardare, cominciando dal punto esatto in cui gli occhi non possono più vedere.