LA VALLE DEI PASSERI (LEGGENDA DI TAINO)
Taino si affaccia a mezza costa, a contemplare la piana d'Angera e il lago che s'attarda nell'ultimo bacino prima di forzar la cerchia delle alture e scagliare l'impeto delle sue acque per la rotta di Sesto Calende.
Sopra il villaggio, la collina è allegramente festonata sino al sommo di viti che si reggono l'un l'altra con le braccia ossute dei tralci, timorose quasi di scivolar giù per la china.
Ma al tempo delle persecuzioni contro i cristiani quassù era un fitto bosco che per lunghi anni ospitò un eremita la cui fama perdura, sebbene il nome sia ,andato perduto nei secoli. Veniva dall'Africa che aveva girato in compagnia di San Cosimo e di San Damiano apprendendovi, sotto la guida dei due grandi maestri, l'arte della magia e la scienza della medicina, secondo le antiche formule del sapientissimo Salomone e i segreti e le ricette della regina Cleopatra.
Abitava una caverna mezza sepolta nel verde, tutta ingombra di vasi, di barattoli e di fiale, nelle quali egli conservava le sue miracolose pomate e le preziose essenze distillate dalle erbe. Nel mezzo della grotta, su una gran pietra levigata che gli serviva da tavola, scintillavano nella penombra filtri, morte e lambicchi di vetro, tra mucchi di antiche pergamene e pentole e recipienti d'ogni sorta e dimensione. E attorno alle fiamme dei fornelli, guizzavano le agili salamandre e grossi rospi girondolavano saltelloni per ogni dove, sostando imbambolati a specchiarsi nelle bocce dì lucido cristallo. Un gatto nero, che conscio della propria superiorità non degnava mai d'uno sguardo i suoi compagni irrequieti, stava accoccolato a ronfare sui libri della sapienza, quando non accompagnava il padrone pel bosco, alla raccolta delle erbe medicinali.
I primi ad incontrare il venerabile vegliardo furono alcuni boscaioli di Taino, un giorno ch'erano in collina a far legna; scoprendoli suoi fratelli di fede in Cristo, egli s'era intrattenuto affabilmente con loro e li aveva poi condotti alla caverna. Colà giunti, in quattro e quattr'otto, il mago aveva fatto scomparire ad uno dei suoi ospiti un enfiagione che lo tormentava ad una gamba, applicandovi un impiastro d'ortiche; a un altro aveva tolto una verruca che gli deturpava il naso sin dalla nascita, spennellandovi sopra un liquido speciale e pronunciando, rivolto al sole, le magiche parole: « Va, verruca mia, Che il sol ti porti via! »
E il sole se l'era portata via davvero! Cose senza alcun dubbio, mirabili. La fama di queste guarigioni si sparse rapida tra i cristiani, e fece sì che quando, poco dopo, in Lisanza e nelle terre adiacenti scoppiò una spaventosa epidemia di colera, essi ricorsero senza indugio alle cure dell'eremita. Lungo i cortei salivano la collina nel cuore della notte, trasportando sulle barelle gli ammalati che venivano deposti attorno alla caverna, in capanne improvvisate al lume delle torce.
Ma la cosa non poteva passare inosservata ai pagani: ben presto anch'essi, sorpresi dall'insolito movimento notturno e dalle molte miracolose guarigioni, accorsero in massa dal mago che gli uni e gli altri curava con ugual cuore. Così, ben presto, nel bosco, sorse un vero e proprio lazzaretto e il vegliardo s'aggirava infaticabile il dì e la notte, da giaciglio a giaciglio, prestando le sue cure ai poveri colerosi che ormai noti lo chiamavano più che con un sol nome il Santo.
Molte furono le conversioni alla vera fede, molte le guarigioni ch'egli operò; purtroppo, numerosissime anche le vittime del morbo, che, già si sa: <Contra vini mortis Non est medicamen in ortis>.
E i morti seppelliva egli stesso nella nuda terra, a ciascuno ponendo per riparo una tegola sul viso; e il gatto nero vagava la notte tra le fosse miagolando il lamento dei defunti, poiché il suo padrone fra tanti malati, non aveva neppure il tempo di recitare una preghiera per la loro pace eterna.
Nelle grandi calamità e nelle immani sventure, gli uomini ritrovano la così detta solidarietà; ma non appena il pericolo cessava subito da capo ad accapigliarsi e a dilaniarsi tra loro. Storia vecchia, ma sempre vera; così avvenne infatti anche in quel tempo, sulle sponde del lago.
Cristiani e pagani, che davanti allo spettro del morbo avevano messo da parte ogni rivalità ed ogni lotta di religione, non appena il flagello scomparve ricominciarono ad odiarsi; i pagani, in maggior numero, ebbero buon giuoco e ripresero le persecuzioni non risparmiando nemmeno il vegliardo della collina, al quale pure dovevano tanta riconoscenza.
S'appiattarono un giorno, in una ventina, attorno alla cappelletta che il buon uomo aveva costruito nel frattempo, in onore dei suoi santi maestri Cosimo e Damiano, proprio davanti all'imbocco della caverna. Egli stava tranquillamente affrescando una parete interna, quando udì un fracasso indiavolato, come di cristalli franti. Si sporse a guardar giù nella grotta: vide i suoi lambicchi e i preziosi barattoli volar in frantumi sotto una grandine di pietre, vide il povero gatto fuggir via miagolando e sbuffando, colpito da una sassata; egli stesso, per un pelo, non ebbe il capo acciaccato da un ciottolo scagliato con violenza contro di lui; e intanto nel bosco echeggiavano fischi, risate, invettive:
- Vecchio balordo, ti vogliamo
strappare la barba pelo a pelo !
- Lavati il viso che sei nero come un corvo! (Il poveraccio aveva la pelle cotta dal sole d'Africa).
- Se le viti quest'anno non
hanno dato uva, è per ì tuoi maledetti sortilegi, stregone!
- Ti metteremo allo spiedo come un tordo!
- Vedremo se ballerai tra le
fiamme come le tue salamandre !
- Guarda, guarda, che faccia
di scimmione ha sgorbiato quel tanghero, sul muro!
A tanto insulto il buon vecchio si sentì morire e i pennelli gli caddero di mano: lo scimmione era nientemeno che San Pietro,del quale egli aveva terminato proprio allora di dipingere la testa e la mano destra benedicente.
Ahi, sacrilegio!... ma in quel momento avvenne un fatto incredibile, straordinaria: la testa dipinta si volse di scatto verso il bosco, gli occhi sfavillarono di sacro furore e la mano, strappando le pietre dal muro, prese a scagliarle con forza inaudita contro i pagani. Ad ogni lancio rispondeva un grido di dolore, segno che l'Apostolo coglieva nel segno; in pochi istanti fu fatta piazza pulita. Allora la testa si volse nuovamente di fronte, e la mano si ricompose immobile, a benedire.
Dopo un tale miracolo, l'eremita non ebbe più cuore di continuare la Futura dì San Pietro e lasciò il dipinto incompiuto,così com'era e com'è ancor oggi.
Un simile castigo avrebbe dovuto servire di ammonimento ai pagani: macché! non se la diedero affatto per inteso e, qualche giorno dopo eccolo di nuovo sulla collina. Questa volta, avanzavano in massa compatta, vociando inferociti, ben decisi di farla finita ad ogni costo. Già non distavano molto dalla caverna, quand'ecco improvvisamente il sole si oscura e una nube di uccelli, piombando. rapida dal cielo,, viene a frapporsi fra loro e il rifugio dell'eremita.
La moltitudine degli assalitori s'arrestò attonita, senza respiro, a guardare: erano passeri, giungevano a stormi a masse a falangi da ogni collina, da ogni bosco, dalla pianura, dalle sponde del lago; rotearono dapprima come turbine attorno all'eremo, cingendolo d'una siepe vivente, poi si posarono sul pendio stendendosi in fitta catena dalla sommità al piano. E, sino a sera, più non s'udì che mi cricchiar di beccucci, un raspar di zampette affaccendate a sterrare, e il frullio degli uccelletti svolazzanti che ammucchiavano ai lati dello scavo la terra rimossa.
Ben presto, spiccò sul verde una striscia bruna che divenne solco, s'approfondì in fossa, s'allargò in alveo di torrente pel quale le acque, sgorgate dalle viscere della collina, si gettarono a valle scrosciando.
I pagani, che non avevano più avuto ardire di far un passo avanti, ritornando scornati alle loro case mormoravano:
- O costui è uno stregone portentoso, oppure è veramente protetto dal suo Dio; meglio, ad ogni modo, girargli alla larga prima che c'incolga il peggio.
Visse il buon vecchio molti anni ancora e per riconoscenza della protezione avuta dal Cielo, dipinse nella cappelletta, sopra l'altare, la Vergine con San Cosimo e San Damiano coronati da stormi di passeri.
Chi sale la collina di Taino, oltrepassata Cheglio giunge a una cascina che porta i! nome di San Damiano, e proseguendo trova la Valle dei Passeri, profonda e boscosa e più avanti la cappelletta dell'eremita. Sui muri, si scorgono gli antichi affreschi scrostati e guasti dal tempo: la Vergine, i due Maestri e il volo degli uccelletti salvatori; e da una parete laterale guarda severa la faccia di San Pietro che scagliò sassi contro i pagani. Qui vengono in processione ogni anno, al 25 di Marzo, donne di Taino, di Cheglio e di Capronno. Perché fu in tale giorno che, un tempo, la gente di questi paesi udì squillare le campane dell'eremo; accorse: il solitario, giaceva nella cappelletta serenamente addormentato nel sonno eterno. E le campane (quelle che ora sono sul campanile di Cheglio) suonavano, suonavano a distesa senza che nessuno le toccasse, per annunciare agli uomini che il vecchio saggio e pio era assurto, alla gloria dei cieli.