La Storia di Glauco: Capitolo 77

 

Capitolo 77 - Il regalo di Massima

Giulia accese con cura dodici ceri, sei da ambo i lati dell’armadietto di mogano degli antenati e dell’urna d’oro che erano stati portati a casa sua. Essi erano appoggiati su un tavolo riccamente decorato al centro del salotto del suo appartamento di Roma, completamente al buio eccetto per la calda luce tremolante diffusa dalle minuscole fiammelle. L’incenso bruciava in un piccolo piatto d’ottone, riempiendo la stanza di profumi speziati. Poi Giulia raggiunse Glauco e sua figlia, inginocchiati su cuscini di fronte all’urna, le teste chine, ognuno offrendo silenziose preghiere agli dei nel nome dell’uomo che tutti loro amavano. Gli sportellini dell’armadietto erano chiusi, a celare la maschera di cera talmente dettagliata e realistica che nessuno di loro riusciva a sopportare di posarvi lo sguardo.

Ciascuno era perso nei propri pensieri, nel proprio dolore, nella propria perdita. Le labbra di Giulia si muovevano silenziosamente e le lacrime luccicavano sulle sue guance pallide. Senza aprire gli occhi, ella tese la mano verso quella di sua figlia e gliela strinse dolcemente, suscitando un singhiozzo soffocato da parte della ragazza. Glauco le lanciò un’occhiata e vide il bel viso della sorella oppresso dal dolore. Avrebbe voluto rassicurarla, dirle che tutto sarebbe andato per il meglio, ma egli stesso era troppo consumato dalla propria angoscia per offrirle qualunque conforto. Era riuscito a fare tutto quello per cui si era battuto. Adesso sapeva tutto della vita e della morte di suo padre. Aveva riabilitato l’onore di Massimo. Ma si sentiva tuttora svuotato e si chiedeva se quell’oscuro vuoto interiore sarebbe mai stato colmato. I suoi sogni fanciulleschi di ritrovare vivo suo padre erano stati frantumati per sempre, come fragile vetro infranto contro la pietra. Non avrebbe mai visto il volto di suo padre addolcirsi in un sorriso, né l’avrebbe mai udito ridere, né si sarebbe mai potuto godere il suo sguardo di approvazione per l’uomo che suo figlio era diventato. Glauco sollevò lo sguardo sull’urna d’oro, che scintillava vividamente alla luce gialla. Era freddo metallo, non carne calda. Freddo e silenzioso e immobile come l’impronta del viso di Massimo nella cera, che Glauco aveva soltanto intravvisto, prima di distogliere lo sguardo tormentato. Avrebbe fatto ciò che andava fatto. Avrebbe usato quella maschera per far ricreare da un artista i lineamenti di Massimo, in marmo. Marmo inespressivo.

Marmo freddo.

Rabbrividì e abbassò lo sguardo sul tappeto, il cui complicato motivo andò offuscandosi davanti ai suoi occhi. Infine, si alzò ed aiutò Giulia e Massima a fare lo stesso, le loro gambe tremanti per essere rimaste a lungo in ginocchio, e per il cordoglio. Glauco prese sottobraccio la sorella e la guidò verso il cortile. Giulia spense le candele e li seguì, chiudendo dolcemente la porta dietro di sé.

Apollinario, Brenno e Lucio li aspettavano alla fresca brezza della sera, dove il chiaro di luna e le torce fornivano tutta la luce di cui avevano bisogno. Lucio pose un calice di vino nella mano dell’amico e cercò i suoi occhi, preoccupato. Sapeva quanto può svuotare un lutto, e sperava che Glauco trovasse presto la forza di cui aveva bisogno per completare le tappe finali del suo viaggio.

Tutti si sedettero, contenti di poter riflettere sugli eventi dell’ultima decina di giorni e sulla soluzione dei misteri che circondavano la morte di un uomo che chiamavano amante o padre o amico.

Infine fu Giulia a rompere il silenzio.
- Spero che mi permetterai di avere una copia della maschera, per Massima, Glauco. Sarà importante per lei quando un giorno avrà una famiglia sua.

Glauco annuì.
- Naturalmente, - disse con voce ancora rauca.

- Grazie, Glauco, - disse Giulia mentre un servo serviva altro vino a tutti. - E spero che rimarrai con noi per un po’. Mi mancherai terribilmente quando partirai.

Massima sussultò e si voltò verso di lui, lo sguardo allarmato nel volto pallido.
- Stai per partire? Io avevo sperato che rimanessi. - Ella indossava una collana di fili d’oro puro intrecciati in forma di ferro di cavallo. Era celtica nel disegno e Glauco capì che doveva averla comprata Mario ad Octodurus, durante gli ultimi giorni trascorsi in quella città, quando lui e Lucio erano concentrati nel pianificare il viaggio a Roma. L’aver arditamente accettato il regalo era un chiaro segnale a tutti che ella aveva intenzioni molto serie riguardo il giovane.

Glauco non riusciva a pensare ad un marito migliore per sua sorella... ed un cognato per sé. Ma ciò non sarebbe accaduto, se Giulia ed Apollinario non avessero acconsentito al cambiamento legale nella discendenza di lei… la rinuncia di Apollinario a favore di Massimo… sul suo documento di nascita. Glauco aveva già sollevato l’argomento, lasciando poi che la coppia valutasse le implicazioni della loro decisione.

Glauco strinse le dita della sorella e se le portò alle labbra.
- Devo rientrare in Ispania. Lo sai. E prima partirò, prima potrò tornare. - Egli poi si rivolse a Giulia e Apollinario, seduti fianco a fianco su un triclinio, sotto una vite rampicante. Odiava sollevare l’argomento in quel momento, ma aveva bisogno di conoscere la loro decisione, prima di poter partire. - Avete avuto modo di raggiungere una decisione riguardo quanto abbiamo discusso in precedenza?

L’argomento stava ovviamente a cuore anche a Massima.
- Mamma? - disse, incerta. - Avete avuto il tempo di discutere il cambiamento del mio nome? - Suonava meno irrispettoso descriverlo in termini di cambiamento di un semplice nome piuttosto che di un cambiamento di discendenza. Ella adorava Apollinario ed era preoccupata di dargi una delusione, ma desiderava disperatamente essere riconosciuta come Giulia Massima Decima Meridia Postuma, come era suo diritto.

- Sì, tesoro, - rispose Apollinario, - e siamo d’accordo che sarebbe un vantaggio meraviglioso per te, nella vita, avere il nome e lo status di tuo padre. Non importa quanto ti amo, quella è l’unica cosa che non posso darti. Sarai un membro della classe senatoriale, proprio come tuo fratello. - Giulia gli sorrise e gli offrì la mano ed egli se la portò al cuore. - Non dimenticare che anch’io conoscevo Massimo. E’ un onore aver visto sua figlia crescere e diventare una bella donna. Ora io... noi… vogliamo che tu abbia il diritto di nascita che realmente ti spetta.

Massima aprì e richiuse la bocca, come un pesce tirato a riva. Infine ritrovò la voce.
- Grazie. Grazie ad entrambi, - boccheggiò. - E grazie a te, fratello mio, per averci pensato,  in una situazione così snervante.

Glauco scrollò le spalle.
- In verità, ci stavo pensando da un po’ di tempo. Un documento emanato dall’imperatore è l’unico modo che sono riuscito ad escogitare per far sì che Giulia sia ancora la tua madre legale, e spero che i documenti possano essere firmati entro pochi giorni. Sono molto ansioso di tornare in Ispania per farvi riposare mio padre. Inoltre da anni non vedo i parenti di mia madre, e probabilmente ormai pensano che io sia morto. Non riesco ad immaginare come reagiranno quando arriverò a casa con l’urna, la maschera, la spada, la corazza... e che avventure da raccontare! Poi dovrò andare in Germania. Se tutto va bene, quando vi arriverò il ritratto sarà già stato restaurato. Voglio raccontare al buon Giovino che cosa ho scoperto. Senza di lui, che mi ha messo sulla pista buona, forse niente di tutto questo sarebbe accaduto.

- Ma tu ritornerai, - insisté Massima, afferrandogli il braccio e scuotendolo leggermente.

Glauco sorrise con tenerezza.
- Naturalmente. L’Ispania non è poi così lontana, per mare, da Ostia. E voi potete venire a trovarmi… tutti voi. Voglio che vediate dove Massimo è nato ed è vissuto. E dovete anche andare in Germania per vedere quel ritratto.

- Grazie, Glauco. Lo faremo di sicuro, - disse Giulia, sopraffatta da una sensazione di grande tristezza. Era giunta a pensare a Glauco come parte della famiglia e avrebbe sentito terribilmente la sua mancanza. - Ti darò una nave. - Si rivolse a Lucio, che si era silenziosamente spostato nell’ombra con Brenno, mentre venivano discussi gli affari di famiglia. - E, se tu volessi accompagnarlo, la nave può portarti fino a Massilia[1], poi potrai prendere un battello per risalire il Rodano per un buon tratto. Eviterai la parte peggiore del viaggio tra le montagne, in questo modo.

- Questo è certo, domina, e io sono lieto di accettare la tua offerta, e te ne sono riconoscente, - rispose Lucio con un sorriso rilassato. - Sono anch’io ansioso di rivedere la mia famiglia.

Apollinario guardò i tre giovani.
- Ragazzi miei, un’amicizia come la vostra dura tutta la vita. Anche se non vi rivedrete per anni, essa si ravviverà nel momento in cui sarete di nuovo insieme... come se non vi foste mai separati.

Glauco annuì.
- E anche Mario può venire a trovarmi. Non ho mai avuto un amico migliore. Mi mancherà terribilmente. - Rise. - Vorrei essere una mosca sul muro di casa sua, stasera, quando spiegherà ai suoi genitori questa avventura. - Glauco guardò Massima e sollevò un sopracciglio. - Forse potrà accompagnare tutti voi in Ispania.

- Forse, - sorridere radiosamente Massima sfiorandosi la collana. - Forse.

- E tu, Brenno, - disse Glauco rivolgendosi al giovane che stava appoggiato in silenzio contro un muretto di pietra. - La tua presenza e la tua amicizia hanno avuto un valore inestimabile. - Anche nella fioca luce Glauco riuscì a vederlo arrossire di piacere. - Se pensi di poter fare a meno di lui, Giulia, mi farebbe comodo un’altra mano, alla fattoria.

Brenno trasalì sorpreso poi guardò Giulia con occhi supplici.

- Quando ritorneremo ad Ostia, fra qualche giorno, chiederemo il permesso a tua madre, - sorrise Giulia. - Se lei dice di sì allora certamente approverò anch’io.

 

Quattro giorni dopo, Glauco si trovava sul ponte della nave, appositamente attrezzata per far viaggiare senza  danni uno stallone ombroso. L’armadietto degli antenati e l’urna erano stati imballati con cura e riposti nella stiva, insieme ad una statua ugualmente protetta dell’imperatore Marco Aurelio. Era una delle navi più grandi di Giulia, così Glauco e Lucio condividevano una piccola cabina e soltanto Brenno dormiva in una tenda sul ponte. Per Glauco la partenza era dolce e amara nello stesso tempo. Egli era ansioso di tornare a casa, ma detestava lasciare Massima, Giulia e Mario, anche se soltanto per qualche mese. I pochi giorni passati alla villa di Giulia ad Ostia erano stati molto commoventi, con uno o più di loro in lacrime in ogni momento, ed egli certamente non era stato immune da quell’emozione. Anche ora, i suoi occhi erano offuscati ed egli batteva furiosamente le palpebre per scacciare le lacrime.

Ma tutte le cose erano state sistemate e non c’erano scuse per rimanere ancora. Giulia, Apollinario, Mario e Massima si erano allineati sul molo, agitando le mani in un ultimo saluto. Massima ora si chiamava ufficialmente Giulia Massima Decima Meridia Postuma ed egli le aveva detto tranquillamente che aveva il suo permesso di sposare Mario, ma a patto d’essere assolutamente sicura dei suoi sentimenti per lui. Inoltre le aveva detto la stessa cosa che aveva detto a Mario… che non dovevano aver fretta di sposarsi, anzi dovevano controllare la loro passione fino a che tutti si fossero riuniti di nuovo. Ella aveva accosentito solennemente, gli occhi scintillanti di una felicità che egli non le aveva visto mai prima.

 

Mentre la nave veniva liberata dagli ormeggi e rimorchiata lentamente verso il faro, i pensieri di Glauco si rivolsero agli addii di quella mattina. Prima di scambiarsi un ultimo bacio e abbraccio alla villa, Massima aveva messo in mano a suo fratello un sacchettino di cuoio sciupato, pieno di gobbe.
- Che cos’è? - aveva chiesto lui.

- Aprilo e basta, - aveva risposto lei.

Egli aveva affondato le dita nella piccola apertura, allargandola,  poi aveva capovolto il sacchetto, scuotendolo. Due piccole statuette di legno si erano rovesciate nella sua mano. Inizialmente si era sentito  confuso, poi i suoi occhi avevano messo a fuoco il familiare stile di scultura di sua madre.

Brancolò in cerca di una sedia, prima che le ginocchia gli cedessero improvvisamente. Sollevò alla luce la statuetta più grande. Era una donna con un braccio piegato al gomito e teso verso di lui. L’avambraccio era ridotto ad una scheggia dentellata, e la figura era quasi completamente spezzata, ma in qualche modo si teneva ancora insieme. L’altra figura era un bambino. Era in condizioni molto migliori rispetto alla donna, ma il legno era butterato e graffiato.

- Dove le hai trovate? - alitò.

Massima si inginocchiò davanti a lui e gli afferrò le ginocchia.
- Pensi che siano quelle che appartenevano a nostro padre? - chiese lei con calore.

- Le ha intagliate mia madre, ne sono certo. Sono proprio come i cavalli che aveva fatto, e con i quali io giocavo da bambino. E’ persino lo stesso legno. Come hai fatto a trovarle tu?

Massima si sedette sui talloni e sorrise trionfante.
- Al mercato. Quando voi eravate lontani a cercare Quinto e Lucio, io giravo per il Mercato Traiano quasi ogni giorno, per la noia. Un uomo vi tiene un curioso piccolo chiosco, con piccoli articoli bizzarri. Ho visto queste statuette e mi sono chiesta se potevano essere quelle che tu mi avevi descritto.

- Ma lui come le ha avute?

- Sono passate in molte mani e probabilmente sarebbero state gettate via, se non ci fosse stata una storia legata ad esse. Furono trovate nelle sabbie dell’Anfiteatro Flavio, alcuni giorni dopo che nostro padre vi morì. Furono trovate dall’uomo che ripuliva la sabbia tra un evento e l’altro. Apparentemente le tenne a lungo e le custodì gelosamente, credendo che appartenessero al grande gladiatore Massimo, ma quando egli morì, i suoi bambini le vendettero per una sciocchezza . Infine si son ritrovate nelle mani dell’uomo del mercato ed egli venne così a conoscenza della leggenda che le riguardava.

- Io... mi domando come ci sono arrivate, là? Massimo non avrebbe potuto portarle nell’arena per quell’ultima battaglia. Quinto disse che era stato spogliato e incatenato in una cella. Come sono riuscite ad arrivare là?

Massima scosse le spalle.
- Questo è qualcosa che probabilmente non sapremo mai.

- Non ho mai sognato di poterle vedere, un giorno. - Glauco le tenne controluce e le girò e rigirò tra le dita mentre Massima si godeva la gioia negli occhi di lui. Poi egli le pose in mano quella più piccola e gliela offrì.
- Devi tenere tu quella di Marco.

- No. Devono stare insieme. Tua madre e nostro fratello. Ti prego… devi tenerle entrambe. Sono state intagliate dalla mano di tua madre, per nostro padre. Ti prego, tienile insieme. E’ ciò che avrebbe voluto lui.

Glauco se le portò alle labbra e ne baciò una, poi l’altra, quindi accarezzò i capelli lucenti della sorella e baciò anche lei.

 

Glauco stava appoggiato al parapetto della nave e sotto la toga sentiva la confortante pressione delle due statuette contro il petto. Erano proprio accanto al dono che Giulia gli aveva dato, e anche quello lui lo conservava gelosamente.

 

Giulia gli si era avvicinata la sera precedente, in un momento in cui egli se ne stava solo sulla terrazza che offriva una vista su Ostia e sul suo grande porto. I capelli scompigliati dalla brezza, egli si voltò per guardarla in viso.
- Speravo che mi raggiungessi, - disse. - Ho talmente tante cose da dirti, ma non so neppure da dove cominciare.

- Non devi dire nulla, Glauco, perché so come ti senti… un connubio di euforia e appagamento per aver raggiunto tutti i tuoi obiettivi, e una grande tristezza per il dover lasciare, anche se soltanto per poco tempo, le persone che hai cominciato ad amare.

Egli annuì e disse con sincerità:
- Giulia, grazie per esserci stata per mio padre, quando nessun altro c’era. Grazie per aver reso la fine della sua vita un poco più gradevole. E grazie per avermi dato una sorella.

Giulia sorrise.
- E’ stato un grande onore aver conosciuto ed amato tuo padre, anche se soltanto per poco tempo. Era un uomo fra gli uomini, Glauco, e sarebbe stato molto fiero di te. A dire il vero, sono sicura che è fiero di te… che è ben consapevole di quello che hai portato a termine e che ti è riconoscente per averlo fatto assolvere dalla responsabilità della morte di Marco Aurelio... un uomo che egli amava profondamente.

- Grazie. Vorrei soltanto... Vorrei soltanto che fosse vissuto abbastanza da aver conosciuto Massima e me, e aver amato te come meriti.

Giulia annuì leggermente, la gola serrata. All’improvviso ella sembrava prostrata, assalita da un senso di perdita più potente di qualunque altra cosa avesse conosciuto dalla morte di Massimo… La partenza di Glauco, ancora una volta, le faceva rivivere il dolore a lungo represso.

Glauco fissò il mare e le diede il tempo di ricomporsi.
- E non riesco ad immaginare quanto migliore sarebbe ora l’impero se egli avesse potuto adempiere al compito affidatogli da Marco Aurelio. E che senza alcun dubbio avrebbe portato a termine.

- Senza alcun dubbio, - sussurrò Giulia. - Ma non c’è senso nel desiderare ciò che sarebbe potuto essere, Glauco. Il passato non può essere cambiato. E’ il futuro a cui dobbiamo guardare ora, e il futuro appare molto luminoso.

- Lo so. Davvero non riesco a vedere altro che felicità davanti a tutti noi.

Giulia gli prese la mano e premette un oggetto nel palmo di lui.

- Che cos’è? - chiese Glauco esaminando il piccolo ovale d’avorio incorniciato d’oro. - Oh… è un tuo ritratto.

Giulia rise.
- No, è tua sorella, non io. Si chiama cammeo.

- E’ bellissimo… e il suo profilo è quasi identico al tuo. Nessuna meraviglia che sia così bella. Lo avrò caro per sempre. Grazie.

Rimasero uno accanto all’altra guardando la luna emergere dall’orizzonte e levarsi sopra le tranquille acque d’argento del Tirreno, soddisfatti della reciproca compagnia ed uniti dal loro amore per un uomo valoroso perduto ad entrambi.



[1] L’odierna Marsiglia (N.d.T.).