La Storia di Glauco: Capitolo 63

 

Capitolo 63 - Conseguenze

- Era troppo tardi! - gridò Glauco all’uomo tremante sul pavimento. - Era troppo... - Le parole gli rimasero bloccate in gola come secchi singhiozzi ed egli corse barcollando verso la porta, la spalancò e respirò affannosamente in cerca d’aria. Ma dopo due passi crollò a terra in ginocchio, piegato in due, con le braccia strette intorno allo stomaco, dondolandosi per lottare contro il disagio emotivo trasformatosi in dolore fisico. Alcuni istanti dopo sentì due braccia snelle scivolargli attorno. Egli cercò di allontanare la giovane, ma ella lo trattenne. Gli posò la testa sulla spalla... due anime disperate, egualmente perdute nella propria infelicità.

Clara sussurrò.
- Non ne sapevo nulla. La mia famiglia mi disse che mio padre era stato un comandante pretoriano, destituito senza colpa alcuna. Io... io sono cresciuta pensando che fosse lui la vittima. Che fosse stato trattato ingiustamente. Nessuna meraviglia che la mia famiglia fu così svelta a mettermi su una nave quando egli mi mandò a chiamare. Per liberarsi del sangue cattivo... la disgrazia della famiglia.

Glauco aveva portato a termine un compito... aveva distrutto qualunque mito Clara potesse avere su suo padre. Perché non provava alcuna soddisfazione? Allontanò la testa, riluttante a guardarla.

- Deve darti grande conforto seguire i passi di tuo padre, - disse Clara sedendosi accanto a lui sul terreno duro.

Confuso, Glauco alzò lo sguardo. Ella indicò la sua uniforme.
- Non sono un soldato, - confessò lui sforzandosi di raddrizzarsi. Si sfibbiò la corazza e la sfilò dalla testa. Si tolse anche il mantello. - Niente di questo è mio. Sono semplicemente un uomo qualunque in cerca della verità su suo padre.

- Oh, - disse Clara, incerta su cosa pensare di quel giovane accanto a lei che confessava di aver simulato. Eppure... c’era qualcosa di irresistibile in lui. Qualcosa di intrinsecamente onesto e perfino vulnerabile. Le dita di lei tracciavano cerchi nella polvere mentre guardava di sottecchi il suo profilo forte. - Tu... tu non sapevi come era morto tuo padre, fino ad ora?

Glauco si spostò finché fu più comodo... con le caviglie incrociate e le mani sulle ginocchia.
- Sapevo che era stato ferito mortalmente prima di entrare nell’arena, quell’ultimo giorno. Fino ad ora non sapevo chi lo avesse ucciso.

- Pensavi che fosse mio padre? - chiese Clara, studiandolo attentamente.

- Pensavo che fosse o Quinto o Commodo. Adesso lo so. La storia di tuo padre ha senso. Gli credo.

Clara si spostò nella polvere fino a mettersi di fronte a lui, dimentica dello sporco che si accumulava nei suoi vestiti. Stava per posare le mani sopra le sue, ma le ritirò rapidamente quando si accorse della propria pelle sporca e brunita dal sole e delle unghie spezzate. Le nascose nelle pieghe della camicia sbiadita.
- E ora che cosa intendi fare?

- Intendo uccidere Quinto, - disse Glauco senza esitazione.

Clara non mostrò alcun segno di sorpresa.
- Lo immaginavo. Che cosa intendi fare adesso? - chiese con calma.

Egli si toccò il tessuto rosso-vino della tunica presa in prestito e sospirò.
- Non lo so.

- Come ti chiami? - chiese lei. Voleva toccarlo; che lui la toccasse.

- Glauco. Il mio nome completo è Massimo Decimo Glauco.

- Per i tuoi occhi verdi?

- Sì.

- Glauco, la sua morte non cambierebbe nulla.

Glauco aggrottò bruscamente la fronte.
- Lo stai difendendo, adesso?

Clara sorrise per disarmare la sua collera.
- No... non lo merita. Ma, guarda questo posto, - disse, percorrendo con lo sguardo il panorama scosceso. - Guarda dove e come viviamo. Questo è peggio che morire mille volte. Sopravviviamo a malapena, qui.

- Allora perché resti qui? Perché almeno tu non vai nella valle e ti trovi un marito e fuggi da questo posto?

Ella rispose senza esitazione.
- Mio padre ha bisogno di me. E’ mia responsabilità, come sua unica figlia, prendermi cura di lui.

- Responsabilità. Parli come lui.

Clara fissò le sommità delle colline lontane.
- Non ho scelta, davvero. - Tornò a guardare Glauco. - Mio padre fece delle scelte molto scorrette riguardo a tuo padre. Hai il diritto di essere sconvolto. Ma devono essergli sembrate le scelte giuste, a quel tempo. E’ facile guardarsi indietro e ripensare alle vecchie decisioni basandosi sulle circostanze odierne.

Glauco scosse la testa ostinatamente, ma provò stima per quella giovane attraente e fiera che sceglieva la responsabilità d’un padre non amato piuttosto che la propria felicità. I loro sguardi si incontrarono e rimasero uniti.

- Tuo padre avrebbe potuto andare ovunque, quando fu esiliato da Roma; avrebbe potuto usare le sue capacità per guadagnarsi in qualche modo da vivere. Perchè ha scelto di affrontare qualcosa di cui non sapeva niente e di non mollare nemmeno quando ha fallito?

- Me lo sono domandata spesso anch’io ed oggi penso infine di saperlo.

Glauco la guardò interrogativo.

- Tuo padre e mio padre sono cresciuti insieme nell’esercito, ho ragione?

Glauco annuì.

- Tuo padre raggiunse il grado di generale...

- Era il comandante di tutte le legioni nordiche... un generale di generali, - interruppe Glauco.

Clara sorrise al suo orgoglio evidente.
- E il mio era il suo secondo in comando. Anche mio padre ha moltissimo orgoglio. Forse si risentì di essere secondo a Massimo. Forse fu questo ad indurlo a fare ciò che fece. - Ella sollevò la mano quando Glauco cominciò ancora ad interrompere. - Mio padre fu direttamente responsabile della morte di tuo padre, lo riconosco. Forse... forse scelse l’agricoltura perché Massimo era un contadino. Forse desiderava vedere se poteva riuscire in quel mestiere perché lo faceva Massimo. Il suo fallimento nel farlo è ulteriore prova della sua inferiorità rispetto a tuo padre. Forse rimanere qui è il suo modo di punire se stesso.

- E te.

Clara scrollò le spalle.
- Questo è il destino delle donne. Una donna è soltanto la proprietà dei suoi parenti maschi.

Egli sapeva che era vero e non riuscì a trovare nulla di confortante da dire.

Clara sorrise, non desiderando la sua pietà. Qualsiasi cosa, ma non la sua pietà.
- Glauco, tuo padre coltivava il grano?

- Coltivava molte cose, ma il grano era uno dei raccolti principali. Lo coltivo io ancor oggi.

- Allora, dimmi perchè mio padre insiste nel provare a coltivare il grano in un posto interamente inadatto ad esso.

Quinto geloso di Massimo? Quinto che si autopunisce? Glauco si alzò inaspettatamente e tirò in piedi Clara, un po’ sorpresa. Si diresse verso la casetta.

- Che cosa hai intenzione di fare? - chiese lei camminando velocemente per tenergli dietro.

- Ottenere altre informazioni... poi liberarti.

 

 

Quinto aveva raddrizzato il tavolo e si era arrampicato sull’unica sedia rimasta intatta, dove stava seduto, fissando in silenzio la sua coppa vuota. Clara si affrettò a riempirla di vino, poi ne riempì un’altra, che offrì a Glauco, il quale questa volta l’accettò, ma la posò sulla mensola del camino, intatta.

Rivolse la sua brusca domanda all’uomo che sembrava essere invecchiato davanti ai suoi occhi. Avvizzito.
- Dimmi che cosa accadde nell’arena dopo che mio padre morì. - Quinto continuava a guardare fisso con espressione vuota. Glauco diede un calcio alla sua sedia e ripeté la domanda.

L’uomo, esausto, cominciò a parlare con voce monotona e lenta.
- Su mio ordine, i miei uomini liberarono i prigionieri ed entrarono nell’arena, mentre l’Augusta Lucilla parlava al popolo e ordinava di onorare Massimo. Il senatore Gracco, Juba ed alcuni altri uomini lo sollevarono sulle loro spalle. Io mi unii a loro. I Pretoriani allora formarono una guardia d’onore e ci scortarono fuori dell’arena come avrebbero fatto per un imperatore morto. Lucilla rimase nell’arena con il corpo del fratello, ma suo figlio Lucio ci seguì fuori, come un figlio imperiale avrebbe fatto per il padre morto.

Glauco riusciva ad immaginare la processione e la gola gli si strinse, anche se già conosceva quella parte della storia.
- Poi che cosa accadde? - chiese rauco.

Lucilla ci raggiunse nelle celle mentre la folla sfilava fuori dell’arena. La gente piangeva e gemeva. La sentimmo gridare per le vie per tutta la notte. Lucilla ordinò che il corpo di Massimo fosse portato a palazzo, dove sarebbe stato preparato per un funerale grandioso, degno d’un imperatore.

- Ma questo non accadde mai.

- No.

- Perché no?

Quinto rimase in silenzio. Glauco colpì di nuovo la sua sedia con un calcio e Quinto si rannicchiò.
- Perché no?

- Le cose non andarono nel modo che Massimo desiderava. Lucilla e suo figlio furono mandati in esilio. Gracco fece del suo meglio per seguire i desideri di Marco Aurelio, ma l’esercito non volle cooperare. Pertinace fu scelto imperatore. Fu ritenuto l’uomo migliore per il trono.

- Aveva le tasche più profonde, vuoi dire. Di’ la verità, Quinto. I pretoriani... guidati da te... si impadronirono del potere togliendolo sia al ragazzo, Lucio Vero, che al senato, poi lo misero all’asta offrendolo all’uomo che li pagava di più. Era semplicemente l’imperatore marionetta di una guardia pretoriana corrotta, ricca e potente! Roma doveva essere una repubblica!

- Non poteva funzionare. Il sogno di Marco Aurelio era un sogno impossibile. L’impero era diventato davvero troppo grande e vario per essere governato da un gruppo di senatori, ciascuno con il proprio tornaconto. Perfino Massimo se ne sarebbe reso conto abbastanza presto, se fosse diventato imperatore di transizione. Molto probabilmente avrebbe finito col fondare una nuova dinastia, con Lucilla al suo fianco. L’impero aveva bisogno di un governo forte... un uomo... per impedire la guerra civile. Scegliemmo Pertinace.

- Uccideste Lucilla per distruggere ogni possibilità per lei di aiutare l’erede legittimo a reclamare il trono!

- No. Morì di malattia qualche anno più tardi, durante l’esilio. Nessuno mai intese farle alcun male. - Quinto scosse la testa e quel leggero movimento fece infuriare Glauco. Si chinò sopra il tavolo e obbligò Quinto a guardarlo negli occhi.

- Voi finiste quello che nemmeno Commodo era riuscito a distruggere... la dinastia Antonina.

- Era quello che suo nonno desiderava, non è così? Lucio era troppo giovane per governare, persino temporaneamente. Ci sarebbero state ribellioni, e la guerra, - protestò Quinto.

- Sarebbe stato guidato da Lucilla e Gracco finché il senato avesse preso le redini del potere! Il popolo lo avrebbe accettato come imperatore ad interim finché fosse stabilita la repubblica.

Quinto serrò le labbra e scosse ostinatamente la testa.

Glauco si spostò e lo osservò con curiosità.
- O c’era qualche altro motivo, Quinto? Qualcosa che ti indusse a strappare anche il più piccolo potere al giovane Lucio?

Quinto lo guardò torvo, con un luccichio negli occhi iniettati di sangue.

Glauco non aveva idea di dove lo stesse conducendo quella linea di interrogatorio, ma pensieri indistinti cominciarono a formarsi in fondo alla sua mente.

Improvvisamente una calma aria soddisfatta si fissò su Quinto. Clara osservò il padre con una certa trepidazione.
- Hai detto che ti chiami Massimo? - chiese Quinto.

- E’ il mio patronimico, ma il mio nome è Glauco.

- Ecco... - disse Quinto lentamente. - Ho sempre creduto che fosse possibile che Massimo avesse un secondo figlio, ma pensavo che il nome del ragazzo fosse... Lucio.

Clara strillò quando Glauco afferrò Quinto dal davanti della tunica e lo sbatté contro la parete facendo volare frammenti di fango secco.
- Come osi insinuare una cosa del genere. Tu menti!

Quinto boccheggiò.
- Massimo rimase solo con Lucilla, in Germania, nel periodo in cui il ragazzo potrebbe essere stato concepito. - Egli era intontito dai colpi alla testa, ma determinato a continuare. - Uccise Commodo per salvare suo figlio.

- Lucio aveva la stessa età di mio fratello! - ringhiò Glauco. - Dunque mio padre era con mia madre al tempo del suo concepimento, non con Lucilla.

- Lucio era più vecchio di Marco di oltre due mesi. E’ interamente possibile.

Con una forza nata dal furore, Glauco sollevò Quinto e lo scaraventò di schiena sul tavolo, che sprofondò, facendoli cadere entrambi sul pavimento in mezzo a frammenti di legno rotto.
- Sei un fottuto bugiardo! - gridò Glauco all’uomo sotto di lui, ma un freddo terrore gli piombò addosso mentre prendeva in considerazione le implicazioni. Erano stati innamorati, Massimo e Lucilla. Ed erano stati insieme appena prima che Massimo incontrasse Olivia. E questo avrebbe contribuito a spiegare perchè Quinto era così ansioso di impedire a Lucio di salire sul trono... in modo che il figlio di Massimo non potesse diventare imperatore di Roma dopo che Quinto si era preso tanta pena per assicurarsi che Massimo non ci riuscisse. E le ultime parole di suo padre... non erano state per sua madre o suo fratello... neppure per Giulia... ma per Lucio. ‘Lucio è al sicuro’, aveva detto.

Lucio.

Le dita di Glauco si avvolsero attorno alla gola di Quinto e strinsero, quasi di propria volontà. Ignorando le implorazioni di Clara, egli strinse finché gli occhi dell’uomo anziano non si gonfiarono; fino a che la sua lingua non penzolò dalla bocca; fino a che la sua faccia non diventò violacea. Clara gli artigliò le mani pregandolo di fermarsi, ma egli continuò a stringere.

- Glauco! Glauco! - gli gridò nell’orecchio. - Non ne è degno! Non ne è degno! Lui vuole che tu lo uccida! Vuole che la sua morte ti rimanga sulla coscienza! E’ indifeso, Glauco! - Ella sentì che la presa di Glauco si allentava gradualmente e fece leva sulle sue dita ad una ad una. Con una spinta poderosa lo allontanò e mise suo padre in posizione seduta, la testa penzolante senza vita sul petto. Lo schiaffeggiò forte sul viso e Quinto boccheggiò, poi tossì. Cercando di sostenere l’uomo ansimante, crollò sul pavimento ella stessa.

Pochi secondi dopo la porta sbatté contro la parete e due uomini irruppero nella stanza.
- Che cosa è accaduto? - interrogò Mario precipitandosi in aiuto dell’amico - Stai bene? Ti abbiamo sentito urlare fin dagli alberi.

- Sto bene, - mormorò Glauco mentre Mario e Brenno lo tiravano in piedi. Stordito, si spazzolò con la mano l’uniforme presa in prestito e si passò la mano tra i capelli. Dietro di lui udì Quinto respirare affannosamente e seppe che sarebbe vissuto. Inspirò a fondo per calmare il suo battito cardiaco. Ancora frastornato, non sapeva cosa fare, così ritornò alla ben collaudata buona educazione e presentò i suoi amici a Clara, come se i precedenti attimi di caos omicida non fossero mai accaduti.

- La zitella, - dichiarò Brenno, mentre sia Glauco che Mario sussultavano.

Se Clara si offese, non lo diede a vedere. Invece disse tranquillamente ai nuovi venuti:
- Per favore, aiutatemi a mettere a letto mio padre.

Mentre Mario eseguiva la sua richiesta, Glauco lanciò un’occhiata alla stanza distrutta. Clara non meritava questo.

Ella ritornò presto e si strofinò la mano sulle gonne.
- Offrirei ai signori un po’ di riposo e di rinfreschi, ma sembra che siamo un po’ a corto di mobilia ed utensili, al momento. - Sorrise con grazia malgrado tutto quello che era appena accaduto.

- Grazie, domina, ma dobbiamo andare, - Mario si inchinò. Poi si rivolse a Glauco e disse sottovoce. - Il villaggio sta brulicando di soldati furiosi che cercano l’uniforme. E’ tempo per noi di lasciare questa zona.

Glauco annuì e si diresse alla stanza di Quinto. Clara prontamente lo intercettò e bloccò la porta con il corpo.
- Basta, - supplicò.

- Soltanto una domanda, è tutto ciò che chiedo. Soltanto un’altra domanda. Non entrerò nemmeno nella stanza.

Clara percepì la sincerità nelle parole di lui e si fece da parte.

- Quinto, - disse Glauco alla forma sul letto. - Che cosa accadde al corpo di mio padre?

Il letto cigolò e Quinto si mosse.
- Fu cremato, - rispose con voce debole.

- Allora le ceneri dovrebbero essere state poste in un’urna. Dov’è?

- Non lo so. Credimi... Non lo so.

- Basta così, - disse Clara spingendo indietro Glauco per allontanarlo dalla porta e la chiuse senza far rumore.

- Prepareremo noi i cavalli, - disse Mario. - Non perdere tempo. - Si inchinò educatamente a Clara poi lui e Brenno uscirono.

Glauco lanciò di nuovo un’occhiata al disastro nella stanzetta.
- Io... mi dispiace, Clara. So quanto devi lavorare duramente per mantenere rispettabile questo posto.

- Ne dubito, - sospirò Clara crollando sulla sedia. - Sei entrato nelle nostre vite, hai seminato scompiglio, e ora semplicemente te ne vai.

- Io... - cominciò Glauco.

Clara non lo lasciò proseguire.
- Nel suo modo strano mio padre è un uomo d’onore. Non mente mai, Glauco. Può esagerare e deformare la verità, ma non l’ho mai sentito mentire deliberatamente... nemmeno per vendere i nostri patetici prodotti. Se dice che Lucio è il figlio di Massimo è perché crede che sia così. Questo non significa che sia vero... solo che lui ci crede. Non merita di morire per le sue convinzioni solo perché a te non piacciono. Ucciderlo può darti una soddisfazione momentanea, ma peserà sulla tua coscienza per il resto della tua vita.

Aveva ragione. Glauco annuì. Non c’era altro da dire. Egli accennò un breve inchino ed esitò, rivolgendosi a Mario e Brenno che erano già montati a cavallo.
- Solo un altro momento, - disse frugando nel suo zaino. Afferrando un piccolo sacchetto di cuoio tornò verso Clara, che lo stava osservando dall’uscio. Glielo porse. - Ecco. Questo coprirà i costi per sostituire quello che ho distrutto. C’è anche abbastanza per pagare un passaggio per nave fino a Roma per una persona. E’ per te. Dopo che tuo padre sarà morto e tu sarai libera dalle tue responsabilità verso di lui, potrai tornare a casa. C’è anche qualcosina in più... solo per tuo uso personale.

Clara fissò il sacchetto per un momento poi, quasi con riluttanza, accettò il denaro.
- Sei un uomo buono, Massimo Decimo Glauco, - disse sottovoce.

- Talvolta non ne sono sicuro.

- Glauco, non lasciare che quello che lui ti ha detto ti turbi. E’ soltanto un vecchio amaro.

Ma i semi del dubbio erano stati piantati. Prima Massima, e ora... Lucio? Glauco fece un sorriso che fu contraccambiato allo stesso modo.

Con gran fastidio del mulo ragliante, Mario aveva portato i loro cavalli proprio sui gradini d’entrata e Glauco montò. Mario chiese:
- C’è un modo per allontanarsi da qui diverso dal sentiero che porta sulla strada?

- Sì, - rispose Clara, - ma è un sentiero appena tracciato e la salita è dura. - Indicò gli squallidi campi dietro la casa. - Vi porterà tra le colline ed infine incrocerà una strada che porta al Forum Lulii, sulla costa. C’è qualche piccolo villaggio lungo il tragitto.

- Grazie, domina, - disse Mario e si diresse ad est, seguito da Brenno.

Glauco indugiò.
- Tu puoi pensarla diversamente, ma io spero di riincontrarti un giorno. Preferibilmente non qui.

Clara sorrise, improvvisamente timida.
- Mi piacerebbe, Glauco. Forse un giorno. Devo ammettere che sai portare un bel po’ di eccitazione nella vita di una donna. - Rise, ma subito si contenne, stupita di udire la propria allegria... un suono che non udiva da anni. - Stai andando a cercare Lucio ora, vero?

- Sì. Come lo sai?

Ella scrollò le spalle, poi si appoggiò contro lo stipite della porta con falsa disinvoltura.
- Intuizione, suppongo.

Ultor caracollava... ansioso di raggiungere gli altri cavalli e sfuggire al fastidioso ragliare incessante del mulo. Glauco sorrise in segno di addio e gli permise di allontanarsi lentamente.

- Glauco! - chiamò Clara.

Egli si voltò nella sella.

Ella lo stava osservando partire, annodandosi i capelli con le dita, attorcigliando la gonna con la mano. Voleva chiamarlo per chiedergli di rimanere più a lungo, per raccontarle di più di sè e di suo padre. Ma non aveva niente da offrirgli... nemmeno del cibo. Le parole quasi le si formarono sulle labbra, ma si dispersero nello stagno della sua sicurezza di sé che si dissolveva velocemente. Si limitò a inumidirsi le labbra, annuire ed agitare la mano in segno di saluto.

Egli agitò la mano in risposta e scacciò l’irragionevole sensazione di colpa che gli punzecchiava la coscienza. Poi dispose la mente sulla tappa successiva del suo viaggio... le Alpi... per trovare Lucio Vero. Non erano risaliti per più di cinque minuti, che Glauco tirò le redini e si voltò.
- Voi continuate. Io vi raggiungerò, - gridò ai suoi amici, e fece voltare Ultor.

La trovò in piedi dove l’aveva lasciata, quasi avesse messo radici. Se fosse sorpresa che egli fosse tornato non lo diede a vedere. Egli le andò vicino col cavallo e si chinò tendendo la mano, le dita protese.
- Vieni con me. Ti porterò a Roma. Tu non meriti questo. Potrai cavalcare dietro di me. Ultor può portarci facilmente entrambi.

Ella non disse nulla, ma i suoi occhi esprimevano tutta la sua gratitudine. Prese la sua mano protesa e la baciò, poi scosse la testa lentamente. Il suo sorriso era colmo di lacrime.
- Se pensassi che tu avessi bisogno di me, verrei, ma so che non ne hai. Mio padre ha bisogno di me. Rimarrò con lui. - Gli strinse la mano, poi la lasciò andare e indietreggiò. Gratificandolo di un ultimo sorriso sincero, si voltò e camminò verso casa, il passo più leggero di quanto lo fosse da anni.