La Storia di Glauco: Capitolo 28

 

Capitolo 28 - Domande

- Glauco, te l’ho già detto… se tuo padre fosse stato prigioniero a Roma, sarebbe stato in quella prigione. Come puoi credere che quella guardia sia sana di mente? Io non lo sarei se fossi rimasto in quel luogo terribile tanto quanto quel vecchio.

 

- Io gli credo. Non avrebbe rischiato la vita per dirmelo, - disse Glauco, parlando a bocca piena davanti ad un pezzo di carne arrostita, in compagnia di Mario. Si trovavano seduti all’esterno di una taverna all’ombra profonda dell’Anfiteatro Flavio, di fronte al Tempio di Venere e Roma ed al Colosso di Nerone. Acclamazioni giungevano alle loro orecchie ad ondate, gonfiandosi e abbassandosi come la risacca. Al di là del loro tavolo frotte di persone si affrettavano ai loro affari, la loro classe distinguibile solo dall’abbigliamento esteriore. Glauco gesticolò con il pane per enfatizzare il suo punto di vista.
- Se Plauziano lo avesse sorpreso a parlarmi, avrebbe ucciso il vecchio sul posto. Non avrebbe rischiato la vita.

 

Mario si chinò sopra il tavolo, la voce bassa udibile nonostante il baccano proveniente dall’arena e dal foro animato.
- Eccoti il mio punto di vista. Forse la guardia non rischiava la vita. Forse Plauziano gli ha detto di dirtelo. - Una cameriera lo sfiorò passando mentre portava in equilibrio sulla spalla un vassoio carico di cibo ed egli seguì con lo sguardo i fianchi ondeggianti di lei

 

Anche Glauco si chinò in avanti, rifocalizzando con intensi occhi verdi l’attenzione di Mario sulla loro conversazione.
- Quando? Siamo arrivati alla prigione all’improvviso e Plauziano non è mai stato solo con lui dopo che siamo giunti là. E quel vecchio mi ha riconosciuto. Gliel’ho letto negli occhi. Tu sai che cosa significa.

 

- Sì, - ammise Mario, - …che deve aver visto tuo padre un tempo.

 

- Deve averlo visto!

 

- Ma non alla prigione.

 

- Apparentemente no. - Glauco intinse il pane nella salsa, e con l’altra mano schiacciò distrattamente una mosca che tentava di condividere il suo pasto. - Quella guardia potrebbe non essere sempre stata alla prigione. Forse era un soldato. Potrebbe aver visto mio padre quando era generale… forse in Germania.

 

- Ma ha detto che Massimo era prigioniero. Ciò implica che conobbe tuo padre in quella condizione dopo che fu generale.

 

Ancora intento a masticare, Glauco si fermò, un solco profondo tra le sopracciglia, e osservò attentamente il suo compagno.
- Mario, in quale altro modo può essere prigioniero un uomo senza stare in una prigione?

 

Mario si appoggiò all’indietro e si aggiustò l’abito attorno al corpo sottile, poi allontanò con un gesto la servetta che si stava avvicinando con una caraffa di vino.
- Ecco... avrebbe potuto usare la parola metaforicamente. Lo sai... implicando che il rango di generale di tuo padre era essere tenuto “prigioniero”... che era stato degradato.

 

Glauco roteò gli occhi.
- Ne dubito. Quel vecchio ti ha dato l’impressione di essere uno che pensa metaforicamente? No, mio padre era letteralmente prigioniero. Qui... a Roma... in qualche modo.

 

Mario si spostò con la sedia per mettersi di fronte all’imbocco della Via Trionfale che attraversava il foro, e guardò oltre il foro dove i venditori ambulanti vendevano di tutto, dalla frutta mielata ed altre squisitezze, a rozze rappresentazioni di gladiatori in legno e metallo.
- Allora deve essere stato uno schiavo. E’ l’unica altra cosa cui riesco a pensare.

 

Gli occhi di Glauco si rannuvolarono ed egli fissò la moltitudine di persone anonime in rozze tuniche marroni che passavano in fretta senza un’occhiata agli avventori della taverna che si godevano un ozio che essi non avrebbero mai conosciuto. Schiavi... la spina dorsale dell’economia dell’impero.
- Sì, ci ho pensato anch’io. - Guardò il suo piatto e gli avanzi di un abbondante pasto di carne, verdure, pane, vino. I resti nel suo piatto ammontavano a più di quanto la maggior parte degli schiavi mangiava in un giorno. - Ma quando e dove fu reso schiavo? In Ispania?

 

- Molto probabilmente.

 

- Come? Da chi? Chi in Ispania lo avrebbe tradito in quel modo?

 

Mario si strinse nelle spalle.
- Non lo so. - Restò a guardare Glauco che si accarezzava la barba corta ed ispida sul mento mentre la sua mente brancolava in cerca di risposte.

 

- Molti di coloro che sto guardando adesso sono schiavi, ho ragione?

 

- Suppongo.

 

- Che cosa li tiene qui, Mario? Non sono incatenati. Perché non se ne vanno... a casa?

 

Mario accavallò le gambe e distrattamente dondolò il piede.
- Molti sono nati schiavi, Glauco, e non hanno altro luogo dove andare. Altri... be’, probabilmente non sanno nemmeno in quale direzione è casa o hanno voglia di andarvi. Forse molti di loro hanno accettato il loro fato, finché vengono trattati ragionevolmente bene.

 

- Mio padre non avrebbe mai accettato la schiavitù. Era un comandante. Un uomo con una casa e abbastanza conoscenze nell’esercito da farvelo tornare.

 

- Se fosse caduto in disgrazia presso l’imperatore, pochi uomini avrebbero rischiato di aiutarlo.

 

- Allora avrebbe potuto andarci da sé. - disse Glauco ostinato mentre per la frustrazione si passava la mano tra i folti riccioli.  Un ricciolo ribelle gli ricadde immediatamente sulla fronte. - Ma non lo fece.

 

Mario lanciò un’occhiata all’amico e disse esitante:
- Forse era imprigionato... o altrimenti impossibilitato.

 

Il giovane ispanico drizzò la testa, lo sguardo circospetto.
- Che cosa vuoi dire?

 

- Glauco... potrebbe essere morto.

 

L’altro si avventò su queste parole.
- Ma la guardia l’ha visto.

 

- Quando, comunque? Potrebbe essere stato subito dopo l’arrivo di Massimo a Roma da prigioniero e potrebbe essere morto dopo.

 

Glauco balzò in piedi, urtando il tavolo con il ginocchio e Mario velocemente lo afferrò prima che i piatti con i resti del loro pasto cadessero a terra.

 

- Devo parlare ancora con quella guardia. Ho bisogno di maggiori informazioni, - esclamò Glauco.

 

- Siediti. Non ti sarà permesso entrare di nuovo in quella prigione ed è improbabile che il vecchio lasci mai quel posto. Dovremo trovare un altro modo...

 

Ma Glauco era già sul limitare della taverna e stava quasi per essere inghiottito dalla folla, quando si affrettò ad indietreggiare per evitare un afflusso di spettatori esaltati che si riversavano dalle arcate dell’arena, chiacchierando eccitati degli eventi di cui erano stati testimoni. Li osservò per qualche istante poi sollevò lo sguardo sulla grande struttura che dominava l’orizzonte di Roma e bloccava il sole. Era diversa da qualsiasi cosa avesse mai visto in Ispania... quella magnifica costruzione ovale con arcate e statue... creata unicamente per l’intrattenimento dei cittadini. Si sentì piccolo alla sua ombra. Piccolo, depresso e svuotato. Era in città da settimane ormai e ancora non aveva risposte certe.

 

Mario gentilmente gli toccò il gomito.
- A dirti la verità, Glauco, io non ho mai pensato molto agli schiavi fino adesso. Sono sempre stati lì... invisibili in realtà.

 

Glauco annuì, le labbra strette. Ma sapeva che Massimo non sarebbe mai stato invisibile. Mai.

 

Mario con la testa indicò l’arena.

- Ti potrebbe far bene pensare a qualcos’altro per un po’. Ti interessa vedere i giochi?

 

- No. Non sono dell’umore adatto. - Rendendosi conto di quanto suonasse scortese, Glauco aggiunse:
- Un’altra volta, son sicuro che mi piacerebbe Mario... ma non oggi.

 

- D’accordo. Allora... che si fa adesso? - sollecitò Mario gentilmente.

 

Glauco si passò di nuovo le dita tra i capelli.
- Devo trovare le altre persone della mia lista e forse avranno risposte a qualche mia domanda. Quinto molto probabilmente è ancora in esilio, ma potrei cercare il medico cristiano... e la prostituta dai capelli rossi.

 

Mario sogghignò.
- Sembra ben più divertente che visitare prigioni. Che cosa sai di questa prostituta?

 

- Pochissimo, a parte che era estremamente bella... almeno lo era più di venti anni fa. Era proprietà del generale Cassio, poi fu liberata quando Cassio fu assassinato. Mio padre le assicurò la libertà. Che  ironia, vero? Assicurò la libertà di una prostituta, ma alla fine perse la propria.

 

- Potrebbe essere ovunque nell’impero. Perché avrebbe dovuto necessariamente venire qui?

 

Glauco indicò la ressa di persone che li superavano in fretta.
- Per ricominciare. Per perdersi nella grande città e dimenticare il suo passato. Fu cresciuta in ambienti eleganti, Mario, perciò è improbabile che abbia scelto le province. La mia supposizione è che sia qui da qualche parte.

 

- E’ dubbio che sia ancora una prostituta. Non alla sua età.

 

- No, ma potrebbe essere in qualche modo associata a qualche bordello, o almeno conoscere ancora persone che lo sono. Perciò... bisogna cominciare a cercare dai bordelli, non credi?

 

- Sono completamente d’accordo, amico mio, - rise Mario dando una pacca alla spalla di Glauco. - Possiamo iniziare stanotte. Cominceremo con quellli migliori... e ti presenterò alle mie signore preferite. Meglio portare molto denaro. Le migliori non sono a buon mercato, ma sono molto discrete.

 

- Discrete non va bene... ho bisogno che parlino. E’ per quello che le pago... per parlare. Non ho tempo per nient’altro.

 

Mario alzò gli occhi al cielo.
- Stai scherzando.

 

Glauco congedò la reazione del suo amico.
- Quanti bordelli ci sono nella città, ad ogni modo?

 

- Probabilmente migliaia. Un centinaio o giù di lì sono buoni.

 

Glauco restituì il sorriso a Mario.
- Allora faremmo meglio a cominciare.

 

 

 

Il pretoriano si tirò il mantello fino alle orecchie in un futile tentativo di impedire alla pioggerellina di colargli nel collo. Le ossa gli dolevano a causa dell’umidità che si celava nelle ombre profonde della notte romana. Improvvisamente all’erta, diede un colpetto al suo compagno assopito e indicò il vano della porta del bordello che si era improvvisamente aperta e illuminava la stretta via con una soffusa luce dorata. Glauco e Mario discesero il gradino poi si girarono a salutare con la mano una flessuosa prostituta dai capelli biondi che indugiava sulla porta. Piombati improvvisamente nell’oscurità con la chiusura della porta, i pretoriani avanzarono nella pioggia fredda e strizzarono gli occhi nell’oscurità brumosa, cercando la loro preda. Glauco e Mario distavano un isolato e stavano andando in direzione della loro insula. Sollevate, le guardie immediatamente pregustarono i loro letti caldi e asciutti ma, dopo aver svoltato un altro angolo, Glauco e Mario si fermarono di fronte ad un’altra casa chiusa e bussarono leggermente alla porta. Questa si aprì all’istante e la morbida risata di una donna diede loro il benvenuto. Le guardie nell’ombra si fissarono l’un l’altra con meraviglia. Era il quarto bordello quella notte! Le spie, bagnate fradicie, si avvolsero di nuovo nei mantelli e si predisposero ad un’umida attesa di lunghezza indeterminata. Sembrava che il figlio di Massimo avesse proprio un bell’appetito… e che gli piacessero quelle costose.

 

Un mese dopo

- Che cosa sta facendo? - domandò Severo guardando le corse di bighe seduto su un trono dorato situato sulla terrazza del palazzo. Aveva allargato la già estesa residenza reale con una massiccia nuova ala, posta su più piani circondati da arcate, che forniva una vista perfetta del Circo Massimo, da dove poteva vedere gli eventi senza essere associato in alcun modo alla plebaglia romana. Ma Plauziano conosceva la vera ragione della terrazza. Era importante che i cittadini potessero contemplare il loro imperatore… ma non troppo da vicino. Non abbastanza vicino da essere testimoni della smorfia di dolore quando contorceva il corpo in modo inaspettato, o di vedere i cuscini che gli sostenevano la schiena e su cui posava i piedi, o la coperta che gli riparava le giunture doloranti dalla mite brezza di primo autunno.

 

Plauziano si lasciò cadere con agio sulla sedia accanto all’imperatore e cugino, allungandosi deliberatamente in una posizione confortevole che sapeva che Severo non poteva più godere. Lanciò un’occhiata ai due ragazzi che stavano in piedi sul limitare della terrazza e argomentavano sui meriti di questa o quella squadra, e riuscì a malapena a nascondere il suo disprezzo. Marmocchi, tutt’e due! Lucio Severo Bassiano, di dieci anni, col viso volpino, era già stato designato “Imperatore Destinato”, l’erede di suo padre. Il viso collerico del ragazzo era sfigurato da un sogghigno quasi permanente, e gli schiavi se ne stavano lontani dai suoi calci e pugni ben mirati. Suo fratello, Lucio Settimio Geta, era più giovane soltanto di un anno e chiaramente soffriva per i ricorrenti assalti fisici e la crudeltà verbale del fratello. Invece di rimproverare fermamente il maggiore, Severo sembrava considerare queste caratteristiche desiderabili in un futuro imperatore e le incoraggiava con il suo silenzio. Plauziano quasi si sentiva dispiaciuto per la propria giovane figlia, Publia Fulvia Plautilla, che egli aveva già promesso in sposa all’erede dell’impero, assicurando così la propria influenza a lungo termine nel destino di Roma.

 

- Ho detto, “Che cosa sta facendo?” - inquisì Severo con impazienza.

 

- Ancora in giro per bordelli di notte. Trascorre le giornate nelle biblioteche con il suo amico.

 

- Biblioteche? - Severo contrasse la bocca con aria pensierosa. - Pensi che stia cercando il documento nelle biblioteche?

 

- Non penso proprio che stia cercando il documento.

Severo sbuffò.
- Certo che sì. Ne ha bisogno per promuovere le sue ambizioni. - Severo si concentrò sul suo comandante pretoriano, totalmente disinteressato alle corse o agli applausi che salivano dalla folla eccitata nel Circo. - Glauco è venuto direttamente a Roma, non da oriente come avevo suggerito. Egli sa… oh, sa. - Accigliandosi, voltò di nuovo il viso verso il Circo e si tirò la coperta più alta sulle gambe rabbrividendo leggermente. Non era la brezza che lo infastidiva, tuttavia. - Che cosa potrebbe trovare nelle biblioteche che abbia pertinenza con suo padre?

 

- Niente. Sta cercando invano. - Plauziano si raddrizzò quando la squadra Verde svoltò l’angolo orientale del campo in testa alla corsa. Aveva scommesso una grossa somma sui Verdi ed era piuttosto compiaciuto.

 

- Forse il contratto è nascosto in una delle biblioteche e lui lo sa in qualche modo.

 

Il comandante pretoriano alzò le spalle, interessato soltanto alla corsa.

 

- Forse dovremmo chiudere le biblioteche e rovistarle noi stessi, - mormorò Severo.

 

Plauziano rivolse uno sguardo pigro al cugino.
- E come lo giustificheresti?

 

- Un imperatore non deve giustificare niente.

 

- Un imperatore che pretende di essere il figlio adottivo del giusto e morale Marco Aurelio deve farlo. Marco Aurelio chiuse le arene, non le biblioteche.

 

Severo digerì questa spiegazione, tamburellando le dita sul bracciolo del trono. Detestava quando Plauziano aveva ragione.
- Il figlio di Massimo è già stato all’anfiteatro?

 

- No.

 

- Perché no?

 

Il comandante pretoriano fece spallucce e sbadigliò.
- Non è nemmeno stato al Circo. Non sembra interessato ai giochi. Solo bordelli e biblioteche.

 

- Be’, presto o tardi lo sarà. - Il viso gli si raggrinzì in un cipiglio ed era stupefacente come il figlio maggiore gli somigliasse. - Mi piacerebbe esserci quando scoprirà che il suo “grande” padre morì nella sabbia del Colosseo come tutta l’altra anonima feccia che sparse sangue in quel luogo. Oh, sì, mi piacerebbe moltissimo esserci.

 

Plauziano lo ignorò. I Verdi avevano vinto ed egli era preoccupato soltanto di riscuotere le sue vincite.