Diario di Giulia – Capitolo X

Conversazione con l’imperatore, Parte II: l’anello degli Antonini

Vedendo la mia confusione, Marco Aurelio mi sorrise e mi disse con dolcezza:
- Giulia, tu hai salvato la vita del generale Massimo.

 

Io ero sbalordita. Sconcertata. I miei occhi si spalancarono e fissarono quelli dell’imperatore. Le sue parole echeggiavano nella mia mente. “Giulia, tu hai salvato la vita del generale Massimo”. Quel povero vecchio aveva perso il senno? Stava parlando di un valoroso guerriero, un generale dell’esercito di Roma.

 

Le labbra di Marco Aurelio si contrassero per il divertimento, come se avessi dato voce ai miei pensieri.

 

- Sì, bambina, tu lo hai salvato. Se non fosse stato per te, il generale Massimo sarebbe morto. Egli ti deve la vita…e io ti devo la sua vita, - disse Marco Aurelio. Rimase in silenzio per un istante, poi abbassò la voce e aggiunse guardandomi con calore: - Credimi, Giulia, preferire dieci volte perdere il mio trono che perdere Massimo.

 

Incapace di rispondere, tenni lo sguardo in quello di Cesare mentre le mie dita stropicciavano nervosamente la stoffa della mia tunica. L’imperatore si adagiò più comodamente sui cuscini continuando a parlare, lo sguardo remoto, i pensieri non più in Moesia ma nel passato.

 

- Incontrai per la prima volta Massimo quando aveva quattordici anni. Eravamo in Ispania, dove lui era nato. Io ero appena divenuto imperatore e lui si era appena arruolato nell’esercito, un fanciullo contadino delle province, che non aveva alcun diritto di stare nella legione perché non era cittadino romano. Tuttavia egli era impaziente di dedicare la sua vita a servire l’impero. Perfino ad un’età così giovane era evidente quant’egli fosse speciale.

 

Lo sguardo di Cesare si addolcì mentre in tono sobrio parlava di Massimo, e ascoltandolo io dimenticai la mia angoscia e lo strazio e l’imminente partenza e, affascinata, mi limitai ad ascoltarlo parlare dell’uomo attraente, forte, compassionevole che sia un imperatore sia una schiava erano arrivati ad amare.

 

- Negli anni a venire lo incontrai ancora molte volte, solo per vedere fiorire la promessa che mostrava da ragazzo. Ebbi ancora molte volte prova del suo coraggio, della sua lealtà, della sua compassione… Egli è tutto ciò che un uomo dovrebbe essere… E’ tutto ciò che Roma dovrebbe essere…

 

Rimase in silenzio per un momento, perduto nei suoi pensieri. Nella luce dorata delle lampade ad olio, vidi lacrime trattenute luccicare nei suoi occhi azzurri. Poi, parlò con voce bassa, chiaramente rivolto a se stesso, la mia presenza del tutto dimenticata.
- E’ il figlio che avrei dovuto avere…

 

All’improvviso Marco Aurelio non solo appariva più vecchio dei suoi anni e stanco, dopo aver marciato con le sue legioni per giorni, ma anche fragile. E tormentato. Non stava guardando me, ma era perduto nei suoi privati pensieri e i suoi occhi ardevano d’emozioni conflittuali come ardevano quelli di Massimo quando aveva affrontato Marzio nella stessa tenda in cui eravamo seduti ora. E come quelli di Massimo, gli occhi dell’imperatore erano quelli di un uomo che combatteva contro i propri demoni.

 

Sentii il mio cuore dolere per qualunque cosa stesse addolorando il vecchio adagiato sul divano, l’uomo più potente del mondo che tuttavia non era immune né dall’amore né dal dolore che con esso viene. Ingoiai la mia stessa pena e dovetti frenarmi dall’inginocchiarmi vicino al divano, prendergli le mani nelle mie e cercare di offrirgli conforto… l’idea di una donna come me capace di dare conforto all’imperatore di Roma ridicola come quella di me che salvo la vita del più grande guerriero e potente generale di Roma.

 

Ma Cesare stava parlando di nuovo, ancora perduto nei suoi ricordi di un uomo che sembrava lasciare la sua impronta nell’anima e nel cuore di ogni persona che attraversava il suo cammino, fosse essa una schiava o un imperatore.

 

- L’ho visto crescere ed elevarsi dalle sue umili origini al più alto grado dell’esercito romano e sentirmi orgoglioso, orgoglioso quanto può esserlo un padre… Se lo perdessi…

 

Sia Cesare che io rabbrividimmo all’idea di perdere l’uomo che entrambi amavamo. L’imperatore tornò lucido, rivolgendo di nuovo su di me la sua attenzione.
- Ma tu eri là quando lui aveva bisogno di te, Giulia, e gli hai salvato la vita. Anche se non c’è abbastanza oro nell’impero per pagare il mio debito con te, esso non può rimanere non ricompensato.

 

Sollevò la mano destra ed estrasse il pesante anello d’oro che adornava il suo anulare. Poi lo offrì a me.

 

- Ecco, prendi questo.

 

Lo guardai esitante ed egli mi sollecitò di nuovo a prendere il gioiello. Era un grosso, bell’anello con sigillo, squisitamente cesellato e molto pesante, definitivamente un anello disegnato per un uomo. Per un uomo potente, ricco. Brillò alla luce tenue delle lampade con un unico lampo di antico oro puro.

 

- Sai che cos’è questo?

 

Ammutolita, presi l’anello con sigillo e scossi la testa in segno negativo. Marco Aurelio continuò a parlare, la sua voce rauca ora un puro sussurro. Dovetti tendermi per udire le sue parole.

 

- Questo è il sigillo della mia famiglia, Giulia. Noi, gli Antonini, veramente non siamo più una famiglia, ma un gruppo di estranei divenuti parenti attraverso adozioni e matrimoni combinati, tutti celebrati nel nome della gloria e della potenza di Roma, il sangue e le radici della famiglia perdute da lungo tempo. Volevo correggere questo, ma…  - L’imperatore si interruppe come se avesse detto troppo, troppo perfino per una conversazione che si supponeva non avesse mai avuto luogo. - Tuttavia noi siamo gli imperatori di Roma… e questo anello non è semplicemente un gioiello di valore o un vuoto simbolo, perché esso può esercitare più potere di una legione romana completamente armata.

 

L’imperatore si sollevò dai cuscini e sedette eretto. Prese la mia mano nella sua e chiuse le mie dita sull’anello che io continuavo a guardare in silenzio. Poi, tenne la mia mano nella sua, lunga, elegante, vetusta. Ma la sua stretta non era quella di un fragile uomo attempato, perché le sue dita erano ferme e forti come quelle di un giovane, le dita di un imperatore che era anche un filosofo ed un guerriero.

 

- Giulia, se mai avessi bisogno d’aiuto, imprimi il sigillo su un pezzo di cera e mandamelo al palazzo imperiale e avrai qualunque cosa hai bisogno o desideri. Se io non fossi là o fossi morto, mandalo a mia figlia, Lucilla. Lo riconoscerà e ti concederà qualsiasi cosa sia necessaria senza porre domande. Ma non mandarlo mai, mai, a mio figlio. Non mandarlo mai a Commodo. Non deve sapere che tu hai l’anello, capisci? Se Lucilla ed io fossimo entrambi morti, mandalo a mio nipote, Lucio Vero. A tutt’oggi è solo un bambino, ma promette molto bene.

 

Marco Aurelio allentò la sua stretta e si adagiò di nuovo. Sentendomi una volta di più sopraffatta, guardai l’anello e sentii la mia testa turbinare. Le cose stavano accadendo troppo in fretta! Prima la mia libertà, poi la mia ricompensa e l’essere informata della mia imminente partenza, poi l’anello e la promessa dell’imperatore… Ero libera, ero ricca, avevo la protezione personale ed il favore dell’imperatore… tuttavia stavo per perdere Massimo. Stavo per essere allontanata da lui come lui mi aveva allontanata da sé, timoroso di perdere il suo ferreo controllo e di offrirsi completamente alla passione che stava consumandoci entrambi. Respirai a fatica, cercando di padroneggiare le mie emozioni, di restare in piedi nell’infido terreno che era divenuta la mia vita… e improvvisamente vidi lo squarcio, la luce, la speranza. Stringendo l’anello nella mano, guardai gli occhi dell’imperatore con occhi che sapevo dovevano essere selvaggi, ardenti com’erano sia di speranza che di disperazione.

 

Marco Aurelio mi guardò con aria interrogativa.

 

- Che cosa c’è, bambina? - chiese gentilmente. - Parla…

 

Le parole mi si strozzarono in gola e io disperatamente cercai di padroneggiare la voce. Non riuscendovi, mi gettai in ginocchio di fronte al divano dell’imperatore. Lo udii ansimare, ma all’improvviso ritrovai la voce e prima che potesse parlare di nuovo io snocciolai la mia supplica.

 

- Cesare, ti prego… io… io sono stata una schiava per tutta la vita! Non… non so come vivere in altro modo! Ti prego, Cesare, esaudisci il mio unico desiderio! Dammi al generale Massimo, Cesare! Lascia ch’io resti con lui! Sarà un buon padrone e io lo servirò bene.

 

Era il turno di Marco Aurelio di esser preso alla sprovvista. Sollevò le mani e cercò di placarmi.

 

- Bambina, bambina! Non sai quel che dici! Alzati! Siediti e ascoltami.

 

Ma io ero fuori di me, mi stavo aggrappando disperatamente alla mia ultima speranza di non essere allontanta da Massimo, di non esser lasciata sola ancora una volta dopo esser riuscita a capire il significato di sentirsi calda e al sicuro e amata.

 

- Cesare, ti prego! Dammi al generale Massimo! Il mio unico desiderio è di rimanere con lui!

 

Marco Aurelio scosse la testa tristemente.

 

- Non sei in te, Giulia. Non sai quello che dici.

 

- Cesare, tu hai detto che potevo avere qualunque cosa avessi bisogno o desiderassi! La sola cosa che voglio è essere sua! Me lo devi!

 

Disperata, cercai di prendergli la mano e ridargli l’anello, del quale tutto il potere era vano e inutile se non poteva concedermi la mia sola opportunità di rimanere con Massimo.

 

- Giulia, il generale Massimo non prenderebbe mai te o qualunque altra schiava. Aborrisce la schiavitù e non ha mai posseduto uno schiavo o tenuto un prigioniero di guerra come sua personale proprietà. Sai che quel che dico è vero.

 

Non lo sapevo, ma supposi che fosse vero. Schiave e prostitute non facevano per lui. Tuttavia io ero entrambe le cose, e volevo disperatamente essere sua, non importava come.

 

- Cesare, se tu gli ordini di prendermi e tenermi… Tu sei l’imperatore! Ti dovrà obbedire!

 

- Alzati e smetti di umiliare te stessa!

 

Sobbalzai come se Marco Aurelio mi avesse schiaffeggiata, perché la sua voce era fredda e dura come l’acciaio, la voce di un imperatore che era anche un guerriero che si stava rivolgendo ad un essere inferiore.

 

- Ho fatto di te una donna libera e una donna libera sarai! Il meno che puoi fare è comportarti come tale!

 

Io piagnucolavo.

 

- Siediti e ascoltami!

 

Tremando, mi alzai e ritornai alla mia sedia, la testa china in segno di sconfitta, lo sguardo in grembo, le dita che stringevano convulsamente l’anello imperiale.

 

- Negli ultimi giorni ne hai passate troppe. E’ stata dura, molto dura. Tuttavia hai dato prova della tua forza e del tuo coraggio e sei così giovane. Non importa quanto ti senti confusa ora, ti riprenderai.

 

Ero troppo spaventata dall’ira di Cesare per osare parlare, tuttavia lo guardai con occhi imploranti. Lo sguardo severo di Marco Aurelio si addolcì un po’.

 

- Sai, Giulia? Mi ricordi mia figlia, Lucilla, - disse. - Come te, è intelligente e bella e coraggiosa.

 

Di nuovo, ero senza parole. Come potevo essere paragonata alla figlia dell’imperatore se non per dire che ella era tutto ciò che io non ero, tutto ciò che non sarei mai stata? E di nuovo Marco Aurelio sorrise come se avessi dato voce ai miei pensieri.
- Tu sei nata schiava e lei figlia di un imperatore, quindi favorita dagli dei come tu non fosti. Ma quando lei aveva circa la tua età, voleva qualcosa che non poteva avere. La voleva fortemente e io, come padre e imperatore, dovetti negargliela come la sto negando a te ora, anche se per ragioni completamente differenti. Credette che la sua vita fosse finita, tuttavia riuscì ad andare avanti. Anche tu ci riuscirai, Giulia.

 

Io rifiutavo di accettare le sue parole e continuai a guardarlo con occhi imploranti, colmi di lacrime. Marco Aurelio sospirò profondamente.

 

- Stanotte, il generale Massimo mi ha chiesto di partire. Io ho acconsentito e dopodomani se ne andrà da qui. Andrà in Ispania, alla sua fattoria. E da sua moglie.

 

Mi sentii come se fossi stata colpita da un colpo a tradimento, il respiro mi lasciò con un soffio violento. In Ispania? Da sua moglie? Improvvisamente ricordai i passi energici di Massimo mentre lasciava la tenda dov’ero ora. Era come se un grande peso gli fosse stato tolto dalle spalle… ma il suo passo era invece quello di un uomo felice perché stava per tornare a casa.

 

In un lampo, ricordai le labbra e la lingua ardenti di Massimo che devastavano le mie difese, il calore di lui e la durezza che premeva contro il mio ventre, le sue mani forti che carezzavano il mio corpo, il suo sguardo ferocemente protettivo… e ricordai Eugenia ululare come un animale ferito quando il bambino le era stato portato via dalle braccia, comprendendo per la prima volta veramente l’abisso del suo dolore. Sentendomi come se anch’io volessi ululare, mi morsi il labbro così forte che il gusto amaro del sangue mi riempì la bocca… allo stesso modo in cui l’aveva riempita quando Massimo mi aveva schiacciato le labbra con le sue in una frenesia di urgenza e desiderio.

 

Cesare continuava a parlare.
- Giulia, stanotte ho offerto al generale Massimo la possibilità di divorziare da sua moglie e di sposare mia figlia… si conoscono da quando erano molto giovani…

 

La voce di Marco Aurelio si dissolse lentamente. Se aggiunse qualcos’altro, io non lo udii, il sangue mi ruggiva nelle orecchie soffocando ogni suono intorno a me. La figlia dell’imperatore? A Massimo era stato offerto di sposare la figlia dell’imperatore? Non avevo mai visto l’Augusta Lucilla, poiché la famiglia imperiale raramente si mostra in pubblico, salvo che ai giochi, ma io non ero mai stata al Colosseo. Però avevo veduto le statue di lei quando era stata brevemente coimperatrice con la madre e ricordavo che aspetto avesse… una donna alta e bella, regale, maestosamente avvolta nelle sue magnifiche vesti e adorna di gioielli che si confacevano al suo rango. Talmente orgogliosa. Talmente sicura di sé. Talmente diversa da me.

 

Era la figlia di un imperatore, vedova di un altro e probabilmente anche la madre di un terzo. Ed era stata proposta a Massimo in matrimonio. Il mio respiro era affannoso, il dolore nel mio petto così forte che pensai che il mio cuore stesse per esplodere. Non c’era fine al mio dolore?

 

- Anni fa, commisi due errori che rimpiango grandemente, - continuò Marco Aurelio, costringendomi a prestare attenzione. - Uno di essi fu di permettere ad un senatore di adottare Massimo invece di adottarlo io stesso. Offrendogli di sposare mia figlia stavo cercando di fare ammenda per entrambi…

 

A poco a poco i pezzi andavano a posto. E all’improvviso capii, oltre ogni possibile dubbio, che ciò che all’Augusta Lucilla era stato negato quando aveva la mia età era stato Massimo. Un’indescrivibile rovente gelosia mi sommerse. Lei lo aveva desiderato… anche lui l’aveva desiderata? Massimo aveva intenzione di divorziare dalla sua moglie contadina per sposarla? Naturalmente, poteva avere qualunque donna volesse… e perfino quelle che nemmeno si preoccupava di volere.

 

- …ma non ha nemmeno voluto sentirne parlare. Il matrimonio di Massimo non fu un matrimonio combinato. Si sposò per amore e tuttora ama sua moglie.

 

Amore.

 

Si era sposato per amore. Avrei dovuto sapere che non si era sposato semplicemente per avere una donna che gli desse dei figli maschi per perpetuare il suo nome. Si era sposato per amore. E ancora l’amava. L’amava tanto da rifiutare di sposare la figlia dell’imperatore. L’amava tanto da gettar via l’opportunità di diventare membro della famiglia imperiale. Di essere egli stesso imperatore. Non potei fare a meno di pensare che non molti uomini avrebbero fatto una cosa del genere, le donne solo una merce da essere usata e scartata, fossero mogli o prostitute. Non molti uomini, solo Massimo. Non molti uomini, solo l’uomo di cui io mi ero innamorata.

 

Come un combattente sconfitto, chinai la testa e semplicemente accettai i colpi senza offrire resistenza mentre inutilmente mi chiedevo come ci si sentisse ad essere amata come Massimo amava sua moglie. E provai pietà per l’Augusta Lucilla, che poteva avere qualunque cosa al mondo, ma era stata rifiutata allorché proposta in matrimonio all’uomo che anche lei amava.

 

L’imperatore sospirò ancora.

 

- Come imperatore di Roma, non ho bisogno che il generale Massimo acconsenta a sposarsi con mia figlia. Potrei semplicemente ordinargli di divorziare da sua moglie e di sposare Lucilla ed egli dovrebbe farlo. Tuttavia, non importa quanto il suo rifiuto mi deluda, non lo farò. E non gli ordinerò di prenderti come schiava. Perché il fare ciascuna di queste cose significherebbe ferire profondamente un uomo che io amo. E mai, mai ferirei consapevolmente Massimo. Nemmeno per salvare l’impero.

 

Marco Aurelio rimase in silenzio per un momento, poi disse con dolcezza.
- Giulia, ascoltami. Insieme alla libertà, l’amore è la cosa più preziosa che un uomo o una donna possano avere. O perdere. E’ talmente raro, talmente… difficile da trovare… talmente fragile… il vero amore, voglio dire. E nessuno, nemmeno l’imperatore di Roma, ha il diritto di interferire con esso.

 

Premetti le labbra una contro l’altra, annientata dal dolore, senza poter fare a meno di ascoltare le parole di Cesare. Erano parole gentili, sagge, ma per me avevano la definitività di una sentenza di morte.

 

- Sei giovane e intelligente e bella. E ora, sei anche libera e ricca. Un giorno troverai qualcuno, qualcuno di speciale che amerai e con cui sarai felice, - disse Marco Aurelio con voce gentile e suadente, ignorando il dolore che le sue parole, così simili a quelle di Massimo, stavano scatenando dentro di me. - E quando questo accadrà, ricorderai questa notte e questa conversazione e capirai che se avessi fatto quel che tu hai chiesto, ti avrei aiutato a commettere un grave errore… e anche reso sia te che Massimo molto infelici.

 

Marco Aurelio rimase in silenzio per un momento, poi sorrise con aria afflitta.

 

- Giulia, gli dei hanno piani per ciascuno di noi. Ti hanno messo sul cammino del generale Massimo per aiutarlo ed essere in cambio aiutata da lui. Ma non hanno scelto di renderti sua, nemmeno come sua amante, perché Massimo non ferirebbe mai né la moglie prendendosi un’amante né te offrendoti meno di quello che ha offerto a lei… Questo è il genere d’uomo che è.

 

Anche se stavo annegando nel mio stesso dolore, non potevo che esser d’accordo con Cesare. Quello era il genere d’uomo che era Massimo. Troppo buono per essere un semplice mortale. Troppo umano per essere un dio.

 

- Non fa per te, Giulia. Tienilo sempre nel tuo cuore, perché quello che ha fatto per te non deve essere dimenticato. Ma impara a vivere senza di lui, perché non può essere tuo.

 

Cesare sospirò. All’improvviso, sembrava non stanco ma esausto. Esausto come mi sentivo anch’io. Esausto a causa delle sue stesse emozioni come lo ero io delle mie.

 

- E’ tardi, bambina. E domani sarà un giorno lungo. Probabilmente, non ci rivedremo mai più, ma stai certa che mai, mai dimenticherò te o il debito che ti devo. Adesso, metti l’anello in questo sacchetto, nascondilo e torna alla tua tenda perché Cornelio Crasso verrà a cercarti all’alba per portare te e le altre donne a Roma. Confido che entrambi le farete arrivare là sane e salve.

 

Mi porse un sacchetto di velluto porpora. Esitai prima di prenderlo e Marco Aurelio sorrise incoraggiante.

 

- Cesare, non penso di poterlo fare… vivere come una liberta, intendo.

 

La mia voce suonava impercettibile, ancora una volta era la voce della bambina spaventata, triste e sola che ancora viveva dentro di  me. E la bambina era più spaventata e triste e sola di quanto fosse mai stata.

 

- Giulia, tu hai aiutato l’uomo che ha salvato l’impero e gli hai anche salvato la vita. Puoi farcela da sola.

 

Chinai di nuovo la testa e misi l’anello nel sacchetto fatto della stoffa proibita a chiunque tranne che alla famiglia imperiale. Armeggiai con il cordino dorato, fallendo due volte prima di riuscire a legarlo correttamente.

 

- Sai qual è la differenza tra te e mia figlia, Giulia?

 

Sbigottita, guardai l’imperatore. Perché mi chiedeva una cosa del genere? Non era un uomo crudele, allora perché stava paragonando la mia vita di schiavitù e degradazione con quella della sua orgogliosa figlia sicura di sé?

 

- No, Giulia, non è che tu sei nata nei quartieri degli schiavi e lei nel palazzo imperiale, - disse quell’uomo saggio e compassionevole adagiandosi sul divano. - La differenza è che lei conosce l’estensione della sua forza e del suo coraggio e tu ancora devi accettare la tua. Ci vorrà del tempo. Giulia. E dolore. Ma ci riuscirai.

 

Tirando su col naso e chiaramente congedata dall’imperiale persona, chinai la testa e girai sui talloni in un improvviso bisogno impellente di lasciare la tenda, di immergermi nella notte e nell’aria aperta.

 

- Giulia?

 

La voce rauca di Marco Aurelio mi bloccò sull’entrata dell’alcova. Non mi voltai ed egli non si aspettava che lo facessi.

 

- Anche se gli dei hanno ordinato diversamente, stai certa che sei una donna degna di lui e lui potrebbe amarti facilmente. Ecco perché lui non ti vorrebbe mai avere né come sua amante né come sua schiava.

 

Chiusi gli occhi, respirai a fondo e, raddrizzando le spalle, lasciai la tenda.

 

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