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I Fabbricanti di Dei: Marsilio Ficino e la magia dell'Asclepius
Versione 3.0 - © Michele Gianni - Firenze, Pisa 1995-2001

Copertina
Presentazione
Ermete Trismegisto e i testi ermetici
L'Asclepius

Come fabbricare divinità

La magia di Marsilio Ficino
Bibliografia

 

 

Testo e traduzione

§23

p.326
4    Et quoniam de cognatione et consortio hominum
5    deorumque nobis indicitur sermo, potestatem homi-
     nis, o Asclepi, uimque cognosce. dominus et pater 
     uel, quod est summum, deus ut effector est deorum
     caelestium, ita homo fictor est deorum, qui in tem-
     plis sunt humana proximitate contenti, et non solum
10   inluminatur uerum etiam inluminat. nec solum ad
     deum proficit, uerum etiam conformat deos. mira-
     ris, o Asclepi, an numquid et tu diffidis ut multi?

"E poiché siamo giunti a dover parlare della parentela e della comunanza che esiste fra gli uomini e gli dei, preparati a conoscere, Asclepio, il potere e la forza dell'uomo.
Così come il signore e padre, ovvero sommo Dio, è il creatore degli dei celesti, così l'uomo è l'artefice di quegli dei che si trovano nei templi, soddisfatti della vicinanza con gli uomini, e non solo ne è illuminato, ma anche li illumina, e non solo si avvicina a Dio, ma anche crea gli dei. Ti meravigli, Asclepio, oppure, come la maggioranza, sei diffidente?
 
13   - Confundor, o Trismegiste, sed tuis uerbis
     libenter adsensus felicissimum hominem iudico, qui
15   sit tantam felicitatem consecutus.

"Sono confuso, Trismegisto, ma poiché mi fido volentieri delle tue parole, considero l'uomo felicissimo, dal momento che ha ottenuto una tale felicità".
 
16   - nec inmerito miraculo dignus est, qui est
     omnium maximus. deorum genus omnium confes-
     sione manifestum est de mundissima parte naturae
     esse prognatum signaque eorum sola quasi capita
20   pro omnibus esse. species uero deorum, quas con-
     format humanitas, ex utraque natura conformatae
     sunt; ex diuina, quae est purior multoque diuinior,
p326 et ex ea, quae intra homines est, id est ex materia,
     qua fuerint fabricatae, et non solum capitibus solis
     sed membris omnibus totoque corpore figurantur.

"Non senza ragione è degno di essere visto con ammirazione ciò che è la più grande di tutte le cose. Tutti sono daccordo nel sostenere che il genere degli dei è stato generato dalla parte più pura della natura e che le loro immagini visibili sono le loro teste anziché tutto il resto. Invece le specie degli dei che vengono formate dagli uomini, sono composte di entrambe le nature: quella divina, che è più pura e molto più divina, e quella che è presso gli uomini, cioè la materia, con cui sono state fabbricate; esse sono raffigurate con tutte le membra e tutto il corpo e non soltanto con la testa.
 
4    ita humanitas semper memor naturae et originis
5    suae in illa diuinitatis imitatione perseuerat, ut,
     sicuti pater ac dominus, ut sui similes essent, deos
     fecit aeternos, ita humanitas deos suos ex sui uultus
     similitudine figuraret.

In questo modo l'umanità, sempre memore della propria natura e origine, continua a imitare la natura divina, in modo che, come il signore e padre fece gli dei eterni cosicché fossero simili a lui, così l'umanità si raffigura i suoi dei in base al proprio volto.

§24

9    - Statuas dicis, o Trismegiste?
10   - Statuas, o Asclepi. uidisne, quatenus tu ipse
     diffidis? statuas animatas sensu et spiritu plenas
     tantaque facientes et talia, statuas futurorum praes-
     cias eaque sorte, uate, somniis multisque aliis rebus
     praedicentes, inbecillitates hominibus facientes eas-
15   que curantes, tristitiam laetitiamque pro meritis.

"Parli delle statue, Trismegisto?"
"Esattamente, Asclepio. Vedi che anche tu sei incredulo? Mi riferisco alle statue animate dalla sensazione e piene di spirito, in grado di fare tali e tanti prodigi; statue che predicono il futuro mediante la sorte, il vaticinio, i sogni e in molti altri modi; statue che inducono negli uomini malattie oppure le curano, e che dispensano felicità o tristezza in base ai loro meriti.


§37

p.347
5    iterum ad hominem rationemque redeamus, ex
     quo diuino dono homo animal dictum est rationale.
     minus enim miranda, etsi miranda sunt, quae de 
     homine dicta sunt; omnium enim mirabilium uin-
     cit admirationem, quod homo diunam potuit inue-
10   nire naturam eamque efficere. quoniam ergo proaui
     nostri multum errabant circa deorum rationem in-
     creduli et non animadvertentes ad cultum religio-
     nemque diuinam, inuenerunt artem qua efficerent
     deos. cui inuentae adiunxerunt uirtutem de mundi
15   natura conueninetem eamque miscentes, quoniam
     animas facere non poterant, euocantes animas dae-
     monum uel angelorum eas indiderunt imaginibus
     sanctis diuinisque mysteriis, per quas idola et bene 
     faciendi et male uires habere potuissent.

Ma torniamo a parlare dell'uomo e della ragione, che è il dono divino grazie al quale l'uomo è detto essere animale razionale. Rispetto a quelle che sto per dire, le cose dette finora per quanto mirabili, lo sono di meno; infatti supera la meraviglia generata da tutto ciò che è degno di ammirazione il fatto che l'uomo sia in grado di scoprire quale sia la natura degli dei e di riprodurla. Ci fu dunque un tempo in cui i nostri avi, che si erano sbagliati di molto circa la natura degli dei e non si dedicavano al loro culto e alla loro religione, scoprirono l'arte di crearli. Dopo tale scoperta aggiunsero un'opportuna virtù ricavata dalla natura del mondo e ve la mescolarono; e poiché non erano in grado di creare anime, evocarono quelle di demoni o di angeli e le collocarono nelle immagini grazie a santi e divini misteri, in modo che così gli idoli potessero avere la forza di fare del bene o del male.
 
20   auus enim tuus, Asclepi, medicinae primus inuen-
     tor, cui templum consecratum est in monte Lybiae
     circa litus crocodillorum, in quo eius iacet munda-
     nus homo, ide est corpus (reliquus enim uel potius
     totus, si est homo totus in sensu uitae, melior re-
p348 meauit in caelum), omnia etiamnunc hominibis
     adiumenta praestans infirmis numine nunc suo, quae
     ante solet medicinae arte praebere. hermes, cuius
     auitum nihi nomen est, nonne in sibi cognomine
5    patria consistens omnes mortales undique uenintes
     adiuuat atque conservat? Isin uero Osiris quam
     multa bona praestare propitiam, quantis obesse sci-
     mus est irasci! terrenis enim diis atque mundanis
     facile est irasci, utpote qui sint ab hominibus ex
10   utraque natura facti atque compositi. unde contigit
     ab Aegyptiis haec sanctae imagines (1) nuncupari coli-
     que per singulas ciuitates eorum animas, quorum
     sunt consacratae uiuentes, ita ut et eorum legibus
     incolantur et eorum nominibus nuncupentur: per
15   hanc causam, o Asclepi, quod aliis quae colenda
     uidentur, ac propterea bellis se lacessere Aegyptio-
     rum solent ciuitates.

"Infatti, Asclepio, il tuo avo, primo inventore della medicina, a cui è consacrato un tempio sui monti della Libia vicino alla riva dei coccodrilli dove giace l'uomo mondano, cioè il corpo (infatti il resto, o meglio il tutto di lui, se è vero che la totalità dell'uomo consiste nel senso della vita, se ne è tornato più felice in cielo), anche adesso presta ogni genere di aiuto agli infermi grazie al suo potere divino, così come faceva un tempo grazie all'arte della medicina. Hermes, di cui io porto il nome avito, non aiuta e protegge forse tutti i mortali che giungono da ogni luogo presso la sua patria a cui ha dato il nome e in cui risiede? E Iside, la sposa di Osiride: ben sappiamo quali beni può offrire se è propizia e quali mali se è irata! Infatti gli dei terresti e mondani sono facili all'ira, poiché sono stati fatti dagli uomini e composti di entrabe le nature. Perciò gli egiziani considerano ufficialmente sacre queste immagini e venerano in ogni città le anime di quelli che sono stati consacrati in vita, in modo che tali città seguono le loro leggi e portano i loro nomi. Per questo motivo, Asclepio, le città egiziane sono solite farsi guerra, perché per alcune certi dei sono da adorare e venerare, mentre per altre no."

§38

19   - Et horum, o Trismegiste, deorum, qui
     terreni habentur, cuiusmodi est qualitas?
     - Constat, o Asclepi, de herbis de lapidibus et
p349 de aromatibus diuinitatis naturalem uim in se
     habentibus. et propter hanc causam sacrificiis fre-
     quentibus oblectantur, hymnis et laudibus et dulcis-
     simis sonis in modum caelestis harmoniae consi-
5    nentibus, ut illud, quod celeste est, coelesti usu(2)
     et frequentatione inlectum in idola possit laetum,
     humanitatis patiens, longa durare per tempora. sic
     deorum fictor est homo.

"Ma Trismegisto, che qualità hanno questi dei che che sono detti terrestri? "
"E' costituita, Asclepio, da erbe, da pietre e da aromi che possiedono in sé stessi il potere naturale della divinità. E se si cerca di rallegrarli con numerosi sacrifici, e con inni, lodi e dolcissimi suoni che sono in accordo con l'armonia del cielo, è perchè il loro essere celeste che è stato introdotto nell'idolo grazie a ripetuti rituali celesti, possa sopportare lietamente la sua permanenza fra gli uomini e rimanerci per lungo tempo. In questo modo l'uomo fabbrica gli dei."

Apparato

(1) sancta animalia CH.
Il termine 'animalia', potrebbe essere dovuto a un errore del traduttore latino davanti al termine termine zoa in greco, che notoriamente in greco può significare tanto 'animali' che 'immagini' o 'dipinti', non necessariamente raffiguranti animali (Aristotele, fra l'altro, usa proprio questo termine come tipico esempio di omonimia, Cat. 1, 1a 1-6). Questa congettura è confermata dal fatto che nel testo precedente non si fa mai accenno esplicitamente a statue di animali, ma a statue in generale, in certi casi necessariamente antropomorfe, come quella dell'antenato di Asclepio.

(2) coelesti usu Op. Omn.: caelestius CH.

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