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IL BATTESIMO

di Giovanni Guareschi1


Entrarono improvvisamente in chiesa un uomo e due donne, e una delle due era la moglie di Peppone, il capo dei rossi.
Don Camillo che, in cima a una scala stava lucidando col sidol l'aureola di San Giuseppe, si volse e domandò cosa volevano.
"C'è da battezzare della roba" rispose l'uomo. E una delle donne mostrò un fagotto con dentro un bambino.

"Chi l'ha fatto?" chiese don Camillo scendendo.

"Io" rispose la moglie di Peppone.

"Con tuo marito?" si informò don Camillo. "Si capisce! Con chi vuole che l'abbia fatto: con lei?" ribatté secca la moglie di Peppone.
"C'è poco da arrabbiarsi" osservò don Camillo avviandosi verso la sagrestia. "So assai, io: non avevano detto che nel vostro partito è di moda l'amore libero?"

Passando davanti all'altare don Camillo si inchinò e strizzò l'occhio al Cristo crocifisso.

"Avete sentito?" e don Camillo ridacchiò. "Gliel'ho dato un colpetto a quei senza Dio!" "Non dire stupidaggini, don Camillo!" rispose seccato il Cristo. "Se fossero senza Dio non verrebbero qui a far battezzare i figli. Se la moglie di Peppone ti avesse rifilato una sberla, te la saresti guadagnata."

"Se la moglie di Peppone mi dava una sberla, io li prendevo tutt'e tre per il collo e..." "E?" domandò severo Gesù.

"Niente, si fa per dire" rispose in fretta don Camillo alzandosi.
"Don Camillo, sta' in guardia" lo ammoni Gesù.
Indossati i paramenti, don Camillo si appressò al fonte battesimale.
"Come lo volete chiamare?" chiese don Camillo alla moglie di Peppone.

"Lenin, Libero, Antonio" rispose la moglie di Peppone.
"Vallo a far battezzare in Russia" disse calmo don Camillo rimettendo il coperchio al fonte battesimale.

Don Camillo aveva mani grandi come badili, e i tre se ne andarono senza fiatare. Don Camillo cercò di sgattaiolare in sagrestia, ma la voce del Cristo lo bloccò.

"Don Camillo, hai fatto una gran brutta cosa! Va' a richiamare quella gente e battezza il bambino."

"Gesù" rispose don Camillo. "Dovete mettervi in mente che il battesimo non è mica una burletta. Il battesimo è una cosa sacra. Il battesimo..."

"Don Camillo" lo interruppe il Cristo. "A me vuoi insegnare cos'è il battesimo? A me che l'ho inventato? Io ti dico che tu hai fatto una grossa soperchieria. perché se quel bambino, metti il caso, in questo momento muore, la colpa è tua se non ha il libero ingresso in Paradiso!"

"Gesù non drammatizziamo!" ribatté don Camillo. "Perché dovrebbe morire? E' bianco e rosso come una rosa!"
"Non vuol dire!" lo ammonì il Cristo. "Gli può cadere una tegola in testa, gli può venire un colpo apoplettico. Tu lo devi battezzare." 

Don Camillo allargò le braccia: "Gesù, pensateci un momento. Si fosse sicuri che quello poi va all'Inferno, si potrebbe lasciar passare: ma quello, pure essendo figlio di un brutto arnese, può benissimo capitarvi fra capo e collo in Paradiso. E allora ditemi voi come posso permettere che vi arrivi in Paradiso della gente che si chiama Lenin? Io lo faccio per il buon nome del Paradiso"

"Al buon nome del Paradiso ci penso io" gridò seccato Gesù.

"A me interessa che uno sia un galantuomo: che si chiami poi Lenin o Bottone non mi importa niente. Al massimo, tu potevi far presente a quella gente che dare ai bambini nomi strampalati spesso può significare metterli nei pasticci, da grandi." 

"Va bene" rispose don Camillo. "Io ho sempre torto. Cercheremo di rimediare."

In quel momento entrò qualcuno. Era Peppone solo, col bambino in braccio. Peppone chiuse la porta col chiavistello.

"Di qui non esco" disse "se mio figlio non è stato battezzato col nome che voglio io."

"Ecco" sussurrò sorridendo don Camillo rivolto al Cristo. "Lo vedete che gente? Uno è pieno delle più sante intenzioni e guardate come lo trattano."

"Mettiti nei suoi panni" rispose il Cristo. "Non sono sistemi da approvare, ma si possono comprendere."

Don Camillo scosse il capo.

"Ho detto che di qui non esco se non mi battezzate il figlio come voglio io" ripeté Peppone, e, deposto il fagotto col bimbo su una panca, si tolse la giacca, si rimboccò le maniche e avanzò minaccioso.
"Gesù" implorò don Camillo. "Io mi rimetto a voi. Se voi stimate giusto che un vostro sacerdote ceda alle imposizioni dei privati, io cedo. Ad ogni modo domani non lamentatevi se poi mi porteranno un vitello e mi imporranno di battezzarlo. Voi lo sapete: guai a creare dei precedenti." "Be'" rispose il Cristo "In questo caso tu devi cercare di fargli capire..."

"E se quello me le dà?"

"Prendile, don Camillo. Sopporta, soffri come ho fatto io."

Allora don Camillo si volse: "D'accordo, Peppone" disse.

"Il bambino uscirà di qui battezzato, però non con quel nome dannato."

"Don Camillo," borbottò Peppone "ricordatevi che ho la pancia delicata per quella palla che mi sono preso in montagna. Non tirate colpi bassi o comincio a lavorare con una panca."

"Sta' tranquillo, Peppone, io te li sistemo tutti al piano superiore" rispose don Camillo collocandogli una sventola a cavalcioni di un'orecchia.
Erano due omacci con le braccia di ferro e volavano sberle che facevano fischiar l'aria. Dopo venti minuti di lotta furibonda e silenziosa. don Camillo, sentì una voce alle sue spalle:

"Forza, don Camillo! Tiragli alla mascella!"

Era il Cristo da sopra l'altare. Don Camillo sparò alla mascella, e Peppone rovinò per terra."

Peppone rimase lungo disteso una decina di minuti, poi si rialzò, si massaggiò il mento, si rassettò, si rimise la giacca, si rifece il nodo al fazzoletto rosso, e prese in braccio il bambino.

Vestito dei paramenti d'uso, don Camillo lo aspettava, fermo come un macigno, davanti al fonte battesimale, Peppone si avvicinò lentamente.
"Come lo chiamiamo?" chiese don Camillo.

"Camillo, Libero, Antonio" borbottò Peppone.

Don Camillo scosse il capo.

"Ma no: chiamiamolo invece Libero, Camillo, Lenin" disse.

"Sì, anche Lenin; quando hanno un Camillo vicino, i tipi come quello là non hanno niente da fare."

"Amen" borbottò Peppone tastandosi la mascella.
Quando, finito tutto, don Camillo passò davanti all'altare, il Cristo disse sorridendo:

"Don Camillo, bisogna dire la verità: in politica ci sai fare meglio tu di me".

"Anche a cazzotti però" rispose don Camillo con molto sussiego, tastandosi con indifferenza un grosso bernoccolo sulla fronte.


 


 

1 da Guareschi G., Don Camillo, Rizzoli editore, Milano 1948.