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Pirandello e il fu Mattia Pascal

 

di Heart

Tanti anni fa presentai all’esame di maturità una tesina su “Il fu Mattia Pascal” stimolato dalla grande ammirazione per lo scrittore siciliano e dal fascino del libro. Oggi, a distanza di tanto tempo, la rilettura del romanzo con occhio diverso mi ha portato a considerazioni nuove ed a valutare altri aspetti del personaggio pirandelliano. Nel romanzo è palese la “filosofia” semplice ed attraente di Luigi Pirandello, una filosofia che si richiama alla concezione eraclitea del “panta rei”, tutto scorre; la realtà è un perenne divenire. Nessuno, diceva Eraclito, può scendere due volte nello stesso fiume.

La vita è dunque nel movimento; ogni fissazione della vita significa la morte. Tutto è mutevole, non esiste una verità. Scrive Pirandello nella novella “La trappola”: “In principio era il Caos, ma lo spirito di Dio non scorreva su di esso a ordinarlo. Il Caos era un immenso Flusso incandescente… Qualche parte di quello scorrente flusso si arrestò, si solidificò, assunse una forma”. La vita risiede quindi nell’abbandono della forma e nel ritorno all’eterno fluire. Ogni uomo ha in sé questo flusso mobile e pertanto non ha una forma fissa ma tante forme e non può darsi una personalità unica. E’ la concezione relativistica della vita, è l’espressione del contrasto tra l’essere e l’apparire, per cui noi appaiamo uno a noi, centomila agli altri per non essere poi nessuna delle centounomila maschere attribuiteci. L’uomo vive questo dramma e cerca disperatamente ed inquietamente nuove forme, più o meno consapevole della sua non-vita e soprattutto sofferente della sua prigionia nella forma predominante affidatagli, ma che comunque gli consente di procedere nella società. Quando Mattia Pascal legge sul giornale che nel suo paese hanno rinvenuto un cadavere scambiandolo con la sua persona, egli trova l’occasione per essere morto per gli altri, e quindi di uscire da quella maschera per trovarne un’altra. Ma a nulla vale cambiare i connotati fisici, farsi crescere i capelli, tagliarsi la barba, addirittura farsi raddrizzare l’occhio strabico. La trasformazione fallisce, perchè la sua non è una morte vera. E nemmeno utili si rivelano i metalli, cioè la ricca

somma di denaro vinta al Casinò, per riconquistare una nuova vita. E’ interessante notare come la notizia della sua falsa morte avvenga in treno, durante un viaggio; e come il protagonista continui a viaggiare “in viaggio verso una nuova esistenza” come se intravedesse nel cambiamento di luogo la possibilità o la conferma del rinnovamento, della trasformazione, della sostituzione di un mondo ad un altro, della ricerca e della riappropriazione di qualcosa che si era perduto. Ma tutto fallisce perché il viaggio è solo esteriore e nessuna vera trasformazione avviene nel viaggiatore. La drammaticità di Adriano-Mattia sta proprio nell’impossibilità di superare la forma Mattia e di uscire dalla rigidità storica. Il personaggio si trova così oppresso: la sua nuova identità non riconosciuta dalla società e dalla legge non gli consente di risposarsi, né di denunciare il furto subito; egli non può più procedere nella comunità. E quando decide di ritornare Mattia Pascal gli risulta impossibile anche reinserirsi nella società perché intanto tutto è cambiato, la moglie si è anche risposata e si trova quindi fissato in un’altra forma, quella del “fu Mattia Pascal”, vinto nella sua solitudine.

Il personaggio pirandelliano è quindi sbattuto tra la ricerca di nuove forme e la sensazione che in nessuna di esse troverà il suo Io; da una parte tende a cristallizzarsi uscendo dal flusso della vita, dall’altra sente l’angoscia del non-essere; egli diventa così il simbolo non solo dell’inquietudine  dell’uomo teso alla ricerca dell’essere, nella fuga dall’apparire, ma anche il simbolo della solitudine e della difficoltà del rapporto con gli altri. L’uomo pirandelliano vive l’ansia del ritrovare se stesso nel nulla. Paradossalmente, egli ritrova il suo essere nel momento in cui perde la sua identità di uomo. Ritornando alla favola dei porcospini di Schopenhauer, già citata in un articolo del numero precedente della rivista, la perdita degli aculei, quindi dell’apparenza, ci fa ritrovare l’Io rendendo così possibile l’Unità con gli altri. Emerge così la grande religiosità di Luigi Pirandello, il suo profondo concetto dell’amore inteso come fuoriuscita da se stessi per unirsi agli altri.

E’ la crisi dell’identità personale che ha sconvolto il pensiero sociologico e filosofico facendo ad esempio ritenere ad Heidegger che ogni individuo raggiunge la sua determinazione proprio nel momento in cui si annienta la sua individualità. Un altro filosofo, Derek Parfit, nel suo libro “Ragioni e persone”, sostiene che abbandonando il concetto di individuazione e considerando la propria storia non come qualcosa di personale ma come un flusso al quale si appartiene, essa può continuare nel futuro e negli altri.

Ma soprattutto rivediamo in questa crisi il concetto ermetico-alchemico di una realtà unitaria ed organica, di un’ Energia dinamica da cui si forma la materia per un processo di cristallizzazione. Una materia che ha perso la sua vera dimensione e che deve riappropriarsene.

Tornando a “Il fu Mattia Pascal”, c’è una pagina in particolare che racchiude la concezione che lo scrittore siciliano ha della vita: quella in cui il sentimento della vita è paragonato ad un lanternino che proietta la sua luce attorno a noi delimitando un cerchio al di fuori del quale è l’ombra paurosa del mistero. E Pirandello si chiede: “E se la morte non esistesse e fosse soltanto il soffio che spegne in noi questo lanternino penoso, pauroso, perché limitato da questo cerchio d’ombra fittizia, oltre il breve àmbito dello scarso lume, che noi, povere lucciole sperdute, ci proiettiamo attorno, e in cui la nostra vita rimane come imprigionata, come esclusa per alcun tempo dalla vita universale nella quale ci sembra che dovremo un giorno rientrare, mentre già ci siamo e sempre ci rimarremo, ma senza più questo sentimento d’esilio che ci angoscia?”

Di fronte a questo interrogativo, il nostro vivere assume un significato diverso e anche la morte diventa l’elemento che ci affranca dalla schiavitù rendendoci finalmente liberi e consentendo l’inizio della Vita. L’uomo può finalmente capire quanto sia importante ritrovare la propria essenza e quanto sia invece vacuo e ridicolo soffermarsi sulle apparenze e sulle finzioni.

Come direbbe Pirandello, la vita altro non è che un palcoscenico, con i suoi attori, le sue recite, le sue maschere.

 

 

Per ulteriori informazioni: cris.wren@libero.it

 

Sapere volere osare tacere