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La nutrizione umana? Facile a dirsi.

Specie negli ultimi tempi c’è un gran parlare di nutrizione. In televisione, giornali e riviste quotidianamente si parla delle speciali virtù di questo o quell’alimento o dell’ultima dieta miracolosa meglio se di importazione. Parlano tutti: esperti e niente affatto esperti, con una sicurezza e semplicità tali da supporre che la scienza della nutrizione sia più che altro un fatto di opinione o peggio un tema mondano buono per ogni salotto.

Insomma, una pseudoscienza dalle certezze molto provvisorie. Soli pochissimi autorevoli commentatori ci spiegano che questa è una scienza basata su una serie di altre dalle caratteristiche indiscutibilmente solide quali la biochimica, la fisiologia e altre discipline biomediche. Di conseguenza, grazie alla medicina dell’evidenza è piuttosto improbabile che la conoscenza di ogni singolo metabolismo sia frutto di una opinione

Secondo me il problema della facile divulgazione consiste nella necessità di tradurre conoscenze e concetti molto complessi in un discorso semplice e comprensibile a tutti. Purtroppo, tale semplificazione può essere scambiata come un via libera ad ogni interpretazione possibile con l’inevitabile conseguenza di un aggrovigliamento pazzesco dell’argomento nutrizione.

Credo che un buon modo per orientarsi sia quello di escludere a priori ogni notizia portatrice di facili speranze con poco impegno. In fondo basta usare il sempre utile “buon senso”.

Il nutrizionista? L’arte del possibile.

Molte persone chiedono consulto per sapere “come devono mangiare correttamente per capire dove sbagliano”. La domanda così com’è mi lascia ogni volta senza fiato anche se l’avrò sentita un numero imprecisabile di volte. E’ indiscutibilmente una domanda lecita da porre allo specialista ma contiene in se un terribile equivoco o meglio l’ennesima semplificazione.

Infatti, è come chiedere ad un progettista di spiegare come costruire una casa. Purtroppo, la casa in questione non si costruisce con un discorso ma con degli atti concreti e soprattutto con la conoscenza di quali problemi si va ad affrontare.

Il nutrizionista basa di solito il suo lavoro su solidi concetti scientifici largamente condivisi. Ogni aspetto teorico però bisogna tradurlo in metodi quanto più pratici possibile. Tuttavia, l’aspetto finale è sempre quello: un sacco di numeri e tabelle, elaborazioni, elenchi di alimenti, note e precisazioni che inevitabilmente sortiscono un effetto di fastidio se non di repulsione.

Lo credo bene! In tutto questo c’è qualcosa di tristemente paradossale: la soluzione del problema nutrizionale mediante…la creazione di altri problemi ancora.

Nel mio lavoro cerco di evitare tutto questo. A me interessa tradurre in vita quotidiana le astruse anche se necessarie schematizzazioni. A prima battuta sembrerebbe più facile mettere insieme il diavolo e l’acqua santa ma l’arte del nutrizionista è proprio questa: conciliare le certezze scientifiche con il nostro imperfetto modo di vivere.


I miei riferimenti. Maestri e discepoli.

Quando ero studente le lezioni mi annoiavano quasi sempre anche quando trattavano di argomenti a me congeniali. Fortunatamente ebbi l’occasione di conoscere non troppo tardi persone che al contrario maneggiavano la loro materia in modo tale da rendermi appassionante anche l’indice analitico dei testi.

A quel tempo ho scoperto un aspetto importante della mia vita vale dire la personalità: persone noiose fanno e dicono cose in ogni caso noiose da cui il mio variabile interesse per le lezioni. Per me non ha troppa importanza quello che una persona sa o la sua posizione. Quello che a me importa è in che modo il suo vivere e il suo sapere influisce sul modo di pensare e di decidere.

Parlo di stile, individualità, pensare con la propria testa. Maestri del genere sono rari ma ho avuto fortuna. Con loro ho avuto l’opportunità di imparare a valutare freddamente il rischio nelle scelte e di prendere decisioni solitarie, senza salvagente, viaggio di sola andata.

Le prime esperienze sul campo.

Passando dalla laurea alla scuola di specialità in scienza dell’alimentazione ho avuto la netta sensazione di cambiare pianeta. Infatti, è entrato nella mia vita uno strano personaggio che prima o poi tutti dobbiamo rappresentare: il paziente.

Specie alla soglia della tesi con relativa conclusione dei 4 anni di corso, iniziano a fioccare domande che di scientifico hanno ben poco, del tipo: come si tratta una persona in una relazione di aiuto? Farò il simpatico o il tetro prescrittore? Con i bambini urlanti e maleducati potrò essere urlante anche io? E così via con altre amenità simili.

Domande senza risposta purtroppo. Le facoltà di medicina non arrivano a tanto nè potrebbe essere altrimenti. Così le mie prime esperienze sono state dirette, senza paracadute. Credo che in quella fase più che le mie conoscenze accademiche sia stato importante avere un carattere adatto per questo tipo di lavoro. Infatti, le persone non mi spaventano anzi mi incuriosiscono e soprattutto non mi spaventa entrare in relazione con loro.

Perché fare il nutrizionista? Opportunità, vocazione?

Fino a non molti anni fa il nutrizionista è stato il “dimagrologo” e basta. Era interpellato fondamentalmente per contare le calorie, prescrivere la dieta e fare il controllore del peso. Se il peso procede verso il basso, sorrisi, altrimenti gravi minacce. I miei inizi sono stati funestati proprio da un approccio del genere, fondamentalmente poco interessante, ripetitivo, di fatto inutile.

Decidendo, come al solito, di rischiare ma con la mia testa decisi di intraprendere delle strade meno oliate ma capaci di portarmi a contatto diretto con i problemi che il disordine alimentare porta con se. La decisione di non trincerarmi dietro un mucchio di schemi computerizzati è stata fortunata perché mi ha permesso di andare a stanare il vero male dei problemi nutrizionali: il comportamento alimentare.

Non so se una cosa del genere si chiama vocazione, in ogni caso la predisposizione del terapeuta ad un approccio del genere non è sufficiente. Intaccare il comportamento alimentare di una persona prevede come minimo un’attenta programmazione; non è facile e a volte, in tutta umiltà, bisogna ammettere di non essere in grado.

Meglio all’estero?

Se parliamo di ricerca scientifica, andare fuori dai confini nazionali significa molto. Da noi i ricercatori non hanno molto credito, mentre i calciatori si. Infatti, in Italia paghiamo profumatamente i calciatori e umiliamo i migliori giovani cervelli con saltuarie e ridicole mance.

I nutrizionisti professionisti non devono produrre ricerca, infatti, più che scienziati questi specialisti devono tradurre i concetti scientifici in qualcosa di significativo e utile per il paziente: l’arte del possibile. Di conseguenza non mi risulta che all’estero sia meglio o peggio.

Anzi, secondo me, è molto meglio avere un contatto intimo con la comunità in cui si vive. In questo modo è più facile entrare in un sistema di valori e di principi, fondamentali per capire al meglio la persona e le sue difficoltà.

Aspirante scrittore?

Tutti siamo potenzialmente scrittori, perché la nostra vita in quanto unica e irripetibile è fonte continua di ispirazione per chissà quanti romanzi o poesie.

Il problema è mettere le cose su un pezzo di carta, non è facilissimo ma con un po’ di pratica si possono avere anche delle cose degne di attenzione. Naturalmente, lo scrittore professionista è altra cosa. Si tratta di un lavoro molto difficile al quale non aspiro minimamente.

A me interessa l’aspetto liberatorio dello scrivere, nonché, l’allenamento mentale per la ricerca della sintesi e la chiarezza. Insomma, uso lo scrivere come una palestra: mi alleno. Il sito web offre la possibilità di mettere in mostra questa produzione casereccia; un esperimento insomma.

 
2007
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