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Frutta
e bacche
Il vivere di oggi è fatto da tantissimi aspetti, più
o meno complessi, più o meno originali. In ogni caso è
condizionato da secoli di esperienze, culture, civiltà, scontri,
progressi e arretramenti.
Indubbiamente, praticamente nessuno dei piaceri e tormenti originari
è rimasto nel rapporto primordiale. Il piacere di mangiare
ne è un esempio: da semplice atto di cibarsi si è
trasformato in una invenzione complessa, articolata, misteriosa,
per molti, purtroppo, inquietante.
La civiltà ci ha portato a risultati molto lontani dal primitivo,
tanto da poterla considerare una devianza dal normale e in qualche
caso contro il naturale. Verissimo! I nostri tempi sono molto distanti
dall’esperienza “naturale” dei nostri progenitori.
Tuttavia, l’applicazione dell’uomo nei secoli non ci
ha dato solo macchine e tecnologia ma anche modi per godere più
intensamente della vita come la gastronomia.
E’ un’arte che ci porta a mangiare piacevolezze frutto
non di un casuale arrangiamento dei cibi ma dell’ intelligenza
riflessiva e speculativa dell’uomo. In questo caso la civiltà
ci ha portato a godere del cibo per pura opera dell’uomo stesso.
Quindi, non mi sembra il caso di una utopistica nostalgia verso
il mangiare dell’uomo primitivo che raccoglieva, quando le
trovava, bacche e frutti. Se ne cibava al “naturale”,
senza trasformazioni alimentari e operazioni di cucina, di conseguenza,
la sua dieta doveva essere indubbiamente molto naturale ma è
altrettanto sicuro che mangiava molto peggio di oggi e pericolosamente.
Ai nostri giorni, qualsiasi buon ristorante è in grado di
darci un piacere infinitamente più raffinato nell’atto
del cibarsi. Finalmente, mangiare non rappresenta il momento per
provvedere al bisogno di nutrizione dell’individuo ma, proprio
come l’amore che non è solo un atto sessuale a scopo
riproduttivo, un esercizio che allieta e nobilita spiritualmente
l’uomo e la donna.

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Belli
per forza
L’aspetto esteriore del corpo è un importante elemento
relazionale. Una persona bella richiama attenzione, suscita interesse,
riesce a far intuire agli altri la nostra personalità o meglio
quello che vorremmo fosse la nostra personalità. E’
un elemento importante nei confronti del mondo esterno ma anche
per se stessi, infonde fiducia e sicurezza nelle proprie capacità.
Per alcune persone, specie di sesso femminile, è condizione
indispensabile per una corretta accettazione del proprio essere,
ma negli ultimi tempi anche l’universo maschile sembra essere
sempre più attento alla presunta relazione bellezza-successo-autostima;
una novità antropologica di rilievo. Infatti, da sempre il
maschio di successo è colui che ha forza e iniziativa, in
pratica la virilità, carattere sicuramente non collegabile
alla crema antirughe.
In ogni caso, il tentativo di cambiare in meglio il proprio corpo
dovrebbe essere considerato positivamente, un elemento essenziale
e determinante nella strutturazione della propria personalità,
sempre che non diventi fine a se stesso.
Quando questo accade, siamo di fronte ad una incapacità
di valutare in modo critico il proprio corpo e i propri atteggiamenti.
Purtroppo, è una condizione sempre più diffusa con
la conseguenza che ogni impegno profuso in diete, trattamenti estetici,
cicli di ginnastica deve offrire un riscontro immediato in termini
di successo e felicità, traguardo ovviamente impossibile
da raggiungere.
Quando nel corso di tutta una vita si è proceduto a continui
aggiustamenti e ritocchi è assai difficile accettare le conseguenze
del normale invecchiamento fisiologico, con il risultato di una
disistima completa e sicura.
Secondo me, è lecito tentare di modificare il proprio corpo
al fine di migliorarlo ma non dovrebbe mancare una contemporanea
e reale modificazione dell’atteggiamento verso se stessi.
Insomma, il miglioramento personale dovrebbe avere un ciclo esterno-interno-esterno.
Non facile ma si può provare.

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Stiamo
freschi
I trattamenti per il controllo del peso sono tantissimi. Ho provato
a contarli ma mi sono fermato perché il compito era decisamente
impegnativo. L’epidemiologia ci dice che tutti questi trattamenti
seppur ben auguranti, non limitano in alcun modo il dilagare del
sovrappeso e l’obesità. Infatti, dati alla mano, la
popolazione italiana è sempre più grassa.
Sembra, però, che le varie diete in circolazione non si
limitino solo a promettere un corpo perfetto in poco tempo e con
pochi sacrifici. Infatti, il raggio d’azione si è esteso
anche ai sentimenti e alle emozioni. Sempre più spesso sentiamo
parlare di diete antinoia, antidepressione, antirabbia, insomma,
antitutto, ma questo non era ancora sufficiente perché anche
i termini e gli aggettivi grazie alle acrobazie semantiche, sono
diventati utili alla vendita della felicità.
Nel frasario della salute il termine “leggero” è
uno fra i più utilizzati e abusati, ha in sé una carica
di positività e di ariosità che si trasmette ad ogni
cosa, nel nostro caso a questo o quel cibo. Il risultato è
una trasfigurazione del significato originale ma più spesso
una palese mistificazione.
Troviamo “leggeri” sia i pasti più digeribili
che quelli ipocalorici, in mancanza vanno bene gli alimenti confezionati
e pubblicizzati con il criterio della “leggerezza” anche
se non lo sono affatto.
Il capolavoro si completa aggiungendo il termine altrettanto positivo
quale “fresco”. Di quale freschezza si parli non è
facile dirlo, però se i cibi che mangiamo ci danno “leggerezza”
e “freschezza” di sicuro un po’ di felicità
ci arriverà.
Basta andare al supermercato all’angolo.

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Dietologia
"marina"
Per una evidente deformazione professionale appena nell'aria si
libra la parola "dieta" e simili il mio udito diventa
direzionale con sfumature stereofoniche che se ben usato potrebbe
portarmi ad una carriera di spia, dietologica si intende. Tuttavia
negli ultimi tempi questa virtù o disgrazia a seconda dei
punti di vista, non è più utile visto che l'argomento
dieta ha raggiunto una diffusione da primato.
Non parlo dei mass media che considerano in massima parte la nutrizione
umana né più ne meno come un normale "gossip"
ma di persone normalissime che invece di chiacchierare di calcio
piuttosto che dell'ultimo innamoramento della celebre cantante si
prodigano in infinite discussioni su calorie, dimagrimenti, anoressie
e accattivanti proprietà alimentari
A prima vista mi sembra un fatto del tutto positivo perché
la diffusione della cultura nutrizionale non può che dare
benefici, inoltre, il massiccio impegno di risorse per la diffusione
dell'educazione alimentare sembra avere un senso proprio assistendo
a questi innocenti dibattiti da spiaggia. Le cose, però,
si complicano quando sempre più frequentemente mi capita
di incappare proprio nel mezzo della discussione e non come un fugace
testimone. Il copione prevede la presenza di uno o più leader
più o meno ferrati in materia che portano avanti un discussione
oscillante, solitamente, tra il sacro e il profano.
I termini usati sono staccati di peso dai manuali scientifici o
più probabilmente da riviste alla moda dando il senso di
una incontrovertibile scientificità del loro discorso. Dopo
questa usuale premessa iniziano però a scontrarsi le diverse
"scuole di pensiero" o, peggio, le esperienze personali.
Con mio forte rammarico inizia il rosario delle varie diete in circolazione.
In questa fase della discussione l'iniziale "scientificità"
viene accantonata lasciando il posto a delle varie e proprie posizioni
ideologiche tendenti alla tifoseria.
Naturalmente, dapprima sotterraneamente ma ormai prossimo all'emersione,
il vero argomento che tutti voglio affrontare è come si fa
a dimagrire senza problemi. Una volta palesata la faccenda scatta
il rischio delle offese personali perché si rende necessario
associare ad ogni punto di vista dietologico una forma corporea
snella e scattante, prova tangibile della verità esposta.
Quando questo non accade (il più delle volte) si assiste
ad uno scambio incrociato di frizzi e lazzi piuttosto scortesi specie
con le signore più in carne.
A questo punto si diffonde un certo disorientamento perché,
credo nessuno è veramente sicuro di avere una forma snella
e scattante, così per timore di qualche frecciata ben indirizzata
si passa ad un più cauto "si dice". Siamo ai famigerati
nutrizionisti. Qualche discepolo riferisce il verbo del "suo"
nutrizionista sperando di mettere una seria ipoteca sulla vittoria
finale. Il guaio è che, inaspettatamente, molto dei presenti
hanno il "loro" nutrizionista che guarda caso dicono e
fanno cose diametralmente opposte. La confusione più totale
sembra crescere quando saltano fuori i nomi così che molti
scoprono di avere lo stesso specialista che, però, a ognuno
di loro ha detto accuratamente cose diverse. Esausti e accaldati,
decidono per un armistizio in attesa di riprendere la prossima volta.
Alla fine della discussione le mie impressioni sono contrastanti:
da un lato sono lusingato perché poche materie scientifiche
riscuotono un tale interesse, dall'altro avverto con sgomento la
facilità di scivolare in argomenti che di razionale hanno
ben poco. Ogni tanto capita di trovarsi tra persone che sanno quello
faccio ma la cosa non sembra modificare di molto il copione su esposto.
Al più ogni tanto mi incaricano di fare l'arbitro della situazione
ma è un gioco che conosco e mi sottraggo in un modo o nell'altro.
In realtà il mio interesse è concentrato a quello
che accade dopo la discussione.
Le stesse persone che fino a cinque minuti prima professavano ogni
sorta di regola alimentare, a tavola in presenza del buon cibo non
erano in grado avere un benché minimo controllo sul loro
comportamento alimentare o al contrario manifestavano una totale
rifiuto per ogni cosa, tranne l'acqua, segno evidente di una fobia
per il cibo. Si tratta di comportamenti decisamente non coerenti
che mettono in luce il difficile rapporto tra quanto sappiamo e
quello che facciamo in realtà. Ognuna di queste persone così
affezionate all'argomento "dieta" farebbe bene a considerare
il proprio equilibrio alimentare prima di prendere partito. Infatti,
la mania delle diete alla moda o semplicemente del discutere ad
ogni occasione di dietologia nasconde una grave inadeguatezza a
prendere atto di quello che accade a noi stessi.
Serve a poco seguire la dieta del gruppo sanguigno o quella dell'indice
glicemico quando non si è in grado di fare un semplice automonitoraggio
con un diario alimentare. Si tratta solo di alibi, a volte molte
raffinati che ci illudono di prendere il controllo su qualcosa che
sentiamo di non averlo affatto. Per molti la "sensazione"
di avere il controllo è rassicurante ma di solito non dura
e quando svanisce del tutto occorre procurarsi in fretta una nuova
fede dietologica e così via all'infinito. Purtroppo, questo
atteggiamento subdolo è presente anche in coloro che sono
correttamente informati e che hanno imparato a selezionare il messaggio
utile da quello mistificatorio. Arrivo a dire che non pochi colleghi
seppur validi terapeuti non riescono ad applicare alla loro vivere
quotidiano un comportamento alimentare coerente e funzionale. In
sostanza, credo sia inutile conoscere una miriade di dettagli dietetici
quando non si è in grado di dire alcunché su noi stessi
e il significato dei nostri comportamenti abituali.

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Doctor
shopping
Ognuno di noi ha il medico di fiducia, il fruttivendolo di fiducia,
l'avvocato di fiducia e così via per altre questioni e faccende.
Rapporti del genere sono importanti perchè permettono di
avere una maggiore tranquillità e la benefica sensazione
di essere considerati oltre che utenti-consumatori anche delle persone.
Un rapporto di fiducia è più facile, funzionale e
non di rado si trasforma in un'amicizia di lunga durata.
Tutto questo, stranamente, accade dappertutto tranne che dal nutrizionista
o almeno in massima parte. Infatti, le anamnesi prossime e remote
delle persone con problemi alimentari e nutrizionali sono piene
zeppe di una estesa pletora di dietologi e, naturalmente, di diete.
Io stesso assisto con una certa frequenza a questo fenomeno, chiedendomi
il perchè. Questi pazienti pur avendo consultato fior di
specialisti con i quali hanno avuto anche ottimi risultati, in presenza
di una recidiva, frequentemente, decidono di provare altrove. A
prima vista è un fatto decisamente illogico, perchè
cambiare continuamente specialista comporta tutta una serie di ripetizioni
e disagi. Infatti, ci saranno domande a cui bisognerà rispondere
per l'ennesima volta, l'imbarazzo di doversi svestire di fronte
ad uno sconosciuto, l'incognita del carattere e del modo di fare.
Eppure questi elenchi sono lunghi, e più passa il tempo più
diventano lunghi.
Tra le tante spiegazioni che mi vengono in mente trovo plausibili
due elementi: la vergona per il fallimento e la speranza di una
dieta "migliore" della precedente. Il meccanismo che sovraintende
alla prima ipotesi è piuttosto semplice da immaginare. Un
paziente che ricade nel problema alimentare sente di dover dare
delle spiegazioni al suo specialista scatenando, probabilmente,
una serie di pensieri e sentimenti negativi e autovalutativi. Inoltre,
conoscendo già l'approccio clinico avverte maggiormente il
peso dell'iter terapeutico. La scelta di un nuovo terapeuta evita
tutto questo e permette di presentarsi come se niente fosse successo.
Poi abbiamo la possibile buona fama di cui gode il nuovo specialita
e la rinnovata speranza per la novità cui si va incontro.
Il secondo argomento è, purtroppo, più superficiale
anche se porta alle medesime conseguenze. Il doctor shopping dietologico
è comune in quelle persone che sono alla disperata ricerca
della dieta del miracolo e associano ad ogni dieta un dottore. Queste
persone che molto spesso diventano pazienti cronici credono fermamente
che prima o poi troveranno il nutrizionista che ha elaborato, suppongo
segretamente, una dieta risolutiva. Poichè, il tempo degli
stregoni è finito da un pezzo, queste persone passano da
una delusione all'altra diventando facile preda di mestieranti e
mistificatori di professione. Non ho elementi per convalidare queste
mie ipotesi o altre possibili ma il "doctor shopping"
esiste.
L'aspetto paradossale è che una duratura soluzione del problema
dietetico nutrizionale è possibile solo se si instaura un
rapporto di fiducia da ambo le parti. Un terapeuta efficace può
essere considerato tale solo se conosce molto bene il suo paziente
e la sua storia. Detto questo immaginiamo, ora, quanto può
essere utile saltellare da uno studio all'altro. Il nutrizionista
non vende diete e sopratutto non se le inventa. La circolazione
delle idee e delle scoperte è tale che è impossibile,
specie con le nuove tecnologie, avere delle novità non condivise.
Certo, è molto probabile che fra venti anni si sapranno più
cose rispetto adesso ma è un processo graduale. In fondo,
come diceva Einstein, "Dio non gioca a dadi".

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Nutrigenomica
Nelle prime fasi dello sviluppo della dietologia, l'aspetto più
importante era individuare i cibi che potevano danneggiare l'individuo
affetto da particolari patologie. La prescrizione era una lista
di alimenti "vietati" e "permessi" con una serie
di indicazioni sui possibili menù, in verità, quasi
sempre punitivi. Grazie all 'evoluzione delle conoscenze biochimiche
e fisiologiche la dietologia di quei tempi si è andata affermando
come scienza autonoma, in particolare in scienza dell'alimentazione
e la sua costola operativa, la dietetica. In buona sostanza la differenza
con il passato è che oggigiorno, lo specialista in scienza
dell'alimentazione ha gli strumenti scientifici adatti per indicare
la combinazione alimentare che "fa bene" in base ai nutrienti
contenuti nei cibi.
Come esempio si può prendere la persona diabetica che, come
è noto, deve fare attenzione al contenuto di zuccheri. In
base alle vecchie regole, la sua dieta doveva essere di esclusione,
ovvero doveva evitare tutti gli alimenti contenti zuccheri e questo
per tutta la vita. Possiamo facilmente immaginare quanto può
essere piacevole una dieta del genere e sopratutto quanto possa
essere rispettata. Attualmente, un diabetico (salvo casi particolari)
riceve una dieta che sembra più meno uguale a quella
di chiunque altro, la segue molto meglio e convive più serenamente
con la sua malattia.
Questo risultato è stato ottenuto grazie alla più
precisa conoscenza dei nutrienti, la loro fisiologia e le dinamiche
metaboliche. Per non entrare molto nei dettagli cito solamente la
scoperta dell'indice glicemico. Questo indice ci dice che impatto
ha un determinato cibo, una volta ingerito, con l'innalzamento della
glicemia. Con una conoscenza del genere può essere stilata
una classifica dei cibi non più in base al contenuto di zuccheri
ma dalla loro capacità di innalzare il glucosio
nel sangue. Ma non basta, si è visto che cibi con un determinato
indice glicemico in combinazioni alimentari particolari davano risultati
diversi: l'indice glicemico risulta più basso. Queste ed
altre conoscenze possono trasformare una difficile rapporto con
il cibo in una facile alleanza
Ora siamo alla fase "tre" che è la nutrigenomica.
Il progetto Genoma e successivi studi hanno permesso di mappare
il patrimonio genetico umano. Vale a dire che sappiamo quanti geni
abbiamo e dove si trovano. Sappiamo molto molto meno sul loro coordinamento
generale ma si stanno facendo passi in avanti enormi ogni giorno.
La nutrigenomica, cioè l'individuazione del corretto modo
di alimentarsi in base al DNA di ognuno di noi, ci darà la
possibilità di avere un'alimentazione corretta su misura
e individuale che cambierà a seconda di come noi cambiamo.
In quest'ottica gli specialisti in scienza dell'alimentazione diventeranno
anche un pò genetisti determinando l'ennesima evoluzione
della specie del nutrizionista. Ma ne è sempre valsa la pena.

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La
Parcella
I professionisti di qualsiasi genere chiedono in cambio del loro
lavoro un compenso in denaro. Questo aspetto determina nella quasi
totalità dei casi un rapporto tipo fornitore di servizi-cliente.
Anche considerando tutte le possibili relazioni di amicizia che
si possono instaurare nel tempo, il rapporto suddetto funziona in
quel modo finchè si tratta di perizie, test diagnostici,
progetti o valutazioni e relazioni tecniche di vario genere ma per
altre categorie professionali questo dualismo prestazione-compenso
non funziona allo stesso modo.
In particolare i professionisti dell’aiuto, inizialmente
solo di area psicologica e socio educativa, non hanno come compito
esclusivo il formulare una diagnosi, prescrivere una cura e controllare
i risultati. Il loro vero compito è aiutare le persone ad
affrontare i cambiamenti necessari facendo affidamento non solo
a tecniche, strumenti e metodi ma soprattutto alla loro umanità
addestrata a tale compiti. Il dietologo o come si definisce oggi
in maniera più corretta, il nutrizionista, è stato
per molti anni estraneo alla relazione d’aiuto. Il suo compito
è sempre stato di natura prescrittiva, in particolare, doveva
elaborare la dieta più adatta al paziente e controllare i
risultati. Tuttavia, le numerose ricerche nel campo del comportamento
alimentare e dell’obesità, hanno dimostrato che la
dieta al di fuori di un contesto d’aiuto è da considerarsi
del tutto inefficace se non controproducente.
Questa evidenza ha posto il nutrizionista in una posizione nuova
e difficile, vale a dire a scegliere tra il tradizionale assetto
prescrittivo oppure integrare un modello terapeutico d’aiuto.
In questa seconda ipotesi, ritengo che l’attività del
nutrizionista può essere definita, tra le altre cose, una
professione d’aiuto a tutti gli effetti.
Operare, quindi, in un contesto multidimensionale e molto spesso
anche multidisciplinare è molto diverso che fare una prescrizione,
infatti, il lavoro necessario è in massima parte invisibile
al paziente-cliente, perché molte delle attività si
svolgono “dietro le quinte”, a completamento di tutte
quelle in cui è necessaria la presenza del paziente.
Può essere, in casi non rari, che il lavoro svolto in assenza
del paziente sia addirittura più lungo e impegnativo che
durante gli incontri di colloquio e di controllo.
Ritornando alla nostra “parcella” è da chiedersi
come fare a valutare in euri sonanti una strategia d’azione
impalpabile, evidente solo nelle linee di sovrapposizione ai modelli
prescrittivi (dieta, valutazioni e controlli) ma del tutto incomprensibile
per tutto il resto, almeno all’inizio. Ancora, come quantificare
quel necessario coinvolgimento che spetta al terapeuta che vuol
veramente curare e deve partecipare al cambiamento del paziente,
e quanto costa l’invariabile unicità e originalità
di ogni persona che rende vano ogni automatismo e impegna il terapeuta
come se fosse un problema mai visto prima.Poi ci sarebbero, le riunioni,
i consulti con probabili altri specialisti (quanti incontri?), il
resoconto (scritto) delle sedute e, in definitiva, tutto quello
che è necessario fare per portare una persona al cambiamento.
Un approccio del genere, di fatto, non è tariffabile, e
le inevitabili parcelle richieste, almeno per le organizzazioni
private, non sono altro che un tentativo piuttosto scomodo per intercettare
il giusto compenso a seconda dell’impegno medio richiesto.
Quindi, prima di parlare di denaro è bene informarsi molto
bene sia sul tipo di organizzazione messa a disposizione che la
tipologia di intervento adottata. Per il resto bisogna valutare
l’impegno economico esclusivamente in base alle informazioni
ricevute e la necessaria sostenibilità.
Infatti, l’aspetto più inquietante dei problemi nutrizionali
è la recidiva, una sorta di meccanismo circolare che porta
un gran numero di persone ad affrontare continuamente lo stesso
problema aggravandolo ogni volta un po’ di più. In
questo caso il prezzo da pagare va bel oltre il valore del denaro,
infatti, superato un certo limite, anche la più ricca delle
parcelle diventerebbe una spesa completamente inutile.

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Dr.
Software
Ricevo numerose lettere di giovani colleghi che mi chiedono informazioni
e consigli. Sono email che leggo con piacere perché sono
vive e piene di entusiasmo e non di rado interessanti per le questioni
poste. Gli argomenti sono quelli della professione del nutrizionista,
quali strumenti utilizzare, gli adempimenti burocratici, richieste
di parere per casi particolarmente difficili e così via.
Ma, c’è una domanda che mi viene posta continuamente,
vale a dire quale software utilizzare per elaborare le diete?
Per facilitare il mio compito pensano sia meglio farmi avere tutto
un elenco di prodotti informatici e relative caratteristiche tecniche
per farmi dare un giudizio o almeno indicare quale utilizzo nel
mio studio. Naturalmente, non mi leggo tutto il catalogo, ma cerco
di dare una risposta sensata in base alle mie conoscenze.
A un certo punto, però, mi sono reso conto che la domanda
vera è un’altra, vale a dire: “quale software
fa le diete migliori”? Ma ancora non ci siamo; più
precisamente la domanda posta dai mie colleghi è: “quale
software fa le diete migliori, in poco tempo e adatte ad ogni tipo
di paziente e per ogni condizione di salute”? Esagerando ma
non di molto, il senso di quelle richieste può addirittura
essere: “quale software mi permette di essere un buon nutrizionista?”
Istintivamente mi viene da rispondere che un programma per fare
le diete sta al nutrizionista come i test psicologici stanno allo
psicologo ma mi astengo perché la questione non è
tanto ovvia.
Per capire bisogna fare un minimo di storia. Personalmente, appartengo
ad una generazione che ha visto nascere l’informatica di massa
e successivamente la telematica di massa, quindi, mi ricordo bene
cosa significasse scrivere una tesi di laurea o fase dei calcoli
con i primi personal computer. Innanzi tutto erano macchine avvolte
da un terribile alone di mistero, sistemati in ambienti speciali
(p.es. “sala computer”, cioè un solo computer)
e per metterli in azione bisognava avere la lucidità e fermezza
di leggersi enormi manuali di istruzione, naturalmente in inglese
perché i programmi erano tutti lingua yenkee. Altri svantaggi
di queste iperuraniche macchine erano l’output video primordiale
(solo testo) e software che non permettevano passi falsi altrimenti
tutto daccapo. I vantaggi, però, erano eccezionali e valevano
qualunque pena, infatti, diventava possibile fare e rifare un numero
impressionante di operazioni in un tempo velocissimo e con la possibilità
di stampare i risultati senza possibilità di errore.
Guarda caso l’elaborazione delle tabelle dietetiche di quel
periodo prevedevano una lunghissima serie di calcoli (con possibilità
di errori ad ogni svolta) da mettere a dura prova la pazienza più
allenata. Infatti, fatte le necessarie premesse di fabbisogni calorici
e nutrizionali tutto il resto era una lunghissima serie di operazioni
sempre dello stesso genere.
Il risultato finale erano dei menù alimentari dall’aspetto
tipicamente ospedaliero, da conservare con cura, fotocopiare alla
bisogna e guai a parlare di modifiche. All’arrivo dei computer
tutto questo scomparve, infatti, era sufficiente inserire i dati,
scegliere tra le varie opzioni e aspettare felici che la stampante
terminasse il suo lavoro. Stessa cosa nel caso fossero necessarie
delle modifiche: si procedeva all’apertura del file dalla
memoria, pochi clik e la dieta poteva essere completamente ricalcolata.
Era la rivoluzione informatica applicata alla dietetica come a
tantissimi altri campi.
Risolto il problema del calcolo per l’analisi nutrizionale
la faccenda poteva considerarsi chiusa e aspettare al limite la
prossima versione del software con una database bromatologico aggiornato
e una interfaccia più facile da usare. Ma non è andata
così.
Il problema è nato quando si cercato di affrontare l’obesità,
vera epidemia, con il calcolo delle calorie. Visto il business,
molte software house hanno lasciato perdere lo scopo originario,
l’analisi nutrizionale, e hanno preferito orientarsi su un
tipo di software che permettesse di sfornare diete ipocaloriche
senza che fosse necessaria una particolare competenza in dietetica.
Siamo alla “Dietologia computerizzata”, vale a dire
diete ipocaloriche precise e infallibili proprio come il computer.
La diffusione di questa metodologia è stata tale che ancora
oggi è possibile incontrare ambulatori che orgogliosamente
espongono la targa “Elaborazione Diete Computerizzate”.
Ma il calcolo delle calorie è davvero importante? Per gli
adepti della “Dietologia Computerizzata” lo è
stato e sicuramente sono ancora in tanti a crederci.
Infatti, grazie alla capacità di ricalcolo dei software
ci si è illusi di poter dare un aiuto ad un obeso recalcitrante
e prossimo alla ricaduta semplicemente abbassando di tanto in tanto
le calorie, in fondo si trattava di pochi clik al computer. Gli
effetti di questo facile ricalcolo al ribasso calorico sono stati
da un parte curiosi dall’altro drammatici.
Divertenti perché i software man mano che l’operatore
decide di abbassare le calorie sono costretti a diminuire le porzioni
degli alimenti alla maniera propria dei computer, cioè senza
capire quello che fanno e tanto meno il significato psicologico
di quello che fanno. Infatti, secondo gli algoritmi del computer
per rinvigorire un dimagrimento è sufficiente passare da
24 gr di olio e 45gr di pasta a 7,5 gr di olio e 37,6 grammi di
pasta, cioè la rimodulazione dell’alimentazione è
del tutto finalizzata al ricalcolo delle calorie; che poi una persona
non sappia che farsene di 7,5 grammi di olio e 37,6 grammi di pasta
poco importa!
Con questo procedere i menù dietetici diventano più
simili all’estratto conto della banca che a qualcosa di simile
al mangiare. Ma dicevo questi sono gli effetti più divertenti,
mentre gli effetti più drammatici sono che una simile schematizzazione
dell’alimentazione e l’ossessione delle calorie possono
scatenare reazioni tali da portare ai disturbi del comportamento
alimentare complicando enormemente una situazione magari del tutto
banale.
Fatte queste considerazioni, dico che un utilizzo serio del computer
non può essere quello di andare alla ricerca di un software
costruito per fare diete con la logica dei numeri. Quello che reputo
utile è un programma che sappia fare un’accurata analisi
nutrizionale anche in senso statistico. Infatti, parlando di fabbisogni
nutrizionale è inutile che un programma mi proponga menù
folli per rispettare l’imperativo, p.es., di 18mg di Ferro
al giorno, magari sarebbe più utile utilizzare funzioni statistiche
per assicurarmi che tutto sommato, mediamente, non sto uscendo fuori
dai dogma nutrizionali in maniera statisticamente significativa.
Il resto, le decisioni, le rimodulazioni e l’integrazione
con i programmi di terapia devono essere di appannaggio del nutrizionista
non certo di una macchina.
Quindi, cari giovani colleghi, se proprio dovete prendervi un
software prendete quello più costoso e conosciuto non già
perché si diventa più bravi e ricercati ma solo per
una maggiore garanzia di sicurezza che per chi opera nel campo della
salute non è mai abbastanza.

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Dr.
Software II
Al precedente articolo “Dr.Software” ho parlato dei
programmi computerizzati per l’elaborazione delle diete e
la loro utilità. A giudicare dai commenti ricevuti, sembra
che l’articolo abbia suscitato un certo interesse e di certo
non mi dispiace. In sintesi il senso di gran parte di queste lettere
è stato il disaccordo circa l’utilità dei software
dietologici, in grado di fare molto di più che un calcolo
delle calorie, e la richiesta di chiarimenti circa l’alternativa
al loro uso.
Dico subito che non sono affatto contrario all’utilizzo
di un buon software, nel mio lavoro impegno un gran numero di programmi
e mai mi sognerei di tornare alla penna, taccuino e calcolatrice.
Il punto cruciale e stabilire lo scopo di questo utilizzo.
Il computer è, sostanzialmente, una macchina capace di
fare tantissime cose in maniera precisa e veloce. Posso utilizzarlo
come calcolatore, per disegnare, scrivere una lettera ma non posso
chiedergli cosa ne pensa del mio vicino di casa
E’ indubbio che c’è stato un tempo in cui il
computer non esisteva, eppure la gente faceva lo stesso di conto,
disegnava e scriveva lettere. Il problema era che tutte queste cose
potevano essere fatte solo impiegando molto tempo e con molti errori,
per cui, non c’era tempo per conoscere la reputazione del
vicino di casa. Il computer ci ha reso tutti quanti più veloci
ed efficienti ma certamente non più intelligenti e capaci.
Per fare un esempio, quando mi reco dal mio medico curante mi vengono
poste una serie di domande e fatte una serie di osservazioni. Finita
questa fase viene prescritta la cura e stabilito il prossimo controllo.
Naturalmente, parlo di piccole patologie che però rappresentano
la gran parte del lavoro del medico di medicina generale. Ora immaginiamo
di costruire un software capace di raccogliere tutti i dati utili
alla diagnosi e di fornire una terapia in base ad un algoritmo decisionale
standard del medico; in pochi minuti tutto sarebbe pronto con tanto
di prescrizione farmacologia e quant’altro.
Fantasie certo, ma il motivo per cui un prodotto del genere non
è in commercio non deriva dal fatto che sia difficile farlo
ma dalla completa inutilità se non pericolosità. Infatti,
il colloquio medico-paziente non è uno scambio di informazioni
chiaro e lineare come vorrebbe il computer. Ci sono cose dette e
non dette, altre bisogna interpretarle, qualche volta si fanno delle
omissioni che si chiariscono grazie all’acume dell’esperienza.
Alla fine di questo giro il più delle volte tortuosissimo
si fanno delle ipotesi e in base ad un criterio di probabilità
si prescrive la cura che dovrebbe funzionare.
Probabilmente per molti altri anni ancora nessun programma sarà
capace di fare altrettanto proprio perché l’idea stessa
di computer è lontana anni luce da questo tipo di approccio
che prevede soprattutto intelligenza (in primo luogo emotiva) e
non capacità di elaborazione di dati.
Torniamo alla dieta e i programmi computerizzati: la situazione
è diversa?
Dal punto di vista del paziente avere una dieta fatta con penna
e calamaio o con l’ultimo ritrovato dell’informatica
è indifferente, infatti, quello che avrà in mano saranno
una serie di fogli con i menù alimentari e poco altro; l’importante
è che funzioni. Invece, l’operatore al computer, avrà
il grandissimo vantaggio di fare con poco sforzo un gran numero
di elaborazioni, precise e ritagliate a misura del paziente. In
apparenza lo scopo è stato centrato; da una parte il paziente,
p.es. con necessità di perdere peso, con la sua bella dieta
e dall’altra l’operatore che è sicuro di aver
fatto tutto millimetricamente bene.
Ora consideriamo le variabili in gioco e vediamo quanto vale questa
precisione di elaborazione.
Partiamo dai gusti. Sono mutevoli nel tempo e per effetto della
restrizione alimentare diventano molto spesso addirittura capricciosi.
Tranne per le richieste davvero irragionevoli in molti casi è
possibile rivitalizzare la motivazione introducendo ricette e alimenti
ricchi in calorie e grassi che per loro natura sono più gradevoli
e appaganti. Se affidiamo questo problema alla macchina, il ricalcolo
proporzionale porta all’assegnazione di questi alimenti in
quantità tanto piccole da far pensare all’omeopatia
più che all’alimentazione. Il risultato è che
ogni compromesso diventa impossibile perché il computer nel
tentativo di far quadrare calorie e nutrienti produce risultati
che hanno l’effetto di aumentare ancora di più il senso
di frustrazione e insoddisfazione del paziente.
Il finale è presto detto: aumentano gli errori in maniera
più o meno deliberata, il peso si ferma anzi aumenta e ogni
calcolo va a farsi benedire.
Altra variabile in gioco sono le razioni alimentari . Per soddisfare
alcuni parametri dietetici i programmi dietologici assegnano ad
ogni alimento una certa quantità in grammi. I programmi più
scarsi giocano addirittura sui decimali (p.es. 124,5 gr di pane)
altri invece si attengono ad un criterio di porzione che umanizza
un tantino i menù proposti. Si badi bene che per avere tutti
i parametri dietetici sotto controllo è assolutamente necessario
che queste quantità in grammi siano rispettate, altrimenti
ogni calcolo diventa assolutamente inutile. Invece, accade proprio
questo perché se in un primo momento il paziente passa alla
bilancia dietetica tutte le porzioni alimentari, successivamente,
vista l’impossibilità di poterlo fare ogni giorno e
in tutte le condizioni (impegni di lavoro, urgenze, etc,), presto
o tardi si affida all’occhio che per quanto allenato non può
certo dirsi uno strumento di misura.
Ecco che ancora una volta il computer ha prodotto elaborazioni
corrette ma inutili e controproducenti.
A mettere definitivamente nel sacco il nostro computer e le microscopiche
elaborazioni sono proprio la composizione chimica degli alimenti.
La banca dati di composizione bromatologia di ogni buon software
dovrebbe essere quella dell’INRAN (Istituto Nazionale per
la Ricerca degli Alimenti e la Nutrizione). I metodi per la determinazione
chimica degli alimenti prevedono alcune inevitabili standardizzazioni
procedurali al fine di ottenere risultati quanto più omogenei
e veritieri possibile. Il problema è che gli alimenti non
sono viti e bulloni, infatti, le caratteristiche nutrizionali variano
per moltissimi fattori che vanno dall’allevamento e coltivazione
locali ai metodi di cottura e manipolazioni domestiche, etc.
A completare l’opera interviene la stessa fisiologia della
nutrizione che ci spiega come l’assorbimento dei nutrienti
non sia un evento sempre identico ma subisce delle variazioni a
seconda del tipo di pasto, lo stato di nutrizione e altri mille
cavilli metabolici. Aggiungo che gli stessi dati analitici dell’INRAN
non possono certo essere continuamente aggiornati mentre gli alimenti
presenti sul mercato subiscono una mutazione qualitativa continua.
Tenuto conto di quanto detto si può dire che i software
dietologici sono utili ma fino ad un certo punto e, a parer mio,
mai nella terapia dell’obesità. Infatti, l’esatta
calibrazione “a monte” dei nutrienti è
necessaria solo in condizioni particolari come per il supporto dietetico
in situazioni patologiche acute ovvero quando il cibo ha la stessa
funzione del farmaco e il tutto deve essere quanto più preciso
è possibile.
Invece, nei casi in cui, come per l’obesità, l’intervento
dietetico si protrae nel tempo ed è necessario affrontare
la vita quotidiana, i software devono fare di più ed essere
utilizzati in maniera molto diversa.
In molti modelli terapeuti dell’obesità, in fase
di modificazione delle abitudini alimentari in senso ipocalorico
è il terapeuta che concorda con il paziente come adottare
le nuove misure dietetiche. Infatti, in alcuni casi, i pazienti
si sentono rassicurati con schemi e grammature, in altri, invece,
preferiscono menù molto meno rigorosi ma che offrono molta
più autonomia. Quindi, l’elaborazione, computerizzata
o meno, ha poca importanza. Quello che invece importa è sapere
con la massima precisione possibile come vanno le cose nella realtà.
Infatti, le restrizioni alimentari non possono essere fatte a caso
e di conseguenza è necessario attuare metodi e procedure
per la valutazione del reale apporto calorico e nutrizionale del
paziente. Ecco che il computer diventa di nuovo protagonista ma
questa volta in funzione di verifica e non prescrittiva.
Infatti, non gli si chiede più di elaborare una dieta iperparametrizzata
ma di dubbia applicazione bensì di analizzare l’alimentazione
del paziente e di dare delle risposte in chiave statistica su diversi
intervalli temporali.
Per fare un esempio, se il deficit voluto è di -800 Kcal/die
questo dato possiamo ottenerlo non necessariamente ogni giorno ma
anche come risultato medio in un periodo di riferimento (p.es. un
mese). Per essere sicuri che tutto vada per il meglio il computer
dovrebbe provvedere, per lo stesso intervallo di tempo, all’analisi
nutrizionale e controllare che i valori oscillino in maniera statisticamente
non allarmante. In caso di problemi basterà dare le opportune
istruzioni per ripristinare, così, la condotta ottimale della
dieta.
Per fare tutto questo non servono software specializzati ma solo
un buon grado di conoscenza dei normali pacchetti di database relazionali
che hanno l’enorme vantaggio di poter essere adattabili a
qualunque modello terapeutico in cui è necessaria una rigorosa
analisi nutrizionale.
Per concludere, i computer sono una risorsa preziosissima anche
nell’ambulatorio del nutrizionista ma non rappresentano in
se una marcia in più per ottenere il successo terapeutico.
Infatti, il loro uso ha un senso solo quale strumento per ottenere
risposte in momenti decisivi e non può sostituire in alcun
modo l’intervento dello specialista in scienza dell’alimentazione.

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Quale
nutrizionista
Il passaggio dal mondo accademico a quello della professione obbliga
molti nutrizionisti ad alcune “scelte di campo”. Infatti,
non è pensabile affrontare con competenza tutti ma proprio
tutti i campi della Scienza dell’Alimentazione. Il rischio
è di diventare dei “tuttologi” non sempre capaci
di affrontare i problemi più complessi.
In questi anni ho visto ramificare i campi di specializzazione
del nutrizionista sia in virtù delle tumultuose scoperte
scientifiche che per i diversi approcci ai problemi dell’alimentazione.
I campi di attività sono diventati davvero tanti. Per fare
alcuni esempi il nutrizionista è impegnato sia a livello
del singolo individuo ma anche dell’intera popolazione. E’
presente negli ospedali ma anche nelle aziende, può essere
un ricercatore ma anche un esperto di marketing alimentare. Molto
spesso è vicino al paziente ma anche in laboratori di controllo
e processo. Per non parlare che alcuni colleghi si occupano non
di uomini e donne ma di nutrizione veterinaria con competenze di
estrema importanza per l’economia dell’industria dell’allevamento.
Focalizzandoci sul nutrizionista che cura la singola persona ho
notato che si vanno differenziando almeno quattro tipi di approcci.
Questa ramificazione riguarda però soltanto un tipo di intervento
vale a dire il controllo del peso e i disturbi dell’alimentazione.
Infatti, la dietetica per lo stato fisiologico o patologico prevede
una forte competenza clinica ma un unico approccio con la classica
dicotomia cura-malattia.
Invece, per le persone che sentono sfuggire il controllo dell’alimentazione
e in molti casi anche del peso si pone il problema di quale professionista
scegliere. Non è un aspetto da poco informarsi sul tipo di
approccio perché non c’è niente di peggio che
scontrarsi con qualcosa di cui non si capisce l’utilità
e la pertinenza al proprio caso.
Per quanto ho potuto, mi è sembrato che il lavoro del nutrizionista
in ambito del controllo del peso e dintorni potrebbe appartenere
a queste aree.
La prima area è quella del nutrizionista clinico. L’approccio
è orientato all’azione, cioè la vostra condizione
è vista come una malattia e come tale va trattata. E’
uno degli orientamenti in cui la maggioranza dei pazienti si sente
a proprio agio perché tutti i passi terapeutici sono chiari
e intuibili. Infatti, alla visita specialistica segue una dieta
e successivamente tutta una serie di controlli.
Le difficoltà si affrontano sempre nell’ottica successo-fallimento
con impiego, talvolta, di farmaci.
La seconda area è diametralmente opposta alla prima perché
considera il problema in un’ottica prevalentemente estetico-salutista.
Questo tipo di approccio esalta solo i risultati che l’occhio
può apprezzare con una forte propensione all’ottimismo
e al coinvolgimento in meccanismi di motivazione indotta. C’è
scarsa attenzione alle dinamiche più profonde e mira, tutto
sommato, a far felice il paziente-cliente. In questo contesto, il
nutrizionista è solo il garante di un corretto apporto nutrizionale
ed è a supporto dell’intero processo. Sono molte le
persone che affrontano i loro problemi di peso in questo modo sia
per l’ambiente rilassato e pieno di aspettative che per lo
scarso coinvolgimento personale richiesto.
La terza area ritrova il nutrizionista al centro del contesto,
si fa portavoce di novità in tema di alimentazione ma anche
di pratiche di medicina alternativa. Molto spesso, non condivide
le conoscenze ufficiali della medicina e affronta i vari problemi
dell’alimentazioni con diete a “tema” o evocative.
Il paziente è coinvolto in numerosi meccanismi di accostamenti
alimentari ritenuti curativi indipendentemente dalle loro caratteristiche
nutrizionali. Le persone che seguono questi precetti sono favorevolmente
colpiti anche dalla disponibilità del loro specialista che
risulta essere, molto spesso, una persona dotata di carisma e sensibilità.
Infine c’è il nutrizionista che guarda ai problemi
dell’alimentazione in chiave multidisciplinare non eclettica.
Mi sento di appartenere a questa categoria per cui ne potrò
parlare in maniera un po’ più approfondita.
La multidisciplinarietà è necessaria quando un problema
non può essere affrontato con una singola serie di metodi,
conoscenze e tecniche di uguale matrice culturale.
L’obesità e i disturbi alimentari sono chiaramente
dovuti a più cause contemporaneamente, pertanto, è
opportuno guardare a delle soluzioni a 360° e non a singole
azioni focalizzate. Il nutrizionista è molto simile ad un
generale in battaglia che predispone una strategia finalizzata ad
uno scopo specifico; il paziente è al centro del contesto
e parte attiva dell’intero processo.
Insieme a questo tipo di dietologo partecipano anche altre figure
professionali che, in molti casi, sono a fondamento e non a supporto
dell’intera strategia che poi altro non è che un piano
terapeutico. Lo stesso nutrizionista per dirigere consapevolmente
questo processo deve impegnarsi ad integrare le proprie conoscenze
con approcci più orientati al cambiamento dei comportamenti.
Pertanto, una certa multidisciplinarietà la deve far propria
con un addestramento professionale specifico e centrato sul paziente.
Ci rimane il termine “non eccletico”, una bella parola
per dire che l’intero processo volto al cambiamento del paziente
non può essere fatto con metodiche staccate una dall’altra.
Al contrario, è necessario un notevole lavoro di raccordo
e integrazione che solo alcuni centri altamente specializzati si
possono permettere.
Evito di parlare in termini di risultati di questo approccio terapeutico
che comunque può essere valutato dalla letteratura sull’obesità
e i disturbi alimentari.
Per ora mi soffermo solo sulle reazioni che noto nel paziente.
L’aspetto che più mi colpisce è il coinvolgimento
del paziente in un contesto che tutto sommato non è piacevolissimo.
Infatti, mantenere sotto controllo l’alimentazione, tenere
un diario e partecipare alle sedute con il terapeuta è impegnativo
anche solo per il tempo che ci vuole.Eppure, la voglia di andare
avanti cresce seduta dopo seduta con un rapporto nutrizionista-paziente
che si trasforma gradatamente da una lotta ad una danza.
E’ quello che mi è piaciuto di più di questo
approccio terapeutico. Infatti, molto spesso, i due attori della
relazione si trovano a combattere su due sponde opposte (“Tu
devi…”; “Si, ma…”) che porta a inutili
conflitti e rottura del legame terapeutico.
Al contrario, se tutto funziona, sembra di dipingere un quadro
insieme al paziente.
Naturalmente, le cose non sono sempre così semplici ma mi
basta sapere che tutto questo ogni volta sia possibile.

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Drop
out, l'abbandono della terapia
I pazienti che iniziano un programma per il controllo del peso,
spesso abbandonano prima della conclusione. In gergo questo fenomeno
viene chiamato “drop out”.
Le conseguenze sono una repentina ripresa del peso/disturbo e
l’allungamento dei tempi per il rientro in terapia.
La dinamica di questo comportamento è molto studiata perché
se da un lato esistono ottimi protocolli per l’obesità
e i disturbi dell’alimentazione, dall’altra risultano
del tutto inutili se non portati a completamento.
La prima domanda che tutti i ricercatori si sono posti è
“di chi è la colpa”. Infatti, a monte di un notevole
impegno iniziale man mano che si procede la motivazione e disponibilità
del paziente calano visibilmente. Quindi, si potrebbe pensare che
la “colpa” sia esclusivamente di quei pazienti che non
vogliono ascoltare mentre allo specialista spetterebbe il ruolo
della vittima.
Invece è il contrario: la responsabilità dell’abbandono
è del terapeuta.
Certo esistono le dovute eccezioni, tuttavia, numerosi studi sul
colloquio professionale hanno evidenziato che la percentuale di
abbandoni varia a seconda dello stile del terapeuta. Per esempio
uno stile confrontazionale porta a pessimi risultati in quanto mette
a repentaglio l’autonomia del paziente.
Infatti, persino i bambini quando gli viene detto di fare qualcosa
di solito trovano delle scuse, immaginiamo quando è necessario
cambiare i comportamenti di una persona adulta e strutturata.
Uno dei primi impegni dello specialista che affronta l’obesità
è proprio quello di dover scegliere tra diverse modalità
terapeutiche e i diversi stili di colloquio. Persino la prescrizione
dietetica può avere forme diverse, p.es. le tabelle dietetiche
a menù andranno bene per alcune persone ma non per altre.
Le fasi iniziali sono molto impegnative proprio per questi motivi.
E’ necessario fare numerose ipotesi e approssimazioni sul
paziente e il suo disturbo. Quasi mai sono corrette fin dall’inizio
ma con il fluire dell’intervento terapeutico il disegno generale
diventa più chiaro e nitido.
Nella mia esperienza ho dovuto annotare numerosi casi di abbandono.
Riguardando le cartelle dei pazienti mi sono reso conto che la
responsabilità era da imputare al sottoscritto proprio come
annunciato dalle recenti ricerche sul “drop out”: l’abbandono.
Naturalmente, cerco di fare sempre del mio meglio ma non è
bastato e anche oggi non basta.
Confrontando i dati della letteratura con la mia esperienza mi
sono reso conto che, tra le tante, un’importante causa dell’abbandono
del paziente è quella di non aver fatto in tempo a ritagliare
su misura l’iter terapeutico. Infatti, pur in presenza di
risultati apprezzabili, superata la fase “luna di miele”,
diventa estremamente importante avere al più presto un assetto
condiviso della terapia.
Gli esperti la chiamano “alleanza terapeutica” .
Questo tipo di rapporto deve essere costruito dal terapeuta nel
più breve tempo possibile prima che i meccanismi demotivanti
prendano il sopravvento. Naturalmente, non si tratta di fare amicizia
o di essere simpatici e suadenti ma di essere “dalla stessa
parte” senza perdere la necessaria autorità e direttività.
Come fare rappresenta una sfida ogni volta ma esistono tutti gli
strumenti per farlo. Con questo non voglio dire che il paziente
sia sempre e comunque assolto; ho assistito spesso a situazioni
strambe e poco serie ma si tratta di casi limitati riconducibili
a persone che, secondo me, non vogliono affrontare il loro problema
a prescindere
Al di là delle limitate informazioni date dall’esperienza
personale, le ricerche in corso ci dicono che è possibile
fare di meglio indicando i metodi che hanno dato risultati apprezzabili.
Questo è incoraggiante e speriamo di farne tesoro.

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