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IL
PARTITO LA SUA FUNZIONE STORICA E I SUOI COMPITI CONTINGENTI PREMESSA Gli avvenimenti storici del periodo 1919-1926 non determinarono soltanto, in quel periodo, la sconfitta del movimento rivoluzionario, ma anche l'inevitabile rinascita del Partito Comunista dalle ceneri dell'Internazionale Comunista. Le posizioni allora sostenute dalla Sinistra Comunista, nella sua lotta contro la degenerazione e contro la teoria del "socialismo in un solo paese", espressione quest'ultima della trionfante controrivoluzione in Russia e nel mondo, rappresentano l’ossatura fondamentale del movimento rivoluzionario della nuova epoca storica, che quegli avvenimenti hanno determinato. Il senso storico della rinascita del partito e del mantenimento di legami organizzativi di partito, in tutto il periodo, estremamente sfavorevole alla rivoluzione comunista, apertosi nel 1926 con la vittoria dello stalinismo, è quello della preparazione dell'organo rivoluzionario, in modo che questo sia messo in grado di approfittare delle possibilità oggettive che preparerà la storia, non appena queste si affacceranno, ed in modo tale da uscire dalla lotta vincitore e non vinto. Ciò sarà possibile solo se una tale preparazione non si limiterà alla conservazione dei principi fondamentali del comunismo, ma si completerà, attraverso una giusta valutazione della situazione storica, nella indicazione più precisa possibile delle norme di azione che il partito dovrà seguire nella prossima crisi rivoluzionaria. Infatti la necessità del continuo chiarimento di tutte le questioni di indirizzo dell’attività pratica del partito è vitale, non solo per la sua attuale solidità e compattezza, ma soprattutto per quella futura, quando, il lavoro compiuto oggi e nei decenni trascorsi, ben determinerà il suo atteggiamento e quindi la vittoria della rivoluzione, oppure, al contrario, una sua nuova e più terribile sconfitta. Non si deve ridurre il lavoro di partito, qualunque sia la situazione contingente in cui è chiamato ad operare, ad una pura e semplice ripetizione delle nozioni teoriche, ma esso deve completarsi nella necessaria preparazione dell’organizzazione ad un comportamento unitario e compatto di fronte alle esigenze di azione politica che la storia porrà all'ordine del giorno. IL PARTITO SI PREPARA NELLE FASI
STORICHE CHE PRECEDONO LA RIVOLUZIONE "Anche quando la rivoluzione è
lontana, il lavoro di partito è sempre diretto alla preparazione
rivoluzionaria dello stesso partito". Questa tesi non deve essere
intesa genericamente: (ad esempio: "deve essere mantenuta
viva nel partito la necessità della rivoluzione violenta", oppure: "il
partito, anche nelle avversità più indicibili, deve mantenere tra i
compagni un ambiente ferocemente antiborghese, affinché se ne riceva la
forza necessaria per resistere"). Essa ha un preciso e specifico significato teorico, storico, tattico ed organizzativo. La tesi, che il partito deve essere preparato a svolgere la sua funzione rivoluzionaria nelle fasi storiche controrivoluzionarie, significa innanzitutto una concezione del partito estranea ad ogni inquinamento di tipo sociologico, in quanto, se il partito esiste anche nelle fasi controrivoluzionarie, ciò non dipende assolutamente né dal numero, né dalla composizione sociale degli aderenti. Per il marxismo, il partito è una dottrina, da cui derivano principi teorici, tattici ed organizzativi ben definiti; dottrina non destinata ad essere oggetto di contemplazione, ma fonte - per una organizzazione militante - di una precisa analisi della situazione storica, in cui sia possibile riconoscere e riconfermare tutti i fini dalla dottrina stessa enunciati. E’ solo con questa concezione, che la difesa del partito da ogni inquinamento di tipo sociologico si completa con una altrettanto decisa difesa contro ogni inquinamento di tipo mistico- contemplativo. Se riflettiamo bene su questa tesi, si capisce anche che tutte le organizzazioni, che hanno tentato di agire come "partito" senza decampare dai principi su cui fu fondata l'Internazionale Comunista e come successivamente furono difesi dalla Sinistra, hanno fallito storicamente proprio sul terreno della analisi della situazione storica. Di conseguenza, l'abbandono di alcuni principi cardinali ha avuto come risultato inevitabile l'assorbimento di programmi e tattiche errati, (e in quanto tali comunque funzionali alla conservazione del potere da parte della borghesia), che hanno gettato nel caos tutte quelle organizzazioni. Tuttavia ciò non toglie che proprio nelle fasi storiche controrivoluzionarie (anche l'esperienza del partito bolscevico lo insegna), bisogna precisare l’analisi della situazione storica, e, in relazione strettissima con questa, bisogna elaborare il programma e la tattica che permetteranno alla classe proletaria, quando esprimerà un forte movimento sociale, di risultare vittoriosa nello scontro sociale. Non c'è differenza di qualità, né soluzione di continuità, tra l'attività svolta tra quattro mura e tra quattro fessi finalizzata alla preparazione rivoluzionaria, e quella svolta nelle fasi rivoluzionarie; ambedue hanno lo stesso spessore rivoluzionario e sono assolutamente complementari. Perciò, la positività o le manchevolezze presenti nella prima fase, condizioneranno i risultati positivi o negativi nella fase decisiva. Dare una soluzione invece che un'altra ai problemi di indirizzo del partito, che si presentano nella fase controrivoluzionaria perché non ancora risolti, non è indifferente per l'esito della rivoluzione: dare la giusta soluzione significa porre le premesse della futura vittoria, dare quella sbagliata significa invece pregiudicare l'esito vittorioso della futura rivoluzione e, nell'immediato, provocare rotture e difficoltà notevoli a mantenere il giusto metodo anche da parte di pochi militanti. Questo modo di porre la questione dell'esistenza del partito, anche nelle epoche storiche controrivoluzionarie, non è né soggettivo, né alternativo rispetto ad altri modi. Molti pensano che il lavoro di
partito da fare nelle fasi controrivoluzionarie, e segnatamente in
questa di assoluto rinculo delle forze della rivoluzione, sia un lavoro
ultra modesto, fatto tanto per tirare a campare, in attesa che la
situazione muti e riporti in primo piano il movimento rivoluzionario.
Secondo questo modo di vedere la funzione del partito nelle epoche
controrivoluzionarie, avrebbe poco senso porre delle rigidità sulle
questioni che appaiono di difficile soluzione. Non solo non se ne
capirebbe bene la necessità, visto che i rapporti sociali non ne
sarebbero minimamente coinvolti dall'una o dall'altra soluzione, ma ci
sarebbe addirittura una ragione teorica dell’impossibilità di
trarre lezioni importanti nelle epoche controrivoluzionarie: gli
uomini in grado di farlo potrebbero essere solo il prodotto di
situazioni storiche nelle quali avvengono i grandi avvenimenti. Una tale tesi svaluta completamente la funzione del partito e, particolarmente, la sua capacità di dominare teoricamente gli avvenimenti storici. Inoltre non ritiene che una tale capacità sia condensata in posizioni teoriche rintracciabili nella storia del movimento rivoluzionario. Se riflettiamo, invece, sul fatto che non può non esistere la soluzione corretta di ogni questione, che gli avvenimenti passati abbiano posto ma lasciato indefinita, ne deriva non solo che tale soluzione è conoscibile con l'applicazione del nostro metodo scientifico, ma anche che in ogni epoca storica c'è la possibilità di afferrarla e farla diventare carne e sangue di un'organizzazione, per quanto minima. La posizione dell'attesa delle situazioni "migliori" evidenzia, al contrario, queste conseguenze:
La preparazione del partito allo svolgimento dei suoi compiti futuri non può prescindere né dal continuo chiarimento teorico di tutte le questioni, né dalla viva partecipazione alle lotte di classe. Si è portati a sottovalutare l'importanza del continuo chiarimento teorico come condizione della compattezza del partito nell'azione, quando non si fa alcuna distinzione tra lavoro interno e lavoro esterno. E’ vero che non si può pretendere di svolgere la specifica funzione rivoluzionaria del partito con il semplice chiarimento delle nozioni teoriche. Una delle più importanti funzioni rivoluzionarie è la lotta contro l'opportunismo e questa non può essere fatta con il semplice chiarimento delle questioni teoriche. Ma, nel lavoro interno, ciò è fondamentale, perché non si tratta di sconfiggere l'opportunismo (nel partito non c'è l'opportunismo), bensì di preparare il partito allo svolgimento dei suoi compiti rivoluzionari, che richiede necessariamente unitarietà e compattezza. E’ quello che sosteniamo quando affermiamo che "il partito non avrebbe ragione storica di esistere se non fosse possibile risolvere ogni questione coi dati di principio" (da Struttura economica e sociale della Russia d’oggi) e che "Studio e spiegazione di un corso storico, scoperta delle sue leggi, nulla direbbero se non sfociassero in una rischiosa ma non esitante profezia, in una ipoteca - sissignori - sul futuro" (da Russia e rivoluzione…) Per quanto riguarda la viva partecipazione alle lotte di classe, la Sinistra ha sempre sostenuto che i mezzi tattici che il partito può utilizzare, in determinate aree storiche e sociali, e in relazione al verificarsi di determinate situazioni, devono essere previsti ed assommati in chiare, conosciute e condivise regole di azione, le quali costituiscono la base dell’organizzazione stessa del Partito. Se non fosse possibile determinare e prevedere delle regole tattiche, una rosa di eventualità, un piano valevole per un arco lunghissimo di tempo e per spazi grandissimi, non sarebbe possibile neanche arrivare alla omogeneità e alla centralizzazione organizzativa. Dunque sarebbe assurdo se, dalla sua partecipazione alla lotta di classe, il partito giungesse a rinnegare anche qualcuno dei suoi postulati rivoluzionari, perché significherebbe la negazione della necessità del partito come organo di direzione cosciente della Rivoluzione. Negare un tale metodo di lavoro significa: o teorizzare che sarà il "movimento" a chiarire al partito le sue questioni di indirizzo politico, oppure sostenere che l'opportunismo si annida anche nel partito e che va combattuto con gli stessi mezzi con cui si combatte l'opportunismo esterno al partito. La prima concezione è di puro attivismo, in quanto si risolve nella svalutazione della teoria e nell'attribuire all'azione delle masse il compito di dirimere la lotta rivoluzionaria; la seconda concezione è tipicamente stalinista. Si tratta di due concezioni che sono apparentemente contrarie, in quanto la prima "idealizza" il partito, sostenendo che l'importante è che resti unito anche se non è del tutto compatto, poiché la forza decisiva della rivoluzione non viene ravvisata nella compattezza del partito, ma in altre sue caratteristiche non ben definite; la seconda concezione al contrario degrada il partito ad una semplice parte del "movimento", dove quindi accanto alle forze della rivoluzione possono esistere anche forze ad essa contrarie. In realtà queste due concezioni coincidono nella contrapposizione della teoria all'azione e nella sottovalutazione della prima a fronte di una sopravvalutazione della seconda. Al di sopra di queste due deviazioni si erge la posizione storica della Sinistra, che, traendo proprio le lezioni delle sconfitte proletarie, ha sempre affermato che senza un unico e comune inquadramento teorico di tutte le questioni, in particolare della tattica, ogni azione pratica del partito diventa inesorabilmente preda dell’opportunismo. Ogni tattica errata implica errori di teoria e di valutazione della fase storica. Perciò, dalla giusta teoria e dalla giusta valutazione della fase storica, si deve trarre anche la giusta tattica, che assicuri organicità nella direzione del partito e compattezza nella sua azione. Infatti, non è vero che il Partito, in quanto organo cosciente, è libero di trarre ogni implicazione tattica dai suoi principi (libertà di tattica). E' vero invece che la libertà di decidere l'applicazione del proprio e già conosciuto piano tattico, caratteristica esclusiva del partito solitamente definita "rovesciamento della prassi", il partito la possiede nella misura in cui conosce la necessità deterministica degli avvenimenti (tattica rigida). Non si tratta di compilare un breviario, da consultare in ogni e qualsiasi situazione, ma della necessità vitale per il partito di saper raccordare, in ogni situazione, l'azione pratica alla teoria e all'analisi della situazione. Senza questa capacità il partito è destinato ad oscillare tra due concezioni, apparentemente antitetiche, ma nella sostanza coincidenti nel loro opportunismo. L'una afferma che bisognerebbe rinviare a situazioni migliori il compito di sciogliere i nodi fondamentali della tattica, in quanto oggi il partito, per definizione, non ne sarebbe all'altezza, essendo espressione di una situazione controrivoluzionaria. Ad esso non competerebbe altro compito che aspettare nuove situazioni rivoluzionarie, avendo conservato nel frattempo almeno la fede nel comunismo. Una tale concezione si commenta da sola: è la più eclatante sottomissione del partito alla spontaneità del movimento. L’altra concezione afferma che al partito non si porrebbero mai dei problemi di chiarimento del proprio indirizzo politico, in quanto non ci sarebbe nessuna differenza sostanziale tra il lavoro interno di preparazione e quello esterno, annullando con ciò ogni confine teorico, tattico ed organizzativo tra partito e movimento. Al di sopra di queste due deviazioni si erge la concezione della Sinistra, secondo la quale il partito si eleva al di sopra della situazione contingente, non è espressione diretta della contingenza storica in cui opera e proprio per questo rivendica in ogni epoca ogni tipo di attività rivoluzionaria. O si nega l'importanza della preparazione del partito, proprio nei periodi controrivoluzionari e proprio ai fini della preparazione del piano tattico, oppure si afferma che il partito, anche nella realtà odierna, deve svolgere la sua funzione non solo conservando unito un nucleo di militanti attraverso la fede nel comunismo, ma anche attraverso l’assimilazione collettiva del suo piano tattico rivoluzionario. Nella convinzione che, per la futura vittoria di un rinato e potente movimento rivoluzionario proletario, siano necessari sia la fede nel comunismo che la scienza tattica, che il partito, nella sua esperienza storica, ha ormai maturato e che difficilmente potrebbe utilizzare correttamente aspettando le suggestioni delle future situazioni rivoluzionarie. E' nostra tesi che non si fa lavoro di partito se ci si limita a tramandare la fede nel comunismo, evitando di affrontare alla radice tutto ciò che potrebbe far deflettere qualcuno di noi, perché un tale lavoro è inseparabile dalla preparazione rivoluzionaria; e l'esperienza ci ha ormai dimostrato "ad abundantiam" che la stessa difesa di una fede incorrotta è inseparabile dal lavoro di amalgama delle forze, per quanto piccole siano, affinché siano preparate ad intervenire nelle vicende della lotta delle classi come un sol uomo. Sta proprio qui la supremazia e la forza insuperabile del comunismo. E' dunque compito irrinunciabile dell'attuale partito, per quanto esista al solo stato embrionale da un punto di vista organizzativo, quello di definire e precisare, nella misura più esatta possibile, l'evoluzione degli avvenimenti che porteranno ad una nuova crisi rivoluzionaria ed il conseguente piano tattico dello stesso partito. E' un accidente storico che questo compito sia toccato all'attuale "partito formale", ma non vi sarà nessun altro partito, né vi sarà il futuro e potente partito, se questo compito non verrà oggi compiuto fino in fondo. In sostanza, o si capisce che il movimento comunista, come si strutturò con la Terza Internazionale, è degenerato proprio per non aver accolto questa tesi (già allora sostenuta dalla Sinistra) sullo stretto legame tra teoria e tattica, oppure si nega la necessità che, allo stato attuale delle cose, sia necessaria una organizzazione di partito ai fini della preparazione rivoluzionaria. Poiché questa tesi centrale è stata enucleata dalla Sinistra proprio nella sua battaglia contro la degenerazione dell'Internazionale Comunista negli anni 1919-1926, è necessario rifarsi a quella battaglia per acquisirne il significato più profondo. E' necessario perciò ripercorrere prima di tutto le fasi decisive attraverso le quali, da un lato, l'Internazionale Comunista degenerò, trasformandosi in uno strumento della controrivoluzione stalinista, e, dall’altro, la Sinistra, con la sua lotta, pose le basi della rinascita del partito comunista rivoluzionario. Però prima ancora di ritornare agli avvenimenti storici della nascita e della degenerazione dell'Internazionale Comunista, è opportuno delineare nella misura più chiara possibile la lezione che deve essere tratta, in modo che questa rappresenti la chiave necessaria per la corretta interpretazione di quegli stessi avvenimenti. BISOGNA PARTIRE DALLA SEGUENTE LEZIONE STORICA ORMAI INDISCUTIBILE Nel marasma del gruppettame, particolarmente fetente dal 1968 in poi, autoproclamante se stesso "campo rivoluzionario", è ricorrente e costante posizione quella che nega alla Sinistra Italiana ogni funzione, sia nella formazione del PCd’I, che, ‘misteriosamente’, nei primi anni sarebbe rimasto vittima dell'estremismo " bordighista ", sia nella difesa, prima, e nella restaurazione, poi, dei corretti capisaldi programmatici e rivoluzionari dell'Internazionale Comunista. E', invece, indiscutibile la tesi che solo la Sinistra Italiana reagì correttamente ai primi sbandamenti della Internazionale, senza decampare dalla visione generale del processo rivoluzionario; al contrario di tutte le altre correnti di sinistra dell'Internazionale, che, pur opponendosi, in alcuni casi anche correttamente, ai primi errori tattici dell'Internazionale, finirono sempre per debordare dai principi fondamentali, su cui l’Internazionale era risorta dal tradimento dell'agosto 1914. E, con questa, è strettamente legata l'altra tesi fondamentale, che, solo nella tradizione della Sinistra Italiana, è possibile rintracciare l'origine programmatica, tattica ed organizzativa del "Partito". Il quale, senza alcuna interruzione della sua continuità su tutti i piani, anche se tra notevoli difficoltà e sbandamenti, procede chiaramente nella sua strada per la ricostituzione dell'organo militante, indispensabile strumento della vittoria della futura rivoluzione proletaria. In tale opera fallirebbe se non si mantenesse rigidamente delimitato da tutti gli altri partiti e, soprattutto, nei confronti di quelle organizzazioni che, consapevolmente o inconsapevolmente, traggono la loro origine dalle correnti di sinistra dell'Internazionale Comunista diverse dalla Sinistra Italiana. Tali correnti infatti, senza alcuna eccezione, finirono tutte per fondare la loro opposizione alla politica dell'Internazionale su errori di principio, che, col passare del tempo, divennero (ed a maggior ragione lo sono oggi) errori altrettanto gravi di quelli dell’Internazionale in via di degenerazione. Il primo di questi errori, anche temporalmente, fu quello della Sinistra tedesca e olandese (KAPD), che ebbe in quel periodo alcune convergenze con la "Opposizione Operaia" russa del 1921. Già nei primi anni di vita dell’Internazionale (1919 - 1921) queste opposizioni (che erano ammesse nell’Internazionale come partiti simpatizzanti) facevano sentire la propria voce contro il parlamentarismo (con motivazioni del tutto estranee al marxismo), contro la NEP e, soprattutto, contro la trasformazione della dittatura dei Soviet in dittatura del Partito Comunista. Si trattava di correnti anarco - sindacaliste, che individuavano nella stessa origine dell’Internazionale e nello stesso svolgimento della Rivoluzione d'Ottobre quei difetti (in definitiva la sostituzione della dittatura del partito a quella degli organi operai) che poi, secondo loro, avrebbero portato allo stalinismo. L’opposizione della Sinistra Italiana al "parlamentarismo rivoluzionario", al "Fronte Unico", al "Governo Operaio", alla "Bolscevizzazione" e al "Socialismo in un paese solo", non ha mai avuto niente in comune con queste opposizioni. L’inconciliabilità della Sinistra Italiana con le sinistre di tendenza anarco - sindacalista non sta tanto nella valutazione negativa di singole parole d'ordine dell'Internazionale, ma nella valutazione di principio della natura del processo rivoluzionario, della natura dello stato e della dittatura del proletariato. Altra deviazione di principio, dalla corretta visione marxista delle questioni che stanno all'origine della degenerazione dell’Internazionale, è quella che inquadra tale fenomeno come degenerazione "burocratica" di uno stato, che, malgrado tutto, resta e resterà per sempre "operaio". E' la tradizione trotzkista della IV Internazionale, che ha dovuto rompere paradossalmente il legame di principio tra affermazione del socialismo in Russia e Rivoluzione Internazionale, ed ha dovuto inventare nuove classi intermedie (burocrazia), tra borghesia e proletariato, che deterrebbero il potere politico. Per la Sinistra Italiana la degenerazione dell'Internazionale non è che un aspetto dell'inevitabile controrivoluzione internazionale e, quindi, della restaurazione di un potere borghese a tutti gli effetti nella stessa Russia, perdurando l'assenza del movimento rivoluzionario internazionale. Nei confronti di quelle due tradizioni, nonostante il loro " antistalinismo ", la specificità della tradizione della Sinistra Italiana è sempre stata netta ed inconfondibile ed altrettanto netta ed inconfondibile fu la reazione della Sinistra Italiana contro i primi errori dell'Internazionale, che mai si confuse con quelle stesse due tendenze. Nemmeno è da confondere la lotta della Sinistra Italiana, nel periodo cruciale in cui può farsi risalire l'inizio della degenerazione della Internazionale (1922 - 26), con quei gruppi e frange di partiti, che pure avevano dato un notevole contributo alla Rivoluzione, e i cui eredi, oggi, pretendono rifarsi a Stalin (cosa che non contestiamo), a Trotsky e perfino a Lenin e a... Bordiga (in breve il famoso e famigerato "campo rivoluzionario"), e che convergono nella rivalutazione o, addirittura, nella esaltazione del metodo delle manovre tattiche dei primi anni dell’Internazionale (Fronte Unico e Governo Operaio). L'opposizione della Sinistra Italiana a tali manovre, negli anni 1922-1926, nonostante la estrema prudenza nella difesa dell'organizzazione della stessa Internazionale appena nata, fu sempre decisa nel negare validità ad ogni forma di espedientismo, consistente sempre nella pretesa di arrovesciare volontaristicamente situazioni oggettivamente sfavorevoli. Il bilancio che il partito ha tratto del manovrismo e dell'espedientismo è definitivo e totalmente negativo. Esso consiste nella posizione di principio che, specialmente nelle aree a rivoluzione diretta (ma la lezione è storicamente valida per tutte le aree), ogni manovra che pretenda di spostare masse proletarie dal controllo dei partiti opportunisti a quello del partito comunista attraverso inviti, fronti o lettere aperte, è destinata non solo all'insuccesso pratico, ma anche a ripercuotersi negativamente sul partito stesso, nel senso della sua inevitabile crisi organizzativa e successiva degenerazione. E' una posizione storica e generale che trova la sua origine proprio nella lotta della Sinistra Italiana di quel periodo. Essa tuttavia non significa che mai il partito si farà promotore di azioni comuni con proletari appartenenti ad altri partiti e a nessun partito. Azioni comuni, sul terreno della lotta di classe, sono cosa ben diversa dalla manovra, intesa come stratagemma per la soluzione delle questioni relative alle necessità della vittoria rivoluzionaria. Queste necessità hanno sempre a che vedere con esigenze pratiche e materiali, che gli altri partiti, in buona o mala fede, cercheranno di nascondere o mistificare e che, viceversa, il partito ha l'obbligo di svelare alle masse proletarie. Proprio perciò, ogni confusione e blocco tra i partiti comunisti ed altri partiti, sono negativi e controproducenti, proprio ai fini della vittoria rivoluzionaria. Altra deviazione, strettamente collegata al manovrismo, è quella della ricerca affannosa e volontaristica di immediati risultati positivi, che non a caso trova anch'essa la sua incubazione proprio nei primi anni di vita dell'Internazionale. La consapevolezza della necessità di un rapido crollo del capitalismo occidentale, ai fini del mantenimento del potere proletario in Russia, spinse inopinatamente la dirigenza dell'Internazionale a smussare gli angoli delle posizioni programmatiche, tattiche ed organizzative, nella speranza di avere al proprio seguito masse più numerose. Allora si trattava di questioni tragicamente serie, oggi tutti i gruppetti del "campo rivoluzionario" si agitano squallidamente per strapparsi l'adesione di sparute unità o al massimo decine di aderenti. L'errore più grave e perfino il più carognesco, in quanto pretende di rifarsi alla nostra stessa tradizione, ed in quanto strumentalizza l'ultima e generosa lotta per la difesa del marxismo e della tradizione comunista in Russia, è quello che individua nella lotta dell'Opposizione Unificata Russa del 1926-28, non solo la continuazione e la conferma, in tremende ed avverse condizioni oggettive, del grandioso risultato della Rivoluzione d'Ottobre, ma anche l'origine autentica della compagine organizzata del Partito Comunista Internazionale, come si consolida nella lotta della Frazione di Sinistra all'estero, e come rinasce nel secondo dopoguerra. Secondo tale tesi, il partito dovrebbe materializzare, anche oggi, nella sua compagine organizzata, principi tattici ed organizzativi derivati da quella lotta, mentre, nel campo più strettamente programmatico, converrebbe rifarsi alle posizioni già allora sostenute dalla Sinistra Italiana, in quanto più chiare e più complete di quelle della stessa Sinistra Russa. E' una tesi che non solo liquida le ragioni della necessità stessa del partito, ma che non riuscirà mai a spiegare i motivi della mancata confluenza, anche organizzativa, dell'Opposizione Russa e della Sinistra Italiana, nonostante le chiare posizioni sostenute dalla Sinistra Italiana al IV, al V e particolarmente al VI E. A. del febbraio-marzo del 1926. In realtà la mancata convergenza, nell'unione delle forze internazionali per resistere allo stalinismo, non fu allora casuale, né a maggior ragione lo sarà in seguito. E non è per boria di partito che, nelle tesi del 1951, si afferma che "soltanto la Sinistra Italiana ha mantenuto intatta la teoria del marxismo rivoluzionario e solo in essa si è cristallizzata la premessa della ripresa di classe". E tale inequivocabile affermazione segue proprio la descrizione dei caratteri della terza ondata degenerativa del movimento operaio e comunista, come si è verificata dopo il 1926. Andare a ricercare, nella lotta della Sinistra Russa, l'origine e la fonte alle quali oggi il partito possa abbeverarsi per risolvere i gravi problemi di indirizzo pratico, che la storia ha lasciato insoluti, significa non solo nascondere questa verità, ma anche tradire il vero significato della eroica lotta dei compagni di Lenin contro lo strapotere dell'avversario di classe. Essi furono schiacciati dal giganteggiare di avverse forze oggettive, che impedirono perfino la loro capacità di saper ascoltare l'unico franco e genuino sostegno di classe, che proveniva dalla solitaria battaglia della Sinistra Italiana. Tanto è vero che il significato di quella lotta è possibile recepirlo solo se si accettano integralmente le lezioni della Sinistra Italiana. Solo esse ci permettono di raccogliere l'alto ed eroico insegnamento della battaglia di classe della Sinistra Russa, in quanto ne sanno collocare i limiti e le insufficienze in un quadro internazionale, in cui tali limiti ed insufficienze non possono essere attribuiti ai compagni (e meno che mai a Trotsky), che di quella lotta dovettero farsi carico, ma debbono essere considerati come il riflesso di forze oggettive soverchianti. Ed allora, l'unico modo di far rivivere gli insegnamenti della lotta della Sinistra Russa, è quello di far rivivere, nel partito di oggi, la lotta della Sinistra Italiana, che, non a caso, la tesi in questione finisce per dimenticare. Non si deve sottovalutare - e l'importante è considerarlo non difetto soggettivo, ma riflesso di una situazione oggettiva oltremodo sfavorevole - l'enorme importanza avuta dal rifiuto della stessa Sinistra Russa di discutere la questione russa nell'Internazionale, come costantemente solo la Sinistra Italiana aveva reclamato. Tale rifiuto, in insulso omaggio alla tesi che le questioni più scottanti è meglio tenerle nascoste, (e la sua gravità va rapportata all’ampia possibilità che ebbero i rappresentanti dell'Opposizione Operaia di appellarsi al III Congresso del 1921 contro la NEP) fu all'origine dell'impossibilità della formazione di una coerente opposizione di sinistra internazionale al nascente stalinismo. Accettando la lotta contro lo stalinismo sull'esclusivo terreno interno russo, l'Opposizione Russa non solo andava incontro all'inevitabile sconfitta, ma lasciava involontariamente intendere proprio quello che voleva lo stalinismo: che non fosse possibile altro terreno per la soluzione dei problemi russi di quello nazionale russo. Significa deviare dalle vere e proprie ragioni del rinascere del coerente Partito Comunista Mondiale, nascondere che solo la Sinistra Italiana ebbe chiara coscienza di queste questioni nel vivo degli stessi avvenimenti e che è stata l'unica a condurre la propria lotta nel modo più efficace ad impedire, per quanto possibile, che la sconfitta del partito fosse la più totale e completa. E' dunque nelle sole sue posizioni sostenute al IV, al V congresso della Internazionale e al VI EA, nella opposizione alla "bolscevizzazione" e al "socialismo in un solo paese", che va trovata la fonte e la chiave per risolvere ogni questione, anche tattica ed organizzativa, e non solo di teoria, del partito di oggi, insegnamenti del resto codificati in perfetta continuità nelle tesi di ormai 50 anni ed oltre. Tutti i commentatori - senza capire una virgola delle reali ragioni che furono alla base del comportamento della Sinistra Italiana - le hanno sempre attribuito questi difetti: - con la sua rigidità nelle questioni teoriche, tattiche ed organizzative si precluse ed impedì la formazione di una vera frazione di sinistra internazionale; - con il suo rifiuto testardo di far valere anche il peso burocratico - organizzativo, per una specie di orrore moralistico delle manovre, ottenne, come risultato, nessuna considerazione non solo da parte dello stalinismo, ma nemmeno da parte delle altre opposizioni, tutte quante impegnate in manovre e diplomazie per mantenere le segreterie dei partiti nazionali, al contrario della Sinistra Italiana che aveva dato volontariamente le dimissioni dalla direzione del P.C.d'I. E viceversa sta proprio qui
l'insegnamento fondamentale della lotta della Sinistra: le
posizioni della Sinistra, i suoi preventivi ammonimenti puntualmente
verificatisi, dovevano valere per quello che esprimevano e non perché
erano affermati dal segretario generale di un partito. Potevano essere
affermati anche dall'ultimo dei compagni: il partito doveva essere in
grado di farli propri. Il partito, pena la sua disfatta, doveva essere
in grado di saper riconoscere la verità. Dal fatto
inequivocabile che allora, e a maggior ragione dopo, la Sinistra
Italiana rimase sola, non si può che trarre questo bilancio: la
tradizione della Sinistra o viene in blocco accettata o in blocco
rifiutata, anche nella consapevolezza della necessità di apportare
continui perfezionamenti, ma nella assoluta convinzione che è e sarà
sempre impossibile qualsiasi integrazione della tradizione della
Sinistra Italiana con altre tradizioni, sia nel campo della teoria, che
in quelli della tattica e dell'organizzazione, che, o sono strettamente
interdipendenti, o tutto il marxismo crolla. perfezionamenti, ma nella assoluta convinzione che è e sarà sempre impossibile qualsiasi integrazione della tradizione della Sinistra Italiana con altre tradizioni, sia nel campo della teoria, che in quelli della tattica e dell'organizzazione, che, o sono strettamente interdipendenti, o tutto il marxismo crolla. ORIGINE DELLA DEGENERAZIONE DELL'INTERNAZIONALE E DELLA CONTRORIVOLUZIONE STALINISTA. Il problema del rapporto tra rivoluzione russa e rivoluzione internazionale era sempre stato impostato, nei primi decenni del novecento, da parte della sinistra marxista e in particolare di Lenin, nei termini seguenti: in Russia si poneva l'esigenza di una rivoluzione tardo- borghese; il proletariato russo, lungi dal disinteressarsene, doveva partecipare alla lotta perfino, potendolo, togliendo alla stessa borghesia russa il potere politico, affinché la distruzione del feudalesimo fosse la più radicale possibile; mentre il compito di procedere oltre, verso la rivoluzione socialista e la distruzione del capitalismo, non solo in Russia ma in tutta Europa e nel mondo, non poteva che essere demandato alla rivoluzione proletaria internazionale. Con la guerra del 1914 ha inizio - dice Lenin fin dal suo scoppio - l'epoca della lotta rivoluzionaria del proletariato per la conquista del potere politico alla scala mondiale e tale nuova situazione, in senso oggettivo, non può far altro che ravvicinare le due fasi della rivoluzione russa: quella borghese e quella socialista, restando quest’ultima naturalmente incardinata nella rivoluzione internazionale. Ecco perché, allo scoppio della rivoluzione russa nel febbraio del 1917, Lenin vede l'inizio della rivoluzione mondiale. Era la guerra imperialista a rendere materiale ed operante questo legame e fu questa sua posizione che gli valse l'epiteto di "pazzo di aprile": "saluto in voi l'avanguardia dell'esercito proletario mondiale ... Questa guerra di brigantaggio imperialista è l'inizio della guerra civile in tutta Europa ... L'alba della rivoluzione socialista mondiale è già sorta . . Ogni giorno, domani forse, può l'imperialismo capitalista crollare definitivamente ... La rivoluzione fatta da voi ha segnato il principio, una nuova epoca, si è aperta: viva la Rivoluzione Socialista Mondiale! " Ecco alcuni brani del suo famoso discorso dal carro armato. Con la vittoria di Ottobre questo piano venne vieppiù ribadito, perfino quando gli avvenimenti mostrarono che l'ipotesi originaria, quella di un rapido coinvolgimento di tutti gli stati capitalistici europei nel processo rivoluzionario, prima dell’eventuale conclusione della guerra, doveva essere modificata, perché quegli stessi stati stavano riuscendo a por fine al massacro e, nello stesso tempo, ad evitare il loro strangolamento ad opera della rivoluzione proletaria. Dall'Ottobre in poi, lo scenario dei rapporti di classe nell'Europa, presentava un elemento che solo qualche mese prima era imprevedibile: la conquista del potere e il successivo consolidamento del potere politico in Russia del proletariato sotto la ferrea direzione del Partito Bolscevico. Si trattava di un punto di forza della Rivoluzione Mondiale e sarebbe stato sciocco ed infantile rischiare di perderlo per politiche avventate, ma mai fu dimenticato da Lenin che si trattava di un avamposto del proletariato internazionale. Le tesi di Lenin, sui singoli episodi significativi dell'evoluzione della situazione russa ed europea, sono limpide solo se si tiene presente che sono illuminate da questo preciso disegno. Perciò vennero spesso accolte con difficoltà dallo stesso Partito Bolscevico, che era stato sì adeguatamente preparato allo svolgimento dei compiti inerenti alla rivoluzione interna, ma che mostrava evidenti tentennamenti proprio a proposito del nesso tra rivoluzione russa e rivoluzione internazionale, specialmente nella nuova situazione storica determinata dalla guerra imperialista. Già nelle discussioni sulla pace di Brest – Litovsk, Lenin ebbe difficoltà a far accogliere al Comitato Centrale la giusta tesi della firma della pace ad ogni condizione, purché fosse possibile mantenere il potere politico. Il Protocollo N. 43 della riunione del C.C. del Partito Comunista Russo del 18/2/1918 dimostra, sia la suddetta difficoltà, che la sua lucida analisi della situazione politica, da cui scaturiva con evidenza la necessità di sottostare ad ogni decisione umiliante dei tedeschi, in attesa dei primi segnali della rivoluzione europea, in specie di quella tedesca, giudicata imminente ed inevitabile: "Protocollo n. 43 Riunione del Comitato Centrale 18 febbraio (sera) I tedeschi hanno fatto seguire
alle parole i fatti: l’offensiva si sta già sviluppando. Il CC è sempre
più spinto ad assumere una posizione netta e definitiva. La proposta di Trotsky solleva
dubbi, poiché non si può aspettare neppure sino a domani mattina. Se si
prende una decisione, bisogna prenderla immediatamente. Comp. Stalin. La
questione formale è superflua. Bisogna parlar chiaro e andare alla
sostanza: i tedeschi avanzano, non abbiamo forze, è ora di dire con
chiarezza che bisogna riprendere le trattative. Comp. Lenin. La
questione è di fondo. La proposta di Uritski è sorprendente. Il CC ha
votato contro la guerra rivoluzionaria e noi non abbiamo né
guerra, né pace e ci lasciamo trascinare in una guerra rivoluzionaria.
Non si può scherzare con la guerra. Perdiamo i vagoni e i nostri
trasporti peggiorano. Ormai è impossibile aspettare perché la
situazione è del tutto definita. Il popolo non capirà: se c'è la
guerra, non bisognava smobilitare. Adesso i tedeschi prenderanno tutto.
Il gioco ci ha portato in un tale vicolo cieco, che il fallimento della
rivoluzione sarà inevitabile se continueremo a seguire una politica
intermedia. Ioffe ha scritto da Brest che in Germania non vi è neppure
il principio di una rivoluzione: se è così i tedeschi potranno ottenere
un premio, avanzando oltre. Ormai non vi è più la possibilità di
aspettare. Questo significa mandare in rovina la rivoluzione russa. Se
i tedeschi dicessero che esigono il rovesciamento del potere sovietico,
allora certo dovremmo combattere; adesso nessun ritardo è più
possibile. Adesso non si tratta più del passato, ma del presente. Se
stiamo a chiedere ai tedeschi, la nostra sarà solo carta straccia. Non
sarà una politica. La sola cosa da fare è proporre ai tedeschi di
riprendere i negoziati. Una via di mezzo ormai è impossibile. Se si
vuole la guerra rivoluzionaria, bisogna dichiararla, sospendere la
smobilitazione: ma così non si può. Scriviamo dei pezzi di carta,
mentre quelli ci prendono magazzini, vagoni noi crepiamo. Adesso è in
gioco la rivoluzione che noi cediamo ai tedeschi giocando alla guerra. Il comp. Bubnov trova
che nella riunione del 8 gennaio figuravano 3 punti di vista, mentre
oggi ve ne sono solo 2, poiché è evidente che la tesi della guerra
rivoluzionaria non trova sostenitori. Il comp. Lenin risponde
che non è d'accordo su alcuni punti coi suoi sostenitori Stalin e
Zinoviev. E’ certo che in Occidente esiste un movimento di massa, ma la
rivoluzione laggiù non è ancora cominciata. Tuttavia, se per questo noi
cambiassimo tattica, saremmo traditori del socialismo internazionale.
Egli non è d'accordo con Zinoviev quando dice che la conclusione della
pace indebolirà temporaneamente il movimento in Occidente. Se crediamo
che il movimento tedesco possa svilupparsi immediatamente in caso di
interruzione delle trattative di pace, allora dobbiamo sacrificarci,
giacché la rivoluzione tedesca sarà molto più forte della nostra. Ma la
questione è che laggiù il movimento non è ancora cominciato, mentre da
noi già ha dato alla luce un neonato che strilla con forza, e che, se
oggi non diciamo chiaramente che siamo d'accordo per la pace, poi
periremo. Per noi è importante tenere duro fino a che si manifesta la
rivoluzione socialista generale e a questo possiamo arrivare solo
concludendo la pace. Il comp. Dzerginski dichiara che firmare la pace equivale a capitolare su tutto il nostro programma. Egli ritiene che il compagno Lenin stia facendo in modo mascherato ciò che in ottobre fecero Zinoviev e Kamenev. Noi dobbiamo infondere forza all'Occidente col nostro comportamento" (Verbali delle riunioni del partito Bolscevico) Ancora nel luglio del 1918 Lenin
credeva fermamente che la guerra in corso non avrebbe potuto
concludersi che con la rivoluzione mondiale, come dimostra questo suo intervento
alla seduta comune del 29/7/1918 del C.E.C di tutta la Russia e del
Soviet di Mosca, dei Comitati di fabbrica e dei sindacati. La
seduta venne convocata d'urgenza in seguito al primo sollevamento delle
guardie bianche e alla prima occupazione del territorio russo da parte
di truppe anglo- francesi, che avevano tagliato i rifornimenti di
viveri per la Russia. Si trattava di chiedere agli ex soldati zaristi
di affrontare un nuovo periodo di guerra e ciò poteva essere fatto con
non poche difficoltà. Tuttavia, con la dimostrazione che questa era
un'esigenza indiscutibile, la seduta si concluse con l'approvazione di
una risoluzione in cui si chiedeva a tutti i lavoratori russi di
subordinare ogni loro attività alla difesa armata della repubblica
sovietica, così come il discorso di Lenin aveva reclamato. "Ma noi siamo riusciti a ottenere che in un solo paese venissero spezzati tutti i legami con i capitalisti del mondo intero. Non c'è alcun filo che colleghi il nostro governo ad uno qualsiasi degli imperialisti, e, per qualunque strada si avvii la nostra rivoluzione, questo filo non ci sarà mai. In otto mesi di potere siamo riusciti a far compiere al movimento rivoluzionario contro l'imperialismo un enorme passo in avanti, e in uno dei centri principali dell'imperialismo, in Germania, si è giunti nel gennaio del 1918 ad uno scontro armato e alla repressione nel sangue di questo movimento. Noi abbiamo adempiuto il nostro dovere rivoluzionario su scala internazionale, su scala mondiale, come nessun governo rivoluzionario aveva mai fatto in nessun paese, ma non ci siamo illusi di poter raggiungere lo scopo con le sole forze di un solo paese. Noi sappiamo che i nostri sforzi condurranno inevitabilmente alla rivoluzione mondiale e che i governi imperialistici, i quali hanno scatenato la guerra, sono incapaci di metterle fine. Questa guerra potrà concludersi soltanto con gli sforzi di tutto il proletariato. Il nostro compito, quando siamo andati al potere come partito proletario comunista, mentre negli altri paesi sussisteva ancora la dominazione capitalistica borghese, il nostro compito più urgente, lo ripeto, era di conservare questo potere, questa fiaccola del socialismo, perché continuasse a lanciare quante più scintille poteva sull'incendio crescente della rivoluzione socialista."( Cit. N.2: Lenin, o.c. XXVIII, pag. 16) Ai primi di novembre del 1918 è ormai chiaro che l'imperialismo austro - tedesco ha perso la guerra: su tutti i fronti hanno partita vinta gli anglo – franco - americani. Si trattava di un fatto di assoluta importanza per i destini della repubblica russa e della rivoluzione mondiale. Fino a quel momento la sopravvivenza della Russia rivoluzionaria si doveva alla lotta accanita tra i due imperialismi, e, di conseguenza, alla loro incapacità di intervenire militarmente in Russia per ripristinare l'ordine capitalistico violato; ora tutte le chances della Rivoluzione dovevano essere riposte nell'incendio rivoluzionario in Europa provocato dalle scintille della rivoluzione russa, incendio che Lenin sperava imminente, specialmente in quei paesi che facevano parte della coalizione risultata soccombente, in particolare nella Germania. E' così che Lenin traccia il rapporto tra la difesa della rivoluzione russa e la rivoluzione internazionale. Siamo al VI Congresso dei Soviet, svoltosi dal 6 al 9 novembre 1918: "Se siamo riusciti a
sopravvivere per un anno dopo la rivoluzione d'ottobre, lo dobbiamo al
fatto che l'imperialismo internazionale si è scisso in due gruppi di
predoni: gli anglo franco americani, da una parte, e i tedeschi,
dall'altra, impegnati in una lotta per la vita e per la morte che non
dava loro il tempo di pensare a noi. Né l'uno né l'altro gruppo poteva
concentrare contro di noi forze rilevanti, ma, naturalmente, potendolo,
l'avrebbero fatto. La caligine sanguinosa della guerra ha oscurato la
loro vista. I sacrifici materiali, imposti dalla guerra, esigevano
un'estrema tensione di forze. Non potevano pensare a noi, non perché
noi fossimo per qualche miracolo più forti degli imperialisti - oh, no,
questa è una sciocchezza! - ma solo perché l'imperialismo
internazionale si era scisso in due gruppi di predoni che si
soffocavano l'un l'altro. Solo a ciò dobbiamo il fatto che la
repubblica sovietica abbia potuto proclamare apertamente la lotta
contro gli imperialisti di tutti i paesi, confiscando i loro capitali
sotto forma di prestiti, esteri, colpendoli in pieno viso, attentando
apertamente alle tasche di questi briganti. Il periodo delle dichiarazioni, che abbiamo fatto a quel tempo a proposito del carteggio iniziato dagli imperialisti tedeschi e sebbene l'imperialismo mondiale non abbia potuto scagliarsi nella lotta come avrebbe dovuto fare per il suo odio e per la sua sete di profitti capitalistici assurti a dimensioni inverosimili con la guerra, questo periodo si è concluso. Prima di diventare i vincitori del secondo gruppo, gli imperialisti angloamericani erano interamente assorbiti dalla guerra contro di esso e hanno dovuto pertanto astenersi da una campagna risoluta contro la repubblica sovietica. Ma adesso il secondo gruppo non esiste più, è rimasto soltanto il gruppo dei vincitori. Questo fatto ha cambiato radicalmente la nostra posizione internazionale, e noi dobbiamo tenere conto di questo mutamento. Quale rapporto intercorre tra questo mutamento e lo sviluppo della situazione internazionale? La risposta è nei fatti. I paesi sconfitti vedono oggi trionfare la rivoluzione operaia, il cui immenso sviluppo è ormai chiaro per tutti. Quando in ottobre abbiamo preso il potere, eravamo ancora una scintilla isolata in Europa. E’ vero, le scintille si sono poi moltiplicate e sono tutte partite dal nostro paese. E’ questa la cosa più importante che siamo riusciti a realizzare, ma si trattava pur sempre di scintille isolate. Oggi, Invece, la maggior parte dei paesi che rientravano nella sfera dell’imperialismo austro - tedesco è coinvolta nell'incendio (Bulgaria, Austria, Ungheria). Noi sappiamo che, dopo la Bulgaria, la rivoluzione ha conquistato anche la Serbia. Sappiamo che queste rivoluzioni operaie e contadine hanno raggiunto la Germania passando attraverso l'Austria. Molti paesi sono oggi coinvolti nell'incendio della rivoluzione operaia. In questo senso si giustificano i nostri sforzi e i sacrifici che abbiamo dovuto sopportare. Non si è trattato di un'avventura, come dicevano calunniandoci i nostri nemici, ma di una fase necessaria di passaggio alla rivoluzione internazionale, fase a cui non poteva sfuggire un paese posto all'avanguardia, nonostante la sua immaturità e arretratezza." (Cit. N.3: Lenin, o.c. XXVIII, pag. 155 - 156) Con la sconfitta militare degli imperi centrali la guerra poteva ormai considerarsi finita, tant'è che nei primi mesi del 1919 cominciarono i colloqui di pace. Fu proprio la totale sconfitta di uno dei due blocchi a rendere possibile ciò che a Lenin era sembrato impossibile e cioè la capacità complessiva dell'imperialismo di por fine alla guerra. Ciò poneva l'esigenza di tenere in debito conto il sostanziale mutamento provocatosi nella situazione internazionale, naturalmente nella totale conferma del piano rivoluzionario mondiale. Con lo scoppio della guerra nel 1914, Lenin aveva sostenuto, in totale isolamento, che la guerra stessa poneva all'ordine del giorno la rivoluzione proletaria mondiale, perché dimostrava apertamente la vera natura dell'imperialismo e il conseguente fallimento di ogni politica riformista. Da allora in poi l'imperialismo non avrebbe più potuto fare a meno della guerra e quindi, se non in quella guerra, in una seconda o in una terza, il proletariato mondiale avrebbe sicuramente strangolato l'imperialismo stesso. La rivoluzione russa, avvenuta durante la guerra stessa, fu salutata come l'inizio della rivoluzione mondiale e dimostrava agli occhi di Lenin che la resa finale dei conti era cominciata e sarebbe terminata proprio durante quella stessa guerra. Nel 1919, vista la capacità dell’imperialismo dì porre fine alla guerra e l'incapacità del proletariato europeo di fare la propria rivoluzione prima della sua fine, si doveva tornare, in un certo senso, al 1914. Però con una sostanziale e importantissima differenza: nel 1919, in Russia, non solo il potere era nelle mani del proletariato sotto la dittatura del Partito Comunista, ma, di più, tale potere veniva difeso vittoriosamente e conservato nonostante ogni genere di attacchi condotti dalle guardie bianche foraggiate da tutti i paesi imperialisti, indifferentemente appartenenti ai due blocchi, che fino a pochi mesi prima si erano affrontati nella più cruenta guerra che fosse stata combattuta nell'intera Europa. Non solo l'Armata Rossa stava vincendo la guerra civile interna, ma, pur provocata, nel 1920 riportava grandi vittorie persino contro un esercito statale: quello polacco. Lungi dal rifiutare la guerra con la Polonia, Lenin vedeva, con la sua eventuale vittoria, avverarsi il disegno originario: la rivoluzione socialista in Europa avrebbe ricevuto un impulso decisivo proprio dalle vittorie militari dell'Armata Rossa L'eventuale conquista di Varsavia, come si sperava proprio mentre era riunito il Secondo Congresso dell'Internazionale Comunista, non poteva non avere una ripercussione immediata sul movimento rivoluzionario tedesco, potente ma continuamente esitante nell'attacco decisivo allo stato. E, con l'incendio rivoluzionario della Germania, tutta l'Europa ne sarebbe stata sicuramente coinvolta. Purtroppo, però, tale disegno dovette essere drasticamente ridimensionato con la sconfitta militare di Varsavia. L'Armata Rossa dovette rientrare nei confini russi ed accettare la pace con la stessa Polonia. Le cause dell'improvvisa sconfitta militare furono oggetto di aspre accuse anche di carattere personale al X congresso del Partito Comunista Russo nel 1921. Trotsky non esitò ad accusare Stalin di avere ignorato un ordine perentorio di concentrare tutte le forze sulla difesa delle posizioni conquistate intorno a Varsavia e aver preferito portare l'attacco a Leopoli senza alcuna ragione di carattere militare. Poco conta la verità o la falsità di tale accusa e poco conta la verità o meno dell'effetto demoralizzante sull'Armata Rossa del fatto che gli operai di Varsavia, invece di insorgere al suo fianco, si arruolarono nell'armata di Pilsudsky a difesa dell'indipendenza nazionale. L'effetto indiscutibile di tale disastro fu senz’altro la fine del progetto rivoluzionario legato agli effetti immediati della prima guerra mondiale. Tuttavia la stessa sconfitta di Varsavia produsse un altro effetto, a prima. vista, paradossale: quello dell'ulteriore consolidamento dello stato sovietico. Gli stati capitalistici europei si sentirono sollevati in quanto, da un lato, con la sconfitta dell'esercito rosso, l'incendio rivoluzionario dell'Europa era almeno rinviato, dall'altro, non potendo intervenire militarmente in Russia, cominciarono a valutare la possibilità di avere normali relazioni. Di li a pochi anni tutti gli stati europei riconobbero la Repubblica dei Soviet Ecco dunque la vera origine dello stalinismo: il consolidamento dello stato russo nella forma, identico a quello formatosi con la Rivoluzione, ma nella sostanza obbligato a favorire lo sviluppo del capitalismo russo con il rischio di spezzare ogni legame con la rivoluzione internazionale. L'unico modo per non essere soggiogati da questo sviluppo oggettivo degli avvenimenti era quello di averne coscienza. E Lenin tentò di dotare di questa consapevolezza un partito che non vi era per niente preparato e che pertanto non riuscì a capire di che cosa si trattava. Quando venne meno, dopo pochi anni, anche la presenza fisica di Lenin, la teoria del "socialismo in un solo paese" sorse inevitabilmente come maschera ideologica di un processo reale la cui origine e ragion d'essere non stava tanto nella mente di uno Stalin qualunque, ma nella sconfitta del movimento rivoluzionario nella Europa. Nell'opuscolo "Sull’imposta in natura", che spiega ed accompagna l'introduzione della N.E.P., Lenin polemizzava contro chi non approvava la necessità di prendere misure favorevoli allo sviluppo del capitalismo, dimostrando che una tale tesi faceva necessariamente il paio con quella assurda che, vista la situazione economica della Russia e nonostante la speciale forza politica che in seguito agli avvenimenti aveva acquisito il proletariato, non si dovesse prendere il potere, o, vista l'assenza della rivoluzione europea, si dovesse abbandonare. Al contrario Lenin sosteneva che anche in quella situazione i comunisti non dovevano abbandonare volontariamente il potere e che, d'altronde, una situazione "pura" non si sarebbe mai verificata. Bisognava allora analizzare la nuova situazione creatasi, capire che non si trattava di una semplice tregua, ma di una nuova fase in cui l'esistenza dello stato russo nella rete internazionale degli stati capitalistici era ormai un fatto acquisito. Con la consueta lucidità, Lenin proponeva questa soluzione alla conferenza moscovita del P.C.R. del 20-22 novembre 1920 in preparazione del X Congresso previsto per il marzo del 1921. "I successi riportati in tal
senso dal potere sovietico sono immensi. Quando tre anni or sono ci
siamo posti il problema dei compiti e delle condizioni per la vittoria
della rivoluzione proletaria in Russia, abbiamo detto sempre nettamente
che questa vittoria non sarebbe stata durevole, se non fosse stata
sorretta dalla rivoluzione proletaria in occidente, e che la sola
valutazione giusta della nostra rivoluzione poteva essere fatta
soltanto dal. punto di vista internazionale. Per ottenere una vittoria
duratura, dobbiamo pervenire alla vittoria della rivoluzione proletaria
in tutti o, guanto meno, in alcuni paesi capitalistici più importanti.
E, dopo tre anni di una guerra dura e accanita, possiamo vedere in che
misura le nostre previsioni si siano o no avverate. Non si sono
avverate nel senso che non si è avuta una soluzione rapida e semplice
della questione. Naturalmente, nessuno di noi si aspettava che una
lotta come l'impari lotta della Russia contro tutte le potenze
imperialistiche del mondo si sarebbe prolungata per tre anni. E’
risultato che nessuna delle parti in lotta, ne' la repubblica sovietica
di Russia né il restante mondo capitalistico, ha ottenuto la vittoria o
subìto la disfatta; ma è risultato al tempo stesso che le nostre
previsioni, se non si sono avverate in modo semplice, rapido e diretto,
si sono tuttavia avverate nella misura in cui abbiamo ottenuto
l'essenziale, e l’essenziale consiste nella possibilità per il potere
proletario e per la repubblica sovietica di sopravvivere persino nel
caso di una dilazione della rivoluzione socialista nel mondo intero. In
tal senso bisogna dire che la situazione internazionale della
repubblica conferma oggi nel modo migliore e più preciso tutti i nostri
calcoli e tutta la nostra politica. Non occorre dimostrare che non
si può istituire un confronto tra le forze militari della RSFSR e
quelle di tutte le potenze imperialistiche. Per questo aspetto noi
siamo dieci e cento volte più deboli di loro, e tuttavia, dopo tre anni
di guerra, abbiamo costretto quasi tutti questi Stati a rinunciare
all'idea di un nuovo intervento. Questo vuol dire che si è prodotto ciò
che a noi tre anni fa, nel clima della guerra imperialistica non ancora
conclusa, sembrava impossibile, e cioè il protrarsi di una situazione
non risolta né in un senso né nell'altro. Quale ne è il motivo? Il
motivo non è da ricercare nel fatto che ci siamo rivelati più forti sul
piano militare, mentre l'Intesa si è rivelata più debole, ma nel fatto
che la disgregazione interna degli stati dell'Intesa si è venuta sempre
più aggravando, mentre nel nostro paese si determinava invece un
consolidamento interno, come ha dimostrato e confermato la guerra.
L'Intesa non ha potuto farci guerra con le sue truppe. Gli operai e i
contadini degli Stati capitalistici non si sono fatti convincere a
combattere contro di noi. Gli Stati borghesi sono riusciti a venir
fuori dalla guerra imperialistica conservando l'assetto borghese. Sono
riusciti a ritardare e a differire la crisi che li minacciava
direttamente, ma, nella sostanza, hanno talmente compromesso la propria
situazione che, dopo tre anni di guerra, nonostante le loro ingenti
forze armate, sono stati costretti a riconoscere di non poter
schiacciare la repubblica sovietica, pur quasi sprovvista di forze
armate. La nostra politica e le nostre previsioni sono state quindi
convalidate in pieno per l'essenziale, e le masse oppresse di tutti gli
Stati capitalistici si sono rivelate realmente come nostre alleate,
perché hanno sabotato la guerra. La nostra situazione è oggi tale che,
senza aver riportato una vittoria internazionale, la sola vittoria
durevole per noi, abbiamo tuttavia conquistato, con la lotta delle
posizioni in cui possiamo esistere accanto alle potenze capitalistiche,
costrette oggi ad annodare con noi relazioni commerciali. Nel corso di
questa lotta ci siamo conquistati il diritto a esistere come uno Stato
indipendente. Così, se gettiamo uno sguardo d'insieme sulla nostra situazione internazionale, vediamo che abbiamo ottenuto successi considerevoli, che non abbiamo conquistato soltanto una tregua, ma qualcosa di molto più sostanziale. Da noi si è presa l'abitudine di chiamare tregua quel breve intervallo di tempo durante il quale le potenze imperialistiche hanno avuto più volte la possibilità di consolidare le loro forze per sferrare un nuovo attacco contro il nostro paese. Ancora oggi non dobbiamo illuderci e negare l'eventualità di un nuovo intervento militare dei paesi capitalistici nei nostri affari. Dobbiamo essere sempre pronti alla lotta. Ma, se consideriamo le condizioni in cui abbiamo spezzato tutti i tentativi della controrivoluzione russa e ottenuto la conclusione ufficiale della pace con tutti gli Stati occidentali, a are evidente che oggi non abbiamo soltanto una tregua, ma una nuova fase, in cui la nostra esistenza internazionale nella rete degli stati capitalistici è ormai un fatto acquisito. Le condizioni interne non hanno consentito a nessuno Stato capitalistico importante di lanciare il suo esercito contro la Russia; questo fatto dimostra che la rivoluzione è maturata all'interno di questi paesi e impedisce loro di batterci con la rapidità con cui avrebbero potuto farlo. Durante tre anni sono comparsi in territorio russo reparti inglesi, francesi e giapponesi. E’ indubbio che una minima tensione delle forze di queste tre potenze sarebbe stata sufficiente per garantire loro la vittoria su di noi in pochi mesi, se non addirittura in poche settimane." (Cit. N.4: Lenin, o.c. XXXI, pag. 393 - 395) L'essenziale era dunque che la
Repubblica Sovietica si era consolidata perfino nel caso di una
dilazione della rivoluzione socialista mondiale. Le conseguenze da
trarre erano quelle tratte da Lenin al X congresso del P.C.R.: "L'aiuto dei paesi dell’Europa
occidentale sta arrivando, ma non così rapidamente. Sta arrivando e in
misura crescente. Durante la riunione di questa mattina ho fatto notare che uno dei fattori più importanti del periodo trascorso - anche quest'argomento è strettamente legato all'attività del Comitato centrale - è dato dall'organizzazione del II Congresso dell'Internazionale comunista. Certo, in confronto all'anno scorso la rivoluzione internazionale ha fatto oggi un grande passo in avanti. Certo, l'Internazionale comunista, che al tempo del congresso dell'anno scorso esisteva soltanto sotto forma di manifesti, ha cominciato ora a esistere come partito indipendente in ogni paese, e non solo come partito d'avanguardia: il comunismo è diventato il problema centrale di tutto il movimento operaio nel suo insieme. In Germania, in Francia e in Italia l'Internazionale comunista è diventata non soltanto il centro del movimento operaio, ma il centro dell'attenzione di tutta la vita politica di questi paesi. Lo scorso autunno non era possibile prendere in mano un giornale tedesco o francese senza leggervi ingiurie contro Mosca e i bolscevichi, senza leggervi gli aggettivi di cui li gratificavano, senza vedere come i bolscevichi e le 21 condizioni per l'ammissione alla III Internazionale fossero divenute il problema centrale di tutta la loro vita politica. Questa è una nostra conquista e nessuno ce la può togliere! Ciò dimostra che la rivoluzione internazionale sta maturando e che, parallelamente, si inasprisce la crisi economica in Europa. Comunque. se da questi indizi deducessimo che in generale tra breve da quei paesi giungerà l'aiuto sotto forma di una rivoluzione proletaria duratura saremmo semplicemente dei pazzi, e io sono convinto che, in questa sala, di pazzi non ce ne sono. In tre anni abbiamo imparato a capire che puntare sulla rivoluzione internazionale non vuol dire fare assegnamento su una data precisa e che il ritmo di sviluppo, sempre più rapido, potrebbe portare la rivoluzione per questa primavera, ma potrebbe anche non portarla. Dobbiamo quindi saper conformare la nostra attività con i rapporti di classe all'interno del nostro paese e degli altri paesi, in modo da essere in grado di mantenere la dittatura del proletariato per lungo tempo e, sia pure gradatamente, porre rimedio a tutte le calamità e le crisi che ci colpiscono Soltanto questa impostazione del problema sarà giusta e realistica." (Cit. N.5: Lenin, o.c. XXXII, pag. 163 - 164. Dal rapporto di Lenin sull'attività politica del C.C. del P.C.R.(b) durante la seduta del 8 marzo 1921 al X congresso del P.C.R. (b) svoltosi dal 8 al 16 marzo 1921) Tutto ciò è puntualmente
confermato dal rapporto sulla tattica del P.C.R. presentato da Lenin al
III Congresso dell'Internazionale nel luglio del 1921: "Quando abbiamo iniziato, a
suo tempo, la rivoluzione internazionale, lo abbiamo fatto non perché
fossimo convinti di poterne anticipare lo sviluppo, ma perché tutta una
serie di circostanze ci spingeva a iniziarla. Pensavamo: o la
rivoluzione internazionale ci verrà in aiuto, e allora la nostra vittoria
sarà pienamente garantita, o faremo il nostro modesto lavoro
rivoluzionario, consapevoli che, in caso di sconfitta, avremo tuttavia
giovato alla causa della rivoluzione e la nostra esperienza andrà a
vantaggio di altre rivoluzioni. Era chiaro per noi che senza l'appoggio
della rivoluzione mondiale la vittoria della rivoluzione proletaria era
impossibile. Già prima della rivoluzione e anche dopo di essa,
pensavamo: o la rivoluzione scoppierà subito, o almeno molto presto,
negli altri paesi capitalisticamente più sviluppati, oppure, nel caso
contrario, dovremo soccombere. Nonostante questa consapevolezza abbiamo
fatto di tutto per salvaguardare, in tutte le circostanze e a ogni
costo, il sistema sovietico, poiché sapevamo di lavorare non soltanto
per noi, ma anche per la rivoluzione internazionale. Lo sapevamo e
abbiamo espresso più volte questa convinzione e prima della Rivoluzione
d'ottobre, e subito dopo, e nel periodo della conclusione della pace di
Brest-Litovsk. E, in generale, ciò era giusto. Ma in realtà il movimento non
è stato così lineare come ci attendevamo. Negli altri grandi paesi,
capitalisticamente più sviluppati, la rivoluzione finora non è ancora
scoppiata. E’ vero, però, e possiamo constatarlo con soddisfazione, che
la rivoluzione si sviluppa in tutto il mondo, e soltanto grazie
a questa circostanza la borghesia internazionale, benché economicamente
e militarmente cento volte più forte di noi, non è in grado di
soffocarci. (Applausi.) Nel paragrafo 2 delle tesi esamino in qual modo si è creata questa situazione e quali conclusioni dobbiamo trarne. Aggiungo che la conclusione definitiva che ne traggo è la seguente: la rivoluzione internazionale che noi prevedevamo si sviluppa, ma questo movimento progressivo non è così lineare come ci attendevamo. Sin dal primo sguardo è evidente che dopo la conclusione della pace, per cattiva che fosse, non si riuscì a far scoppiare la rivoluzione negli altri paesi capitalistici benché i sintomi rivoluzionari fossero, come sappiamo, assai evidenti e numerosi, persino più evidenti e numerosi di quanto avessimo creduto. Ora cominciano a uscire opuscoli dove si dice che questi sintomi rivoluzionari negli ultimi anni e negli ultimi mesi erano in Europa molto più evidenti di quanto non sospettassimo. Che cosa dobbiamo fare adesso? Adesso è necessario preparare a fondo la rivoluzione e fare uno studio approfondito del suo sviluppo concreto nei paesi capitalistici avanzati. Questo è il primo insegnamento che dobbiamo trarre dalla situazione internazionale. Per la nostra repubblica russa dobbiamo approfittare di questa breve tregua per adattare la nostra tattica a questa linea a zigzag della storia." (Cit. N.6: Lenin, o.c. XXXII, pag. 455 - 456. Rapporto tenuto alla seduta del 5 luglio 1921.) Che la tattica del P.C.R. dovesse
essere presentata al congresso dell'Internazionale e da questo
approvata non è aspetto né secondario, né da sottovalutare per capire
la natura della successiva controrivoluzione stalinista. Allora era
ancora chiaro per tutti che l'organo al quale si doveva riconoscere
l'autorità di decidere ogni questione di indirizzo di tutti i
comunisti, dunque anche dei comunisti russi, era l'Internazionale. Per
Lenin era un fatto di importanza capitale non solo in senso formale, ma
anche sostanziale, come dimostra questo passo dell'Imposta in natura: "La nostra forza consiste nella completa chiarezza e nella sobrietà con la quale valutiamo tutte le forze delle classi esistenti, sia russe che internazionali, e poi nella ferrea energia, nella fermezza, nella risoluzione, nell'abnegazione nella lotta che derivano da questa chiarezza e sobrietà di valutazione. Noi abbiamo molti nemici, ma essi sono disuniti o non sanno quel che vogliono (come tutti i piccoli borghesi, tutti i Martov e i Cernov, tutti i senza partito, tutti gli anarchici). Noi, al contrario, siamo uniti direttamente fra di noi e indirettamente coi proletari di tutti i paesi; noi sappiamo quello che voliamo. E perciò siamo invincibili su scala mondiale. sebbene tuttavia non sia affatto da escludere la possibilità della sconfitta di singole rivoluzioni proletarie in questo o in quel periodo." (Cit. N.7: Lenin, o.c. XXXII, pag. 340. Sull'imposta in natura.) Fu questo il chiodo fisso della Sinistra Italiana negli anni immediatamente successivi non appena la deviazione "stalinista" prese forma e corpo nel P.C.R e nella stessa Internazionale. E purtroppo su questa centrale rivendicazione la Sinistra si ritrovò sola, divisa, non solo dalle ambigue sinistre europee, ma perfino dalla Sinistra russa, che solo troppo tardi si unificò e si decise a dare battaglia ad un nemico ormai trionfante. Sarà solo con lo stalinismo che il principio dell'autorità dell'Internazionale non solo verrà abbandonato, ma verrà del tutto arrovesciato. L'Internazionale e i vari Partiti nazionali diventeranno organismi manovrati dallo stato russo per i suoi interessi interni e esteri. Di li a pochi anni i comunisti di tutto il mondo non saranno più chiamati ad intervenire nelle lotte di classe per operare in favore della vittoria del proletariato, ma per il successo della politica dello stato russo. Quel che c'è da capire è che una tale evoluzione, di 180 gradi, fu possibile in un arco di tempo brevissimo, perché lo sviluppo oggettivo degli avvenimenti e quindi dei rapporti di classe, in Russia e fuori di Russia, portava inevitabilmente a quelle conclusioni. Era vero che Lenin, ancora una volta, aveva individuato l'unico anello al quale era possibile aggrapparsi per mantenere le conquiste dell’Ottobre senza venir meno di una virgola al piano rivoluzionario mondiale. Si trattava però di un compito di una difficoltà inaudita, soprattutto perché il Partito Comunista Russo ex- bolscevico mancava di ogni Preparazione in tal senso. Si doveva, e vi si riuscì, nel corso del 1921, evitare una nuova carestia e così le forme del potere sovietico furono ulteriormente consolidate. Si ottenne tale risultato attraverso vari provvedimenti, tra i più importanti dei quali ricordiamo:
Con tali provvedimenti furono sì
evitate nuove sollevazioni contro il potere sovietico, ma veniva meno
con incredibile progressività la possibilità stessa dello stato di
mantenere il controllo della situazione. Lenin, rendendosi conto di
ciò, appena un anno dopo, allo XI congresso del P.C.R. svoltosi dal
27/3 al 2/4/1922 dovette chiedere con forza l'adozione di una
nuova parola d'ordine: "Por fine alla ritirata": "Passo ora al problema, che ho
già trattato nel mio discorso al congresso degli operai metallurgici:
come arrestare la ritirata? Da allora non mi è stata mossa nessuna
obiezione, né nella stampa di partito, né nelle lettere private di
compagni, né nel Comitato centrale. Il Comitato centrale ha approvato
il mio progetto, e questo progetto consisteva nel sottolineare con la
massima energia, anche nel rapporto sull'attività del Comitato centrale
presentato a questo congresso, la fine della ritirata e nel chiedere al
congresso di dare la direttiva corrispondente, a nome di tutto il
partito, come direttiva obbligatoria. Per un anno ci siamo ritirati.
Ora a nome del partito dobbiamo dire: basta! Lo scopo perseguito con la
ritirata è stato raggiunto. Questo periodo sta per finire o è già
finito. Ora ci si pone un altro obiettivo: raggruppare le forze in un
altro modo. Siamo giunti a una nuova tappa; la ritirata, in complesso,
l'abbiamo compiuta relativamente in buon ordine. In verità, non
mancavano voci, provenienti da diverse parti, che avrebbero voluto
trasformare questa ritirata in rotta. Alcuni affermavano che noi, per
così dire, qua o là ci eravamo ritirati in modo sbagliato, e fra di
essi c'erano anche dei rappresentanti del gruppo che portava il nome di
" opposizione operaia ". (Credo che non avesse diritto a questo nome).
Costoro, per soverchio zelo, sbagliarono porta e ora se ne sono accorti
in modo evidente. Allora non si accorsero che la loro attività non era
diretta a correggere il nostro movimento e che di fatto serviva solo a
seminare il panico, a impedire che la ritirata fosse compiuta
disciplinatamente…. E qui sta l'immenso pericolo:
è terribilmente difficile ritirarsi dopo una grande offensiva; i
rapporti sono completamente diversi; durante l’offensiva anche se non
mantieni la disciplina, tutti corrono, e volano avanti da soli; durante
la ritirata la disciplina deve essere più cosciente, ed è cento volte
più necessaria, giacché quando un esercito intero si ritira non vede
dove fermarsi, vede solo la ritirata, e bastano talvolta alcune voci
allarmistiche perché tutti se la diano a gambe. Qui il pericolo è
immenso….. La ritirata è terminata. I
principali metodi d'azione per lavorare con i capitalisti sono stati
indicati. Abbiamo degli esempi, sebbene in quantità insignificante. Finitela di filosofeggiare; di
ragionare sulla Nep, lasciate ai poeti la cura di scrivere versi; per
questo sono poeti. Ma voi, economisti, non discutete sulla Nep,
aumentate invece il numero di queste società, verificate il numero dei
comunisti capaci di organizzare la competizione con i capitalisti. La ritirata è finita. si
tratta ora di raggruppare di nuovo le forze. Questa è la direttiva che
deve emanare dal congresso… Quando dico che abbiamo finito
di ritirarci, non intendo affatto dire che abbiamo imparato a
commerciare. Al contrario, la mia opinione è tutt'altra, e se il mio
discorso dovesse lasciare una tale impressione, vorrebbe dire che sono
stato capito male e che non so esporre bene le mie idee. Qui si tratta di porre fine al
nervosismo e all’irrequietezza creatasi a causa della Nep, alla
tendenza a rifare tutto in modo nuovo, ad adattare ogni cosa in modo
nuovo… Ecco in qual senso bisogna parlare di fermare la ritirata, e sarebbe bene fare, in questa o in quella forma, di questa parola d'ordine una risoluzione del congresso." ( Cit. N.8: Lenin, o.c., XXXIII, pag. 254 - 259. Rapporto politico del CC del P.C.R. (b) tenuto durante la seduta del 27 marzo 1922) La NEP era certamente l’unico
modo per mantenere il potere politico, ma non si poteva pagare con il
prezzo della rinuncia anche a qualcuno dei principi fondamentali del
programma rivoluzionario. Si trattava di un progetto estremamente
difficile. Basti pensare a queste parole contenute nell’opuscolo di
Lenin: "Sull'imposta in natura": "Insomma, nella primavera del
1921 si è creata una situazione politica tale che è divenuto
assolutamente necessario prendere provvedimenti immediati, i più
decisivi, i più urgenti, per migliorare le condizioni dei contadini e
suscitare una ripresa delle loro forze produttive. Perché proprio dei contadini e
non degli operai? Perché per migliorare le condizioni degli operai c'è bisogno di pane e di combustibile. E ora è proprio per questo che - dal punto di vista di tutta l'economia statale - siamo " in ritardo ". D'altra parte non si possono aumentare la produzione e l'ammasso del grano, l'ammasso e il trasporto del combustibile se non migliorando le condizioni dei contadini, accrescendo le loro forze produttive. Bisogna incominciare dai contadini. Chi non lo comprende, chi è propenso a credere che ponendo in primo piano i contadini si " rinuncia " o si dà l'impressione di rinunciare alla dittatura del proletariato, semplicemente non riflette sui fatti e cade in balia della vuota frase. La dittatura del proletariato è la direzione politica del proletariato. Il proletariato, come classe dirigente, dominante, deve saper orientare la politica in modo da risolvere per primo il compito più urgente, più " nevralgico ". Oggi la cosa più urgente è costituita dai provvedimenti che possono aumentare immediatamente le forze produttive dell'economia contadina. Soltanto con questo mezzo si può riuscire sia a migliorare le condizioni degli operai, sia a rafforzare l'alleanza degli operai coi contadini, a rafforzare la dittatura del proletariato. Quel proletario, o rappresentante del proletariato, che volesse giungere a migliorare le condizioni degli operai senza questo mezzo sarebbe di fatto un complice delle guardie bianche e dei capitalisti. Perché non usare questo mezzo significa porre gli interessi corporativi degli operai al di sopra degli interessi di classe, significa sacrificare gli interessi di tutta la classe operaia agli interessi del vantaggio immediato temporaneo parziale degli operai, sacrificare la loro dittatura, l’alleanza coi contadini contro i grandi proprietari fondiari e i capitalisti, la funzione dirigente della classe operaia nella lotta per la liberazione del lavoro dal giogo del capitale." (Cit. N.9: Lenin, o.c., XXXII, pag. 320 - 321. Opuscolo per spiegare la NEP. Pubblicato nel maggio 1921.) Come sarebbe stato possibile, in brevissimo tempo, convincere i proletari russi, che erano appena usciti da un regime semifeudale, della giustezza di questa difficile e 'raffinata' posizione politica? L'unico modo per tentare di
fronteggiare un compito così arduo era mantenere l'unità del P.C.R.
Anche di questa necessità Lenin si rendeva perfettamente conto, tanto
che già nel 1920 giudicò del tutto inopportune certe confuse
opposizioni all'interno del P.C.R., come quella che faceva capo alla
Kollontaj di stampo anarco-sindacalista. Per questo motivo propose al X
congresso del PCR la seguente mozione sull'unità del Partito, che
fu accolta: " 4. Nella lotta pratica
contro il frazionismo è necessario che ogni organizzazione di partito
vigili con molto rigore affinché non sia tollerata nessuna azione
frazionistica. La critica, assolutamente necessaria, dei difetti del
partito deve essere fatta in modo che ogni proposta pratica sia inviata
subito senza ritardo nella forma più chiara possibile, agli organi
dirigenti locali e centrali del partito, perché la discutano e
decidano. Chi formula una critica deve inoltre tenere presente, per la
forma in cui esprimerla, la situazione del partito, accerchiato da
nemici, mentre per il contenuto deve, con la sua partecipazione diretta
al lavoro dei soviet e del partito, verificare in pratica come
correggere gli errori del partito o di singoli suoi membri. Ogni
analisi della linea generale del partito, o la valutazione della sua
esperienza pratica, il controllo dell'adempimento delle sue decisioni,
o lo studio dei modi atti a correggere gli errori, ecc., non debbono in
nessun caso essere discussi preventivamente da gruppi costituiti
attorno ad una " piattaforma, ecc. ma debbono essere esclusivamente
sottoposti alla discussione immediata di tutti i membri del partito. A
questo scopo il congresso decide di pubblicare con maggiore regolarità
il Diskussionny Listok e apposite raccolte, insistendo costantemente
perché la critica si concentri sulle cose essenziali e non assuma forme
che possano aiutare i nemici di classe del proletariato… 6. Perciò il congresso dichiara sciolti e ordina di sciogliere immediatamente, senza eccezioni, tutti i gruppi formatisi attorno a qualsiasi piattaforma (come, ad esempio, il gruppo dell'" opposizione operaia ", quello del " centralismo democratico ", ecc.). L'inadempienza di questa decisione del congresso deve avere, assolutamente e immediatamente, come conseguenza l'espulsione dal partito."( Cit. N. 10: Lenin, o.c. XXXII, pag. 221 - 222. Punti 4 e 6 del "Progetto di risoluzione del X congresso del P.C.R. sull'unità del partito") Lo stalinismo si approfitterà
successivamente di questa mozione e verrà usata contro tutte le
opposizioni e in particolare contro l'opposizione di sinistra, ma è
assurdo e sciocco far risalire a Lenin una tale responsabilità. In
Lenin tutto era subordinato al mantenimento dei principi fondamentali
del programma rivoluzionario e, in primis, al mantenimento del legame
indissolubile tra la politica russa e le prospettive di rivoluzione
internazionale. Nello stalinismo il ferreo centralismo introdotto nel
Partito russo e nella Internazionale fu funzionale agli interessi dello
stato russo, la cui politica fu da allora in poi svincolata da ogni
prospettiva di rivoluzione internazionale. Nell'aprile del 1925, alla
XIV conferenza organizzativa in preparazione del XIV congresso del
P.C.R., poco dopo un anno dalla morte di Lenin, così fu teorizzato "il
socialismo in un solo paese": "A tutte queste domande il
partito rispose in modo chiaro e preciso. Si, rispose il partito,
l'economia socialista può e deve essere edificata nel nostro paese,
perché noi abbiamo tutto il necessario per costruire questa economia,
per costruire la società socialista integrale. Nell'Ottobre del 1917,
la classe operaia vinse il capitalismo politicamente, instaurando la
propria dittatura politica. Da quel momento, il potere sovietico ha
preso tutti i provvedimenti necessari per spezzare la potenza economica
del capitalismo e creare le condizioni necessarie per costruire
l'economia socialista. L'espropriazione dei capitalisti e dei grandi
proprietari fondiari, la trasformazione della terra, delle fabbriche,
delle officine, dei mezzi di comunicazione, delle banche in proprietà
nazionale, l'istituzione della nuova politica economica, la costruzione
ai un'industria socialista di Stato, l'applicazione del piano
cooperativo stabilito da Lenin - sono questi i provvedimenti
realizzati. Ora il compito essenziale consiste nello sviluppare in
tutto il paese la costruzione di un'economia nuova, di un‘economia
socialista, per dare al capitalismo il colpo di grazia anche sul
terreno economico. Tutto il nostro lavoro pratico, tutti i
nostri atti devono essere subordinati alle esigenze richieste
dall'adempimento di questo compito principale. La classe operaia può
adempiere questo compito e lo adempirà. Bisogna incominciare a eseguire
questo grandioso compito con l’industrializzazione del paese.
L'industrializzazione socialista del paese è il punto di partenza
essenziale nello sviluppo della costruzione dell'economia socialista.
Né il ritardo della rivoluzione in Occidente, né la stabilizzazione
parziale del capitalismo nei paesi non sovietici possono arrestare la
nostra marcia in avanti verso il socialismo. La nuova politica
economica non può che agevolarla poiché è stata istituita dal partito
proprio per agevolare la costruzione dei fondamenti socialisti della
nostra economia nazionale. Ecco la risposta data dal
partito a proposito della vittoria dell'edificazione socialista nel
nostro paese. Ma il partito sapeva che ciò non esauriva il problema della vittoria del socialismo in un solo paese. La costruzione del socialismo nell'URSS rappresenta una svolta prodigiosa nella storia dell'umanità e una vittoria d'importanza storica universale ottenuta dalla classe operaia e dai contadini dell'URSS Ma essa è pur sempre una opera interna dell'URSS e non è che un lato del problema della vittoria del socialismo. L'altro lato del problema è quello internazionale. Sostenendo la tesi della vittoria del socialismo in un solo paese, il compagno Stalin ha indicato ripetutamente che è necessario distinguere i due aspetti della questione, il lato interno e il lato internazionale. Per quanto riguarda il lato interno del problema, cioè i rapporti delle classi in seno al paese, la classe operaia e i contadini dell'URSS possono vincere del tutto economicamente la loro propria borghesia e costruire una società socialista integrale. Ma vi è anche il lato internazionale del problema, ossia il campo dei rapporti esteriori, il campo dei rapporti tra il paese dei Soviet e i paesi del capitale, tra il popolo sovietico e la borghesia internazionale che detesta il regime sovietico e cerca un'occasione per intraprendere un nuovo intervento armato contro il paese sovietico, per tentare ancora di restaurare il capitalismo nell'URSS E, dato che, per ora, l'URSS è il solo paese del socialismo, mentre gli altri paesi rimangono capitalistici, continua a esistere intorno all'URSS l'accerchiamento capitalistico e crea il pericolo di un intervento capitalistico. E evidente che finché sussisterà l'accerchiamento capitalistico, sussisterà il pericolo di un intervento capitalistico. Può il popolo sovietico con le sue sole forze eliminare questo pericolo esterno, il pericolo dell'intervento capitalistico contro l'URSS? No, evidentemente, non può eliminarlo. Infatti, per eliminare il pericolo dell’intervento capitalistico, è indispensabile distruggere l'accerchiamento capitalistico e distruggere l'accerchiamento capitalistico è possibile solo in seguito alla rivoluzione proletaria almeno in parecchi paesi. Ne consegue che la vittoria del socialismo nell'URSS, che si esprime nella liquidazione del sistema economico capitalistico e nella costruzione del sistema economico socialista, non può tuttavia essere considerata come una vittoria definitiva, permanendo il pericolo di un intervento armato straniero e di tentativi di restaurare il capitalismo, e non essendo il paese del socialismo garantito da tale pericolo. Per eliminare il pericolo dell'intervento capitalistico straniero, è necessario eliminare l’accerchiamento capitalistico." ( Cit. N.11: Stalin, Kalinin, Molotov, Voroscilov, Kaganovic, Mikoyan, Zdanov, Beria, Storia del partito Comunista (bolscevico) dell'URSS, Ed. A.P.E. Firenze fuori commercio 1938, pag. 331 - 333) La questione della "costruzione" del socialismo in un paese non era del tutto fuori luogo. Infatti, secondo il marxismo, il socialismo è storicamente possibile sulla base di due condizioni, entrambe necessarie. La prima è che produzione e distribuzione, in ogni settore dell'economia, si svolgano in forme pienamente capitalistiche; la seconda che, in seguito alla rivoluzione proletaria, il Partito Comunista eserciti il potere politico in forma apertamente dittatoriale. Date queste due condizioni si può e si deve iniziare a distruggere i rapporti borghesi di produzione. Quindi è possibile che, in certe condizioni storiche, la conquista del potere avvenga in un solo paese e dunque, in questo paese, cominci subito la trasformazione socialista, fatto questo però più distruttivo che costruttivo. Stalin del resto rivendicava la sua piena continuità con Lenin che, nel 1915, contro i sostenitori della 'rivoluzione simultanea' all'interno di ciò che restava della Seconda Internazionale, sosteneva che bisognava conquistare il potere anche in un solo paese se, a questo massimo risultato, conduceva la tattica disfattista, e chiamava ciò "vittoria del socialismo" in un solo paese. Ciò che lo sciagurato Stalin dimenticava era che in Russia mancava la prima condizione, quella di un'economia pienamente capitalista, tant'è che nessun marxista aveva mai affermato di poter attuare in Russia una politica di trasformazione socialista fino a quando la rivoluzione proletaria non avesse guadagnato almeno alcuni paesi europei pianamente capitalistici. La tesi condannata è dunque che in un solo paese non capitalista sia possibile, con la sola conquista del potere politico, la trasformazione socialista. Errore teorico dunque e di primaria importanza, in quanto investiva direttamente i fondamenti della teoria marxista. Pochi allora seppero individuarlo e meno ancora furono quelli che seppero vederne le tragiche implicazioni pratiche. Eppure entro pochissimi anni verrà attuata la più feroce controrivoluzione anticomunista attraverso le stesse forme del potere sovietico, in Russia e in tutto il mondo, ben simboleggiata dal truculento assassinio di Trotsky e di chissà quanti altri fedeli comunisti meno noti. Ecco l’importanza del ferreo legame tra teoria e pratica che vanamente la Sinistra si sforzò di dimostrare, durante quegli anni tragici, a tutta l'Internazionale. LA SINISTRA E L'INTERNAZIONALE COMUNISTA La Sinistra non fu colta di sorpresa dalle gravi deviazioni del P.C.R. e della Internazionale negli anni 1924-26, perché queste furono chiaramente anticipate dai primi errori tattici degli anni 1921-23: Il Fronte Unico e il Governo Operaio. Anche il "parlamentarismo rivoluzionario", discusso e approvato al Secondo Congresso dell'I.C. nell’agosto del 1920, rappresentò un sintomo delle future deviazioni. Infatti anch'esso derivava dalla pretesa dell'I.C. di applicare allo occidente pienamente capitalista la stessa tattica usata in Russia, senza dare il benché minimo rilievo alle argomentazioni della Sinistra circa il grave fardello rappresentato dalle illusioni democratiche per l'energia rivoluzionaria del proletariato occidentale. La Sinistra, dopo aver difeso le ragioni dello astensionismo sulla base di valutazioni e principi rigidamente marxisti e alieni da ogni inclinazione anarchicheggiante, accettò con disciplina le tesi della maggioranza dell'Internazionale. Si trattò di una totale disciplina, formale e sostanziale, perché, prima di tutto, l'esperienza storica non aveva ancora sufficientemente dimostrato che il 'parlamentarismo rivoluzionario' era quel vero e proprio errore che emergeva da una valutazione storica ormai del tutto negativa della democrazia e, in secondo luogo, sarebbe stato errore molto più grave non aderire alla fondazione del Partito Comunista Rivoluzionario e Mondiale come avvenne al Secondo Congresso su basi di indiscussa fedeltà alla dottrina marxista, verificata e vivificata dalla non ancora spenta luce di Ottobre. La Sinistra inoltre pensava che un partito sano nei principi e nell'organizzazione avrebbe potuto anche correggere errori di tattica quando la dimostrazione fosse stata evidente. Invece negli anni successivi non solo non fu possibile correggere quell'errore, ma gli stessi errori tattici si moltiplicarono e, con velocità impensabile, ne risultarono contagiati i principi organizzativi e perfino quelli teorici fondamentali. Se i primi errori tattici si potevano ancora correggere ed erano in qualche modo anche comprensibili, vista l'assoluta esigenza di favorire in tempi brevissimi la rivoluzione in Europa, l'inquinamento della stessa organizzazione e l'abbandono del principio fondamentale che legava la rivoluzione russa alla rivoluzione socialista europea dimostravano ormai che qualcosa di sostanziale era cambiato nella struttura e nelle finalità dell'Internazionale Comunista. Perciò la Sinistra, negli anni 1924-26, cambiò tono e sostanza nella sua polemica. Negli anni precedenti, come si era opposta al 'parlamentarismo rivoluzionario' in modo costruttivo, altrettanto fece nei confronti delle tesi sul 'Fronte Unico' e sul 'Governo Operaio'. Con testi poderosi come le 'Tesi di Roma' cercò di dimostrare a tutta l'Internazionale e, in particolar modo alla sua direzione, che quelle tattiche, pur condotte con indubitabile intenzione rivoluzionaria, avrebbero finito viceversa per contagiare e degenerare gli stessi partiti comunisti. La loro 'legittimità' rivoluzionaria si fondava, nell'epoca passata, sul fatto che almeno una parte della borghesia svolgeva ancora una funzione progressista, mentre, con la guerra, la borghesia, nella sua totalità, si era definitivamente smascherata per tutto il ciclo storico che si compirà con la Rivoluzione Comunista Mondiale. Peccato che queste tesi della Sinistra non siano state prese in seria considerazione dai dirigenti dell'Internazionale negli anni 1920-22 e che, al contrario, siano state considerate solo una variante di quell'infantilismo di sinistra a giusta ragione considerato altrettanto pericoloso, se non di più, dell'opportunismo di destra. Forse molte vicende successive, nell'Internazionale e nei partiti comunisti dell'Europa occidentale, non si sarebbero svolte nello stesso modo. Ma così andarono le cose, e ciò dimostra che la stessa direzione dell'Internazionale non era ben salda sul modo di intendere i principi generali del marxismo rivoluzionario e, soprattutto, sulla loro corretta applicazione alla valutazione della situazione storica come allora si determinò. Intanto gli stessi avvenimenti provavano la correttezza delle tesi della Sinistra, soprattutto il disastro tedesco del 1923. In seguito a tale disastro, invece di riconoscere l'inadeguatezza della tattica internazionale come la Sinistra vanamente richiedeva, si cominciò l'infausta attitudine della ricerca dei responsabili per insufficiente applicazione della tattica stessa. Fu allora che l'opposizione della Sinistra cambiò tono e sostanza, soprattutto contro le nuove teorizzazioni sulla necessità di "bolscevizzare" i partiti comunisti europei e sul "socialismo in un solo paese". La Sinistra ingaggiò all’interno dell'Internazionale una coerente e coraggiosa battaglia per salvare la stessa Internazionale dal nuovo e più fetido opportunismo. Si trattò di una battaglia isolata, impari riguardo ai rapporti di forza, ma l'unica potenzialmente in grado di conservare, per i successivi assalti rivoluzionari, se non tutta l'Internazionale, almeno il suo nerbo fondamentale. Di quella battaglia oggi ci rimane non solo la lucida riconferma di tutti i principi del marxismo, ma anche il prezioso risultato della continuità, per quanto ridotta ai minimi termini, dell’organizzazione, che ha permesso, attraverso vicende storiche di una difficoltà inenarrabile, al partito comunista di rinascere, sia attraverso l'attività della "Frazione all'estero" nel periodo tra le due guerre mondiali, sia attraverso le tesi caratteristiche del partito nel secondo dopoguerra, che rinviano costantemente a quegli insegnamenti. Solo la Sinistra Italiana ha sostenuto con coerenza che, nella Russia, si sia consumata, negli anni intorno al 1926, una vera e propria controrivoluzione, i cui prodromi erano già riscontrabili negli anni 1921-24 in concomitanza con i primi sintomi della nuova malattia opportunistica. Se non si vuole rinnegare il marxismo in qualcuna delle sue parti e quindi nella sua ragion d'essere come teoria rivoluzionaria, si deve sostenere, a proposito dei suddetti avvenimenti, la tesi della controrivoluzione, che tutti mal digeriscono per il fatto che non riescono a concepire che l'origine di tale controrivoluzione è da ricercare non negli avvenimenti interni alla Russia, ma soprattutto in quelli esterni e, in particolare, negli avvenimenti europei. Non si può capire ciò se non è ben ferma la tesi che la stessa rivoluzione russa è stata non un fatto esclusivamente nazionale russo, ma anche internazionale. Dal febbraio all'ottobre del 1917 vi sono state in Russia ben tre rivoluzioni: la borghese - aristocratica e la borghese- radicale, come rivoluzioni nazionali, e quella socialista, strettamente collegata con la rivoluzione europea. La controrivoluzione, anch'essa fatto internazionale, si è avuta non nei confronti dei risultati borghesi, ma nei confronti di quelli socialisti. Dunque controrivoluzione anticomunista e non antiborghese, che tuttavia ha costretto la stessa rivoluzione borghese - radicale a rinculare verso una nuova forma di rivoluzione borghese moderata e dall'alto. Con l'esaurirsi dell'ondata rivoluzionaria in Europa, anche la terza fase della rivoluzione russa (quella di segno socialista) dovette necessariamente esaurirsi, mentre il capitalismo riuscì a stabilizzarsi e poi a consolidarsi con una nuova forma di dominio statale, quella fascista. In Russia, il riflesso di questi storici avvenimenti fu che all'autorità dell'Internazionale su ogni questione del movimento comunista mondiale fu sostituita quella dello stato russo. Questo disastroso risultato, il più efficace per la controrivoluzione, avvenne gradualmente, ma in un brevissimo arco di tempo: una serie di sbandamenti tattici produsse, accumulandosi, una trasformazione qualitativa degli organismi rivoluzionari e poi, e di conseguenza, l'abbandono anche dei principi programmatici più elementari. All'inizio della degenerazione, negli anni 1923-24, l'opposizione russa, pur animata da sincera generosità, non fu continua né esauriente. Non seppe ben vedere i pericoli di un nuovo opportunismo di destra e tutta la sua lotta fu concentrata all'interno del P.C.R. contro la degenerazione "burocratica". In particolare, proprio in questi anni, Trotsky non accolse l'esplicito invito della Sinistra Italiana a porre in discussione la questione russa nell’Internazionale, solo terreno sul quale era possibile condurre una vera e propria battaglia in difesa dei principi fondamentali sui quali la stessa Internazionale era stata costituita. Fu Trotsky stesso che, al V Congresso dell'Internazionale, nel giugno 1924, chiese al rappresentante della Sinistra Italiana di non porre alcuna questione russa, tanto che in un articolo successivo ("La questione Trotsky"), insieme ad una piena solidarietà verso lo stesso Trotsky, questi sottolinea anche una certa delusione per il fatto che "si poteva aspettare altro da un uomo, che è tra i più degni di stare alla testa del Partito rivoluzionario", come dice lo stesso articolo. In realtà Trotsky aveva l'esatta percezione di non poter svolgere quella funzione che solo Lenin aveva svolto per decenni nel P.C.R. e, prima, nel Partito Bolscevico: quella di dire la verità, anche la più amara, specialmente quando si tratta di difendere il partito, se occorre anche con decise rotture organizzative, da consistenti pericoli opportunistici. Trotsky non possedeva una tale autorità, soprattutto dopo che una sapiente propaganda aveva spudoratamente e mentitamente insistito su sue pretese mire e ambizioni personali. Nella sua autobiografia, Trotsky rievoca con drammaticità questo periodo e dice: "Avrebbe compreso il partito che si trattava di una lotta di Lenin e di Trotsky per salvare il partito dalla degenerazione e non di una lotta di Trotsky per prendere il posto di Lenin?" Ecco perché, per la Sinistra, è diventata tesi assiomatica quella che, nell’organizzazione di partito, mai più avranno un qualche peso i nomi di persona, siano essi capaci o incapaci, furbi o ingenui, loquaci o taciturni, sani di mente o matti. L'ideale sarebbe considerare i membri del partito dei semplici numeri. La Sinistra, dunque, non per sua scelta, ma per determinazioni oggettive, rimase sola a difendere tutti i caratteri del partito comunista contro lo strapotente nemico. Evidentemente non solo non pretendeva di sconfiggerlo, ma nemmeno di scalfirlo. Si trattava tuttavia di una lotta che non si poteva né si doveva evitare. Non per il presente, ma per il futuro del partito, tanto che il partito di oggi può vivere e prepararsi alle battaglie future solo mantenendosi al livello di quella lotta. Dopo il V Congresso dell’I.C. e con la nuova e più decisa sterzata operata con la "bolscevizzazione", l'azione della Sinistra si fece più serrata e ormai parlava apertamente di un nuovo opportunismo, come nell'articolo: "Il pericolo opportunista e l'Internazionale", scritto nel luglio del 1925, dove si denunciava il cieco ottimismo e conformismo d'ufficio, buono solo a liquidare ogni discussione con un "così ha detto il nostro Esecutivo". Con ciò impedendo ogni corretto lavoro di partito, volto alla preparazione dei militanti attraverso la dimostrazione della giustezza delle posizioni, con le quali devono essere guadagnati alla politica del partito i proletari senza partito o aderenti ad altri partiti. Il VI Esecutivo Allargato
dell'Internazionale fu l'ultima occasione per condurre insieme
alla Sinistra Russa, la battaglia in difesa dell'Internazionale. Si era
da poco concluso il XIV Congresso del P.C.R., dove la tesi del
'socialismo in un solo paese' era ormai formulata compiutamente e dove
la sconfitta della Sinistra era ben rappresentata dal fatto che la
nuova opposizione di Leningrado (Zinoviev) ottenne solo 65 voti contro
i 559 della maggioranza. Il nuovo Comitato Centrale del P.C.R. si era
riunito poco prima di un mese dall'inizio dello Esecutivo Allargato
dell'Internazionale, nel gennaio 1926, e la sua decisione più
importante fu quella di proibire ai membri dell'Opposizione, in nome
della solita 'unità del Partito', di parlare contro le decisioni del
Congresso nelle assemblee del partito stesso. Questo era il clima nel
quale iniziarono, nel febbraio del 1926, i lavori del VI Esecutivo
Allargato. Nonostante tutto ciò, sebbene di lì a pochi mesi Trotsky,
Kamenev e Zinoviev verranno prima esclusi dagli organi dirigenti del
P.C.R. e poi espulsi dallo stesso partito, Zinoviev stesso ( che era
ancora incredibilmente il Presidente dell'Internazionale) non solo non
accolse gli inviti della Sinistra ad unire le forze contro il nuovo
opportunismo, ma indirizzò tutta la sua replica contro le posizioni
'infantili’ della Sinistra, in ottima compagnia con quell'Ercoli, che
poi diventerà uno dei fedelissimi di Stalin. Nonostante esplicite
minacce, la Sinistra non tacque, ma denunciò che ormai la piramide del
movimento comunista mondiale era rovesciata. Al suo vertice non stava
più la stessa Internazionale, ma lo stato russo, che dittava sia
sull'Internazionale che sul P.C.R. Nonostante tutte le difficoltà, la
Sinistra dovette a più riprese intervenire nel dibattito per
riaffermare il giusto metodo di partito: non esistono astuzie,
espedienti o stratagemmi per evitare le difficoltà, ma l’unico metodo
corretto è quello di affrontarle direttamente, collettivamente, e con
la massima chiarezza. E' solo così che il falso dilemma tra
unitarismo a tutti i costi e sterile frazionismo cede il posto al
principio chiave del funzionamento organico del partito in ogni e
qualsiasi situazione: quello della preparazione a svolgere i suoi
compiti rivoluzionari. Questi furono gli interventi più salienti e
pregni di indimenticabili insegnamenti per le generazioni future di
rivoluzionari: "Quali sono i nostri compiti
per l'avvenire? Questa assemblea non potrebbe occuparsi seriamente di
questo problema senza porsi il problema fondamentale dei rapporti
storici fra la Russia sovietica e il mondo capitalista in tutta la sua
ampiezza e gravità. Accanto al problema della strategia rivoluzionaria
del proletariato, del movimento internazionale del contadini e
del popoli coloniali e oppressi, la questione della politica statale
del partito comunista in Russia è oggi per noi la questione più
importante. Si tratta di dare una buona soluzione al problema dei
rapporti interni di classe in Russia, si tratta di applicare le
necessarie misure in relazione all'influenza dei contadini e degli
strati piccolo borghesi che vanno sorgendo, si tratta di lottare contro
la pressione esterna, che oggi è puramente economica e diplomatica e
che forse domani sarà militare. Poiché negli altri paesi non si sono
ancora verificati sommovimenti rivoluzionari, è necessario collegare
nel modo più stretto l'intera politica russa alla politica generale
rivoluzionaria del proletariato. Non intendo approfondire qui tale
questione, ma affermo che il punto di appoggio per questa lotta si
trova certo in prima linea nella classe lavoratrice russa e nel suo
partito comunista, ma che è d'importanza fondamentale basarsi anche sul
proletariato degli Stati capitalisti. Il problema della politica russa
non può essere risolto entro il perimetro chiuso del movimento russo: è
anche assolutamente necessaria la collaborazione diretta di tutta
l'Internazionale comunista. Senza questa vera
collaborazione sorgeranno pericoli non soltanto per la strategia
rivoluzionaria in Russia, ma anche per la nostra politica negli Stati
capitalisti. Potrebbero sorgere tendenze orientate verso un
indebolimento del ruolo dei partiti comunisti. Su questo terreno noi
siamo già attaccati, naturalmente non dall'interno delle nostre file,
ma dai socialdemocratici e dagli opportunisti in genere, in rapporto
alle nostre manovre a favore dell'unità sindacale internazionale e al
nostro atteggiamento verso la Il Internazionale. Noi qui siamo tutti
d'accordo che i partiti comunisti debbono incondizionatamente mantenere
la loro indipendenza rivoluzionaria; ma è necessario mettere in guardia
contro la possibilità di una tendenza che vorrebbe sostituire i partiti
comunisti con organi di un carattere meno chiaro ed esplicito, non
poggianti sui terreno della lotta di classe ed esercitanti una funzione
di indebolimento e di neutralizzazione politica. Nella situazione
attuale, la difesa del carattere della nostra organizzazione
internazionale e comunista di partito contro qualunque tendenza
liquidatrice è un indiscutibile compito comune. Possiamo, dopo la critica da
noi rivolta alla linea generale, considerare l'Internazionale, così
come è oggi, sufficientemente preparata a questo doppio compito della
strategia in Russia e negli altri paesi? Possiamo noi esigere
l'immediata discussione di tutti i problemi russi da parte di questa
assemblea? Purtroppo, a questa domanda si deve rispondere: no! Una
seria revisione del nostro regime interno è assolutamente necessaria; è
inoltre necessario porre all'ordine del giorno del nostri partiti i
problemi della tattica in tutto il mondo e i problemi della politica
dello Stato russo; ma ciò deve avvenire mediante un nuovo corso
e metodi completamente cambiati. Nel rapporto e nelle Tesi proposte noi non troviamo alcuna garanzia sufficiente a tale fine. Non di un ottimismo ufficiale abbiamo bisogno. Dobbiamo capire che non è con i metodi così meschini come quelli che vediamo troppo spesso impiegati qui che possiamo prepararci ad assolvere i compiti importanti di fronte ai quali lo Stato maggiore della rivoluzione mondiale si trova." (VI Esecutivo Allargato dell'I.C., quinta seduta del 23 febbraio, intervento di Bordiga). Durante la discussione della questione tedesca, le stesse tesi assunsero un significato ancora più decisivo nel mettere in luce la grave deviazione ormai maturata nell'Internazionale. Questi i passi decisivi di un nuovo intervento del rappresentante della Sinistra Italiana: "La discussione sul rapporto
della commissione tedesca è arrivata a un punto tale che mi vedo
forzato a fare una seconda dichiarazione, ed anche una dichiarazione
molto netta, tanto che il compagno Ercoli ha detto che il tono di
Bordiga diventava via via più aggressivo. Io dichiaro prima di tutto che
a mio avviso un pericolo di destra esiste effettivamente. Il compagno
Ercoli pretende che, nel corso delle discussioni politiche, si debba
effettuare un'analisi esatta e stabilisce che il pericolo di destra
risiede in Francia. Io mi domando se è possibile considerare corretta,
come applicazione del metodo marxista, un'analisi che crede di poterci
indicare perfino l'indirizzo di tale pericolo di destra, e addirittura
che avrebbe eletto domicilio al numero 96 di Via de Jemappes o al 123
di via Montmartre, cioè all'indirizzo di "Revolution prolétarienne" o
del "Bulletin communiste". Forse ci sarà anche precisato che il
pericolo di destra riceve la sera dalle ore 6 alle ore 8? Questa
analisi deve essere intrapresa in maniera completamente diversa. Il
pericolo di destra esiste; esso non appare solamente nelle risoluzioni
scritte, ma prima di tutto nei fatti e nei comportamenti politici del
Komintern, così come l'ho spiegato nel mio intervento nel dibattito di
politica generale. Questo pericolo di destra
esiste ugualmente nelle risoluzioni prese qui, sia nella questioni di
politica generale, che sui problemi dei diversi partiti, la questione
del partito tedesco e del partito francese. Esso si manifesta anche nel
rifiuto di sottomettere i problemi russi a questa sessione
dell'Esecutivo Allargato. Ho già sottolineato, nel mio discorso, che
allo stato attuale le varie sezioni dell'Internazionale non sono in
grado di occuparsi della questione russa ed ho detto che ciò conferma
la mia critica. E' assolutamente indispensabile che l'Internazionale si
occupi del problema cruciale dei rapporti tra la lotta rivoluzionaria
del proletariato mondiale e la politica dello stato proletario e del
partito comunista in Russia; è indispensabile che l'Internazionale
acquisisca la capacità di risolvere questi problemi. E' auspicabile che una
resistenza di sinistra si manifesti contro questo pericolo di destra;
non dico una frazione, ma una resistenza delle sinistre a scala
internazionale. Tuttavia devo dichiarare apertamente che questa
reazione sana, utile e necessaria non può né deve prendere la forma di
una manovra o di un intrigo. Sono d'accordo con il compagno Ercoli
quando trova assurdo che dei compagni, che hanno pienamente approvato
il rapporto e le tesi del dibattito politico, si oppongano ora
all'ultimo minuto non alla deviazione di destra dell'Internazionale, ma
alla risoluzione sulla questione tedesca. Questi compagni, che non
trovano niente da dire sulla linea politica generale, passano però
all'opposizione in quanto gruppi, dirigenti o ex - dirigenti, non
essendo contenti delle risoluzioni che riguardano il loro partito e il
loro paese. E' per questo che non posso dichiararmi solidale con loro,
con la cosiddetta opposizione di ultra - sinistra. Non dico ciò per
attirarmi le simpatie della maggioranza, che considero completamente
responsabile del modo di comportarsi degli oppositori d'oggi, tanto più
che loro stessi sono stati sostenuti da questa maggioranza, che li ha
considerati come i migliori dei dirigenti. Arrivo così alla conclusione.
In ciò che concerne specialmente la questione tedesca, io penso che
bisogna dire ai bravi operai rivoluzionari tedeschi di sinistra che
devono guardarsi da due falsi orientamenti:
Ho spiegato in che senso quest'ultima attitudine è così nefasta come la prima per i rapporti tra il proletariato mondiale e la rivoluzione russa. Il partito russo e la Russia sovietica possiedono la più grande esperienza rivoluzionaria, essi soli hanno ottenuto la vittoria, ma gli operai rivoluzionari di Germania hanno anche loro la loro esperienza. Essi devono rifarsi alle lezioni da trarre dalle loro lotte e dalle loro disfatte. La loro tradizione e il loro istinto di classe meritano di essere consultati in materia di minacce di destra, che li hanno ostacolati duramente nel corso delle ultime lotte. Questa avanguardia operaia deve prendere chiaramente posizione, tanto sulla tattica del partito come si manifesta oggi con le sue manovre molto sospette verso la socialdemocrazia e la famosa campagna in favore della volontà popolare, che sulla linea generale del Komintern e sui problemi della politica del partito russo, che sono al centro della politica rivoluzionaria internazionale. Poiché la rivoluzione russa è la prima grande tappa della rivoluzione mondiale, essa è anche la nostra rivoluzione, i suoi problemi sono i nostri problemi, ciascun membro dell'Internazionale rivoluzionaria ha non soltanto il diritto, ma soprattutto il dovere di collaborare alla loro soluzione." (VI Esecutivo Allargato dell'I.C., intervento di Bordiga alla 19° seduta del 14.03.1926) Mozione presentata da Bordiga
alla 20° seduta del 15 marzo 1926, dopo il discorso di Bukarin di
chiusura sulla questione tedesca, durante il quale aveva invitato
Bordiga a fare proposte concrete. Rinviata al Plenum, la mozione restò,
come era presumibile, lettera morta: "Vorrei formulare per scritto
la mia posizione in ciò che concerne la discussione sui problemi russi.
Ho il diritto di constatare che il Plenum non ha discusso le questioni
russe, che non ha né la possibilità, né la preparazione per poterlo
fare e ciò mi dà il diritto di concludere che si tratta di un risultato
della politica generale errata dell'Internazionale e della deviazione
di destra di questa politica. Questa è la stessa constatazione che ho
fatto nel mio primo discorso durante la discussione generale. Concretamente propongo che il Congresso mondiale sia convocato l'estate prossima con all'ordine del giorno precisamente la questione dei rapporti tra la lotta rivoluzionaria del proletariato mondiale e la politica dello stato russo e del partito comunista dell'Unione Sovietica, essendo ben stabilito che la discussione di questi problemi deve essere preparata correttamente in tutte le sezioni dell'Internazionale." I fatti, come si sono svolti dopo questa riunione dell'Esecutivo Allargato dell'I.C., dimostrano che, sul piano dei rapporti di forza, la Sinistra poco poté contro forze avversarie soverchianti, tant’è che fu sconfitta su tutta la linea e fu costretta ad isolarsi sempre di più. Ma soltanto così furono stabiliti dei pilastri fondamentali per una nuova ripresa del partito, in cui la comprensione, inseparabile dalla lotta, delle ragioni oggettive di quegli eventi sfavorevoli, in quel torno, alle forze della Rivoluzione, ha trasformato, per i futuri battaglioni rivoluzionari, la debolezza di allora nella forza decisiva della vittoria futura. TESI CARATTERISTICHE E FUNZIONE DEL PARTITO NELLA FASE STORICA CONTRORIVOLUZIONARIA APERTA DALLO STALINISMO Fattori oggettivi determinarono la vittoria della controrivoluzione e dunque saranno altri fattori oggettivi, di segno opposto, che determineranno la ripresa del movimento rivoluzionario del proletariato. Fino a che non sarà nuovamente presente ed operante un movimento proletario antagonista rispetto ad ogni forma di stato e ad ogni movimento politico attualmente esistenti, sarebbe puro "attivismo" pretendere che un piccolo gruppo di uomini, animati dalla loro coscienza e volontà rivoluzionarie, attuino un qualunque programma di azione rivoluzionaria. Ciò non significa che in tutta questa fase storica, nonostante l'assenza di tale movimento proletario autonomo ed antagonista, il partito non abbia alcuna funzione. Al contrario le possibilità di vittoria del futuro movimento rivoluzionario dipendono proprio dalla capacità del partito di oggi di mantenere le corrette posizioni in ogni campo, mentre ogni questione oggi lasciata insoluta o non correttamente risolta peserà sulla compattezza del partito futuro e quindi sulla sua futura efficienza rivoluzionaria. Ciò vale non solamente per quanto riguarda questioni dottrinali o programmatiche, ma anche per quanto riguarda questioni tattiche. E' questa la tesi fondamentale che la Sinistra enunciò nel vivo della sua lotta contro lo stalinismo, prima emergente e poi trionfante. La nozione di centralismo
organico, con la quale si sintetizza il funzionamento del partito senza
il minimo inquinamento opportunista, discende direttamente dalla
suddetta tesi. Non si tratta di una formula organizzativa, in quanto,
con tale nozione, si vuole affermare che il partito indiscutibilmente
non può funzionare che in modo centralistico, ma che il centralismo, di
per sé, non garantisce il mantenimento delle corrette posizioni. Al
centralismo "burocratico" non basta opporre il centralismo
"democratico", quello cioè che si fonda sul coinvolgimento della "base"
nelle decisioni centrali. Basti l'esempio russo: nel gennaio del 1926,
dopo le conclusioni del XIV congresso del P.C.R., ci furono nella sola
Leningrado ben 652 assemblee di operai iscritti al P.C.R., da cui
risultò che ben 60.000 voti andarono alle tesi del centro stalinista,
mentre solo 2.000 all'opposizione di sinistra, che aveva la sua
roccaforte proprio a Leningrado. Il centralismo che deve caratterizzare
il partito comunista deve essere organico, deve cioè essere funzionale
al mantenimento di una teoria, di un insieme di principi e di un
programma che scavalcano i limiti dell'immediatezza per esprimere
l'obiettivo finale del comunismo. Nello stesso tempo, e proprio perciò,
un tale centralismo deve permettere la corretta valutazione dello
svolgersi della situazione storica e quindi la capacità di fissare un
insieme di direttive e norme tattiche obbligatorie per tutti. Quando,
nell'Internazionale, l'invocazione del centralismo serviva al centro
non per mantenere le giuste posizioni, ma per impedire la formazione di
ogni tendenza che si opponesse alle deviazioni dello stesso centro in
campo tattico e organizzativo, la Sinistra oppose, a tale centralismo
"burocratico", non la rivendicazione della democrazia interna, ma un
centralismo inseparabile dalla difesa di tutte le tesi rivoluzionarie.
Di fronte alle continue invocazioni alla disciplina da parte di un
centro che ormai degenerava, sosteneva che non vi è una disciplina
meccanica buona per l'attuazione di ogni ordine e disposizione
superiore e che la soluzione corretta delle questioni di indirizzo
pratico del partito non può consistere nella obbedienza assoluta alle
direttive emanate dal centro. Poiché la tattica e, in generale, la
maniera con la quale il partito agisce verso l'esterno, hanno
conseguenze all'interno della stessa organizzazione, ne deriva che una
tattica senza limiti ben definiti e determinati, noti all'insieme dei
militanti, compromette fatalmente la compattezza del partito. Il
centralismo organico non è dunque una formula sintetizzabile in qualche
statuto di organizzazione, ma siamo sicuramente al di fuori di esso,
non solo quando si deborda dalla teoria, dai principi o dal programma
storico, ma anche quando la tattica viene lasciata nel vago o non se ne
fissano limiti ben precisi. Questa lezione, continuamente ribadita
nelle tesi del 1945, del 1952, del 1964, del 1965, del 1966, era già
stata tratta con estrema lucidità e completezza nelle tesi di Lione del
1926, che già contengono un bilancio definitivo della lotta condotta
contro lo stalinismo e, nello stesso tempo, tracciano i pilastri
fondamentali sui quali soltanto potrà fondarsi il nuovo partito: "Sarebbe contro Lenin e Marx
il costruire la tattica comunista con un metodo non dialettico ma
formalistico. Sarebbe errore madornale l'asserire che i mezzi devono
corrispondere ai fini non per la loro successione storica e dialettica
nel processo dello sviluppo, ma secondo una somiglianza e una analogia
degli aspetti che mezzi e fini possono prendere dal punto di vista
immediato e quasi diremmo etico, psicologico, estetico. Non bisogna
commettere in materia di tattica lo sbaglio che anarchici e riformisti
commettono in materia di principi, allorché ad essi pare assurdo che la
soppressione delle classi e del potere statale vada preparata
attraverso il predominio di classe e lo stato dittatoriale proletario,
che l'abolizione di ogni violenza sociale si realizzi attraverso
l'impiego della violenza offensiva e difensiva, rivoluzionaria del
potere attuale e conservatrice di quello proletario. Analogamente
sbaglierebbe chi asserisse che un partito rivoluzionario deve essere in
ogni momento per la lotta, senza contare le forze di amici e nemici;
che di uno sciopero ad esempio il comunista non può propugnare che la
continuazione ad oltranza; che un comunista deve rifuggire da certi
mezzi come la dissimulazione, l'astuzia, lo spionaggio, ecc. perché
poco nobili o simpatici. La critica del marxismo e di Lenin al
superficialismo pseudo - rivoluzionario che appesta il cammino del
proletariato, costituisce lo sforzo per eliminare questi criteri
sciocchi e sentimentali dalla risoluzione dei problemi di tattica.
Questa critica è definitivamente acquisita all'esperienza del movimento
comunista… Ma quella critica
all'infantilismo non significa che in materia di tattica debbano
regnare sovrani la indeterminazione, il caos e l'arbitrio, e
che " tutti i mezzi " siano adeguati al raggiungimento dei nostri
scopi. Il dire che la garanzia della coordinazione dei mezzi agli scopi
sta nella natura rivoluzionaria acquisita dal partito e nel contributo
che alle sue decisioni portano uomini insigni o gruppi aventi dietro di
sé una brillante tradizione, è un gioco di parole non marxista. Esso
prescinde dalla ripercussione che sul partito hanno i mezzi stessi
della sua azione, nel gioco dialettico di cause ed effetti, e dalla
negazione nostra di un valore qualsiasi alle " intenzioni " che dettano
le iniziative di singoli e di gruppi; a parte il " sospetto", nel senso
non ingiurioso, su tali intenzioni da cui, come mostrano sanguinose
esperienze del passato, mai si è potuto prescindere. Lenin dice, nel suo libro
sull'infantilismo, che i mezzi tattici debbono essere prescelti, in
ordine alla realizzazione dello scopo finale rivoluzionario, attraverso
una chiara visione storica della lotta del proletariato e del suo
sbocco, e che sarebbe assurdo scartare un certo espediente tattico solo
perché sembri " brutto " o meriti la definizione di " compromesso ":
occorre invece stabilire se quel mezzo è o non è rispondente al fine.
Questo problema è sempre aperto e resterà sempre aperto come
formidabile compito dinanzi all'attività collettiva del partito e
dell'Internazionale Comunista. Se sul problema dei principi teorici,
dopo Marx e Lenin, ci possiamo dire in possesso di una sicura eredità,
senza voler dire che sia finito ogni compito di nuove ricerche teoriche
per il comunismo, lo stesso non si può dire nel campo tattico, neppure
dopo la rivoluzione russa e la esperienza dei primi anni di vita della
nuova Internazionale, a cui troppo presto Lenin è venuto a mancare. Il
problema della tattica, assai più ampio delle semplicistiche risposte
sentimentali degli " infantili ", deve essere ancora meglio lumeggiato
col contributo di tutto il movimento comunista internazionale, e di
tutta la sua esperienza antica e recente. Non è contro Marx e Lenin
l'affermare che nel risolverlo si devono perseguire delle regole di
azione, non vitali e fondamentali come i principi, ma obbligatorie sia
per i gregari che per gli organi dirigenti del movimento, che
contemplino le possibilità diverse di sviluppo delle situazioni, per
tracciare col possibile grado di precisione in quale senso dovrà
muoversi il partito quando esse presenteranno determinati aspetti. L'esame e la comprensione
delle situazioni devono essere elementi necessari delle decisioni
tattiche, ma non in quanto possano condurre, ad arbitrio dei capi, a "
improvvisazioni " ed a " sorprese ", ma in quanto segnaleranno al
movimento che è giunta l'ora di un'azione preveduta nella maggior
misura possibile. Negare la possibilità di prevedere le grandi linee
della tattica - non di prevedere le situazioni, il che è possibile con
sicurezza ancora minore - ma di prevedere che cosa dovremo fare nelle
varie ipotesi possibili sull'andamento delle situazioni oggettive,
significa negare il compito del partito, e negare la sola garanzia che
possiamo dare alla rispondenza, in ogni eventualità, degli iscritti al
partito e delle masse agli ordini del centro dirigente. In questo senso
il partito non è un esercito, e nemmeno un ingranaggio statale, ossia
un organo in cui la parte dell'autorità gerarchica è preminente e nulla
quella dell'adesione volontaria; è ovvio il notare che al membro del
partito resta sempre una via per la non esecuzione degli ordini, a cui
non si contrappongono sanzioni materiali: l'uscita dal partito stesso.
La buona tattica è quella, che allo svolto delle situazioni, quando al
centro dirigente non è dato il tempo di consultazione del partito e
meno ancora delle masse, non conduce nel seno del partito stesso e del
proletariato a ripercussioni inattese e che possano andare in senso
opposto alla affermazione della campagna rivoluzionaria. L'arte di
prevedere come il partito reagirà agli ordini, e quali ordini
otterranno la buona reazione, è l'arte della tattica rivoluzionaria:
essa non può essere affidata se non alla utilizzazione collettiva delle
esperienze di azione del passato, assommate in chiare regole di azione;
commettendo queste all'esecuzione dei dirigenti, i gregari si
assicurano che questi non tradiranno il loro mandato, e si impegnano
sostanzialmente e non apparentemente ad una esecuzione feconda e decisa
degli ordini del movimento. Non esitiamo a dire che, essendo lo stesso
partito cosa perfettibile e non perfetta, molto deve essere sacrificato
alla chiarezza e alla capacità di persuadere delle norme tattiche,
anche se ciò comporta una certa quale schematizzazione: quando le
situazioni rompessero di forza gli schemi tattici da noi preparati, non
si rimedierà cadendo nell'opportunismo e nell'eclettismo, ma si dovrà
compiere un nuovo sforzo per adeguare la linea tattica ai compiti del
partito. Non è il partito buono che dà la tattica buona, soltanto, ma è
la buona tattica che dà il buon partito, e la buona tattica non può
essere che tra quelle capite e scelte da tutti nelle linee fondamentali. Noi neghiamo sostanzialmente
che si possa mettere la sordina allo sforzo ed al lavoro collettivo del
partito per definire le norme della tattica, chiedendo una obbedienza
pura e semplice ad un uomo, o ad un comitato o ad un singolo partito
dell'Internazionale, e al suo tradizionale apparato dirigente. L'azione del partito prende un aspetto di strategia nei momenti culminanti della lotta per il potere, in cui la parte sostanziale di essa prende carattere militare. Nelle situazioni precedenti l'azione del partito non si riduce, però, alla pura funzione ideologica, propagandistica ed organizzativa, ma consiste, come si è detto, nel partecipare e agire nelle singole lotte suscitate nel proletariato. Il sistema delle norme tattiche deve essere dunque edificato appunto allo scopo di stabilire secondo quali condizioni l'intervento del partito e la sua attività in simili movimenti, la sua agitazione tra il vivo delle lotte proletarie si coordina allo scopo finale e rivoluzionario e garantisce simultaneamente il progresso utile della preparazione ideologica. organizzativa e tattica." (Dalle "Tesi di Lione", presentate dalla Sinistra al terzo congresso del P.C.d'I., gennaio 1926) La questione che angoscia tutti i
pretesi rivoluzionari, che non sanno vedere le forze oggettive che
spingono gli uomini a schierarsi nella lotta sociale, è come possa
essere 'garantita' una guida sicura del movimento rivoluzionario,
quando divergenze e lacerazioni ne impediscono una direzione unitaria.
In un testo del 1956, "La Russia nella grande rivoluzione e nella
società contemporanea", che ripercorre la genesi e la degenerazione
delle forze rivoluzionarie in Russia, si dice che una simile questione,
quella delle garanzie contro l'errore e la catastrofe di un movimento
che pure nasce rivoluzionario, non può essere sciolta con canoni
giuridici, statutari o costituzionali. Il centralismo organico,
appunto, non è una formula di organizzazione. Allora il problema
dell'autorità del movimento proletario rivoluzionario non è proponibile
in sede di filosofia morale, ma solamente in sede di interpretazione,
impugnato l'incorrotto metodo marxista, delle "tappe che traversa
turbinosamente il decorso dell'economia capitalistica mondiale". Lo
stesso testo, poi, commentando una citazione di Lenin, tratta da una
sua prefazione ad un opuscolo dell'allora suo maestro Kautsky – "Le
forze motrici e le prospettive della rivoluzione russa" - scritta
nel dicembre del 1906, si pone lo stesso problema che si poneva anche
Lenin: dove riposa l'autorità del movimento della classe proletaria?
L'ovvia risposta di Lenin e nostra è che una tale autorità non può
essere ravvisata né in singoli individui, per quanto "autorevoli" siano
(Lenin doveva mostrare la non correttezza delle tesi di Plekhanov), né
nel numero, né nella conta delle opinioni, ma solo nel partito e non in
un partito qualunque, ma in quello che abbia saputo mantenere
incorrotte tutte le posizioni e le tesi del marxismo rivoluzionario. "Nel testo del Dialogato
coi Morti abbiamo usato una potente citazione di Lenin su questo
punto: dove riposa l'autorità del movimento della classe proletaria?
Egli non parlò di numero, né di statistica conta, ma ricordò l’appoggio
sulla tradizione e l’esperienza delle lotte rivoluzionarie nei più
diversi paesi, l'utilizzazione delle lezioni di lotte operaie di tempi
anche lontani. Il corpo dei lavoratori rivoluzionari di tutti i paesi
cui egli rimandava gli ansiosi di consultazioni decisorie di difficili
problemi, come in quel punto illustrammo, non ha limiti né nel tempo né
nello spazio; non distingue, nella sua base di classe, razze, nazioni,
professioni. E mostrammo che non può nemmeno distinguere generazioni:
deve, coi viventi, ascoltare anche i morti e, in un senso che ancora
una volta rivendichiamo non mistico né letterario, i componenti della
società che avrà caratteristiche diverse e opposte a quelle del
capitalismo, che purtroppo, giusta le parole di Lenin, e quelle da lui
citate di Marx, stanno ancora stampate nei cuori e nelle carni dei
lavoratori attuali. Questa unità vastissima di
spazio e di tempo è dialetticamente concetto opposto al fascio, al
blocco immondo di tante vantate collettività che si coprono del nome di
operaie (e peggio mille volte di popolari). Si tratta di unità
qualitativa che raccoglie militanti di formazione uniforme e costante
di tutti i lidi e di tutte le epoche; e l'organismo che risolve il
problema non è che uno, il partito politico, il Partito di classe, il
partito a base internazionale. Il partito, che ritorna nelle incessanti
fondamentali richieste di Marx, di Engels, di Lenin, di tutti i
combattenti del bolscevismo e della Terza Internazionale degli anni
gloriosi. .. Ricorderemo appena le garanzie
da noi tante volte proposte e illustrate ancora nel "Dialogato".
Dottrina: il Centro non ha facoltà di mutarla da quella stabilita, sin
dalle origini, nei testi classici del movimento. Organizzazione: unica
internazionalmente, non varia per aggregazioni o fusioni, ma solo per
ammissioni individuali; gli organizzati non possono stare in altro
movimento. Tattica: le possibilità di manovra e di azione devono essere
previste da decisioni dei congressi internazionali con un sistema
chiuso. Alla base non si possono iniziare azioni non disposte dal
centro: il centro non può inventare nuove tattiche e mosse, sotto
pretesto di fatti nuovi. Il legame tra la base del
partito e il centro diviene una forma dialettica. Se il partito
esercita la dittatura della classe, nello stato e contro le classi
contro cui lo Stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito
sulla base. La dittatura non si nega con una democrazia meccanica
interna formale ma col rispetto di quei legami dialettici. Ad un certo tempo
nell'Internazionale comunista i rapporti si capovolsero: lo Stato russo
comandava sui partito russo, il partito sull'Internazionale. La
sinistra chiese che si rovesciasse questa piramide. Non seguimmo i trotzkisti e
gli anarcoidi quando fecero della lotta contro la degenerazione della
rivoluzione una questione di consultazione di basi, di democrazia
operaia o operaio contadina, di democrazia di partito. Queste formule
rimpicciolivano il problema. Sulla questione dell'Autorità generale cui il comunismo rivoluzionario deve far capo, noi ritorniamo a trovare i criteri nell'analisi economica, sociale e storica. Non è possibile far votare morti e vivi e non ancora nati. Mentre, nella originale dialettica dell’organo partito di classe, una simile operazione diviene possibile, reale e feconda, se pure in una dura, lunga strada di prove e di lotte tremende." (Cit. N. 14: "La Russia nella grande Rivoluzione e nella società contemporanea". Resoconto alla riunione di Torino, maggio 1956. Pubblicato in "Struttura economica e sociale della Russia d'oggi", ed Il Programma Comunista, 1976, pag. 736 - 739) Eppure, nonostante queste roventi e taglienti tesi, incredibile a dirsi, c’è ancora chi sostiene che la fedeltà alla Sinistra e, quindi, al marxismo tout court, non consista tanto nella capacità di elevarsi e rimanere a queste altezze, ma nella ripetizione mistica di ogni frase che sia stata scritta dai più 'illustri' rappresentanti del movimento proletario, anche se di qualcuna di esse ne risulta incomprensibile o addirittura contraddittorio il significato. Su una tale base si potrebbe fondare il 'Partito delle sante reliquie' e non il Partito Comunista Rivoluzionario, capace di intervenire nella lotta sociale come un sol uomo, proprio perché ogni aspetto del suo programma e della sua tattica è stato profondamente e collettivamente acquisito dall'intera organizzazione. La nostra tesi fondamentale è
dunque quella della assoluta priorità del Partito, nella quale si
riassumono nel modo più completo e inconfondibile tutte le
caratteristiche del Partito Rivoluzionario. La pietra miliare della
visione marxista del mondo e della storia è costituita dalla tesi che
non è la coscienza degli uomini a determinare il loro essere sociale,
ma viceversa è il loro essere sociale a determinare la loro coscienza.
Illusorie, utopistiche, reazionarie ed opportuniste sono tutte le altre
posizioni politiche, che sostengono di poter spezzare il regime
capitalistico partendo proprio dalle "coscienze individuali" ed
impostano ogni azione politica in funzione dello spostamento di tali
coscienze (che tale lotta sia pacifica o violenta poco cambia) dal
terreno dell'adesione ai miti della borghesia su quello del loro
rifiuto. Le sistematiche fini ingloriose di tutti coloro che hanno
aderito o aderiscono a tali fedi politiche non fanno altro che
dimostrare che la loro azione è determinata da "falsa coscienza". Il
proletariato non avrà bisogno di partiti che siano capaci solo di
condurlo a nuove sconfitte, come accadrebbe di sicuro se per avventura
e sventura seguisse nuovamente i movimenti che professano queste
posizioni. Il proletariato avrà bisogno del Partito Comunista Mondiale,
che, avendo tratto tutte le lezioni del passato, lo sappia guidare alla
vittoria definitiva contro il capitalismo. Solo un tale partito può
impostare in maniera consapevole la questione della sua azione ed è
proprio per questo che, in date condizioni storiche, può dispiegare
maggiore potenza dello stesso stato capitalista, che è in grado di
trarre la sua forza solo dal bruto esercizio della violenza. E' noto
che abbiamo più volte espresso tale caratteristica del partito con il
termine di "capovolgimento della prassi", per cui il rapporto azione -
coscienza si capovolge e l'azione dell'organo partito può diventare
consapevole, cosa negata a qualunque altro organismo e, a maggior
ragione, individuo. In ciò è contenuta in maniera del tutto evidente la
tesi della assoluta priorità del partito, che deve essere separato non
solo da ogni centro di potere, ma anche da tutti gli altri partiti, pur
sedicenti 'proletari' e 'rivoluzionari'. Se il Partito si confondesse
con altri organismi, la sua potenza ne risulterebbe inevitabilmente
indebolita, in quanto l'incremento numerico degli aderenti ne
limiterebbe la compattezza e l'unitarietà e dunque la sua efficienza
rivoluzionaria. Il nucleo fondamentale della concezione marxista del
partito sta dunque proprio nel fatto che l'agire consapevole del
movimento rivoluzionario viene attribuito al partito stesso, la cui
azione può essere precisamente prevista e coordinata, in ogni fase
storica, con gli scopi finali da raggiungere. Si tratta di azione
collettiva, non individuale e nemmeno di una somma semplicemente
numerica di individui, ma di una collettività, che, ricollegandosi
unitariamente, proprio nell'azione di partito, a tutta l'esperienza
storica del movimento proletario, esprime una potenza centuplicata
rispetto alla sua semplice espressione numerica. Ed anche questa
lezione è stata tratta nella lotta contro lo stalinismo e codificata
nelle Tesi di Lione del 1926: "Nell'assegnare al partito
rivoluzionario il suo posto ed il suo compito nella palingenesi della
società, la dottrina marxista fornisce la più brillante delle
risoluzioni al problema della libertà e della determinazione nella
attività dell'uomo. Riferito all'astrazione " individuo " tale problema
fornirà ancora per lungo tempo materiale alle elucubrazioni metafisiche
dei filosofi della classe dominate e decadente. Il marxismo lo pone
nella giusta luce di una concezione scientifica ed oggettiva della
società e della storia. Come è lontanissima dalla nostra concezione
l'opinione che l'individuo, e un individuo, agisca sull'ambiente
esterno deformandolo e plasmandolo a suo piacere e per una potenza
d'iniziativa trasmessagli da una virtù di tipo divino, così è per noi
condannabile la concezione volontaristica del partito, secondo cui un
piccolo gruppo di uomini, forgiatasi una professione di fede, la
diffondono e la impongono al mondo con uno sforzo gigantesco di
volontà, di attività, di eroismo. Dall'altro lato sarebbe una
concezione aberrante e stolta del marxismo quella per la quale, il
processo della storia e della rivoluzione svolgendosi secondo leggi
fisse, non resti a noi altro che indagare obiettivamente quali sono
queste leggi e tentare di formulare previsioni sull'avvenire, senza
nulla tentare nel campo dell'azione: concezione fatalistica che
equivale ad annullare la necessità dell'esistenza e della funzione del
partito. Il determinismo marxista è, non nel mezzo, ma ugualmente
superiore a queste due concezioni, nella sua potente originalità. La
soluzione data al problema è dialettica e storica, appunto perché non
aprioristica e scevra dalla pretesa che una unica astratta risposta
sia buona per tutte le epoche e tutti gli aggregati…. Si viene così, in
un certo senso, ad eliminare la indeterminatezza sul processo svolto
entro ogni individuo, col tenere conto razionalmente delle influenze
reciproche tra gli individui, con lo studio critico della economia e
della storia, avendo sgombrato il campo da ogni pregiudizio di
ideologie tradizionali. Da questo punto di partenza il marxismo
perviene a stabilire un sistema di nozioni, che non è un vangelo
immutabile e fisso, ma un vivo strumento per seguire e riconoscere le
leggi del processo della storia. Il fondamento di questo
sistema sta nelle scoperte di Marx sul determinismo economico, per cui
lo studio delle forme e dei rapporti economici e dello sviluppo
dei mezzi tecnici di produzione ci offre la piattaforma oggettiva su
cui si può solidamente poggiare la enunciazione delle leggi della vita
sociale e, in una certa misura, la previsione dello sviluppo successivo
di essa. Ricordato tutto questo, va rilevato come la soluzione finale
non è una formula immanente secondo cui, trovata questa chiave
universale, è possibile dire che, lasciando evolvere i fenomeni
economici, si determinerà senz'altro una preveduta e stabilita serie di
fatti politici. Perché se la nostra critica
equivale ad una svalutazione completa e definitiva di quello che è, per
i singoli individui, anche presentati come protagonisti dei fatti
storici, non tanto la loro azione, ma le intenzioni e prospettive a cui
si illusero di coordinarla, ciò non corrisponde a negare che un
organismo collettivo, quale il partito di classe, abbia e debba avere
una sua iniziativa e una sua volontà. La soluzione a cui si giunge è
ripetutamente formulata nei nostri testi fondamentali. L'umanità ed anche i suoi più
potenti aggregati, come classi, partiti e Stati, si sono mossi quasi
come dei balocchi nelle mani delle leggi economiche, finora ad essi in
massima parte ignote. Questi aggregati erano privi, al tempo stesso,
della coscienza teorica del processo economico e della possibilità di
dirigerlo e governarlo. Ma, per la classe che appare nell'epoca storica
presente, il proletariato, e per gli aggregati politici, partito e
Stato, che da essa devono emanare, il problema si modifica.
Questa classe è la prima che non è spinta a basare il suo avvento sulla
consolidazione di privilegi sociali e su una divisione in classi, per
assoggettarne e sfruttarne una nuova. E, nello stesso tempo, è la prima
che riesce a forgiarsi una dottrina dello svolgimento economico,
storico e sociale. appunto nel comunismo marxista. Per la prima volta dunque una
classe combatte per la soppressione delle classi in generale, e per la
soppressione della proprietà privata dei mezzi economici, in generale,
e non solo per una trasformazione delle forme sociali di essa proprietà. Il programma del proletariato
è, insieme alla sua emancipazione dalla attuale classe dominante e
privilegiata, la emancipazione della collettività umana rispetto alla
schiavitù delle leggi economiche, che esso comprende per poi dominarle
in una economia finalmente razionale e scientifica, che subirà il
diretto intervento dell'opera dell'uomo. Per questo e in questo senso
Engels scrisse che la rivoluzione proletaria segna il passaggio dal
mondo della necessità in quello della libertà. Questo non vuol dire
risuscitare il mito illusorio dell'individualismo che vuole liberare
"l'io umano" dalle influenze esterne, mentre, invece, l'intreccio di
queste tende a divenire sempre più complesso e la vita del singolo
sempre più parte indistinguibile di una vita collettiva. All'opposto,
il problema è portato altrove e la libertà e la volontà sono attribuite
ad una classe destinata a divenire lo stesso aggregato unitario umano,
in lotta un giorno contro le sole forze avverse del mondo fisico
esterno. Se solo l'umanità proletaria, da cui siamo ancora lontani, sarà libera e capace di una volontà che non sia illusione sentimentale, ma capacità di organizzare e tenere in pugno l'economia nel più largo senso della parola; se oggi la classe proletaria è pur sempre, sebbene meno delle altre classi, determinata nei limiti della propria azione da influenze ad essa esterne, l'organo invece in cui proprio si riassume il massimo di possibilità volitiva e di iniziativa in tutto il campo della sua azione è il partito politico: non certo un qualunque partito, ma il partito della classe proletaria, il Partito Comunista, legato, per così dire, da un filo ininterrotto alle ultime mete del processo avvenire. Una tale facoltà volitiva nel partito, così come la sua coscienza e preparazione teoretica, sono funzioni squisitamente collettive del partito, e la spiegazione marxista del compito assegnato, nel partito stesso, ai suoi capi sta nel considerarli come strumenti ed operatori, attraverso i quali meglio si manifestano le capacità di comprendere e spiegare i fatti e dirigere e volere le azioni, conservando sempre tali capacita la loro origine nella esistenza e nei caratteri dell’organo collettivo." (Cit. N. 15: Tesi della Sinistra Comunista al III congresso del P.C.d’I., Lione gennaio 1926. Pubblicate in "In difesa della continuità …", ed Il Programma Comunista, 1970, pag. 94 - 96) Altra tesi degenerata dallo stalinismo è quella, secondo la quale un vero partito comunista dovrebbe essere, in ogni situazione, un partito di masse. Dovrebbe avere un organizzazione numerosa, in modo da avere un'influenza politica sul proletariato, per lo meno tale da superare quella degli altri partiti 'operai', con ciò dimostrando la superiorità del programma e della tattica comunista. Si tratta di una pura e semplice parodia della tesi affermata da Lenin al III congresso dell'Internazionale Comunista nel 1921, secondo la quale, nel periodo precedente la conquista del potere, il partito deve avere un'influenza determinante sulla massa del proletariato. L'affermazione che il partito comunista deve saper essere, in ogni situazione, un partito di massa si basa su una plateale deformazione della tesi primordiale del marxismo secondo cui la storia è storia di lotte di classe. Secondo tale deformazione, per la verità non originale dello stalinismo ma di derivazione riformista ed anarchica, la lotta di classe sarebbe un fatto onnipresente in ogni angolino del mondo e in ogni istante della storia. Ergo, sarebbe compito del partito quello di saperne interpretare le manifestazioni, anche quando sono difficilmente riconoscibili, con lo scopo di dirigere la classe nelle sue conquiste quotidiane (gradualismo riformista), o nelle sue esplosioni insurrezionali, sempre possibili purché si riesca a far leva sul punto giusto (volontarismo anarchico). Nello stalinismo queste due classiche deviazioni dal marxismo si fondono, presupponendo, da una parte, un proletariato sempre in lotta contro la borghesia e, dall'altra, i vari partiti del proletariato che, dal successo immediato e dal numero dei loro sostenitori, misurano in ogni circostanza la giustezza del loro programma politico. Al contrario, secondo il marxismo incorrotto, nella storia ci sono delle fasi, anche di brevissima durata, che sconvolgono il modo di produzione esistente e gettano le basi di un nuovo modo di produzione. Queste fasi storiche sono caratterizzate da un’aspra lotta di classe; la classe rivoluzionaria è vittoriosa se riesce a distruggere lo stato preesistente, baluardo della forza e del potere politico della vecchia classe dominante, e a sostituirlo con un nuovo tipo di stato capace di esercitare la violenza rivoluzionaria contro le vecchie classi dominanti. Non tutte le fasi rivoluzionarie si concludono con una vittoria della classe rivoluzionaria, allora il modo di produzione esistente riesce a resistere e a trovare altre energie per un suo ulteriore sviluppo. Allora, se riflettiamo su ciò, ci rendiamo conto del fatto che le fasi storiche di scontro tra le classi e, a maggior ragione, quelle rappresentate da vittorie rivoluzionarie sono solo degli "attimi storici". Tuttavia ciò è quanto basta per affermare che la storia è storia di lotte di classe. Con tale tesi il marxismo vuole sostenere che l'essenza e la sostanza dei rapporti sociali sono costituite da rapporti antagonisti di classe, anche se questi socialmente si evidenziano in rarissime occasioni storiche. Se astraiamo da questi brevi periodi, la storia dell'umanità ci appare, come del resto pensano tutti i non marxisti, tutto fuorché una storia di lotte di classe. Alla luce di ciò si deve quindi intendere che, nell'epoca capitalistica, le fasi storiche in cui si può parlare di lotta di classe, in quanto il proletariato ha agito per obiettivi politici generali indipendenti, quindi come classe per sé, sono state due: la fase dal 1848 al 1871 e la fase dal 1917 al 1921; ed ambedue si sono concluse con la sconfitta del proletariato stesso. Per queste ragioni, in modo del
tutto evidente, si capisce perché, nelle fasi storiche non
rivoluzionarie, i veri partiti rivoluzionari non possono e non debbono
essere partiti di massa. Le Tesi di Lione del 1926 affrontano con
chiarezza anche questa questione: "Da tutto ciò si parte nel rispondere ai quesiti sui rapporti tra il partito e le masse proletarie, e tra il partito e gli altri partiti politici, come tra il proletariato e le altre classi sociali. Deve considerarsi erronea la formulazione tattica che dice: ogni vero partito comunista deve saper essere in ogni situazione un partito di massa; ossia avere una organizzazione numerosissima ed una influenza politica larghissima sul proletariato, per lo meno tali da superare quelle degli altri partiti sedicenti operai. Questa formulazione è una caricatura della tesi di Lenin, il quale nel 1921 stabiliva una parola d'ordine pratica e contingente giustissima, ossia che, per la conquista del potere, non bastava aver formato dei " veri " partiti comunisti e lanciarli all'offensiva insurrezionale, ma occorreva avere dei partiti potenti numericamente e prevalenti per influenza sul proletariato. Tale formula equivale all'affermazione che, nel periodo precedente la conquista del potere e nel quale si avanza verso di essa, il partito deve avere con sé le masse, deve anzitutto conquistare le masse. Di tale formula è solo, in certo modo, pericolosa la dicitura di "maggioranza delle masse", perché, nei leninisti " della lettera ", espone ed ha esposto al pericolo di interpretazioni teoretiche e tattiche socialdemocratiche. Non precisando dove si misuri la maggioranza, se nei partiti, nei sindacati, o in altri organi, pur esprimendo un concetto giustissimo ed ovviando al pericolo pratico dell'ingaggiare azioni " alla disperata " con forze insufficienti ed in momenti immaturi, essa lascia adito all'altro pericolo, di un diversivo all'azione quando questa, invece, è possibile e doverosa, quando sia affrontata con decisione ed iniziativa veramente " leninista ". Ma questa formula che il partito deve, alla vigilia della lotta per il potere, avere con sé le masse, nella balorda interpretazione degli pseudo leninisti odierni è diventata formula di squisito sapore opportunista, quando essi affermano che " in ogni situazione " deve il partito essere partito di masse. Vi sono situazioni oggettivamente sfavorevoli alla rivoluzione, e lontane da essa come rapporti delle forze (pur potendo esserne meno lontane di altre nel tempo, perché la evoluzione storica presenta - è marxismo - diversissime velocità), in cui il voler essere a tutti i costi partiti di masse e di maggioranza, il volere avere a tutti i costi preminente influenza politica, non si può raggiungere che rinunciando ai principi ed ai metodi comunisti e facendo una politica socialdemocratica e piccolo borghese. Si deve altamente dire che, in certe situazioni passate, presenti e avvenire, il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, di inerzia e di collaborazione col nemico, a seconda dei casi, e che in tanto, malgrado tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il partito comunista, senza mai rinunziare a tutte le possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto di appoggio indispensabile della sua ripresa." (Cit. N. 16: Tesi della Sinistra Comunista presentate al III congresso del P.C.d’I. Lione 1926. Pubblicate in "In difesa della continuità…", pag. 97 - 98) In questi passi risalta la tesi opposta a quella sostenuta da tutte le correnti, sia da quelle favorevoli allo stalinismo che da quelle ad esso contrarie, cioè la tesi che il proletariato, nella sua maggioranza, sia, in determinate fasi storiche, addirittura su una posizione di collaborazione col nemico. Da sottolineare altresì l'altra tesi che, malgrado tutto, le potenzialità rivoluzionarie del proletariato non vanno mai perdute, a condizione che il partito comunista sappia non deviare mai dal suo compito. Ne deriva dunque che le possibilità di vittoria del proletariato, nelle fasi storiche rivoluzionarie, dipendono dalla capacità del partito di mantenere viva la sua preparazione allo svolgimento dei propri compiti rivoluzionari proprio nelle fasi controrivoluzionarie. Le stesse Tesi di Lione, affinché non vi siano dubbi a tal proposito, affermano che "in tutti i tempi e in tutte le situazioni" l'attività del partito deve essere indirizzata a preparare le condizioni affinché il proletariato, nelle fasi rivoluzionarie che oggettivamente la storia prepara, possa uscire dalla lotta vincitore e non vinto. "L'attività del partito
non può e non deve limitarsi o solo alla conservazione della purezza
dei principi teorici e della purezza della compagine organizzativa,
oppure solo alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di
popolarità numerica. Essa deve conglobare, in tutti i tempi e in tutte
le situazioni, i tre punti seguenti: a) la difesa e la
precisazione, in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano, dei
postulati fondamentali programmatici, ossia della coscienza teorica del
movimento della classe operaia; b) l'assicurazione della
continuità della compagine organizzativa del partito, e della sua
efficienza, e la sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed
opposte all'interesse rivoluzionario del proletariato; c) la partecipazione attiva a
tutte le lotte della classe operaia, anche suscitate da interessi
parziali e limitati, per incoraggiarne lo sviluppo, ma costantemente
apportandovi il fattore del loro raccordamento con gli scopi finali
rivoluzionari, e presentando le conquiste della lotta di classe come
ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire, denunziando il
pericolo di adagiarsi sulle realizzazioni parziali come su posizioni di
arrivo e di barattare con esse le condizioni della attività e della
combattività classista del proletariato, come l'autonomia e'
l'indipendenza della sua ideologia e delle sue organizzazioni,
primissimo tra queste il partito. Scopo supremo di questa complessa attività del partito è preparare le condizioni soggettive di preparazione del proletariato, nel senso che questo sia messo in grado di approfittare delle possibilità rivoluzionarie oggettive che presenterà la storia, non appena queste si affacceranno, ed in modo da uscire dalla lotta vincitore e non vinto." (Cit. N. 17 : Tesi della Sinistra Comunista presentate al III congresso del P.C.d’I. Lione 1926. Idem, pag. 96-97) Con il 1926, la possibilità di opporsi allo stalinismo dall'interno della Internazionale Comunista, per preservare le caratteristiche rivoluzionarie dell'organizzazione sorta nel 1919, era del tutto chiusa, visto che chi allora dirigeva l'Internazionale non esitava ad usare l'apparato statale russo contro il partito. Quando ciò avverrà con regolarità fu chiaro che, analogamente a quanto era avvenuto nel 1914, il nuovo e più fetente opportunismo si era definitivamente impadronito dell'organizzazione e che, dunque, era necessario separarsi da quella organizzazione per dar vita ad un nuovo partito rivoluzionario. Non solo la Sinistra Italiana ha lavorato per questo scopo, anche altre correnti di sinistra hanno fondato nuovi partiti, prima fra tutte la corrente trotzkista. Tuttavia le tesi sostenute da queste correnti sono state e, a maggior ragione, attualmente sono, largamente diverse da quelle sostenute dalla Sinistra Italiana, in particolare per quanto riguarda l'analisi delle cause dello stalinismo e soprattutto a proposito delle lezioni tattiche da trarre dalle sconfitte del movimento rivoluzionario europeo. Già la crisi del 1914 aveva dimostrato che la debolezza delle correnti rivoluzionarie del socialismo europeo dipendeva dal non aver tratto tempestivamente, dalle divergenze tattiche, l'esigenza della separazione organizzativa, perché solo così la potenza della Rivoluzione può esplicitarsi in tutta la sua ampiezza. A maggior ragione, dalla crisi della Terza Internazionale, si doveva trarre la lezione che era possibile ricostituire il Partito Comunista Mondiale Rivoluzionario solo sulla base della assoluta omogeneità, non solo programmatica, ma anche tattica. Solo la Sinistra Italiana ha giudicato, prima inopportune, e poi devianti dalla sana impostazione rivoluzionaria, le norme tattiche che l'Internazionale ha fatto proprie, in particolare dal IV Congresso in poi (ma già anticipate al II con il 'parlamentarismo rivoluzionario' e al III con la 'conquista della maggioranza' e specialmente, immediatamente dopo, con il 'fronte unico'), a differenza dello stesso Trotsky, che ha sempre difeso l'integrità dei primi quattro congressi internazionali. Pertanto, il compito di ricostituire il Partito Comunista alla scala mondiale, è stato, oggettivamente, assegnato dalla storia solo a quelle correnti che derivano la loro attività dall'esperienza della Sinistra Italiana. La fine ingloriosa di tutti i gruppuscoli che, nel secondo dopoguerra, si sono ispirati a tesi anarchiche, maoiste, trotzkiste, o perfino staliniste ortodosse, mette ancora più in risalto questo risultato storico ormai definitivo. Dunque la funzione rivoluzionaria
primaria, dal 1926 in poi, è quella di ricostituire il Partito, come,
con le 'Tesi caratteristiche' del 1952, si è inteso fare. Tuttavia il
fatto che ad oggi un tale partito, sul piano organizzativo, sia
tutt'altro che ricostituito, ci fa intendere la complessità e l'arduità
di un tale compito, ma niente di diverso hanno fatto le generazioni di
rivoluzionari che ci hanno preceduto. Essi hanno mantenuto intatto il
vigore rivoluzionario quando non si sono fatti distogliere da questo
compito e sono caduti invece nel pantano opportunista quando si sono
fatti ammaliare da altri compiti, forse più 'gratificanti', magari
nell'illusione di poter 'attivisticamente' costituire all'immediato la
guida, se non di movimenti, almeno di avanguardie
"rivoluzionarie". Contro questi ricorrenti pericoli le Tesi del 1965 e
del 1966 rappresentano veri baluardi, in perfetta continuità con le
Tesi di Lione del 1926: "La struttura di lavoro del
nuovo movimento, convinto della grandezza della durezza e della
lunghezza storica della propria opera, che non poteva incoraggiare
elementi dubbi e desiderosi di rapida carriera perché non prometteva,
anzi escludeva successi storici a distanza visibile, si basò su
incontri frequenti di inviati di tutta la periferia organizzata, nei
quali non si pianificavano dibattiti, contraddittori e polemiche fra
tesi in contrasto, o che comunque potessero sporadicamente affiorare
dalle nostalgie del morbo antifascista, e nelle quali nulla vi era da
votare e nulla da deliberare. Vi era soltanto la continuazione organica
del grave lavoro di consegna storica delle lezioni feconde del passato
alle generazioni presenti e future, e a nuove avanguardie, che si
andranno delineando nelle file delle masse proletarie, dieci e cento
volte percosse, ingannate e deluse, e che finalmente insorgeranno
contro il fenomeno doloroso della decomposizione purulenta della
società capitalistica. Esse finalmente sentiranno, nel vivo delle loro
carni, come la forma estrema e più velenosa siano le schiere
dell'opportunismo popolaresco, dei burocrati dei grandi sindacati e dei
grandi partiti e di tutta la ridicola pleiade dei pretesi cerebrali
intellettuali ed artisti, " impegnati " o " ingaggiati " a guadagnare
qualche pagnotta alla loro deteriore attività, mettendosi, per il
tramite dei partiti traditori, al servizio da ruffiani recato alle
classi ricche e all'anima borghese e capitalistica, nel senso peggiore
delle classi intermedie ed atteggiate a popolo. Questa opera e questa dinamica
si ispirano ad insegnamenti classici di Marx e di Lenin, che dettero la
forma di tesi alla loro presentazione delle grandi verità storiche
rivoluzionarie; e queste tesi e relazioni, ligie nella loro
preparazione alle grandi tradizioni marxiste di oltre un secolo,
venivano riverberate da tutti i presenti, grazie anche alle
comunicazioni della nostra stampa, in tutte le riunioni di periferia di
gruppi locali e di convocazioni regionali, ove tale materiale storico
veniva trasportato a contatto di tutto il partito. Non avrebbe alcun
senso la obiezione che si tratti di testi perfetti irrevocabili e
immodificabili, perché lungo tutti questi anni si è sempre dichiarato,
nel nostro seno, che si trattava di materiali in continua elaborazione
e destinati a pervenire ad una forma sempre migliore e più completa,
tanto che da tutte le fila del partito, ed anche da elementi
giovanissimi, si è sempre verificato con frequenza crescente l'apporto
di contributi ammirevoli e perfettamente intonati alle linee classiche
proprie della Sinistra. E’ solo nello sviluppo in
questa direzione del lavoro, che abbiamo tratteggiato, che noi
attendiamo il dilatarsi quantitativo delle nostre file e delle
spontanee adesioni che al partito pervengono e che ne faranno un giorno
una forza sociale più grande… 2.- Il piccolo movimento
attuale si rende perfettamente conto che la grigia fase storica
attraversata rende molto difficile l'opera di utilizzazione, a forte
distanza storica, delle esperienze sorte dalle grandi lotte, e non solo
dalle clamorose vittorie, quanto dalle sconfitte sanguinose e dai
ripiegamenti senza gloria. Il forgiarsi del programma rivoluzionario,
nella corretta e non deformata visione della nostra corrente, non si
limita a rigore dottrinale e a profondità di critica storica, ma ha
bisogno come linfa vitale del collegamento con le masse ribelli, nei
periodi in cui la spinta irresistibile le determina a combattere.
Questo legame dialettico è particolarmente difficile oggi che la spinta
delle masse si è sopita e spenta per la flaccidità della crisi del
capitalismo senile, e per la sempre maggiore ignominia delle correnti
opportuniste. Pure accettando che il partito abbia un perimetro
ristretto, dobbiamo sentire che noi prepariamo il vero partito, sano ed
efficiente al tempo stesso, per il periodo storico in cui le
infamie del tessuto sociale contemporaneo faranno ritornare le masse
insorgenti all’avanguardia della storia; nel quale slancio potrebbero
ancora una volta fallire se mancasse il partito, non pletorico ma
compatto e potente, che è l’organo indispensabile della rivoluzione. Le
contraddizioni, anche dolorose, di questo periodo dovranno essere
superate traendo la lezione dialettica che ci è venuta dalle amare
delusioni dei tempi passati e segnalando con coraggio i pericoli che la
Sinistra aveva in tempo avvertiti e denunziati, e tutte le forme
insidiose che volta a volta rivestì la minacciosa infezione opportunista 3. Con tale obiettivo si svilupperà in profondità ancor maggiore il lavoro di presentazione critica delle battaglie del passato e delle ripetute reazioni della sinistra marxista e rivoluzionaria alle storiche ondate di deviazione e di smarrimento, che si sono poste da oltre un secolo sul cammino della rivoluzione proletaria. Con riferimento alle fasi in cui le condizioni di una ardente lotta tra le classi si presentarono, ma venne meno il coefficiente della teoria e strategia rivoluzionaria, e soprattutto con la storia delle vicende che inficiarono la Terza Internazionale, quando sembrava che il punto cruciale fosse stato per sempre superato, e delle posizioni critiche che la Sinistra assunse per scongiurare il pericolo che grandeggiava, e la rovina che purtroppo seguì, si potranno consacrare insegnamenti che non possono né vogliono essere ricette per il successo, ma moniti severi per difenderci da quei pericoli e da quelle debolezze in cui presero forma le insidie e i trabocchetti, quando la storia vi fece tante volte cadere le forze che sembravano votate alla causa dell’avanzata rivoluzionaria." (Cit. N. 18: Tesi del Partito Comunista Internazionale presentate a Napoli nel 1965 e a Milano nel 1966. Pubblicate in "In difesa della continuità del programma comunista", ed. Il programma Comunista, 1970, pag. 177 - 184) I comunisti non hanno il dono di cambiare le situazioni storiche in cui sono costretti a vivere e quindi, fino a che le condizioni oggettive, in cui avviene lo sfruttamento imperialistico del mondo e la corruzione opportunistica della stragrande maggioranza della classe operaia degli stessi paesi imperialisti, resteranno quelle attuali, l'ambiente sociale sarà ferocemente ostile alla ricostituzione del partito comunista. Questa è l'origine delle difficoltà che i vari partiti e gruppi richiamantisi alla Sinistra e formatisi nel secondo dopoguerra hanno dovuto scontare. Al contrario, i comunisti hanno non solo la possibilità, ma addirittura il dovere di individuare nel modo più chiaro e più tagliente possibile la funzione rivoluzionaria propria della fase storica in cui hanno avuto la ventura di nascere e di vivere. I comunisti devono aver imparato l'insegnamento decisivo della storia passata: esiste un legame indissolubile tra la soluzione vittoriosa nei momenti decisivi per le sorti della rivoluzione e la capacità del partito, nelle lunghe fasi oscure precedenti, di aver ben lavorato alla sua preparazione rivoluzionaria. La vittoria bolscevica di Ottobre è impensabile senza l'oscuro lavoro del Partito Bolscevico nei decenni precedenti, così come la sconfitta delle correnti rivoluzionarie in Europa nel 1914 deriva anche dall'immaturità di queste stesse correnti, che, prima della crisi, non avevano ben individuato i loro compiti rivoluzionari, se rimasero nello stesso partito insieme a correnti già spudoratamente opportuniste. Non si tratta di colpe e meriti personali, ma di materiali processi storici, che tuttavia oggi ci permettono di capire come sia indispensabile, ai fini della futura vittoria rivoluzionaria, individuare le esigenze che si pongono al partito in questa fase storica, e come a tale compito sia impossibile sottrarsi. Se la controrivoluzione stalinista ha degenerato il partito attraverso una serie di errori tattici ed organizzativi, l’esigenza che si pone al partito, in questa fase storica, non può essere che quella di affermare le giuste soluzioni di tutte le questioni tattiche che l'Internazionale stalinista impose con metodi amministrativi e che, viceversa, il partito dovrà risolvere senza mai abbandonare il principio del centralismo organico. Si tratta di un lavoro di partito, che non ha niente di accademico, perché una tale funzione non può essere svolta che nella convinzione che questo sia il nodo centrale da sciogliere nella attualità controrivoluzionaria, e che un tale scioglimento sia direttamente collegato alle possibilità di successo delle forze rivoluzionarie nella prossima crisi rivoluzionaria. I principi cardinali che in questo lavoro mai debbono essere dimenticati e che formano ormai il patrimonio della Sinistra sono: 1 - Il Partito deve difendere ed affermare la massima chiarezza e continuità nella dottrina comunista e non deve consentire proclamazioni di principio in contrasto anche parziale coi suoi cardini teoretici. 2 - Il Partito deve in ogni situazione storica proclamare apertamente l'integrale contenuto del suo programma quanto alle attuazioni economiche, sociali e politiche, soprattutto in ordine alla questione del potere, della sua conquista violenta con la forza armata, del suo esercizio attraverso la dittatura dello stesso Partito Comunista. 3 - Il Partito deve adottare uno stretto rigore di organizzazione, nel senso che non accetta di ingrandirsi attraverso compromessi con altri gruppi o, peggio ancora, di fare mercati tra la conquista di adesioni alla base e concessioni a pretesi capi e dirigenti. 4 - Il Partito deve lottare per una chiara comprensione storica del senso antagonista della lotta, rivendica l'iniziativa dell'assalto a tutto un mondo di ordinamenti e di tradizioni e chiama le masse alla lotta per l'offensiva e non per la difesa contro pretesi pericoli di perdere millantati vantaggi e progressi conquistati nel mondo capitalistico. 5 - Il Partito rinuncia ad ogni intermedismo e a tutta quella rosa di espedienti tattici che furono invocati con la pretesa di accelerare il cristallizzarsi della adesione di larghi strati delle masse intorno al programma rivoluzionario. Questi espedienti sono il compromesso politico, l'alleanza con altri partiti, il fronte unico, le varie formule circa lo stato usate come surrogato di dittatura proletaria. Ravvisa storicamente una delle principali condizioni del dissolversi del movimento proletario proprio nell'impiego di questi mezzi tattici, e considera coloro che deplorano la lue opportunista del movimento staliniano e, nello steso tempo, propugnano quell'armamentario tattico, nemici più pericolosi degli stalinisti medesimi. CONCLUSIONE Ad un cinquantennio ed oltre dalla fine della seconda guerra mondiale, le tesi e le posizioni fondamentali della Sinistra sono del tutto confermate. In particolare si è confermata sempre di più la tesi, nel solco dell'analisi di Lenin dell'Imperialismo, che lo stato pluralista demoliberale ha ceduto definitivamente il passo allo stato totalitario, fin dalla crisi determinata dalla prima guerra mondiale. Da allora, tutti gli stati si sono sempre di più ordinati in forme totalitarie, sia quelli che hanno mantenuto le apparenze dello stato liberale, sia quelli apertamente fascisti. Il ritorno alle forme liberali degli stati ex– fascisti, dopo la seconda guerra mondiale, non è stato un ritorno al liberalismo anche nella sostanza, perché lo stato democratico post fascista ha mantenuto e perfezionato le caratteristiche totalitarie dello stato fascista, attraverso un sempre più invadente controllo sociale, una direzione politica unitaria ed una impalcatura gerarchica fortemente centralizzata. Si conferma così che, per i comunisti, la democrazia è tutt'altro che un valore supremo da difendere contro i regimi totalitari, ma, come solo la Sinistra ha sostenuto fin dalla nascita del fascismo, la serie storica non è: fascismo, democrazia, socialismo; ma: democrazia, fascismo, socialismo. Altra conferma eclatante contenuta negli avvenimenti di questi ultimi anni è quella del carattere non socialista dell'ex - URSS. E' venuta addirittura quella prevista confessione da parte dei suoi stessi dirigenti, che molti attribuivano ad una nostra pura e semplice ingenuità. Cosa che avvalora apertamente la tesi esclusiva della Sinistra dello stalinismo come controrivoluzione, proprio perché l'inizio della separazione della politica russa dalle sorti della rivoluzione mondiale si ebbe appunto con lo stalinismo. Infine è proseguita, in questi ultimi decenni, oltre ogni immaginazione la cattura politica da parte degli stati imperialisti di ciò che resta del tradizionale 'movimento operaio', specialmente nell'Occidente europeo. Ciò conferma la nostra tesi dell'opportunismo come fenomeno non morale, ma economico - sociale, ormai dilagante e che permette agli ex- partiti socialisti e comunisti di stare alla direzione di quasi tutti gli stati capitalisti. Essi quindi fanno completamente parte e nel modo più evidente del nemico da battere, come solo la Sinistra sosteneva fin dal primo dopoguerra. A fronte di queste conferme delle nostre storiche tesi e posizioni non si è tuttavia verificato quel rafforzamento organizzativo del partito che molti legittimamente si attendevano. Al contrario tutte le organizzazioni sorte nel secondo dopoguerra e che si sono richiamate a queste tesi e posizioni hanno dovuto subire crisi e lacerazioni. Una spiegazione non corretta e tuttavia molto diffusa di questa contraddizione è quella secondo la quale sarebbe in sostanza la situazione storica controrivoluzionaria la causa delle debolezze interne del partito. Ma ciò non è vero. La nostra debolezza non può che nascere da inadeguatezze teoriche. Infatti il partito domina la realtà anche quando la situazione sociale gli è sfavorevole. Domina la realtà attraverso la coscienza di ciò che è accaduto, di ciò che accade e la previsione di ciò che accadrà. Fa tesoro delle vittorie e tira le lezioni delle sconfitte, senza mutare la natura del proprio programma, preparando, nelle sconfitte, le vittorie future. I periodi controrivoluzionari risultano proficui, quando si enuclei un gruppo di sinceri rivoluzionari ben preparato alle vittorie future. Questo nucleo non si improvvisa nel fuoco della azione ed è frutto di anni di studi, lotte, discussioni che spesso appaiono senza senso, se rapportate alla pochezza dell'azione immediata, ma che domani si riveleranno decisive alla vittoria della rivoluzione. Se ciò non fosse, allora sarebbero le situazioni rivoluzionarie a darsi il partito, sarebbe cioè il movimento a crearsi la propria organizzazione politica. Ma niente è più errato di una simile concezione politica, perché le riprese del movimento rivoluzionario mettono in risalto gli errori teorici del partito, attraverso sonore e sanguinose sconfitte pratiche del proletariato, come purtroppo è già accaduto troppe volte. Una riprova del fatto che le lacerazioni avvenute nei decenni trascorsi si debbono addebitare a insufficiente acquisizione delle nostre posizioni teoriche generali risiede nel fatto che sono state quasi sempre attribuite a cosiddette 'questioni personali', invocando il centralismo non come strumento organico del lavoro comune per la ricerca della giusta soluzione, ma come impegno morale e, quindi, fasullo, ad una disciplina fine a se stessa. In tal modo accantonando la prima delle ragioni storiche che stanno a fondamento del Partito nella attuale fase storica: la difesa della tesi che afferma che unità del partito e centralismo nell'organizzazione non possono essere separati dal mantenimento delle giuste posizioni. Non esiste, nel complesso delle nostre tesi, una sola frase che dica che, quando nel partito sorgono divergenze su questioni importanti, queste si debbono attribuire a non meglio precisate 'questioni personali'. Eppure questa è stata la panacea di ogni pretesa spiegazione di scissioni, espulsioni, allontanamenti ecc.! Dimostrando con ciò platealmente di non saper scorgere i legami tra teoria- principi- tattica- organizzazione, che è il pilastro della posizione storica della Sinistra. Non è pertinente l'obiezione che la Sinistra ha anche rivendicato il centralismo tout-court, senza aggettivi. Ciò è vero, ma solo come antidoto alla rivendicazione del metodo democratico. E' di fronte all'immondo metodo democratico che noi preferiamo perfino il centralismo burocratico, ma lo preferiamo in via eccezionale, non come ordinario metodo di funzionamento del partito, teorizzato a volte addirittura come ottimale. Infine, corollario inevitabile del ricorso alle 'questioni personali' come spiegazione delle divisioni, non poteva che essere l'imputazione di cattiva fede e di vizi intellettualistici piccolo- borghesi (insomma tutto l'armamentario "stalinista" del tutto sproporzionato nella nostra situazione) contro coloro che venivano indicati come veicoli di virus opportunisti e che, quindi, venivano estromessi dal partito, o ne uscivano volontariamente, con grande 'utilità' per chi rimaneva. La vecchia storia delle "questioni personali", da sempre, è stata usata nel partito per coprire pietose magagne. Perciò dobbiamo scavare, con l'arma appuntita della critica, e scoprire che cosa si cela dietro questo enigma delle "questioni personali". Nessuno potrà smentire l'affermazione che MAI, nelle centinaia di migliaia di frasi dedicate alla annosa questione dell'organizzazione, sia possibile riscontrare una nostra tesi che dica che, quando nel partito nascono delle divergenze e discussioni, queste sono dovute a "questioni personali". Sfidiamo chiunque a trovare una sola frase che dica questo. Eppure, le vecchie organizzazioni e partiti cosiddetti "internazionalisti" o "internazionali", hanno sempre sostenuto il ritornello delle "questioni personali", che spiegherebbero ogni cosa. E che cos'è allora questo ritornello se non il modo più semplice e comodo per spiegare il fatto dell'allontanamento dal lavoro, o perfino dall'organizzazione, di compagni fino al giorno prima militanti a tutti gli effetti e magari anche impegnati al massimo grado nel lavoro di partito? E’ così che, il sacro feticcio del centralismo senza aggettivi, è stato "salvaguardato". Tutto ciò è stato sostanzialmente consumato ed ammesso nelle vecchie organizzazioni, nonostante sia comunque fuorviante, perché in ogni caso non permette alcun passo in avanti nella preparazione del partito. Questa non dipende mai dalla buona o dalla cattiva fede di chicchessia, ma dalla capacità di individuare collettivamente le posizioni scorrette e quindi di riconfermare quelle corrette in maniera ancor più consolidata. Perciò spiegazioni del tipo: si tratta di "questioni personali", quando si pongono questioni importanti di indirizzo politico, debbono essere del tutto rifiutate perché, nel movimento comunista di tutti i tempi, MAI si è preteso di spiegare fatti politici attraverso il mezzo meschino delle cosiddette "questioni personali", se non dallo STALINISMO. Se vogliamo essere fedeli al metodo della Sinistra, la spiegazione delle passate debolezze del partito non può che risiedere nel fatto che le nozioni teoriche generali, che caratterizzano il patrimonio storico del movimento comunista, non sono state ben assimilate collettivamente. I testi ai quali la Sinistra si è sempre richiamata e che formano i capisaldi teorici , dai quali discendono sia la valutazione della situazione storica che principi tattici conseguenti, sono quelli noti a tutti e richiamati, ad esempio, nelle tesi del 1965:
Questi testi non sono suscettibili di varie interpretazioni, per cui, alla maniera del politicantismo borghese, da ogni particolare interpretazione ne debba seguire una corrente di opinione. Essi danno luogo ad una ben precisa valutazione della situazione storica uscita dalla controrivoluzione stalinista e quindi ad un ben preciso piano tattico rivoluzionario. Questa unica valutazione e questo unico piano tattico, discendenti dalla invariante ed univoca dottrina marxista, definiscono il Partito, con ciò sciogliendo ogni nodo nominalistico relativo al fatto che si debba chiamare Partito, Frazione, Corrente o che altro. L'organizzazione degli uomini, che si riconoscono o che aderiscono, qualunque sia la motivazione, a questa specifica visione della storia, agisce ed opera attraverso l'interpretazione degli avvenimenti in modo coerente con essa, interviene nel movimento di classe, se esiste, e comunque e dovunque propaganda tutte le sue posizioni per quanto le sue forze lo consentono. Ecco perché il Partito non muore mai. Potrebbe consistere, come già abbiamo scritto, perfino in un testo da tutti dimenticato e mai pubblicato. Se intorno ad esso, in una determinata fase storica, riesce o meno a consolidarsi una qualche organizzazione formale è accidente storico; in ogni caso la storia provvide e provvederà. D'altra parte, le difficoltà di questi decenni nel dar vita ad una qualche organizzazione formale in grado di elevarsi e di mantenersi al livello del Partito Storico, non fanno altro che mettere in maggior rilievo l'importanza e il senso storico di formare quel nucleo di compagni, talmente unito e compatto su ogni aspetto dell'attività del partito, che gli permetta veramente di comportarsi, in ogni sua manifestazione, come un sol uomo. Solo un nucleo siffatto potrà giocare il proprio ruolo rivoluzionario nella crisi generale del mondo capitalista che ormai molti segnali danno sempre più per prossima e non è detto che tale ruolo debba essere necessariamente del tutto secondario e insignificante. E' vero che il movimento comunista rivoluzionario è sconfitto e annientato su tutta la linea e su ogni piano, ma una nostra tesi dice anche che la velocità con cui si verificano e si arrovesciano le situazioni storiche è imprevedibile. |
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