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DIALETTICA
O MOVIMENTO
MATERIALISMO STORICO E DIALETTICO
È opinione corrente fra gli storici
della filosofia che fra il pensiero di Marx e quello di Engels esistano
differenze da non trascurare. Parrebbe ad essi che il primo rimanesse più
ancorato ai fatti e all'indagine delle cose umane ed anche se, per suo scorno,
intendeva scoprire leggi della società, avesse almeno chiaro che queste hanno
solo fondamento storico, cioè passeggero. Il secondo invece si perdeva in voli
astratti e sovrastorici, in specie quando pensava di aver scoperto nella
dialettica il motore universale della natura. Per questi talleri, il
primo sarebbe metastorico e il secondo metafisico.
Se poi tutta la cosiddetta cultura
moderna, dando per scontato che le cose umane sono di fatto indeterminabili, ha
sempre rimproverato a Marx di voler fare della storia una scienza, in
particolare attraverso lo studio della società e dell'economia politica,
perlomeno si è sempre genuflessa di fronte al sua genialità. Gli ha sempre "obtorto
collo" riconosciuto di aver fondamentalmente ragione sugli effetti deleteri del
capitalismo: del resto basta girarsi un po' in torno per rendersi conto del
grado disumanità in cui ci ha gettato questo modo di produzione.
Il "povero" Engels, invece, ha fatto
sempre la figura del sognatore tapino. Visto come un utopista mascherato da
rivoluzionario, pare abbia avuto soprattutto la fortuna di essere amico
dell'altro, il genio, e semmai gli si riconosce il merito di avergli fatto,
talvolta, da segretario e di averlo, spesso, mantenuto. Ma per quanto riguarda
la "densità" del suo pensiero, tutte le moderne baronie del sapere ci dicono che
esso tende spesso a sconfinare nella metafisica, poiché vede nella natura un
principio, il movimento, e questa per questi cialtroni è una colpa
imperdonabile. Di qui la distinzione fra materialismo storico (quello di Marx) e
materialismo dialettico (quello di Engels), ormai divenuta opinione corrente.
In realtà per quei due fraterni
compagni il problema non si poneva. Si trovarono d'accordo su tutte le questioni
che la loro epoca mise loro innanzi, dalle scelte politiche a quelle teoriche,
dalle posizioni da prendere di fronte alla storia e alle indicazioni da dare al
proletariato. Pareva che fossero gemelli tanto tendevano a dare la stessa
risoluzione ad un medesimo problema. Ma non erano nemmeno parenti.
Erano, come essi stessi si definivano,
gli applicatori di un metodo di indagine razionale a tutti gli accadimenti
umani, e questo metodo non si sono mai vergognati a dire che lo hanno copiato da
Hegel. Certo la loro dialettica poggiava le sue solide basi sui fatti materiali,
e lo spirito altro non era che in risultato dell'evoluzione della natura e
dell'uomo, ma gli schemi interpretativi erano quelli del "cane di Tubinga".
Fra i due, di materialismo storico e di
materialismo dialettico ha sempre parlato indistintamente Engels, più che Marx.
Quest'ultimo preferiva il semplice termine di dialettica, magari accostata
all'attributo razionale.
"Nella sua
forma razionale, la dialettica è scandalo e orrore per la borghesia e pei suoi
corifei dottrinari, perché nella comprensione positiva dello stato di cose
esistente include simultaneamente anche la comprensione di esso, la comprensione
del suo necessario tramonto, perché concepisce ogni forma divenuta nel fluire
del movimento, quindi anche del suo lato transeunte, perché nulla la può
intimidire ed essa è critica e rivoluzionaria per essenza."
(K. Marx, Il Capitale, Proscritto alla seconda
edizione)
Ma quale forma può avere la dialettica
se non quella razionale? Potrebbe avere quella idealistica hegeliana, ma si
tratterebbe di cattiva dialettica. La dialettica in sé per sé è scandalo e
orrore per la borghesia. Come stupirsi che più nessuno oggi si definisca
dialettico.
Il "vecchio Hegel", conformista
professore universitario prussiano che vedeva nello stato imperiale la
personificazione dello spirito etico, come poteva far scandalo? Eppure, come si
disse di Socrate, accusato di corrompere i giovani incitandoli alla ricerca
continua, il suo metodo, travalicando i suoi stessi propositi, presupponendo la
ricerca del vero, della trasformazione di tutto ciò che esiste nel non esistente
e viceversa, dell'inevitabile passaggio da questo stato di cose ad uno superiore
e diverso, inorridiva e inorridisce i depositari del pensiero dominante. E la
borghesia ha orrore di prendere atto che dovrà accomodarsi fuori dalla storia:
dovrà perire ed il suo becchino storico prima o poi dovrà sotterrarla. Nella
dialettica è contenuto il concetto di negazione e trasformazione dell'esistente.
Nulla la può intimidire! La verità trova la forza in se stessa. Essa è
rivoluzionaria per sua essenza: la vera natura della dialettica è di
essere rivoluzionaria.
Engels, da parte sua, in numerosi
scritti, nell'affrontare i rapporti fra marxismo e filosofia, definisce il suo
metodo e quello del suo caro amico differentemente a seconda dei casi. Quando
parla della storia usa il concetto di materialismo storico, quando parla di
fenomeni fisico - naturali usa materialismo dialettico. A lui preme
essenzialmente mostrare come la provenienza hegeliana abbia trovato fondamento
nello studio materiale della storia e della scienze positive. Vuole distinguersi
nella continuità.
Una cosa appare evidente analizzando
l'opera integrale dei due padri del comunismo scientifico (altra definizione
coniata da Engels): i due si erano divisi i compiti. Marx si occupò, per
l'ultimo trentennio della propria esistenza, di economia politica, perché questa
è il fondamento di ogni scienza sociale che si rispetti, precisamente
dell'analisi della struttura economica, del cosiddetto modo di produzione.
Engels, invece, pur spaziando in molti campi dello scibile umano, si concentrò
sullo studio della natura e delle scienze. Ma per quanto riguarda il metodo di
indagine, che entrambi applicarono agli argomenti che presero in esame, non può
esservi dubbio alcuno che tutti e due fossero hegeliani "fino al midollo".
Del resto la chiave per capire il
marxismo è lo studio della filosofia hegeliana. Lo aveva ben chiaro Lenin,
quando annotava sui suoi quaderni di appunti alla studio della "Scienza della
Logica":
" Non si può comprendere in
pieno Il Capitale di Marx,
ed in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e
capita tutta la Logica di Hegel. Di conseguenza dopo mezzo secolo, nessun
marxista ha capito Marx!"
(Lenin, Quaderni filosofici)
Bisogna dunque studiare bene e capire
tutta la Logica di Hegel, compito invero non facile! È significativo che
Lenin dica che nessun marxista, lui compreso, abbia fino al 1914 capito in pieno
Marx. Egli si riferisce evidentemente ai marxisti che andavano di moda nella II
Internazionale: Kautsky, Plekhanov, Liebknecht, Labriola. Non si può certo
imputare ad Engels di non aver capito Marx.
TEORIA E RIVOLUZIONE
Senza teoria niente rivoluzione. Parole
lapidarie, che esprimono il senso del lavoro nella continuità di generazioni di
militanti comunisti. La battaglia teorica, la polemica con le ideologie del
nemico di classe, da sempre sono state la premessa delle avanzate successive del
movimento proletario internazionale. Per cui vedemmo Marx, Engels, Lenin
costantemente polemizzare contro le deviazioni, che ammorbavano il movimento
operaio. Mentre la Sinistra impostò la rifondazione del movimento comunista
internazionale, proprio traendo le lezioni della controrivoluzione stalinista e
riproponendo la dottrina nella sua integrità. Ogni volta che il proletariato è
sconfitto i rivoluzionari hanno un compito preliminare da svolgere, ritornare
alle origini della teoria, riappropriarsene nei suoi fondamenti di principio e
riconfermarla alla luce di ciò che è accaduto. È ciò che è stata chiamata
restaurazione teorica.
Nella teoria si sintetizzano gli
insegnamenti della nostra storia. Guai se i principi che la infondono fossero
contraddetti dalla realtà. Questa, anche quando appare mille miglia lontana dai
nostri fini, deve sempre confermare la negazione dialettica dello stato delle
cose. Il lavoro di restaurazione, affermazione e conferma della teoria è
premessa della possibilità di ottenere vittorie in futuro. Spesso si tratta di
analizzare le cause degli errori passati proprio per non ripeterli. Seguire gli
avvenimenti, che portarono fior di rivoluzionari a dover scontare errori e
sconfitte. Ripercorrerne le polemiche. Far tesori degli sbagli. E condensare
queste lezioni in tesi, proposizioni, ma soprattutto atteggiamenti pratici, che
impegnino il futuro movimento a non seguire strade, che si sono dimostrate
disastrose.
Ma non ci può essere possibilità di
cavare le gambe da questo compito se la storia delle molte sconfitte e delle
rare vittorie non viene fatta affermando il giusto metodo, la dialettica nella
sua accezione materialista. La riproposizione integrale del metodo marxista è
comunque premessa di ogni successivo lavoro di approfondimento. E per capire la
dialettica bisogna studiare Hegel, ce lo dicono continuamente nelle loro opere
proprio Marx ed Engels, ce lo riconferma lo stesso Lenin. Perché quasi sempre,
quando di fronte ad un problema si danno due soluzioni diverse, siamo in
presenza dell'affermazione di due metodi, ed è dal metodo che dobbiamo quindi
partire. Bisogna confrontarsi con concetti come: essere, non essere, movimento,
essenza, categoria, negazione, sillogismo, spirito assoluto. Tanto per capirsi
l'armamentario classico della filosofia. E bisogna cercare di intendere queste
categorie del pensiero così come le intendevano Marx ed Engels. Solo a quel
punto saremo in grado di capire l'astrazione dei concetti che essi affermavano,
cioè il senso di ciò che essi intendevano. Bisogna che i comunisti studino e
capiscano cosa veramente sia la dialettica, cosa vuol dire che gli opposti si
compenetrano e cosa è la negazione della negazione. Bisogna esercitarsi
nell'applicazione del metodo alle cose di tutti i giorni, affermando la
dialettica negli esempi storici e quotidiani. Nella convinzione che nella teoria
si condensa progressivamente la verità del movimento comunista, e non si tratta
solo della sua memoria storica, ma dello sviluppo dell'organo celebrale della
rivoluzione. La teoria diviene così quello che l'intelletto è per il cervello,
così come il partito diverrà per la classe quello il cervello è per le membra.
LE TRE LEGGI DELLA DIALETTICA
"La dialettica, la dialettica
cosiddetta obiettiva, domina tutta la natura, e la dialettica cosiddetta
soggettiva, il pensiero dialettico, non è che il riflesso del movimento che
nella natura si manifesta sempre in opposizioni, che con il loro continuo
contrastare e con il loro finale risolversi l'una nell'altra, ossia in forme
superiori, condizionano la vita stessa della natura."
(Engels, Dialettica della Natura,
Dialettica)
Gli opposti si compenetrano
Il nostro intelletto, materia che
riflette su se stessa, vede le cose così come la natura le mostra. Però i
fenomeni naturali ci appaiono in continua contraddizione fra loro, in
opposizione apparentemente inconciliabile. Non ha qui molta importanza se questo
manifestarsi in opposizione è realmente il normale modo di manifestarsi
dell'essere, oppure è il nostro cervello che non può che tenere le cose
separate, quindi in opposizione. Sta di fatto che è nel superamento di questa
opposizione che l'intelletto razionale fa il primo passo verso la dialettica.
Già il solo prendere atto di un proprio limite è il modo per superarlo, per cui
anche il solo intuire che la sensazione di opposizione è falsa, è già un primo
passo verso il pensiero dialettico.
Le cose appaiono in opposizione fra
loro, ma poi constatiamo con nostro stupore che si tramutano una nell'altra.
Questo dà all'io un senso di vertigine, di sconforto e di impotenza, dal quale
scaturisce l'idea dei filosofi che, in definitiva, la natura sia un gran
guazzabuglio, del quale non potremo mai conoscere il senso finale. Fidandoci
così della nostra esperienza vediamo un fenomeno ora manifestarsi in una forma
ora manifestarsi nel suo opposto, quello che prima era bianco ci appare
improvvisamente come nero e viceversa.
Rifacciamoci ad Aristotele, padre del
pensiero occidentale. Egli ci dice che la verità dell'essere è l'essenza, la
quale si mostra vera attraverso le categorie. Le categorie del pensiero logico
le possiamo intendere come dei grandi schemi interpretativi che ci servono per
definire le caratteristiche di ciò che abbiamo preso in esame. Sono il modo in
cui si determina l'essere. Le più note categorie sono la sostanza, la qualità,
la quantità, lo spazio e il tempo. All'interno della sostanza troviamo tutta una
serie di principi antitetici, che la determinano, causa ed effetto, atto e
potenza, tutto e parte, vero e falso e così via all'infinito. In realtà tutti
questi concetti servono a definire i multiformi aspetti che può prendere
l'essere.
Ora il pensiero antico cerca appunto la
verità come conoscenza delle cause prime, intendendo con ciò i principi primi
che hanno condotto l'essere a manifestarsi come tale. Per gli aristotelici ogni
cosa o sarà vera o sarà falsa, o sarà in atto o sarà in potenza, o sarà una
causa o sarà un effetto, o sarà casuale o sarà determinata e così via fino
all'infinito. In questo modo, dato un certo soggetto, uomo o cosa, attraverso
l'analisi delle sue caratteristiche si giunge a definirlo come tale, cioè nella
sua verità. Questo modo di ragionare soggiace al principio d'identità, secondo
il quale la sostanza si esprime o in un modo o nel suo opposto, non può esserci
una terza soluzione al problema. In questo senso, se l'essere era la verità in
natura, il non-essere ne diviene la falsità. Cioè quello che non possiamo
determinare come vero, sarà falso. È questo il modo di ragionare di quella che
viene definita logica formale, la quale però a lungo andare si dimostra incapace
di raggiungere gli effetti desiderati, non riesce a spiegare la realtà.
La logica scientifica o dialettica
viene, invece, a mostrarci come questo modo di separare i concetti ci porti a
prendere inevitabilmente delle "cantonate". In natura le cause talvolta sono
effetti, il vero talvolta è falso e così via. E ciò si manifesta proprio quando
intendiamo assolutizzare le nostre affermazioni. Più "dilatiamo" i concetti, più
ci accorgiamo che ciò che era atto diviene potenza e ciò che era causa diviene
effetto e viceversa. Gli opposti tendono a tramutarsi l'uno nell'altro, si
compenetrano, spesso sono addirittura la stessa cosa. Non è che gli opposti non
esistano, come un "facilone" potrebbe intendere, ma esistono a determinate
condizioni, e nello stesso tempo tendono a compenetrarsi. In genere comprendiamo
questa tendenza alla compenetrazione man mano approfondiamo la conoscenza
oggettiva. Di regola dobbiamo attenderci che le basi di partenza ad un certo
punto si capovolgano, affinché possiamo proseguire sul cammino del conoscere.
L'intelletto è generalmente abituato ai
ragionamenti duali, in cui le forme del pensiero sono in opposizione, proprio
perché deve separare per comprendere. Infatti definire altro non vuol dire che
tenere separata una cosa dal resto delle altre. Quindi non dobbiamo stupirci che
il punto di partenza debba essere l'elenco delle determinazioni dell'essere in
questione, ma successivamente l'intelletto ha la capacità di capovolgere questa
dualità riconducendola all'unita del sapere, rimanendo ancorato alla più ferrea
razionalità scientifica. Questo capovolgimento può avvenire solo nel pensiero
dialettico.
Mentre nel pensiero orientale il
pensiero logico-formale è spesso superato dialetticamente, come ad esempio nel
taoismo o nel buddismo, in occidente, la filosofia prima di Hegel ha sempre
proceduto per antinomie. Cartesio, padre del razionalismo, dà per scontato che
la "res extensa", la materia, e la "res cogitans", il pensiero, siano due
sostanze diverse, che non possano venire in contatto, in definitiva intendersi.
Hume, padre dell'empirismo moderno, dubita che al di fuori dell'intelletto vi
sia qualcosa che non sia proiezione della nostra fantasia. Kant, verso il quale
tutti i filosofi di oggi si genuflettono, ammette qualcosa di materiale al di
fuori del pensiero, ma solo per atto di fede, e comunque afferma che questo
qualcosa non potrà mai essere conosciuto.
L'idea duale per antonomasia è dunque
che il pensiero sia separato dall'essere, l'io dall'oggetto, la sostanza
spirituale dalla materia, e così via. Ma dal punto di vista ontologico, delle
studio della verità dell'essere, mentre la definizione che oggetto e soggetto
siano due entità distinte sembra una grande conquista intellettuale, in realtà è
una vera e propria banalità. Seguendo un procedimento logico formale, è molto
più difficile spiegare come queste due categorie siano in realtà unite, non
separate.
Quando denominiamo la questione,
definiamo prima l'oggetto e poi il soggetto, o viceversa, così facendo teniamo
separate le due categorie per definizione. Il soggetto pensante è ciò che si
separa per comprendere l'essere. Quindi, arrivare alla conclusione che non
possiamo capire l'essere perché da esso siamo separati, vuol dire non essersi
spostati per niente dal punto di partenza. Questo si chiama ragionamento
tautologico. Quello cioè in cui nelle conclusioni vengono mantenute le premesse.
Il ragionamento dialettico invece nelle conclusioni non solo contiene le
premesse, ma anche il superamento di esse.
L'io è dunque la coscienza che si
separa dall'essere per comprenderlo. Assistiamo, nello sviluppo evolutivo della
natura verso la conoscenza, prima, ad un separarsi da sé e, poi, ad un riunirsi
a sé. Entrambi questi momenti avvengono per negazione. La prima è coscienza
della separazione dalle cose. "Definitio est negatio". Per capire bisogna
negare, separare, ben delimitare (negare il falso). Per capirsi bisogna
definirsi, separarsi, delimitarsi dal resto delle cose, dal tutto, dal mondo. La
formazione dell'io, inteso come predisposizione esclusivamente soggettiva alla
conoscenza, è un risultato dello sviluppo storico, ed è fondamentale perché è la
prima fase del processo attraverso il quale si concepisce l'essere come entità
separata ed è quindi la premessa di ogni conoscenza. Attraverso questo processo
gli uomini hanno la sensazione di essere separati dal resto delle cose. La
formazione del pensiero individuale, come risultato dello sviluppo storico della
materia, è dunque negazione della materia stessa: antitesi. Ma nella misura in
cui rimane separato dalla materia il pensiero crea le premesse per non
comprendere. Questa è una contraddizione che deve essere ontologicamente
superata nella seconda negazione: la sintesi. L'essere separato da sé, l'io,
capisce di non poter capire (Socrate). Poi capisce che si è separato per capire
e cerca di capire (Aristotele). Trova un metodo per capire (Hegel). Ma la
possibilità di capire non dipende solo da sé, ma dallo sviluppo dell'essere
stesso (Marx-Engels).
Una cosa è certa: la possibilità
dell'io di comprendere l'essere presuppone l'ulteriore negazione dell'io stesso.
Una negazione, che non è uccisione, ma superamento. L'io deve sparire come
categoria logica, nella sua dualità con l'oggetto. Il pensiero deve imparare a
superare i suoi connotati: deve spezzare il ragionamento duale, fatto di
contrasti e contraddizioni logiche, e per prima cosa lo deve fare intuendo che
tali contraddizioni sono frutto di una sua interpretazione del mondo e che,
nella realtà, non esistono come contraddizioni assolute, ma come opposti che
tendono a compenetrarsi. Deve rompere gli schemi del suo ragionare. Deve capire
che l'antinomia delle categorie, nelle quali esso è abituato a conoscere il
vero, diventa un limite ad un ragionare, che voglia inglobare l'onnilateralità
l'essere. Deve sapere altresì che non solo le categorie logiche, a talune
condizioni, si compenetrano e si influenzano e si determinano nei propri
opposti, ma si compenetrano si influenzano e si determinano l'una con l'altra.
Cioè non solo la quantità si trasforma in qualità e viceversa, non solo lo
spazio determina il tempo e viceversa, ma la qualità determina lo spazio e la
forma il tempo e così via.
Una mente che fosse in grado di
ragionare in questo modo vedrebbe la verità dell'essere e quindi potrebbe
"ricongiungersi" ad esso, capire di essere una cosa sola con la natura, la
materia, lo spirito. Marx, quando parla del concetto di alienazione, definisce
la coscienza della separazione dall'essere, come portato della separazione del
prodotto sociale dal produttore. L'uomo è lavoro, il lavoro è alienato, l'uomo è
alienato. L'uomo è separato dall'essere, perché il suo essere uomo attraverso il
lavoro sociale è separato da lui stesso, il suo è un prodotto sociale, ma
l'appropriazione di tale prodotto è individuale. Questo porta alla visione duale
della realtà. Quando l'uomo potrà, non solo socialmente produrre, ma anche
socialmente appropriarsi del proprio lavoro, allora avrà una visione di sé non
più separata dall'oggetto.
La quantità si trasforma in qualità e
viceversa
Se dalla natura togliamo dio, come
supremo motore dell'universo, rimangono solo una serie di relazioni fra le cose,
di cui all'immediato non cogliamo il senso. Queste relazioni che l'uomo tende ad
indagare in modo sempre più scientifico, man mano si sviluppano le forze
produttive, non sono altro che le leggi della materia. Queste leggi manifestano
l'incessante trasformazione delle cose una nell'altra. È un procedere dialettico
in cui ogni cosa si tramuta nel suo opposto e viceversa, in un movimento
inarrestabile. Ed il pensiero dialettico riflette questo moto perpetuo.
"Per questa filosofia non vi è
nulla di definitivo, di assoluto, di sacro; di tutte le cose e in tutte le cose
essa mostra la caducità, e null'altro esiste per essa all'infuori del processo
ininterrotto del divenire e del perire, dell'ascensione senza fine dal più basso
al più alto, di cui essa stessa non è che il riflesso pensante."
(Engels, Ludwing Feuerbach)
Il processo di trasformazione della
materia è sostanzialmente una trasformazione verso un continuo affinamento.
Anche l'affermazione: "tutto nasce e tutto muore", oppure "tutto passa" risulta
non dialettica. Tutto si trasforma continuamente in qualcosa di superiore.
Continuamente la quantità si trasforma in qualità, che a sua volta si
ritrasforma in quantità. Ed il ciclo prosegue di continuo sempre ad un livello
più alto. Si forma una spirale che incessantemente si sviluppa dal centro verso
il bordo, in un moto continuo. L'unica nozione assoluta che riconosciamo nella
materia è questa ascensione senza fine.
In natura la categoria decisiva è
quindi la qualità. Tutte le altre categorie possono essere ricondotte alla
categoria qualità, anche se non esiste cosa in natura che non possa essere
misurata, delimitata in una quantità.
Ma che cos'è la qualità? Il continuo
passaggio dall'essere al niente e viceversa determina la qualità della materia.
Come categorie logiche essere e niente sono la stessa cosa; in natura tali
categorie sono rilevabili attraverso la mediazione del movimento. Apparentemente
questa affermazione può sembrare il solito paradosso dei dialettici. Croce
chiamava la dialettica l'arte dei paradossi, ma in realtà non si dà
assolutamente niente che non sia uno stato medio tra essere e nulla. Per
capire ciò bisogna ragionare plasticamente, elasticamente, in modo da vedere
come le cose che sembrano assolutamente separate passano l'una nell'altra, per
sé stesse, attraverso ciò che esse sono, tanto che la premessa si toglie via.
La determinazione della qualità avviene
attraverso un processo di delimitazione o separazione, in definitiva attraverso
una negazione. È così che nell'intelletto si origina il riflesso della realtà:
il continuo passaggio dell'essere al niente e viceversa prende forma coma idea
determinata nel nostro cervello. Ma questa qualità, che originariamente
consideriamo statica, noi sappiamo essere solo una fase di passaggio del
continuo movimento dell'essere, fase che contiene già in sé la sua
contraddizione, che è la premessa del suo mutamento. Cosa che, come specifica
forma dell'attività ideale umana, non nasce solo in modo contemplativo nella
testa, ma, con l'aiuto decisivo della testa, nella reale attività oggettiva
dell'uomo sociale, che comprende, come strumento fondamentale ed obiettivo di
espressione del pensiero, il linguaggio.
La quantità diviene così il grado di
intensità della qualità. La quantità presuppone il concetto di misurazione,
quindi di numero. La misurazione presuppone il ricorso alle categorie di spazio
e di tempo. La quantità misura un qualcosa che dovrebbe restare sempre
immutabile. C'è più verde o meno verde in quel colore, ci sono più o meno
chilometri in quella strada ed occorre un'ora per percorrerla. Parrebbe che il
verde rimanga sempre verde e la strada sia sempre la stessa; ma non è così:
aggiungendo o togliendo colore ad un certo punto il verde si tramuterà in
qualcos'altro, mentre anche la strada non rimarrà insensibile agli sbalzi di
quantità.
Anche la misura, che sembra un dato
così certo e sensibile, alla prova dei fatti si dimostra una categoria assai
poco determinata. Il metro sarà quel tale pezzo di un tale materiale, che in un
tal giorno, in un tal posto, con una tale pressione atmosferica, un tal calore e
una tale altitudine, mi daranno una tale misura. Avere le stesse condizioni in
un'altra situazione è praticamente impossibile. Per cui se prendo cento metri
diversi, avrò cento misurazioni diverse. Ciò non toglie che quando io dico ad
una merciaia: "voglio un metro di stoffa", questa intenda una cosa ben precisa.
Spazio e tempo due sono concetti
correlati alla quantità dell'essere. Quindi, riassumendo, l'essere si manifesta
come rapporto misurabile di qualità e quantità, e ciò può avvenire solo in uno
spazio e in un tempo dati. Questo è il modo in cui generalmente il nostro
intelletto si avvicina alla realtà.
Ora, nel pensiero, basta fare
attenzione a non considerare queste categorie logiche, che altro non sono che il
riflesso di ciò che avviene in natura, come un qualcosa di eternamente separato.
Se, per definire questi concetti, abbiamo bisogno di tenerli distinti, dobbiamo
attenderci che, ad un certo punto del nostro procedere verso la conoscenza,
queste categorie, in apparente contraddizione, comincino a compenetrarsi e ad
influire l'una sull'altra, a trasformarsi l'una nell'altra. Anzi dobbiamo fin
dall'inizio sapere che non ci sarà progresso verso il vero, fino a quando la
ricerca non ci imporrà di capovolgere le basi di partenza del nostro cammino.
Non dovremo stupirci che la qualità si trasformi in quantità e viceversa, che lo
spazio influenzi il tempo e viceversa, ma nemmeno che la qualità si trasformi in
spazio in tempo o che la misura cambi in rapporto allo spazio o al tempo, e così
via. Tutto ciò non va inteso come eclettismo o pura indeterminazione, ma come
elasticità che oggettivamente riflette l'onnilateralità del processo materiale e
la sua unità. È la dialettica, è il corretto rispecchiamento dell'eterno
sviluppo della materia.
La negazione della negazione
La credenza dell'immaginazione comune
che il progresso avvenga senza scosse, in modo da avere un costante aumento
quantitativo, è negata dal procedere per salti qualitativi della materia, della
natura e della storia. Il continuo passare dall'essere al non essere, dal
positivo al negativo, dal nascere al perire, l'apparire dal nulla di elementi
non contemplati precedentemente è il normale sviluppo delle cose. Il pensiero
logico formale vive ciò come impossibilità di accedere alla verità; il pensiero
dialettico, invece, prende atto di questo procedere della natura e predispone in
sé gli strumenti logici per comprenderlo.
Il naturale svilupparsi delle antinomie
logiche l'una nell'altra, l'incessante trasformarsi della qualità in quantità e
viceversa, il mutarsi dello spazio nel tempo e viceversa, altro non è che il
riflesso nella nostra mente di continue negazioni improvvise di ciò che era dato
per scontato precedentemente. Il continuo compenetrarsi degli opposti l'uno
nell'altro, il rivelarsi di concetti contrastanti come medesimi, il negarsi
continuo di una cosa nell'altra, il procedere dal nulla al tutto e viceversa,
tutti questi sono modi di esprimere il normale sviluppo di tutto ciò che esiste.
L'aumento quantitativo di calore nella
materia comporta salti di qualità strutturali, che ci appaiono come cambiamenti
improvvisi e, allo stesso modo, l'innalzamento delle forze produttive in
economia comporta salti qualitativi nei rapporti sociali fra gli uomini. Quello
che pareva essere una condizione del progressivo svilupparsi, improvvisamente si
mostra nella sua contraddizione come un obiettivo impedimento, in un incessante
ciclo di nascita, sviluppo e morte. Dobbiamo attenderci che dal niente si abbia
la nascita e che nello sviluppo sia contenuta la morte, che a sua volta sarà
condizione di ulteriore progresso. Per questo dal progresso economico possiamo
attenderci delle crisi e delle guerre, ma anche dalle crisi e dalle guerre
possiamo attenderci delle rivoluzioni, che saranno la premessa di un successivo
sviluppo della storia.
Il pensiero logico formale, cosiddetto
sofistico o tautologico, afferma nelle conclusioni soltanto quello che ha posto
nelle premesse, senza mai considerare la possibilità di negare, superare o
modificare il punto da cui muove. Al contrario, il pensiero dialettico è sempre
superamento delle premesse e delle antinomie, che lo sviluppo delle premesse
stesse comporta. Se il pensiero, nel suo procedere indagando la natura, non
potesse superare le enunciazioni di partenza, sarebbe impossibile lo sviluppo
della scienza. La scienza è, infatti, procedere dall'errato al vero, pertanto
eventuali premesse errate devono essere accantonate nello sviluppo dell'indagine
conoscitiva. La dialettica permette di giungere a queste acquisizioni attraverso
un procedere di negazioni di negazioni.
In generale la tesi espressa
all'inizio, ad un certo punto del suo sviluppo, si trasforma nella sua antitesi,
prima negazione; il successivo sviluppo dell'antitesi comporterà un ulteriore
stadio di sintesi, seconda negazione. Alla fine di questo processo, nella
sintesi avremo sia l'unione, che il superamento delle prime due premesse. La
sintesi sarà qualcosa di quantitativamente e qualitativamente superiore.
L'idea che due negazioni affermino, nel
senso che riconducano al punto di partenza, si dimostra così alquanto errata.
Nel terzo termine ci può essere il superamento del primo, è così che avviene il
progresso del conoscere. In questo progresso le antitesi sono sempre premessa di
altre antitesi, ed i termini sono sempre negati da altri termini, dove le
sintesi sono nel contempo punti di superamento e premesse per altre negazioni.
In questo procedere, non puramente e formalmente antinomico e contraddittorio,
si possono accantonare successivamente le premesse erronee, si può disincrostare
la verità dalle scorie del falso. In genere questo è il normale procedere del
pensiero scientifico.
Anche le usuali figure della logica,
alla luce di questa impostazione dialettica, assumono un significato affatto
nuovo e vitale. Viene accantonato lo stantio principio di identità ed i suoi
correlati logici, il terzo escluso e l'analogia. Il pensiero può spezzare le
pastoie della formalità. A sarà uguale non solo ad A, ma anche a non A e, nel
contempo, sarà diverso da A e non A. Il pensiero analogico vedrà così
sgretolarsi il terreno sotto i piedi. Il sillogismo, nella superiore forma
dialettica, potrà così afferrare il complesso senso della realtà. Non ci sarà
più il vuoto passaggio deduttivo dall'universale al particolare, a cui fa
riscontro l'altrettanto inconcludente induttivo passaggio dal particolare
all'universale. Ma il concetto medio assumerà anche la posizione di estremo, e
gli estremi potranno essere medi. Il cervello umano, la natura e l'intelletto,
tre categorie che teniamo separate per non confondere gli spiriti deboli,
potranno interagire integrandosi e separandosi a piacimento in un eterno
movimento di ricerca del vero. E di volta in volta potranno essere termine
superiore, medio o inferiore - tesi antitesi o sintesi - affermazione, negazione
o negazione della negazione - a seconda che l'indagine scientifica lo pretenda.
IL METODO SCIENTIFICO
PENSIERO, MATERIA, ENERGIA
"Il materialismo dialettico non ha più
bisogno di una filosofia che stia al di sopra delle scienze. Tutto ciò che
resta, dell'intera filosofia che fino ad oggi si è avuta, è la dottrina del
pensiero e delle sue leggi: la logica formale e la dialettica. Tutto il resto
passa nella scienza positiva della natura e della storia."
( Engels)
In questo senso la delimitazione del
campo d'indagine della filosofia è evidente; essa deve studiare il metodo
attraverso il quale l'intelletto raggiunge il vero. È la dialettica il campo di
studio della filosofia, oppure, come direbbe Hegel, la scienza della logica.
In un certo senso alla filosofia rimane solo lo studio della "metafisica",
intesa come scienza del metodo concretamente ancorata alla realtà.
Se la filosofia studia l'organizzazione
del pensiero è da "che cos'è il pensiero" che dobbiamo partire. Da materialisti
non possiamo non considerare il pensiero come il risultato dell'evoluzione della
razza umana, che a sua volta è il risultato dello sviluppo della natura. In
definitiva il pensiero è il risultato dello sviluppo della materia. Il pensiero
è il modo in cui la materia riflette su se stessa. La materia è in grado di
pensare, pensarsi e comprendersi. Il pensiero è un attributo della materia.
"La materia si muove in un eterno
ciclo. È un ciclo che si conclude in intervalli di tempo
per il quale il nostro anno terrestre non è
assolutamente metro sufficiente; un ciclo, nel quale il periodo dello sviluppo
più elevato - quello della vita organica e anzi della stessa vita - occupa un
posto ristretto quanto lo spazio nel quale si fanno strada la vita e la
coscienza; un ciclo, nel quale tutte le manifestazioni della materia - sole o
nebulosa, animale o specie, combinazione o separazione chimica - sono ugualmente
caduche. In esso non vi è nulla di eterno se non la materia che eternamente si
trasforma, eternamente si muove, e le leggi secondo le quali essa si trasforma e
si muove. Ma per quanto spesso, per quanto inflessibilmente questo ciclo si
possa compiere nello spazio e nel tempo; per quanti milioni di terre e di soli
possano nascere e perire; per quanto tempo possa trascorrere finché su un solo
pianeta di un sistema solare si stabiliscano condizioni necessarie alla vita
organica; per quanti innumerevoli esseri organici debbano sorgere e scomparire
prima che tra di essi si sviluppino animali dotati di cervello pensante e
trovino per un breve intervallo di tempo condizioni atte alla vita, per essere
poi anche essi distrutti senza pietà, noi abbiamo la certezza che in tutti i
suoi momenti rimane eternamente la stessa, che nessuno dei suoi attributi può
mai andare perduto e che perciò essa deve di nuovo creare, in un altro tempo e
in un altro luogo, il suo più alto frutto, lo spirito pensante, per quella
stessa ferrea necessità che porterà alla scomparsa di esso sulla terra."
(F. Engels, Dialettica della
Natura, Introduzione)
Il pensiero si organizza per
comprendere la materia e lo fa, attraverso l’intelletto, seguendo schemi logici
interpretativi, che in definitiva sottintendono il principio della separazione.
Separa la moltitudine di dati che gli si presentano inchiavardandoli nelle
categorie: la quantità, la qualità, il brutto e il bello e così via. È la
vecchia logica formale aristotelica, non ancora superata nel pensiero
dialettico. Ma dal punto di vista della conoscenza duale, cioè della conoscenza
che vede separato il soggetto dall'essere, nessun filosofo prima di Hegel ha
fatto un serio passo in avanti rispetto alla logica aristotelica. Del resto la
distinzione cartesiana fra "rex cogitans" e "rex extensa", fra pensiero e
materia, intese come due sostanze separate e incomunicabili, riflette il
concetto aristotelico di categoria antinomicamente opposta al suo contrario. Ed
il massimo che la filosofia non dialettica abbia saputo esprimere è la
concezione kantiana della cosa in sé, del noumeno, una sostanza totalmente posta
fuori dal pensiero, tanto da non essere conoscibile, una sorta di riedizione
teutonica della dualità cartesiana.
Infine, se si parla materialmente del
pensiero, bisogna parlare dell'organo ove esso risiede, il cervello. Ma a
tutt'oggi nessuno ancora sa bene cosa sia il cervello umano. Gli scienziati
hanno incominciato a studiare le funzioni logiche del cervello, ma ancora non
comprendono dove risiedono le capacità di critica, sentimento, decisione cioè
tutte quelle di tipo cosiddetto superiore. Quindi la scienza non può venirci
incontro nello studio delle superiori attività intellettive. Per cui l'attività
della comprensione, la cosiddetta attività critica o di giudizio vengono ancor
oggi abbandonati al campo della filosofia.
Addentriamoci dunque nella definizione
di materia. Gli antichi la definivano come l'origine di tutte le cose. Come
mater, la madre di tutto. Sarebbe sciocco cercare in essa qualcosa di
solido in contrapposizione allo spirito. Quando andiamo a vedere che cosa ci sia
all'origine della materia troviamo l'atomo, cioè energia che si muove nel vuoto:
una astrazione che si muove nel niente. La materia è energia in movimento e
l'energia è una forza che lavora. Finora ci siamo mantenuti su concetti come
materia, forza, energia, concetti che sono empiricamente indefinibili. La stessa
fisica li determina come principi fondanti, che hanno la propria spiegazione nel
fatto di non essere mai stati contraddetti in fase sperimentale. Così i fisici
si limitano a prendere atto di ciò che definiscono principi e, siccome tutto si
muove e si riscalda e viceversa, presuppongono che ci sia qualcosa che lo
determina. Essi chiamano questo determinarsi energia e così convengono che
questo è il campo di azione del loro lavoro. Si preoccupano perciò di come
tutto ciò avviene, disinteressandosi del perché. Il principio è ciò che
non si può spiegare, ma che l'esperienza ci dimostra sempre vero, giorno dopo
giorno. Una sorta di misticismo empirista, comunque un modo di procedere che non
poggia solidamente sul dato sensibilmente certo, come invece gli scienziati
vorrebbero dare ad intendere.
Secondo Eistein l'energia è data dalla
famosa formula massa per il quadrato della velocità E=mc². Dove E
sta per energia, cioè forza, capacità di movimento, lavoro più calore. Mentre
m sta per massa, quantità di materia. Infine c è la velocità di
movimento dell'una o dell'altra. Tutti i fisici sono più o meno concordi che in
questa formula sia racchiuso il segreto ultimo dell'analisi della natura.
Vediamo il suo significato ontologico, cioè quello ultimo riferito all'essere.
Il simbolo = significa che tutto si muove fra uno stato di energia e di
massa in relazione al quadrato della velocità. Questa formula è un'uguaglianza
che ci dice che possiamo trovare la materia o sotto forma di energia o sotto
forma di massa.
L'energia, come s'è detto, può
esprimersi o sotto forma di calore o sotto forma di lavoro. Questo vuol dire che
l'energia e ciò che fa spostare gli oggetti o li fa passare da uno stato freddo
a uno caldo e viceversa. Da parte sua m è tutto ciò che si può pesare e
misurare. Sarebbe un po' come intendere la materia nel senso materiale, fisico
del termine, la quantità delle cose, l'insieme degli oggetti. Anche questa
massa, nella sua materialità, è un termine misterioso, non si capisce bene cosa
sia.
Infine c² cioè una quantità di
movimento che determina il passaggio da uno stadio ad un altro. Infatti se
moltiplico la massa per il quadrato della sua velocità ottengo energia, ma se
divido l'energia per il quadrato della velocità ottengo massa. Dunque tutta la
materia è un continuo passaggio da uno stato di energia ad uno di solidità a
seconda della quantità di movimento che determina il processo. Non può esserci
energia se non c'è massa, ma non può esserci massa se non c'è energia. Non c'è
più energia se faccio sparire il movimento e viceversa. Più la materia si muove
e più assomiglia all'energia, più sta ferma e più assomiglia alla massa. Se
faccio muovere vertiginosamente la massa ottengo energia, se rallento l'energia
ottengo della massa. Ma i passaggi non sono solo quantitativi.
Se vado a vedere cosa c'è alla base
della materia trovo l'atomo, cioè energia che si muove secondo un senso
compiuto. Se vado a vedere cosa c'è dentro la pura energia ci trovo una piccola
massa. Tutto si trasforma dallo stato di energia a quello di massa. Per liberare
energie devo spezzare ciò che vincola la massa, la sua conformazione atomica,
per creare massa devo imbrigliare energia.
La massa è materia che si comporta in modo organizzato,
l'energia è materia che ha perso ogni vincolo, in pura libertà.
E il movimento? Questo è dato dalla
radice quadrata di tutto ciò che è energia diviso tutto ciò che è massa. Dunque
più la materia si presenta sotto l'aspetto di energia e più ci sarà movimento e
viceversa. Quando tutta la materia si presenta sotto forma di energia non c'è
più movimento e così anche quando si presente sotto forma di massa.
Possiamo postulare l'idea che tutto
l'universo sia racchiuso nella formula di Einstein.
Allora, essendo questa un'uguaglianza,
la materia o mi si mostra sotto forma di energia o mi si mostra sotto forma di
massa. Tutta l'energia dell'universo è data da tutta la massa per il quadrato
del movimento e tutta la massa è data da tutta l'energia diviso il quadrato del
movimento. Ma che cosa decide se la materia mi si presenta sotto forma di
energia o di massa? Evidentemente la categoria movimento. Perché energia e massa
sono la stessa cosa espressa in maniera diversa. Sono diverse qualità
dell'essere. Perché l'una si trasformi nell'altra occorrono dei salti
qualitativi, ma al tempo stesso è la quantità che si trasforma in qualità e
viceversa.
Ora, la formula di Einstein ci dice
che, siccome in natura non esiste niente che vada più veloce della luce, io
posso dare energia alla massa fino alla velocità della luce; oltre questo limite
la massa non aumenta di velocità ma non può che aumentare essa stessa. Questo
significa molto semplicemente che quello che noi chiamiamo massa altro non è
energia che ha superato la velocità della luce e viceversa quello che chiamiamo
energia altro non è che massa che è stata fermata. Questa affermazione ad un
fisico apparirà una deduzione metafisica, però, dal punto di vista concettuale,
ha una sua forza razionale e, dunque, ha valore ontologico. Per gli scienziati
infatti, ciò che non si può misurare non esiste, dunque fino a quando non
troveranno qualcosa che superi la velocità della luce non avranno mai il
coraggio di addentrarsi in salti di qualità. Se guardo l'atomo trovo energia che
si muove vorticosamente, e se interrompo questo vorticoso moto di protoni
elettroni e neutroni, spezzando questo sistema, libero una quantità spropositata
di energia. Dunque la materia si organizza secondo le leggi del movimento, il
movimento è il supremo regolatore della materia e ciò avviene non in modo
rettilineo ma per salti di qualità.
ESPERIENZA E TEORIA
L'apparente contraddizione, che da
sempre divide i filosofi, fra fatti e astrazioni, fra dati empirici e conoscenze
razionali, fra finito ed infinito, fra universali e particolari, fra deduzione
ed induzione, in definitiva, fra esperienza e teoria, è superata nell'evidenza
dialettica che queste categorie trapassano continuamente l'una nell'altra, e
pertanto sono la stessa cosa. Questi due corni del problema, queste apparenti
contraddizioni, interagendo perennemente, in un continuo processo di conferme e
smentite, sovrapponendosi e giustapponendosi in un eterno dibattito, che avviene
all'interno dei cervelli umani in evoluzione, rappresentano la forma, che prende
il percorso seguito dalla natura per conoscersi, attraverso l'uomo.
Ogni scienza, che voglia definirsi
tale, non può che partire dai fatti.
"Siamo tutti d'accordo sul fatto che in
ogni campo della scienza, nella natura come nella storia, bisogna prendere le
mosse dai fatti a noi dati, nelle scienze naturali quindi dalle diverse forme
oggettive e di movimento della materia; che quindi i nessi, anche nella scienza
teorica della natura, non debbano essere introdotti bell'e costruiti nei fatti,
ma debbono essere scoperti partendo da essi, e, una volta scoperti, debbono
essere dimostrati sperimentalmente, per quanto possibile."
(Engels, Dialettica della natura, Prima
prefazione all' "Antidühring")
Ma la scienza non può essere semplice
elencazione dei fatti.
""Noi possiamo conoscere solo il finito
ecc.". Questo è del tutto giusto, nel senso limitato che soltanto oggetti finiti
cadono nel dominio della nostra conoscenza. Ma la proposizione ha necessità del
completamento: "Noi possiamo in definitiva conoscere solo l'infinito". Di
fatto, ogni conoscere effettivo, esauriente, consiste soltanto in ciò: che noi
con il pensiero eleviamo il singolo dalla singolarità alla particolarità e da
quest'ultima alla generalità, che noi ritroviamo e stabiliamo l'infinito nel
finito, l'eterno nel caduco. La forma della generalità è però forma chiusa in
sé, con ciò infinita; essa è la sintesi dei molti finiti nell'infinito. (…)
La forma della generalità nella natura
è legge, e nessuno più dello scienziato naturalista ha sulla bocca
l'eternità delle leggi naturali."
(Engels, Dialettica della natura, Dialettica)
Dunque la scienza è ricerca di leggi
della natura. Dove le leggi altro non sono che il continuo tentativo di ridurre
i fatti a generalizzazioni astratte. L'intelletto è il regno dell'astrazione,
perché il cervello non può che intendere le cose in maniera astratta. Anche ciò
che chiamiamo esperienza, altro non è che rappresentazione astratta della
realtà. Il vero è quindi racchiuso nella facoltà dell'intelletto umano di
ricondurre il particolare all'universale.
La filosofia empirista vuole costruire
una teoria della conoscenza partendo dal dato sensibile. Per questo motivo dice
di voler ricorrere solo all'esperienza dei cinque sensi per definire dei
principi basilari, per poi passare dal particolare all'universale, attraverso il
processo di induzione. Ma voler rimanere alla sola esperienza sensibile vuol
dire voler considerare solo cinque lati della possibilità di conoscere, solo
cinque rappresentazioni della realtà. Mentre la verità della realtà ha infiniti
lati, questa onnilateralità può essere ricomposta solo attraverso un superiore
processo conoscitivo di astrazioni che chiamiamo leggi. E ciò è possibile solo
attraverso l’uso delle facoltà razionali del cervello umano, un uso tale da
implicare e, nello stesso tempo, travalicare la stessa umana attività sensibile.
Per un empirista quello che non si vede
non esiste. Questo modo di ragionare porta a conclusioni assurde del tipo "i
microrganismi patogeni hanno cominciato ad agire quando il microscopio ce li ha
fatti vedere". Ma la gente è sempre morta di peste, anche prima che Yersin ne
scoprisse il bacillo, solo che si credeva che fossero gli "untori" a diffondere
il contagio. Ed oggi si può ragionevolmente pensare che anche prima della
scoperta del microscopio la sporcizia e la denutrizione favorissero il
diffondersi di tale morbo.
È nella trasmissione di universali
astratti che possiamo trovare un punto di contatto con altri soggetti. Quando
affermiamo "sono le ore nove" la verità di questa proposizione sta nel concetto
universale di ora, la quale è vera perché immutabile. Il particolare del
trascorrere del tempo: sono le ore dieci, sono le ore le undici e così via
all'infinito, non muta il fatto che le ore si presentino sempre nella stessa
forma propositiva. Il termine ora rimane invariato, il numero di ore muta
vertiginosamente. Più il concetto risulterà essere astratto, più risulterà
essere vero in ogni situazione contingente, più risulterà essere comprensibile e
trasmissibile ad altro soggetto. Tutti sanno comprendere l'astrazione del tempo,
ma è assai difficile determinare esattamente il passaggio del tempo, l'ora
esatta.
Ma in che modo queste astrazioni si
formano nel cervello umano? I razionalisti del XVII secolo obiettavano agli
empiristi che i fatti del mondo sono spesso strani e non possono essere compresi
attraverso i sensi. Anzi questi ci danno una rappresentazione bugiarda della
realtà. Per questi filosofi bisognava fidarsi del solo pensiero, che attraverso
la definizione di puri concetti elementari, come l'unità o lo 0, lo spazio e il
punto poteva successivamente ricostruire la complessità del mondo. La matematica
e la geometria nella loro pura astrazione rappresentavano la verità delle cose.
Costruiti i teoremi si sarebbero potuti spiegare per deduzione i fatti.
L'errore, di segno opposto a quello
empirista, fatto dal razionalismo era nel voler tenere separati i fatti dalla
ragione, per cui era costretto a ricorre ad originari "semina scientiae" da cui
avrebbe avuto origine il sapere, e chi se non dio poteva aver messo tali semi
nella zucca dell'uomo?
Ma se vediamo l'uomo come un animale in
continua evoluzione, se lo studiamo come uno entomologo studia una mosca, allora
questa "insanabile" contraddizione fra concetto e esperienza si dissolve. Le
categorie logiche divengono innanzitutto il riflesso della storia umana.
Nella sua attività pratica l'uomo ha
dinanzi a sé il mondo oggettivo, dipende da esso, determina per suo tramite la
propria attività. Originariamente le cause dei fenomeni gli appaiono come un che
di estrinseco, di secondario, di occulto. Attraverso la tecnica e la scienza
l'uomo si appropria della natura, e nel farlo la conosce sempre meglio.
L'attività umana ha dovuto condurre la coscienza dell'uomo a ripetere miliardi
di volte le diverse categorie logiche, affinché tali figure potessero assumere
il significato di assiomi. Questo sedimentarsi di milioni di anni di esperienze
generazionali nella specie umana rappresenta quello che chiamiamo teoria.
All'individuo sembra che essa esista indipendentemente da lui (di qui deriva
ogni forma di idealismo), e in effetti essa deriva proprio dall'esperienza,
dalle tradizioni, dalla cultura che i popoli hanno progressivamente prodotto,
come riflesso del grado d'innalzamento delle forze produttive, che hanno saputo
dispiegare.
Ad un certo punto dell'evoluzione della
specie, le astrazioni che si formano nella mente umana cominciano a rispecchiare
sempre più complessamente la verità della natura. Ed anche se l'uomo non può
afferrare la natura nella sua totalità immediata, a questa verità assoluta
eternamente si avvicina, in un processo asintotico infinito, creando astrazioni,
concetti, leggi, un'immagine scientifica del mondo e così via.
"L'astrazione della materia,
della legge di natura, l'astrazione del valore, ecc., in breve
tutte le astrazioni scientifiche (corrette, serie, non assurde) rispecchiano la
natura in modo più profondo, fedele e compiuto. Dalla vivente intuizione
al pensiero astratto e da questo alla prassi: ecco il cammino dialettico
della conoscenza della verità, della conoscenza della realtà oggettiva."
(Lenin, Quaderni filosofici)
Allo stesso tempo, l'esperienza rimane
come campo di indagine e di verifica della giustezza delle affermazioni fatte.
Gli assiomi saranno veri, perché l'esperienza non li contraddice mai. E le leggi
rimarranno vere fino a quando non saranno contraddette dall'esperienza
sensibile. In tal caso bisognerà sostituirle con altre leggi, che spieghino
meglio il senso delle cose. Ed ecco che il cerchio si è chiuso. Esperienza e
teoria concorrono dialetticamente nel processo di penetrazione sistematica della
verità.
L'esperienza oggettiva diviene uno dei
lati fondamentali su cui poggia la conoscenza della specie. Ma tale esperienza
si codifica in tutta una serie di nozioni sensibili e spirituali che sono il
patrimonio genetico e intellettivo dell'umanità. Se tutto il patrimonio
cromosomico può essere ricondotto alla selezione della specie, anche quello
istintuale è frutto di tale processo. Ed anche il patrimonio storico o
culturale, quello che i tedeschi chiamano "spirito", s'innesta in questa
selezione naturale. Questa codificazione, per quanto riguarda il pensiero,
assume i connotati di conoscenze teoriche attraverso astrazioni sempre meno
fantasiose, man mano lo sviluppo delle forze produttive permette il "dominio"
delle forze naturali. Un tale sviluppo economico, presuppone la formazione delle
classi sociali, ed è il presupposto del disvelamento dei veri rapporti
d'oppressione, che gli uomini si sono imposti nello sviluppo della loro storia.
Marx afferma che l'uomo si risolve
nella sua socialità, nell'essere il prodotto e l'agente della trasformazione
della natura. Nella misura in cui la vuol trasformare bisogna che la capisca, la
capisce proprio perché la deve trasformare. Quindi la capisce man mano che la
domina, che ne diviene l'elemento determinante: è nella prassi, nel lavoro
sociale, che è possibile questo processo di comprensione. L'uomo muta e si
sviluppa sviluppando le forze produttive che riesce ad evocare e dominare.
Perciò ciò che oggi non capisce domani capirà, ammesso che riesca ad organizzare
un sistema sociale superiore a quello odierno, che sappia meglio dominare la
natura, magari rispettandola di più.
Da quando il proletariato, ultima
classe sottomessa dell'umanità, ha posto all'ordine del giorno il proprio
programma politico, si è potuto iniziare a far breccia anche fra le nebbie dei
rapporti umani, liberandoli dalle pastoie religiose e razziali, dalle false
differenziazioni etniche e linguistiche, per ricondurli alla normale indagine
scientifica di rapporti fra enti naturali. La storia umana è un capitolo della
storia della natura e questa è un capitolo della storia del movimento della
materia.
LA RICERCA DEL FONDAMENTO
Una delle forme più sottili di
mistificazione della filosofia è quella proposta dalle correnti di pensiero, che
si rifanno a Kant. Questo filosofo vuol sintetizzare i due filoni storici del
pensiero moderno occidentale: il razionalismo e l'empirismo, ma il risultato che
ottiene è di assommare nel proprio pensiero i lati negativi di entrambi, senza
riuscire a porsi al di sopra di essi in nessun aspetto decisivo.
La filosofia kantiana, se nei sui
propositi intendeva arrivare ad una sistematizzazione del metodo d'indagine
conoscitivo, in realtà si arrestò proprio là dove doveva giungere, senza
riuscire a spiegare niente di più dei presupposti, da cui si era mossa. In
particolare riguardo al pensiero razionale o critico, come ama definirlo, Kant
spiega che l'intelletto riesce a catalogare i segnali che riceve dall'esterno
per mezzo di due categorie logiche a priori, lo spazio e il tempo, mediate dalla
capacità del giudizio sintetico, anch'esso in qualche modo legato alle categorie
a priori. Ma di fronte al concetto di essere, cioè alla pura astrazione del
mondo naturale, Kant si trova impotentemente senza argomenti logici e non sa
proporre nient'altro della necessità di un atto di fede, per presupporre
qualcosa al di fuori dello "io penso".
Come giustamente dice Hegel, il suo
modo di fare filosofia è morto, è staticamente fermo intorno a sostanze, che non
possono entrare in contatto fra loro. Il suo è un elenco statico di categorie
immutabili. Lo spazio ed il tempo, sono a priori del pensiero scientifico, ciò
vuol dire che sono stati introdotti nella nostra testa senza poterne individuare
la provenienza. Lo stesso dicasi degli imperativi categorici, cioè di principi
indissolubili del pensiero morale. Possiamo solo prender atto del fatto che
questi giudizi a priori esistono in noi. Lo stesso giudizio sintetico o
dialettico (come da lui viene definito) è ciò che mette in relazione i fatti col
pensiero, anch'esso è dato a priori come qualcosa di immutabile e sovrastorico.
I fatti, definiti da questa filosofia fenomeni, provengano, forse, da un
qualcosa di indefinibile, detto "cosa in sé" o "noumeno", di cui l'unica
certezza è quella che non è possibile sapere cosa sia.
Questa filosofia assai singolare,
perlomeno per ogni persona che usi un minimo di buon senso, è presa a fondamento
di ogni indagine metodologica, che vada oggi per la maggiore. Il suo pregio,
agli occhi dei professori universitari, è quello di essere chiara e ben esposta:
l'io e il pensiero sono definiti come realmente funzionano nella nostra mente,
con tutti gli annessi e i connessi, e l'essere è ben rappresentato nella sua
complessità, è tanto complesso da essere incomprensibile.
In questo modo si rappresenta
"criticamente" quello che borghesia vuol far intendere all'umanità: che ormai
l'uomo è un'entità consolidata e immutabile, non più suscettibile di
migliorarsi, quello che è rimarrà anche in futuro, non ha senso alcuno
preoccuparsi di mutare l'ordine delle cose. A differenza dell' hegelismo, che a
causa della dialettica è visto come il diavolo impersonificato, il kantismo,
grazie alla sua staticità e alla sua indeterminatezza rappresenta un pilastro
decisivo della cultura borghese dominate, e come tale va combattuto, insieme
alle sue forme più deteriori, quella pragmatica, neo-empirista e
neo-positivista, proprio perché tende a negare la verità della teoria
rivoluzionaria socialista.
Una tale filosofia ruota intorno a due
certezze: l'indissolubilità dell'io e l'inspiegabilità della cosa in sé. L'io,
nella sua forma logica di "io-penso", è il fondamento della filosofia, è il
principio e il fine di ogni indagine filosofica, o gnoseologica come viene
definita. La "cosa in sé" è un qualcosa che non potrà mai essere conosciuto, può
solo inviare delle immagini parziali, definite fenomeni, che per definizione non
possono rappresentare integralmente la cosa da cui provengono.
È questa una filosofia antitetica alla
nostra, per noi lo "io-penso" è cosa storicamente passeggera, oltre un certo
limite diviene la causa che impedisce perfino la possibilità di conoscere,
mentre la "cosa in sé", man mano la scienza la spiega, diviene sempre più cosa
per gli altri.
Sono questi due assoluti, che Kant non
riesce a superare, che uccidono la sua filosofia. L'unica caratteristica certa
del "noumeno" è quella di non poter mai essere conosciuto. È evidente a tutti
che oggi gran parte della materia è sconosciuta alla scienza, ma è altrettanto
vero che un milione di anni fa molto di ciò che oggi è noto era sconosciuto,
quindi è presumibile che fra un milione di anni molto di quello che oggi è
sconosciuto sarà noto.
Arriveremo mai a conoscere la "cosa in
sé", nella sua accezione di verità assoluta? Chi può dirlo? L'unica cosa che
possiamo dire è che continuamente l'umanità sposta i limiti dell'ignoto verso il
noto, e ciò fa presumere che, quando avrà percorso tutta la strada, potrà
raggiungere la verità. Il problema sta quindi nel non definire l'essere
inconoscibile, perché ci appare estremamente complesso, possiamo solo dire
che gran parte dell'essere ci è sconosciuto, ma che stiamo lavorando per
conoscerlo e non possiamo escludere di farlo nella sua pienezza. Altrimenti
dobbiamo fare un atto di fede per rappresentarci quel qualcosa che è fuori di
noi, così come fa Kant quando deve giustificare la presenza della "cosa in sé".
La scienza può essere dunque definita
ricerca dei fondamenti. Quindi, come potremmo ricercare le cause prime delle
cose se, per definizione, le cose non potessero essere comprese? La conoscenza è
un processo che va da affermazioni scorrette ad affermazioni veritiere. Segue
una strada dialettica, che è in grado di ribaltare gli errori contenuti
all'avvio.
In primo luogo, la rappresentazione
abituale afferra la differenza e la contraddizione, ma non il trapasso di una
cosa nell'altra, ed è questo invece l'aspetto più importante.
In secondo luogo l'intelletto,
attraverso la riflessione acuta, afferra la contraddizione, la enuncia, mette le
cose in rapporto fra loro, costringe il concetto a trasparire tramite la
contraddizione, ma non esprime il concetto in positivo spiegando le relazioni
fra le cose.
In terzo luogo, la ragione pensante
acuisce l'ottusa differenza del diverso, la mera molteplicità delle
rappresentazioni, fino alla totale opposizione. Tutte le relazioni delle cause,
elevate al vertice della contraddizione, divengono mobili e viventi l'una
rispetto all'altra. Negandosi una nell'altra acquisiscono quella vitalità
pulsante, che è auto movimento verso il vero.
In generale quando si va alla ricerca
dei fondamenti del sapere si rischia di dire delle banalità o, come direbbe
Hegel, di fare della sofisticheria. Chi dice che il fondamento è la ricerca
delle cause prime, dimentica che nel continuo movimento della materia le cause
si fanno effetti e gli effetti si tramutano in cause. Chi vede il fondamento
nella materia, intesa come qualcosa di solido alla maniera dei materialisti
meccanicistici, si accorge che ad un certo punto la materia si smaterializza e
diviene qualcosa non più di solido, di annusabile e di visibile, si tramuta in
qualcosa di "spirituale". Del resto il concetto di materia altro non è
che una pura astrazione della mente. Il riflesso nel cervello della
infinità di determinazioni che la dialettica della natura pone di fronte
all'uomo. Chi invece pone il fondamento delle cose nello spirito è costretto a
percorrere la strada inversa, deve giungere a considerare le leggi
della materia "solida". Anche la fisica non scherza quanto a tenebrosità dei
principi primi. Il concetto di forza non ha spiegazione logica, se non come
qualcosa che sposta. La massa è un assioma, quindi non ha un qualcosa che la
determini, se non come resistenza al movimento. Lo stesso vale per l'energia.
Affermazioni del tipo la natura è il fondamento del mondo suonano come vuote
tautologie, perché il mondo altro non è che natura in movimento, la
trasformazione perenne di ogni cosa nel tutto e viceversa, la continua
contraddizione ed il suo superamento come "motore" dell'essere.
Allo stesso tempo, ogni impostazione
rigorosamente monista, come lo è l’idealismo hegeliano, non meno del
materialismo dialettico, deve necessariamente non arretrare di fronte
all’esigenza di porre un unico fondamento, senza temere le accuse di semplicismo
di cui da sempre le correnti empiriste e soggettiviste hanno fatto sfoggio. Se
non fosse così dovremmo necessariamente dubitare della stessa possibilità di
conoscere il vero oggettivo, cadendo nel migliore dei casi in un nuova forma di
kantismo, nelle sue varie sfaccettature. E’ noto che l’idealismo hegeliano pone
a fondamento del tutto l’idea, che nel suo movimento oggettivo ritorna spirito;
alla materia viene assegnato solo un ruolo secondario, quello di unione del
"fondamento della forma" (l'essenza) con il "fondato" (ciò che si manifesta). E
ciò è in regola con una impostazione rigorosamente monista, ma in senso
idealistico.
Il materialismo dialettico, pur
rifiutando l’impostazione meccanicistica del materialismo francese del
settecento, che considera una sostanza originaria a fondamento delle cose (la
materia), non può fare a meno di porre a fondamento del sapere la
materia in movimento. Essa non è una sostanza primordiale, da cui a
origine il mondo, ma è composta da singole determinazioni, che la scienza può
spiegare. Se il concetto di materia è pura astrazione, la materia congiunta al
movimento diviene determinata secondo una forma ben precisa.
"Movimento nel senso più
generale, concepito cioè come modo di essere, come attributo inerente alla
materia, comprende in sé tutti i mutamenti e i processi che hanno luogo
nell’universo, dal semplice spostamento fino al pensiero."
"Nel fatto che i corpi
siano interconnessi è già incluso il fatto che essi agiscono uno sull’altro:
questa azione reciproca è proprio il movimento. E se, inoltre, la materia ci sta
di fronte come un qualcosa di dato, non creabile e non
distruttibile, ne segue che anche il movimento non si può né
creare né distruggere."(Engels,
Dialettica della natura, Forme fondamentali del movimento)
Il fondamento è dialettica della
natura, cioè le leggi della materia e del movimento. Il pensiero razionale,
cercando di cogliere la verità, riflette questo movimento. La conoscenza non è
data solo dalle relazioni fra cose e cose, come vuol farci intendere la
filosofia positivistica, ma è data dalla onnilateralità di tali relazioni e
dunque del niente col tutto, negli infiniti passaggi dall'essere al non essere e
viceversa. Senza, con ciò, cadere nella pura indeterminazione, cogliere la
totale onnilateralità, per quanto difficile sia, è possibile e significa
cogliere il vero. Il fondamento è connessione onnilaterale di tutto con tutto,
la conoscenza è il fedele rispecchiamento di questa connessione nelle idee
dell'uomo. Affinché i concetti abbraccino il mondo devono essere affinati,
elaborati, duttili, mobili, relativi, reciprocamente connessi, essere uno nelle
opposizioni. Tutto deve connettersi a tutto, tutto deve essere in relazione a
tutto, ogni singolo lato del movimento della materia deve compendiarsi ad ogni
altro lato.
VERO, FALSO E RELATIVO
Capisce meglio il mondo chi vuol
trasformarlo: i rivoluzionari. Chi invece parte dal presupposto che questo è il
solo mondo possibile, si preclude già la possibilità della comprensione. Riesce
solo ad incartarsi continuamente su se stesso, elucubrando una sfilza di verità
parziali, mai in grado di superarsi. Perché il mondo non va prima capito e poi
trasformato (o rivoluzionato), ma i due aspetti si compenetrano l'un l'altro
superandosi in un moto dialettico. L'uomo si comprende trasformandosi, negandosi
per quello che è, mettendosi in discussione, ma per farlo deve rivoluzionare il
mondo e creare le condizioni per una comprensione di ordine superiore. Il Vero è
prima di tutto nella negazione di questo modo di produzione, nella negazione del
capitale come relazione sociale sovrastorica a cui tutto debba conformarsi.
Il problema, quasi esclusivo, che la
logica formale si pone è stabilire se una proposizione sia vera o sia falsa.
L'empirismo risolve il problema in questi termini: più una proposizione è
semplice, più posso verificarne la veridicità. Successivamente, attraverso il
metodo della induzione, passando cioè dal particolare al generale, posso
costruire sistemi di verità più complessi. La verità risiede quindi negli
enunciati semplici, verificabili quotidianamente. La verità risiede
nell'esperienza di tutti i giorni. C'è invece chi fa il discorso inverso. Non
esistono teorie che risultino verificabili ad ogni fatto esperito. Tutte le
teorie sono false, perché non reggono alla prova dell'esperienza empirica.
Questo modo di ragionare,
apparentemente in contraddizione, si accomuna nella sua incapacità perfino di
sfiorare la sostanza del problema, per una evidente mancanza di dialettica. Vero
e falso sono due categorie che stanno fra loro in un rapporto dialettico, di
compenetrazione. Qualsiasi affermazione è vera in assoluto fino a quando non si
dimostra il contrario, fino a prova contraria. Ma la dimostrazione contraria non
ne dimostra la falsità, ma solo la limitatezza. In certe situazioni la stessa
affermazione risulterà vera, in altre risulterà falsa.
L'annosa questione del ricercare la
verità, si riduce a quella di stabilire nel modo più esatto possibile i limiti
in cui l'affermazione è vera, limiti oltre i quali è necessario che
l'affermazione risulti falsa. L'arte di delimitare una verità è l'arte di
assolutizzarla. Una verità è più assoluta quanto più è limitata. Dunque
l'assoluto sta nel limitato non nel semplice. Delimitare un'affermazione vuol
dire in definitiva metterla in relazione con tutte le cose di questo mondo e,
dunque, l'avrò perfettamente delimitata solo nell'assoluta relazione col tutto.
È evidente come questa sia un
operazione estremamente complicata, tutt'altro che semplice. In genere viene
svolta solo parzialmente, ma man mano che viene svolta, in questo percorso, in
questo complesso divenire si spostano i limiti della conoscenza verso
l'assoluto.
Nel semplice invece c'è sia verità che
falsità. Magari si potrà dire che c'è molta verità e poca falsità, ma ciò non ha
molta importanza. Nel semplice non può esserci il vero assoluto. Quindi, man
mano che passerò dal particolare all'universale, il falso tenderà a espandersi
fino a pormi in contraddizione con ciò che volevo originariamente dimostrare.
In definitiva, questa logica formale
non supera mai il metodo del sillogismo aristotelico e del principio di
identità, con il loro modo di porre il problema delle categorie logiche. Si
vuole definire una pura sostanza originariamente vera, per poi costruire una
realtà più complessamente vera. Al contrario, il metodo dialettico presuppone il
punto di partenza vero e falso al contempo, e il percorso che deve essere svolto
come un processo di disincrostazione dal falso presente nella enunciazione
originaria.
"Tutto è relativo, niente è assoluto"
amano dirci i gli empiristi agnostici e in realtà non capiscono che stanno
definendo concetti epistemologici piuttosto forti. Se tutto è relativo,
l'assoluto è nel relativo: lo possiamo ritrovare nelle relazioni espresse
dall'essere, nelle relazioni fra le cose. Vuol dire che il tutto, l'essere, si
esprime in modo sempre multiforme, mai uguale e, quindi, è in continuo
movimento, è in moto perpetuo. La materia in movimento è l'assoluto che
cerchiamo. E fare questo significa cercare le leggi che regolano il movimento
della materia. Se vediamo che tutto è indeterminato è perché non siamo in grado
di cogliere l'onnicomprensività del tutto, perché l'assoluto del tutto è anche
nell'essere indeterminato. Se potessimo cogliere l'essere nella sua assolutezza,
non lo vedremmo come cosa immobile, ma come puro concetto indeterminato, che non
è mai uguale a sé, in continua trasformazione. Per determinarlo dobbiamo vederlo
come non è, cioè fermo. Lo possiamo capire solo in alcune sue relazioni
parziali. Le quali, peraltro, nella misura che sono parziali sono, allo stesso
tempo, vere, sono vere nella loro parzialità.
Niente è assoluto. Quindi se cerco
l'assoluto devo rivolgermi al niente. Se nel niente c'è l'assoluto, l'assoluto è
qualcosa di molto concreto, perché la vita trasuda niente da tutti i pori.
Niente è non essere. Non essere è il contrario di essere. Allo stesso tempo, se
l'assoluto è il niente, anche il tutto, nel suo essere concetto assoluto, deve
avere lo stesso fondamento del niente: o entrambi sono la stessa cosa, o non
sono in contraddizione, o derivano uno dall'altro. Essi sono in relazione perché
si spiegano solo l'uno coll'altro, sono due facce della stessa medaglia, sono i
due limiti entro i quali comprendiamo tutto ciò che possiamo comprendere. Per
noi sono due categorie logiche, che ci permettono di spiegare il mondo.
L'unica definizione di vero, che abbia
un qualche significato ontologico, è quella che afferma come vero tutto ciò che
non posso dimostrare errato. Un'affermazione è vera fino a che qualcuno non
dimostra che è sbagliata. La possibilità dell'assoluto sta nel non
essere-qualcosa.
Dal punto di vista dell'ermeneutica,
cioè dello studio dei segnali, dei linguaggi e dei simboli, la definizione di
non essere appare più intuibile. In natura non esiste niente che non mandi dei
segnali, l'essere è quella cosa che invia segnali. Dunque, per comprendere
l'essere bisogna saper decodificare questi segnali. Le scienze passano la loro
esistenza nel tentativo di decodificare segnali provenienti dall'essere.
L'essere invia segnali ad un altro essere, che può interpretarli o meno,
comunque tali segnali sono la manifestazione stessa di chi li invia. Certo sono
solo un aspetto dell'essere, aspetto che. nella sua parzialità. è comunque vero.
Il non essere è ciò di cui non
riceviamo messaggi. Ciò che non si mostra non esiste per l'osservatore, ma non
significa che non esista in assoluto.
Sostanzialmente si possono individuare
due forme di non essere:
-
Il non essere di cui non abbiamo segni, ma che per
esperienza sappiamo che esiste. Per gli empiristi esiste solo ciò che può
essere sperimentato, per cui quando il sole tramonta non esiste più. Dal punto
di vista logico, senza ricorrere alle categorie essere e non essere, una
simile contraddizione sarebbe inspiegabile.
-
Il non essere che non conosciamo ma che vuol
mostrarsi a noi. Ad esempio certe parti dell'universo, che ci sono ancora
ignote e in generale tutto ciò che la scienza non ha ancora scoperto.
In questo senso si comprende assai bene
cosa sia l'essere e come questo ci appaia provenire dal non essere. L'essere c'è
anche quando non si mostra a noi, poi dal niente appare, in realtà c'era anche
prima ma non lo vedevamo. Dunque sembra che esista solo ciò che ha capacità di
mostrarsi a noi, di cui siamo in grado di interpretare i segni.
Ma la cosa può essere anche più
complessa, perché intuiamo che può esistere anche ciò che non vuol manifestarsi
a noi, o del quale non saremo in grado di comprendere il significato. Che possa
esistere ciò che non vuole mostrarsi è un'ipotesi suggestiva, sulla quale però
il pensiero razionale non può lavorare. L'essere può mostrasi parzialmente, ma
se non intende farlo per niente dobbiamo prenderne atto. Ad esempio,
nell’universo, specie ed esseri del tutto superiori alla specie umana possono
esistere o no, ma fino a quando non si manifesteranno siamo costretti a
ricondurre il soprannaturale all'ignoranza delle connessioni onnilaterali
dell'essere.
La moderna filosofia si arrabatta per
definire il criterio di verità di una teoria scientifica. Popper dice che
bisogna seguire il criterio di falsificazione: una teoria è più vera quanto meno
è soggetta a obiezioni. Kuhn dice che bisogna seguire un criterio di paradigma:
la scienza è uno schema e si usa quello più appropriato. Lakatos dice che
bisogna seguire un criterio temporale: la storia decide sulla veridicità della
scienza. Feyerabend dice che non esistono regole: tutti hanno diritto a dire la
loro perché non c'è niente di certo. Tutti dicono cose interessanti, ma nessuno
ha il coraggio di dire le cose come stanno. La conoscenza, nelle varie fasi
storiche, è condizionata da un percorso di utilità: è l'economicità che
stabilisce il criterio di verità di classe di una teoria scientifica.
Nel '400 tutti i marinai sapevano che
la terra era una grande sfera, perché quando erano in mezzo al mare vedevano
intorno a loro solo acqua e quando si avvicinavano alla terra vedevano prima le
vette dei monti e poi le spiagge. E tutto ciò poteva spiegarsi solo a causa
della sfericità della terra. Colombo intendeva seguire questa intuizione certa
per raggiungere le Indie, ciò avrebbe implicato per la Spagna tutta una seria di
vantaggi economici e politici: in buona sostanza si sarebbe direttamente
collegata al mercato indiano delle spezie senza l'intermediazione dei veneziani
e mussulmani. Si scoprì invece l'America e si confermò che la terra non era
piatta ma sferica. Ciò implicava tutta una serie di conseguenze teoriche, che
furono successivamente definite da Copernico e da Newton. Il primo sostenendo
che la terra è un pianeta sferico, che ruota su se stesso e attorno al sole, il
secondo che i corpi si muovono secondo la legge di gravità. Ma ancora dopo
centocinquanta anni dalla scoperta della America, Galileo era costretto ad
abiurare di fronte alle obiezioni della chiesa.
Nella prima meta di questo secolo
Eistein, che pretendeva di aver scoperto la legge di tutta la fisica universale,
era dileggiato dagli empiristi più o meno logici del tempo, oggi la teoria della
relatività è riportata nei testi di fisica delle scuole medie superiori. Questo
si è reso possibile perché attraverso questa teoria i maggiori stati
imperialisti del mondo hanno potuto confermare il loro dominio su tutto il
pianeta: bomba atomica, imprese spaziali.
La veridicità della scienza è quindi
stabilità dalla sua possibilità di sfruttamento economico, in definitiva dal
mercato mondiale, in particolare dal modo di produzione in cui tale scoperta è
fatta. Oggi è la funzionalità al modo di produzione capitalistico che
socialmente decide anche la verità di una teoria scientifica. Ma, nonostante che
la scienza non possa che essere scienza di classe, nella misura che le classi
dominanti rappresentano anche solo parzialmente gli interessi della specie
umana, la scienza può avere uno sfondo di oggettività, quindi di verità. La
produzione non è solo lavoro fisico, ma è soprattutto lavoro mentale:
organizzazione razionale dei processi produttivi, attraverso macchine e
strumenti, sempre più complessi. La scienza borghese è scienza per remunerare il
capitale che la finanzia, per cui è progressiva per l'umanità quando il capitale
è progressivo ed è distruttiva quando il capitale è distruttivo. Fino ad oggi il
capitale domina il mondo e ciò avviene perché nessun altro modo di produzione
riesce a resistergli, nonostante che nell’attuale fase imperialistica si
presenti solo come capitalismo parassitario e putrescente e che ciò confermi che
tale sistema produttivo non può essere che transeunte. Però, fino a quando non
se ne organizzerà uno nuovo, la nostra può essere solo una teoria del movimento
reale che tende ad un risultato storico, che, per quanto possa essere dichiarato
inevitabile, dato che la teoria sia ontologicamente vera, tuttavia è ancora da
sperimentare nella concreta esperienza storica.
FENOMENO E ONNILATERALITÀ
La materia si manifesta all'intelletto
in maniera fenomenica. Il fenomeno diviene così nel contempo la manifestazione
sia dell'essere che del niente. Per questo, rispetto alla verità, il fenomeno
appare sempre rappresentazione parziale del mondo, in quanto contiene sia verità
che falsità. Ma ciò non toglie che, comunque, esso sia vera manifestazione della
materia, ed anche quando non la rispecchi come realtà immediata, rappresenterà
quella parte di non essere, che sappiamo essere celato nell'essere stesso.
L'infinito passaggio dall’essere al non
essere e viceversa, quello che Hegel definisce essenza, cioè vera manifestazione
dell'essere, avviene con un infinito dispiegamento di manifestazioni parziali,
fenomeniche, tutte vere e false nel contempo, in quanto riflettono sia l'essere
che il niente. La parvenza o l'apparenza sono le manifestazioni del fenomeno.
L'intelletto si rappresenta all'inizio solo aspetti parziali del mondo, ma nella
loro parzialità queste rappresentazioni sono pure immagini di un essere che
riflette su un altro essere, quindi sono comunque verità oggettive.
"La parvenza è nulla non sussistente,
che sussiste…
Ciò che pare è l'essenza in una delle
sue determinazioni, in uno dei suoi lati, in uno dei suoi momenti. La parvenza è
il parere dell'essenza in se stessa."
(Lenin, Quaderni filosofici)
In genere si pensa alla riflessione
come puro giudizio soggettivo, mentre esiste la riflessione oggettiva, la
riflessione superiore della coscienza. Per questa il dato immediato, pur nella
sua parvenza, ha comunque validità oggettiva, è comunque una manifestazione del
movimento dall'essere al non essere e viceversa.
Il normale porsi della natura è la
contraddizione. Basta una minima esperienza di pensiero che un qualsiasi
positivo si tramuta in un negativo e viceversa. Se si considera il pensiero solo
nella sua forma soggettiva, ciò apparirà come confusione concettuale. Ma se
invece il pensiero vuol cogliere la necessità della contraddizione e della
trasformazione delle cose, allora tutte queste opposizioni fenomeniche
appariranno come il normale manifestarsi dell'essenza, cioè della verità del
continuo passaggio dall'essere al non essere.
"Ogni cosa concreta, ogni qualcosa
concreto sta in rapporti diversi e spesso contraddittori con tutto il rimanente,
ergo è se stesso e un altro."
(Lenin, Quaderni filosofici)
In generale la logica formale è
abituata a seguire il principio d'identità, perciò la contraddizione e il
passaggio repentino da uno stato ad un altro viene considerato come un errore,
imputabile al pensiero, che non capisce. Invece le opposizioni sono il naturale
manifestarsi del mondo esterno al cervello umano, per cui l'identità avrà in se
la sua contraddizione e la contraddizione avrà in sé la sua identità.
La logica formale fa dei principi
d'identità, di non contraddizione ed del terzo escluso i fondamenti del
conoscere. A ciò la dialettica contrappone il principio dell'automovimento del
concetto. Il superamento dell'ottusità schematica del pensiero tautologico, dove
tutto può essere solo uguale a se stesso, nella vitalità dei cambi di quantità
in qualità e della compenetrazione degli opposti. La trasformazione della
contraddizione in conoscenza e della conoscenza in contraddizione. L'elasticità
del movimento continuo della materia dal tutto al niente e viceversa.
"Non la nuda negazione, non la
negazione irriflessa, non la negazione scettica, l'esitazione, il
dubbio sono caratteristici ed essenziali nella dialettica, - la quale contiene
indubbiamente in sé l'elemento della negazione e, per giunta, come elemento più
importante, - ma la negazione come momento della connessione, come momento di
sviluppo, con la conservazione del positivo, cioè senza alcuna esitazione, senza
alcun eclettismo." (Lenin, Quaderni
filosofici)
La conoscenza è il processo di
immersione dell'intelletto nella materia al fine di generalizzarla attraverso le
leggi, per trasformarla. La coincidenza del pensiero con l'oggetto è il
risultato di un processo, in cui l'intelletto non deve rappresentarsi la verità
come morta quiete, come una semplice raffigurazione statica, ma deve porsi in un
moto di infinita approssimazione nell'eterno risolversi e superarsi delle
contraddizioni. Un processo che tende a mutare le astrazioni parziali, finite
transitorie in compiuta oggettività.
Il singolo fenomeno è soltanto un lato
della verità. Per la verità sono necessari anche gli altri lati della realtà.
Essi presi a sé appaiono autonomi, delimitati e singoli, contrapposti al
fenomeno originario. Ma nella loro relazione, nel loro insieme, nella totalità
dei loro rapporti si realizza la verità.
"L'insieme di tutti i
lati del fenomeno, della realtà, e i loro (reciproci) rapporti: ecco di
che cosa è composta la verità. Le relazioni (= trapassi = contraddizioni) dei
concetti = principale contenuto della logica, inoltre questi concetti (e
i loro rapporti, trapassi, contraddizioni) sono mostrati come riflessi del mondo
oggettivo. La dialettica delle cose crea la dialettica delle idee,
e non viceversa." (Lenin, Quaderni
filosofici)
Ogni concetto si trova in una data
relazione, in una connessione con tutti gli altri. La dipendenza di tutti i
concetti è reciproca, senza eccezione. Così prende vita la dialettica, come
continuo trapasso di un concetto nell'altro, come relatività e identità
dell'opposizione. Attraverso l'affermazione del lavoro e della tecnica l'uomo
percorre la strada della conoscenza, passa da una conoscenza soggettiva a una
conoscenza oggettiva.
La vita genera il cervello. Nel
cervello si rispecchia la natura. L'uomo, controllando e applicando nella
pratica del suo lavoro sociale l'esattezza di questi rispecchiamenti, si
approssima alla verità onnilaterale oggettiva.
Solo in questa luce possiamo intendere
quello che scriveva il giovane Marx.
"La questione se al pensiero umano
spetti una verità oggettiva, non è questione teoretica bensì una questione
pratica. Nella prassi l'uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il
potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa della realtà o
non-realtà del pensiero - isolato dalla prassi - è una questione meramente
scolastica." (Marx, Tesi su
Feuerbach)
Non è la pratica quotidiana, ma la
pratica storica dell'umanità, quella a cui si riferiscono Marx e Lenin. La
verità è realtà e potere, ed è tanto più ampia quanto è ampio il potere sulla
natura. Il pensiero è immanente, cioè è dentro questo processo di appropriazione
pratica delle cose. Il pensiero riflette lo sviluppo del lavoro sociale. I
limiti della conoscenza si spostano in avanti verso la verità, attraverso lo
sviluppo delle forze produttive, che permettono all'uomo di modellare la natura
a sua immagine e somiglianza, cioè secondo quel processo razionale di cui è
latore. Tutta la realtà si fa razionale, ma anche tutto il razionale si fa
reale, attraverso il lavoro sociale, la tecnica, la scienza.
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