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(dal libro "I segreti dei samurai" di Oscar Ratti e Adele Westbrook ed. Mondadori)

 

A cosa serviva un metodo complesso e tecnicamente elaborato di combattimento se il bujin, che doveva essere pronto ogni giorno ad affrontare la morte, non avesse creato anche una piattaforma interiore ,stabile , di controllo mentale dalla quale agire o reagire secondo le circostanze di uno scontro?

Gli antichi sensei, infatti, insegnavano che nessun metodo , quali che fossero i suoi meriti apparenti, aveva un valore reale , se non contribuiva a sviluppare il carattere di un uomo in modo da renderlo padrone della sua arma e quindi davvero potente nell'usarla.

Questi insegnanti cercavano continuamente modi nuovi per inculcare ai loro discepoli una mentalita' particolare , sempre calma ed equilibrata, che assicurasse quella chiarezza di percezione da loro considerata l'unica vera base per decisioni appropriate.

Da qui nacquero due concetti fondamentali che divennero le pietre miliari per lo sviluppo di tutte le arti marziali: il concetto del "Centro" (hara), ed il concetto di "energia intrinseca" (ki),contenuti entrambi in tutti i principali sistemi di pensiero orientale (questi concetti li ritroviamo oggi nello studio dei principi del ki )

I principi di indipendenza mentale raggiunsero l'apice in particolare nella pratica del kenjutsu con l'eliminazione dell'ostacolo piu umano e piu paralizzante alla fluidita' d'azione : la preoccupazione per la propria sopravvivenza soggettiva. Si sapeva da tempo che un uomo , il quale tramite un allenamento disciplinato , aveva rinunciato al desiderio e alla speranza di sopravvivere ed aveva un unico scopo , l'annientamento del suo nemico, poteva essere un avversario temibile e un combattente veramente formidabile anche per un maestro espertissimo.

Da qui l'importanza di un allenamento che non prediliga esclusivamente la tecnica esteriore ma che metta in primo piano soprattutto il potenziamento dei fattori interiori .

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