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VITA DI MARIA

 

 

 

La narrazione della vita di Maria sia espressione della sua gloria

1. Era veramente necessario che, come un tempo la Vergine fu trovata degna e stupenda dimora del Dio che sarebbe venuto ad abitare tra gli uomini; allo stesso modo ora, per trattare l'argomento di encomio che ci siamo proposti, è necessario che la nostra lingua si mostri degna di narrare con eleganza le cose che interessano la sua vita e di tributarle la lode che le si addice. Ma, poiché quanto piú elevato è il soggetto da affrontare, tanto piú difficile è poterlo sviluppare, impegniamoci a tesserne la lode almeno secondo le nostre capacità. Del resto la Vergine stessa, che si è mostrata sempre obbediente alle leggi del Figlio, sa apprezzare ciò che è fatto nella misura delle proprie forze. Pertanto, bisogna dire e narrare accuratamente donde la Vergine provenga, chi siano stati i suoi genitori, la sua educazione e il termine della sua vita. Anzi, bisogna esporre anche tutti quegli eventi che la coinvolsero, derivanti da un provvidenziale piano divino e da imperscrutabili ragioni.

Inoltre, se il discorso abbraccerà ancora altri argomenti, e necessariamente dovrà trattarli, questo non costituirà mai un allontanamento dal tema principale, giacché tutto ciò che si dirà, sarà sempre riferito alla Vergine e costituirà per lei un ulteriore motivo di lode e di gloria. Tuttavia la narrazione che faremo di questi avvenimenti si fonderà sulla fede di degni testimoni, e non la si desumerà da qualsivoglia persona; al contrario, essa si baserà sulla testimonianza di uomini di provata fede. Essi, infatti, hanno scritto accuratamente sulla Vergine, unendo alla loro insigne dottrina anche un'esemplare condotta di vita. Intendiamo riferirci a Gregorio Nisseno, ad Atanasio Alessandrino, a Dionigi Areopagita e a molti altri che, come già abbiamo detto, posseggono sia una solida formazione culturale e sia un'eccellente condotta di vita. Tuttavia, e questa è la cosa piú importante, noi attingeremo alla testimonianza offerta dal divino Vangelo.

«Maria, grazia ricevuta dal Signore», vive nel tempio, nel Santo dei Santi

2.Il divino Gregorio nel discorso che egli ha compiuto sulla Natività di Cristo, dice queste cose della Vergine: Ho udito una storia per cosí dire arcana e occulta, che di lei narra queste cose: Il padre della Vergine era un uomo che si distingueva per la precisione del suo comportamento secondo la prescrizione della legge ed era conosciuto come uno dei migliori tra i cittadini. Egli era invecchiato senza aver figli, perché sua moglie non era in grado di procrearli. Ora, la legge mentre onorava le madri, privava invece le sterili di questo onore. Pertanto Anna imita la stessa condizione nella quale si era trovata la madre di Samuele. Infatti, come si trovò all'interno del tempio e nel Santo dei Santi, essa supplicò Dio e lo pregò di non tenerla lontana dalla benedizione proveniente dalla legge, perché lei non aveva peccato contro la legge: chiese di divenire madre e [promise] che avrebbe consacrato a Dio il figlio nato da lei.

E quando per consenso divino fu confermata nella grazia che aveva chiesto, non appena generò una bambina, le mise il nome di Maria, affinché lo stesso nome stesse a significare «la grazia donata da Dio». Quando poi la bambina crebbe tanto da non aver piú bisogno di succhiare al seno materno, Anna la offrí al Signore e, adempiendo la promessa, la condusse al tempio. I sacerdoti, allora, cosí come era avvenuto per Samuele, educarono la fanciulla nel Santo dei Santi (cf. 1 Sam 2, 18-21). Quando poi essa divenne grande, i sacerdoti, per non peccare contro Dio, si consultarono prima di prendere una qualsiasi

decisione per quel santo corpo. Sembrava infatti del tutto assurdo assoggettare la Vergine alla legge della natura e porla al servizio di colui che l'avrebbe sposata.

In altri termini, fu ritenuto un vero sacrilegio il fatto che un uomo potesse divenire padrone del dono che era stato concesso da Dio. La legge, infatti, stabiliva che il marito divenisse padrone della moglie (cf. Gn 3, 16). D'altra parte non era ritenuta cosa onesta né consentita dalla legge che le donne vivessero nel tempio insieme ai sacerdoti e dimorassero nel Santo dei Santi.

 

La Vergine promessa sposa di Giuseppe. L'annunzio di gioia dell'angelo

 

3. Mentre i sacerdoti si consultavano sul destino della Vergine, ecco che Dio stesso diede loro il consiglio di affidarla in matrimonio ad un uomo che, comunque, fosse stato capace di custodire la sua verginità. E cosí, secondo la disposizione del piano divino, si trovò Giuseppe che era della stessa tribú della Vergine. Egli, infatti, secondo il consiglio dei sacerdoti, chiese la fanciulla in matrimonio. Questa unione spirituale, del resto, fu tale fino al matrimonio, quando cioè Gabriele svelò il mistero alla Vergine. Infatti le parole del mistero si rivelarono un'autentica benedizione: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1, 28).

Queste parole, in quella circostanza, risuonarono esattamente opposte all'annunzio fatto alla prima donna, [Eva]. Questa, a causa del suo peccato, era stata condannata a partorire nel dolore; nella Vergine, invece, la tristezza viene scacciata dalla gioia. In Eva i dolori precedettero il parto, in Maria la gioia fa da ostetrica al parto. L'angelo aveva detto: «Non temere» (Lc 1, 30). Infatti, mentre il parto procura paura ad ogni donna, invece la promessa di un dolce parto la scaccia: «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesú» (Lc 1, 31).

 

Il comportamento di Maria di fronte allo straordinario annunzio dell'angelo

 

4. Ma quale è stato il comportamento di Maria? Ascolta la voce dell'immacolata Vergine. Mentre l'angelo le annunzia il parto, lei invece intende mantenersi saldamente ancorata alla verginità, in quanto ritiene che l'integrità fisica sia piú importante della stessa apparizione dell'angelo. Inoltre, se da una parte lei non ha motivo di poter diffidare dell'angelo, dall'altra non desidera neppure venir meno alla sua decisione [di rimanere vergine].

Perciò dice: Ma se mi è stato proibito di unirmi carnalmente con un uomo, come è possibile che ciò avvenga? Io non conosco uomo! (cf. Lc 1, 34). Queste parole di Maria sono la dimostrazione delle cose che vengono narrate in modo misterioso ed occulto. Infatti, se Giuseppe l'aveva presa in moglie, perché lei avrebbe dovuto meravigliarsi del preannunzio del suo parto? Lei, quindi, si aspettava di divenire perfettamente madre secondo le leggi della natura! Ebbene, [l'arcano mistero] consisteva nella necessità che la Vergine, come dono divino, conservasse intatta la sua carne, che era stata consacrata a Dio. E ancora: Anche se tu sei un angelo, dice, anche se discendí dal cielo, anche se ciò che appare è al di sopra delle possibilità umane, non può affatto accadere che io conosca un uomo. E allora come diventerò madre senza il concorso di un uomo? Io so che Giuseppe è mio sposo, ma non lo conosco come uomo! Cosa dice, dunque, l'angelo Gabriele, che è colui che accompagna la sposa? Quale letto nuziale può preparare per una pura ed immacolata unione coniugale? Perciò egli dice: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo» (Lc l, 35).

 

In Maria invece la carne diventa dimora dello Spirito

 

O carne beata, che per l'insigne purezza, ha attratto su di sé i beni dell'anima! Infatti, mentre in tutti gli altri un'anima pura a stento avrebbe potuto accogliere la venuta dello Spirito Santo, in Maria invece la carne diventa dimora dello Spirito. «Su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo». Ma cosa significa questa misteriosa ed incomprensibile espressione? L'apostolo Paolo dice che essa sta ad indicare Cristo, che è potenza di Dio e sapienza di Dio (cf. 1 Cor 1, 24). Per cui la potenza dell'Altissimo non è altro se non Cristo che, per opera dello Spirito Santo, si forma in un seno verginale. Infatti, come l'ombra dei corpi si conforma alla figura di ciò che precede, cosí anche il carattere e i segni della divinità del Figlio appariranno nella potenza di colui che viene generato: infatti, per mezzo di meravigliose apparizioni, egli si mostrerà quale immagine, sigillo, adombramento e splendore del primo esemplare. Questo è il pensiero del divino Gregorio. Il santo Vangelo, poi, e quegli altri uomini pii e amanti di Dio, che prima abbiamo citato per nome e che ora non menzioniamo singolarmente, hanno insegnato secondo verità ancora altre cose.

 

La prudenza della Vergine

 

5. Dopo che la Vergine udí queste parole, subito la sua mente, illuminata dallo Spirito che abitava in essa, con gioia accettò l'annunzio, dicendo all'angelo: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38). La Vergine, dunque, come è naturale, mostra tutta la sua prudenza di fronte alla parola dell'angelo, ma non appena ciò che le viene annunziato le appare degno di fede, smette di essere incredula. [Comportandosi in questo modo], da una parte sfugge all'inganno della prima madre, e dall'altra evita l'eccessiva incredulità di Zaccaria.

 

La visita della Vergine ad Elisabetta

 

6. [Dette queste cose] - dice l'evangelista - «l'angelo partí da lei» (Le 1, 38). [Luca dice] che dopo poco tempo e in fretta Maria si mette in viaggio verso la montagna ed entra nella casa di Zaccaria (Cf. Lc 1, 39). Essa, infatti, desidera ardentemente incontrarsi subito con Elisabetta, perché ha appreso dall'angelo la notizia del suo prodigioso concepimento. La Vergine, quindi, entra e saluta con affabilità. Ed ecco che il suo saluto fa dolcemente esultare il bambino, che Elisabetta porta in seno. Il servo, infatti, già riconosce il Signore, che si trova nel grembo della Vergine; e quando poi viene a sapere della sua venuta nel mondo, la sua gioia diviene incontenibile. E questo è l'inequivocabile significato del saluto (cf. Lc 1, 44). Non ci sfugga, inoltre, con quanto onore e con quanta sottomissione Elisabetta [accoglie Maria] con quelle sue mirabili e profetiche parole. Rimane stupita di fronte alla visita della Vergine, quasi che lei ne fosse piú degna, e dice: «A che debbo...» (Lc 1, 43ss.). È proprio la medesima situazione che si verificherà quando il figlio [Giovanni] accoglierà il Signore nel momento del battesimo! Subito la chiama madre e sua signora; la dice benedetta fra le donne e mirabilmente chiama frutto del suo grembo colui che è portato nel grembo, perché è stato generato del tutto indipendentemente dal seme di un uomo.

 

La Semprevergine Maria «magnifica» il Signore

 

7. Ma, ancora, qual è il senso delle straordinarie e profetiche parole dell'ammirabile Maria, con le quali sarà celebrata da tutte le generazioni? La Vergine non si proclama beata perché mossa da un vano e superbo atteggiamento, né esprime questo suo stato con un linguaggio usuale; ma, ponendosi al servizio del divino Spirito, predice ciò che per sempre si compirà. Maria, cioè, magnifica il Signore Dio, perché mostra chiaramente la sua fede mediante le parole di Elisabetta, che dice: «Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore» (Lc 1, 45), e perché si pone al servizio di un cosí grande evento. E questo è vero!

Maria quindi rimane tre mesi nella casa di Elisabetta e poi - dice l'evangelista - «tornò a casa sua» (Lc 1, 56). Questo è l'insegnamento che ci offre il Vangelo. Ma cosa ha voluto significare per Maria questa permanenza? Forse lei desiderava vedere il compimento di quella prodigiosa concezione. Infatti, come del resto era naturale, essa, considerando nel suo animo l'accadimento rimaneva profondamente stupita. D'altronde era costume che le vergini si ritirassero, quando per una gestante fosse giunto il tempo del parto; e, [nel nostro caso], bisogna tener conto anche di questa usanza. Perciò, data l'imminenza del parto di Elisabetta, Maria, benché anche lei fosse incinta, ritornò a casa sua perché era vergine. E quando vi fece ritorno, non visse mai in nessun altro posto se non nella sua casa, finché comprese che era giunto anche per lei il tempo del parto.

 

La figura di Giuseppe «uomo giusto» e prescelto sposo di Maria

 

8. Inoltre, il seno rigonfio della Vergine aveva indotto Giuseppe a pensare in modo sospettoso: egli non sapeva, infatti, che ciò avveniva per opera dello Spirito Santo, e per questo motivo meditava di licenziarla in segreto. «Giuseppe suo sposo, era giusto e non voleva ripudiarla...» (Mt 1, 19). Giuseppe, dunque, come dice l'evangelista, essendo un uomo giusto, non solo non voleva punirla - benché la legge glielo consentisse (cf. Lv 20, 10) -, ma non voleva neppure rendere manifesto il fatto né portarlo alla conoscenza di tutti, e il verbo «ripudiare» significa appunto questo. Pertanto, mentre stava pensando a queste cose, ecco che venne un angelo per sciogliere subito il suo dubbio. Era infatti necessario che colei che era di gran lunga esente da qualsiasi disonore, non subisse nessun oltraggio e offesa. Quali furono, dunque, le parole che l'angelo rivolse a Giuseppe? «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1, 20). Sicché l'angelo, mentre quando lo chiamò figlio di Davide non volle fare altro che ricordargli la stirpe di discendenza del Cristo; invece, quando gli disse di non temere, intese significare il timore che aveva preso Giuseppe di offendere Dio, se avesse accolto un'adultera in casa sua. Per questo motivo l'angelo, per togliere cioè ogni sospetto, parlando della Vergine, disse: «tua sposa». Infatti Maria non si sarebbe potuta dire moglie di Giuseppe, se non fosse stata del tutto esente dalla colpa [di adulterio].

Inoltre, quanto al fatto che qui l'evangelista chiami sposa la donna promessa in matrimonio, lascia che sia la stessa Scrittura a dartene una convincente spiegazione. Essa, infatti, prima del matrimonio chiama sposi coloro che in fondo non sono che promessi sposi. Perché, dunque, l'angelo ordinò a Giuseppe di prendere con sé colei che era già stata accolta da lui e viveva in casa sua? Gli impartí chiaramente tale comando proprio perché lui, ripudiatala nel suo cuore, già la considerava fuori della sua casa. È per tutti questi motivi che in quella circostanza sembrò opportuno [a Cristo] che la Vergine venisse affidata a Giuseppe per mezzo della voce di un angelo, mentre in seguito, cioè sulla croce, l'avrebbe affidata al suo discepolo [prediletto].

L'evangelista aggiunge: «Perché quel che è generato in lei viene

 

dallo Spirito Santo» (Mt 1, 20). Fu dunque con queste parole che l'angelo eliminò completamente il dubbio di Giuseppe. In altri termini fu come se gli avesse detto: La Vergine non solo è intatta da qualsiasi illegittima unione carnale, ma essa ha anche una natura piú eccellente e il suo concepimento è al di là delle possibilità umane. Perciò non solo devi cacciare via il tuo timore, ma devi perfino sentirti pieno di gioia.

Questa, o Vergine, è la tua grandezza: glorificando te, l'Onnipotente ha fatto in modo che si compissero cose mirabili e soprannaturali.

 

L'inizio del potere di Erode I il Grande

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9. A questo punto cerchiamo di spiegare come si sia realizzata la profezia, secondo la quale alla tribú di Giuda non sarebbe mai mancato né un capo né una guida «proveniente dai suoi femori», finché non fosse venuto colui «al quale essa apparteneva» (cf. Gn 49, 10), colui che sarebbe stato l'atteso delle genti. E chiaramente qui la profezia si riferisce a Cristo. Ed infatti egli venne quando ormai i capi di Giuda erano venuti a mancare e già vivevano soggetti al potere di Roma. La nascita di Cristo coincide con il primo censimento, quando cioè i Romani ormai dominavano sul popolo giudaico e lo tenevano sotto il giogo del loro Impero.

Antipatro 4, padre di Erode, che successivamente governerà la Giudea, aveva sposato una donna proveniente dall'Arabia, di nome Cipro. Costei lo aveva reso padre di quattro figli, ed Erode era uno di questi. A questo punto è chiaro che esponiamo i fatti quanto piú apertamente possibile. Ircano, fratello di Aristobulo, ucciso il sommo pontefice Aristobulo, si era posto sul capo la corona regale. Vinto da Pompeo, generale romano, fu condotto vergognosamente a Roma insieme ai figli. Risale a questo periodo la volontà di Roma di imporre dei tributi ai Giudei. Poiché Ircano, che Pompeo aveva nominato sommo sacerdote, era stato catturato dai Parti; e Antípatro, padre di Erode, futuro re della Giudea, era stato proditoriamente ucciso; inoltre, poiché non vi era nessuno in grado di reggere le sorti dei Giudei, allora questo Erode, figlio di Antipatro, ottenne il potere dopo aver versato ai Romani un'ingente somma di denaro e dopo aver stipulato con essi un patto di alleanza. Esporremo quindi brevemente e per quanto ci è possibile come gli si presentò l'occasione per questo suo progetto.

4 Si tratta di Antipatro II, figlio di Antipatro I. Aveva la sua sede ad Ascalona ed era sposato con la nabatea Cipro. Pompeo lo impose come ministro al debole Ircano II ed egli esercitò tale carica fino alla morte (43 a.C.).

 

L'empio Erode

 

10. In quel periodo Cesare Augusto si recava in Egitto con i suoi grandissimi eserciti per portare guerra a Cleopatra. Essa, infatti teneva in suo potere l'Egitto e traeva la sua discendenza dalla stirpe dei Tolomei, come sembra anche a Giuseppe [Flavio]. Erode allora si recò da Cesare; si pose al suo servizio sia aiutandolo con truppe militari e sia versando dei contributi per le spese. Per cui quando Cleopatra e l'Egitto furono nelle mani di Augusto, che già comandava da dodici anni, ritornato a Roma e memore, come è naturale, dell'aiuto che Erode gli aveva prestato, con decisione senatoriale lo elesse re della Giudea e gli impose il diadema regale. Erode, giunto a Gerusalemme, poiché sapeva che i Giudei non erano ben disposti nei suoi riguardi, (egli infatti non era della loro terra e aveva un carattere aspro e difficile) e mal sopportavano il suo dominio, subito fece uccidere alcuni di essi, mandò in rovina altri e ridusse in suo potere in modo insano ed empio la città e il tempio di Dio. Inoltre, facendo cattivo uso del suo potere, aggiunse un ulteriore segno, come chiaro indizio della sua povertà. Spinto dall'invidia e dalla pazzia fece bruciare i pubblici registri della tribú e delle famiglie che si trovavano in Giudea a partire dal tempio di Esdra. Lo scopo era tra i piú scellerati: impedire che i Giudeí sapessero da quale tribú essi provenissero, quanti di essi fossero indigeni e quanti invece fossero quelli che egli era solito chiamare forestieri. Insieme ad altri misfatti, dopo aver riposto in un vaso la veste sacerdotale - oh míseria! - affidava la carica di pontefice dietro compenso ad uomini indegni. E questo era Erode.

 

Si adempie la profezia: Cristo nasce a Betlemme

 

11. Cesare Augusto già regnava da quarantadue anni, quando «ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra» (Lc 2,1). Ciascuno quindi si recò nella sua città per farsi registrare. Era necessario che nella discesa di colui che regna nei cieli, anche i principi della terra recassero doni. Ora, poiché l'editto di censimento voleva che ciascuno si recasse nella propria patria, anche Giuseppe in obbedienza ad esso, dalla Galilea, e precisamente dalla città di Nazaret, si recò in Giudea, nella città di Betlemme, che è la città di Davide. Ma il vero motivo - dice l'evangelista - era costituito dal fatto che egli era della casa e della famiglia di Davide, ossia era il suo discendente (cf. Lc 2, 3-4). Giuseppe, quindi, venne per farsi registrare insieme alla piú ammirabile tra le donne, Maria, che era incinta (cf. Lc 2, 5).

La Galilea è una regione della Palestina e Nazaret è una città della Galilea. Vi è poi una regione detta Giudea e Betlemme è una città della Giudea. Ebbene, tutti i profeti avevano detto che Cristo non sarebbe venuto da Nazaret, ma da Betlemme e che sarebbe nato in questa città. Eccoti dunque apertamente realizzata la profezia: «E tu, Betlemme terra di Giuda, cosí piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda...» (Mi 5, 1). Ed ora il Vangelo ti chiarirà il seguito della profezia (Cf. Lc 2, 6-7). Poiché - dice - era manifesto a tutti che Cristo sarebbe venuto da Betlemme, anche Maria e Giuseppe, pur essendo cittadini di Betlemme, lasciata la loro città (la qual cosa spesso capita a molti, nel senso che, abbandonate le cose che fino allora li hanno sostenuti, preferiscono abitare una terra straniera), anch'essi - dicevo - lasciata Betlemme, abitavano a Nazaret. E come già è stato detto, a sospingerli di buon grado a Betlemme era stato 1'editto di censimento, mentre Dio in modo straordinario si preoccupava di portare a termine questo ineffabile e provvidenziale disegno.

 

Gli eventi che accompagnarono la nascita di Cristo

 

12. Mentre essi si trovavano in quella regione per il censimento, si compirono per la Vergine i giorni del parto; diede alla luce il suo figlio primogenito e avvolse in fasce (Cf. Lc 2, 6-7) colui che non può essere in nessun modo circoscritto. Ma, poiché non c'era posto per loro nell'albergo - o Cristo, quanto è ineffabile la tua povertà a causa mia! - depose in una mangiatoia (ibid.) colui che dà ogni cibo in abbondanza. La Vergine, dunque, per un arcano disegno ha accolto [nel suo seno] colui che non si lascia contenere in nessun luogo! Infatti, poiché molte erano le persone venute da piú parti per farsi registrare, e poiché avevano occupato, com'era naturale, tutti i posti disponibili, chiaramente quelli che giunsero per ultimi si trovarono in grave difficoltà. E poiché tra costoro vi era anche il Cristo, mancando il posto in albergo, fu una mangiatoia ad accogliere colui che avrebbe tolto l'iniziale povertà [dell'uomo] e l'avrebbe onorata in se stesso. «C'erano in quella regione - narra l'evangelista - alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge» (Lc 2, 8). L'angelo del Signore si recò anche da costoro e la gloria di Dio li circondò di luce. E poiché essi erano rimasti presi da grande spavento di fronte ad un simile spettacolo, l'angelo scacciò lo spavento che poco decorosamente li aveva colti, dicendo: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2, 10), cioè non solo dei Giudei, ma di tutti.

A questo aggiungi come l'angelo indichi piú apertamente il motivo della gioia: «Perché oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2, 11). A dimostrare poi che la voce proveniva dall'alto ed era vera, subito ne veniva data la conferma: «E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel piú alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2, 13-14).

 

 La circoncisione e la presentazione di Gesú al tempio

13. Ma, o ammirabile Maria, quali erano quelle cose che tu serbavi meditandole nel tuo cuore? (cf. Lc 2, 19). Erano forse le parole che ti aveva detto l'angelo e tutte le altre cose udite dai pastori? Tu le serbavi nel tuo cuore e, nell'atto di meditarle attentamente, ti rendevi conto che tutte armonicamente s'accordavano nel riconoscere l'unica realtà: colui che era nato da te era veramente Dio e ti aveva mostrato quale miracolo, che non poteva essere contenuto né dal cielo né dalla terra. Egli era colui che aveva accettato di essere circonciso, per confermare la sua appartenenza al popolo giudaico e per non dare ad esso l'occasione di negarlo. Fu circonciso nell'ottavo giorno, nel giorno del Signore [ossia di Domenica], che fu anche quello della sua risurrezione, «e gli fu messo il nome di Gesú», che significa salvezza del popolo «come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre» (Lc 2, 21), quando appunto disse alla Vergine: «e lo chiamerai Gesú» (Lc 1, 31), e quando successivamente rivolgendosi a Giuseppe soggiunse: «egli salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1, 21).

Ed ancora egli attese il tempo della purificazione: «Quando venne il tempo della purificazione secondo la legge di Mosè (cioè dopo quaranta giorni) portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: Ogni maschio e primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore e di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore» i(Lc 2, 22-24).

 

Cristo, il Messia del Signore, il conforto di Israele

 

14. A questo punto allora è preferibile risolvere la contraddizione che sembra trasparire tra gli evangelisti. Infatti, mentre Matteo dice che Gesú fu condotto in Egitto dopo la nascita (cf. Mt 2, 13-14); invece il divino Luca chiaramente afferma che egli fu portato a Gerusalemme dopo quaranta giorni (cf. Lc 2, 22). Essi non affermano nessuna discordanza, nessuna cosa che non sia consequenziale agli eventi. Cristo, infatti, viene condotto in Egitto a due anni dalla sua nascita. Luca, quindi, narra gli avvenimenti che si erano verificati in questo lasso di tempo e dei quali Matteo non aveva parlato, cioè tratta della circoncisione e della purificazione.

«Ora a Gerusalemme - dice Luca - c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto... e lo Spirito del Signore era su di lui» (Lc 2, 5-26). Anzi aggiunge: Egli mosso dallo Spirito... si recò al tempio f. Lc 2, 27), e porse le sue braccia per accoglierlo. Ma quale salvezza vecchio Simeone vide con i suoi occhi? Vide colui che egli aspettava (Lc 2, 25), Gesú, il cui nome significa «salvezza». Infatti il suo mistero era stato preparato per la completa salvezza non solo dei Giudei, ma del mondo intero. E questo appunto significa: [salvezza preparata da te] «davanti a tutti i popoli» (Lc 2, 31); cosí l'altra espressione: «luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele» (Lc 2, 32).

«Il padre e la madre di Gesú si stupivano delle cose che si dicevano di lui»

Osserva, dunque, con quanta precisione si esprime l'evangelista: «Il padre e la madre di Gesú si stupivano delle cose che si dicevano di lui» (Lc 2, 33). Egli dicendo madre, chiama la Vergine con il nome che le compete per la sua condizione, essendo veramente sua madre; invece si rivolge a Giuseppe chiamandolo semplicemente per nome, perché egli appariva come suo padre, mentre in verità non lo era affatto. E per la stessa ragione Simeone li benedice entrambi. Poi, lasciando da parte Giuseppe, si rivolge soltanto alla Vergine Maria, come a colei che era stata la serva (cf. Lc 1, 38) del piano divino della salvezza, e dice: «Ecco, egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione» (Lc 2, 34).

«E anche a te una spada trafiggerà l'anima»?

E tu, o attento ascoltatore, come intendi l'espressione: «E anche a te una spada trafiggerà l'anima» (Lc 2, 35)? Cosa insomma bisogna ritenere che sia questa spada? Forse, o Vergine, il dubbio, la causa di scandalo, la prova che ti attraversarono l'anima nel terribile momento della croce? Anche tu lotterai interiormente con te stessa, anche tu sarai scossa dal turbamento, benché il Signore dall'alto ti abbia messo perfettamente al corrente degli avvenimenti. È chiaro, quindi, che con la parola «spada» Simeone volle significare il dolore che pervase la Vergine nel tempo della passione [del Figlio]. Infatti sembra che le sue parole: «perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2, 35), siano rivolte piú ai discepoli che non a lei. In altri termini, dopo le prove e i dubbi che avevano scosso il cuore dei discepoli e di Maria, non trascorse molto tempo che, veloce, brillò la premurosa assistenza di Dio, riempiendo di tranquillità i loro animi e rinsaldandoli nella sua fede con la grandezza dell'evento della risurrezione.

 

Le profezie si compiono. L’adorazione dei Magi

 

15. Dette queste cose, il nostro discorso mantenga l'ordine della sua esposizione e riprenda quegli argomenti nel punto dove li abbiamo lasciati. Dice lo scrittore sacro: «Gesú nacque a Betlemme nel tempo del re Erode» (Mt 2, 1). Vedi? L'evangelista ci indica in egual modo sia il tempo, sia il luogo e sia l'autorità costituita. Egli precisa quest'ultima, al fine di discernere e distinguere un Erode dall'altro e per mostrare, quindi, l'uccisore di Giovanni Battista (cf. Mi 14ss.): il primo era tetrarca e il secondo era re. Ci indica poi il luogo e il tempo, per rinviarci all'attuazione delle profezie. Di queste, la prima fu predetta da Michea, quando disse: «E tu, Betlemme, terra di Giuda, cosí piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda» (Mi 5, 1); la seconda invece fu del patriarca Giacobbe, quando disse: «Non sarà tolto lo scettro da Giuda, né il bastone del comando tra i suoi piedi [finché verrà colui al quale esso appartiene» (Gn 49, 10).

Ma ai Magi come venne in mente di fare un cosí lungo viaggio e venire ad adorare un bambino, che era ancora in fasce? Sua Madre del resto era povera, non vantava nessun nome illustre, anzi nient'altro aveva se non un tugurio! È chiaro, dunque, che era stato Dio stesso a muovere i loro animi a fare ciò. Osserva, inoltre, lo splendore della loro nobiltà d'animo: essi non solo giungono [a Gerusalemme] (cf. Mi 2, 1), ma parlano anche con tutta franchezza. Infatti, per non essere ritenuti mendaci, mostrano la guida del loro percorso, dicendo: «Abbiamo visto sorgere la sua stella» (Mi 2, 2 ); la lunghezza del percorso: «in Oriente» (Mi 2, 1); ed infine manifestano la schiettezza del loro parlare, quando affermano: «Siamo venuti per adorarlo» (Mi 2, 2), mostrando di non tenere in nessun conto né l'ira del popolo né il dispotismo regale. E l'evangelista dice: «All'udire queste parole, il re Erode restò turbato» (Mi 2, 3). Egli, infatti, aveva paura di perdere il regno. E perciò: «Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo dove doveva nascere il Messia» (Mi 2, 4).

 

L'insidia di Erode

 

16. Ma considera attentamente lo straordinario intreccio degli eventi e come la verità si serva dell'aiuto dei suoi stessi avversari. Quando i Giudei furono interrogati sul luogo dove doveva nascere il Cristo, essi risposero secondo la verità dei fatti: «A Betlemme di Giudea» (Mi 2, 5). E subito invocarono la testimonianza del profeta, che esalta Betlemme e predice che da essa sorgerà un capo che pascolerà il popolo di Israele (cf. Mi 2, 6; Mi 5, 1). Cosí, coloro che in realtà erano nemici, erano obbligati, sia pure a malincuore, a citare apertamente la profezia, anche se non per intero. Infatti essi tacquero su ciò che essa in seguito dice: «Le sue origini sono dall'antichità, dai giorni piú remoti» (Mi 5, 1). Perché si sono comportati in questo modo? Certamente per compiacere Erode.

Ma costui cosa fa? «Chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella» (Mi 2, 7); già infatti progettava di uccidere il bambino nato. Ma questo suo piano oltre ad essere stolto era anche folle! Che cosa dice ai Magi, fatti chiamare segretamente? «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo» (Mt 2, 8). O palese e manifesta insania! Se le tue parole sono sincere e non ingannevoli, perché ti incontri con essi segretamente? Se, al contrario, vuoi celare qualcosa di sinistro e di insidioso, come non hai potuto riflettere che con questo tuo comportamento i Magi avrebbero compreso il tuo piano maligno e scellerato, e proprio mentre tu cercavi di celarlo? Ma ecco che la stella appare di nuovo come all'inizio [del viaggio] e si pone alla loro guida. Essa, infatti, si era nascosta dopo essere apparsa in Oriente, affinché i Magi, perdutala come guida, necessariamente avrebbero interrogato i Giudei, e in questo modo l'evento sarebbe stato conosciuto da tutti. Ma ecco che appare loro di nuovo, dal momento che essi avevano avuto come maestri gli stessi nemici.

 

Molti elementi concorrono alla credibilità dei fatti, e tra questi la stella

 

17. Ed ora considera quanti elementi concorrono alla credibilità dei fatti: ora la stella che guida i Magi, ora il popolo dei Giudei, ora il tranello del re Erode e non ultima la profezia che spiega chiaramente gli accadimenti. Infatti, la stella, dopo il colloquio che i Magi hanno con Erode, li prende di nuovo da Gerusalemme e li guida a Betlemme. Essa non solo li precede, ma quasi li trascina e li conduce per mano [rimanendo visibile] anche in pieno mezzogiorno, affinché sia noto a tutti che non è semplicemente una delle tante stelle e che il suo procedere non è affatto simile a quello delle altre. Perciò avanzando da Gerusalemme, si ferma soltanto quando giunge sulla mangiatoia [del bambino]. Inoltre, ora con il nascondersi, ora con l'apparire ed ora col fermarsi, una volta riapparsa, mostra chiaramente di essere una stella dotata di un potere maggiore di quello delle altre. In questo modo apre ai Magi l'accesso alla fede.

E certamente essi sono presi da un'indicibile gioia perché hanno trovato ciò che cercavano, perché non hanno viaggiato inutilmente, perché il nato è divino e perché sono stati gli araldi della verità. Ora, tutti questi fatti straordinari non sono che un inno di lode per quella fanciulla ammirabile per aver generato Dio; essi, quindi, con la loro ineffabile grandezza la esaltano come la piú eccelsa fra le donne.

 

L'adorazione dei Magi

 

«Entrati nella casa - narra 1'evangelista - videro il bambino con Maria sua madre» (Lc 2, 11). Ma cosa hanno visto di cosí grande da porsi in adorazione? Al contrario, tutto si presenta in una condizione tale, che non può esserci nulla di piú modesto! Non vedono forse una grotta, una mangiatoia, delle fasce e una madre tutta umiltà? Cosa, dunque, ha suscitato in essi tanta ammirazione che non solo si sono apprestati all'adorazione, ma hanno portato anche dei doni, e per giunta tali da significare con essi che il bambino è Dio e Re? Ma proprio questo essi vogliono indicare. L'oro, infatti, è per il Re; 1'incenso è per Dio e la mirra invece è per la morte che Cristo avrebbe affrontato per la nostra salvezza. Che cosa, dunque, li ha mossi? Sempre e solo ciò che li ha indotti ad uscire dalla loro patria e ad affrontare un cosí lungo percorso: certamente la stella e la luce che, inviata da Dio, ha illuminato i loro animi.

 

Lo stupore della Vergine e l'insegnamento dell'Infante

 

18. Ma, naturalmente, quali pensieri attraversavano l'animo della madre osservando queste cose? Di quale mai figlio essa era la madre, se uomini cosí illustri si erano recati da lui, guidati da una stella? se lo adoravano in fasce e gli offrivano doni, come se cercassero di instaurare con lui un rapporto familiare e ambire da questo chissà quale grande vantaggio? Era pertanto normale che la Vergine provasse una grande gioia, che tutta si illuminasse e che, mettendo insieme tutti questi fatti veramente straordinari, cominciasse a nutrire delle speranze non solo dagli eventi presenti, ma anche da quelli che si erano verificati precedentemente. Il bambino, quindi, inizialmente si presenta a lei in questo modo: le pone a raffronto ciò che è eccelso e ciò che è umile. In altri termini, affinché la madre, vedendo solamente una grotta, un tugurio, una mangiatoia e delle misere fasce non pensi, di conseguenza, di essere veramente povera e si abbatta al pensiero di questa miseria; le fa vedere anche grandi cose, per portarla di nuovo in alto e farle considerare di essere veramente beata a causa del suo parto straordinario. Questo, in fondo, è ciò che il Signore ha fatto fin dall'inizio: mentre ha paradossalmente innalzato ciò che è vile e inglorioso; al contrario, ha umiliato ciò che è potente. E certamente ora, [nella sua nascita], mostra di comportarsi con sé allo stesso modo.

1 Magi furono avvertiti in sogno di non tornare da Erode (Mt 2, 12)

19. Ma perché ai Magi fu comandato di non tornare da Erode? E come spiegarsi quella poco decorosa fuga in Egitto di Cristo, come se egli non potesse salvarsi in modo diverso? L'evangelista infatti dice: «... perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo» (Mt 2, 14). Forse perché per mezzo di queste cose, piccole ed umane, apparisse chiaramente come Cristo avesse assunto la carne e, nel contempo, si potesse credere alla grandezza del suo piano di salvezza. Egli, quindi, all'inizio decise di non operare miracoli per ogni cosa. Infatti, tutto

ciò che inizialmente si fece, fu fatto solo per la Madre, per Giuseppe, per i pastori e per i Magi. Costoro, dunque, furono avvertiti in sogno di non tornare da Erode (cf. Mt 2, 12), sia perché fossero subito mandati come maestri nel territorio persiano, sia perché si mettesse fine al furore del tiranno e sia perché costui si rendesse conto di aver intrapreso un'azione che non avrebbe potuto portare a termine. E se egli non divenne migliore, la colpa non è da imputare a colui che in modo provvidenziale aveva tutto disposto, ma all'eccessiva follia di Erode. Ma al di là di ogni cosa, anche tu, che hai scelto di vivere secondo Cristo, proprio da ciò potresti trovare non poche occasioni per deviare dal suo insegnamento; per cui subito, fin dall'inizio, quando temi di essere messo alla prova, sii pronto ad affrontare le insidie.

Nelle persone che vivono santamente si alternano momenti di sofferenza e di dolore

[A Giuseppe] si impartisce l'ordine di prendere con sé il bambino e sua Madre e di fuggire in Egitto (Mt 2, 13), ma con termini diversi dai precedenti. Infatti l'angelo prima aveva detto: «Maria, tua sposa» (Mt 1, 20); ora invece la chiama «madre», avendo già partorito ed essendo ormai libera da ogni sospetto. Il motivo della fuga è dettato dalla paura dell'insidia regale. Ancora una volta osserva come le cose umili si uniscano a quelle grandi, cosí come quelle che procurano dolore a quelle che danno gioia. Dopo che la stella aveva guidato i Magi all'adorazione del Re anzi di Dio, dopo la presentazione dei loro doni, ecco che si insinuò la paura dell'uccisione [del bambino], e [si rese necessaria] una fuga fatta di nascosto. Ebbene, colui che prima era stato annunziato come salvezza del suo popolo (cf. Lc 2, 30-32), ora sembra perfino incapace di salvarsi.

Quale ripercussione ebbe questa situazione sull'anima della Vergine? e, come era naturale, quali pensieri nel frattempo attraversarono la sua mente? Cosí, di conseguenza, tu troverai che la medesima situazione si verifica anche in tutte le persone sante, quando alle dolci cose che procedono dai pensieri del loro animo, vengono ad unirsi anche quelle che producono dolore.

La fuga in Egitto, la morte di Erode I il Grande e la divisione del regno

20. E cosí l'Egitto accolse Cristo. Erode, fallito ormai il suo scopo, sfogò tutta la sua ira su dei fanciulli, che non avevano commesso nessuna ingiuria. In questo modo egli si vendica dei Magi che lo hanno ingannato; o meglio, a causa della sua follia contro Cristo, che egli ha concepito per il timore di perdere il regno, si comporta contro ogni principio naturale e fa uccidere tutti i fanciulli che si trovano a Betlemme, Egli infatti ritiene che con la strage di questi bambini riuscirà a colpire sicuramente anche quello [di cui gli avevano parlato i Magi]. Sicché, pur di liberarsi dal suo timore [di perdere il regno] egli senza alcuna misericordia procura a tutti pianto e lutto. Un'altra persona, invece, si sarebbe trattenuta dal comportarsi in questo modo anche nei confronti di cose inanimate, per cui guardando tenere pianticelle, mossa da un atto di compassione per loro si sarebbe rifiutata di sradicarle. Allora, voi che amate il potere e vivete soggiogati dalla vanagloria, vedete a quale insania questa spinge coloro che l'amano, fino a che punto li convince a farsi trascinare e quali empietà li costringe a commettere!

Geremia, comunque, annunzia molti anni prima questa strage di bimbi innocenti, predice la tragedia e presenta Rachele nell'atto di piangere i suoi figli unitamente al rifiuto di essere consolata (cf. Ger 31, 15). E queste cose accadevano non all'insaputa di Dio, anzi egli ne era a conoscenza e voleva impedirle, tuttavia le permetteva per delle ragioni per noi incomprensibili. Erode, poi, raccogliendo i frutti provenienti dai misfatti commessi, viene colpito dall'alto da un male che si diffonde per tutto il corpo: il malvagio muore allora miseramente e il suo regno viene diviso in quattro parti: Archelao ottiene il comando della Giudea, Erode quello della Galilea, Filippo quello della Iturea e della Traconitide, Lisania il tetrarcato dell'Abilene

 

Il ritorno dall'Egitto. Continuano le sofferenze

21. Scomparso Erode dalla scena della vita, l'angelo appare nuovamente in sogno a Giuseppe, che si trovava in Egitto, gli ordina di prendere il bambino e di recarsi nel paese di Israele (cf. Mt 2, 20). 0 Madre di Cristo, quale non comuni vicissitudini hai dovuto affrontare? quanti mutamenti? Ecco, sei stata liberata dall'esilio, ritorni nel tuo paese e vedi che è morto miseramente colui che ha tentato di farti del male! Ma giunta a casa, scopri che le tue disgrazie continuano: il figlio del tiranno, che - oh dolore! - ha insidiato tuo Figlio, regna al posto del padre. A questo punto qualcuno degli studiosi potrebbe chiedersi: Ma in che modo Archelao reggeva il comando della Giudea, se all'epoca il governatore era Ponzio Pilato? Inoltre, se Erode era morto da poco e il regno non era ancora stato diviso in piú parti, [possibile che] il figlio nel frattempo già teneva il regno? Ebbene, la precisazione dell'evangelista, quando aggiunge «di suo padre», non è affatto inutile. Infatti, quando dice: «[Avendo però saputo che era re della Giudea Archelao] al posto di suo padre Erode...» (Mt 2, 22), lo fa per distinguerlo dal fratello, in quanto anche costui si chiamava Erode.

 

Una differente esposizione degli eventi: Matteo e Luca

 

22. Giuseppe dunque torna a Nazaret, secondo quanto gli è stato detto in sogno (cosí narra il divino Matteo); egli, cioè, dopo essere sfuggito al pericolo, desidera abitare nella sua patria. Anzi, affinché abbia maggior sicurezza, egli viene avvertito dall'angelo (cf. Mt 2, 22). Luca, invece, non parla di questo avvertimento, ma «quando ebbero tutto compiuto il rito della purificazione secondo la Legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret» (Lc 2, 39). Come allora dobbiamo risolvere la discrepanza espositiva dei due evangelisti? La narrazione di Luca espone gli eventi relativi al tempo che precede la loro discesa in Egitto (e comunque si sarebbero recati colà non prima della purificazione, affinché nulla avvenisse contro la Legge del Signore). Bisognava che prima si purificasse, poi si recasse a Nazaret ed infine discendesse in Egitto.

Ma mentre egli ritorna dall'Egitto ecco che riceve l'ordine di recarsi a Nazaret (cf. Mt 2, 22-23). Infatti, precedentemente non aveva avuto nessun avvertimento di recarsi colà, ma poiché egli - come abbiamo detto - aveva piacere di abitare nella sua patria, lo faceva di libera scelta. D'altra parte, anche la salita [in Giudea nella città di Davide chiamata Betlemme (cf. Lc 2, 4)] non era stata determinata da nessun altro motivo se non a causa del censimento; e poiché non avevano dove alloggiare (cf. Lc 2, 7), non appena ebbero assolto l'obbligo [della prescrizione] per il quale erano venuti, ecco che ridiscesero a Nazaret. E certamente l'angelo, dopo averli rassicurati, li restituí alla loro casa. Tuttavia, indipendentemente dallo svolgimento dei fatti, l'evangelista Matteo ha voluto puntualizzare l'adempimento della profezia, che era stata fatta molti anni prima: «Perché si adempisse - dice - ciò che era stato detto dai profeti: Sarà chiamato Nazareno» (Mt 2, 23). E Luca dice: «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui» (Lc 2, 40). Queste cose, comunque siano state dette, bisogna accettarle tenendo conto dei limiti delle umane capacità.

 

Lo smarrimento e il ritrovamento di Gesú nel tempio

 

23. Quando Gesú ebbe dodici anni, insieme ai genitori salí a

Gerusalemme per celebrare la festa della Pasqua. Ma trascorsi i giorni della festa, mentre essi riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesú rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero (cf. Lc 2, 41-43). Essi lo cercavano, ma lui si tenne nascosto per tre giorni. Alla fine si fece trovare nel tempio, «seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore» (Lc 2, 46-47). In questo modo si adempiva ciò che era stato detto di lui: «E Gesti cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 52; cf. 1 Sam 2, 26); e tale, infatti, era apparso a molti.

Egli, dunque, si sottrae ai genitori affinché non gli impedissero di parlare con i dottori della legge; infatti, sapendolo impreparato, erano preoccupati che egli commettesse errori nel parlare. O probabilmente Gesú si sottrae ai genitori per non apparire sprezzante nei loro riguardi, cioè come colui che disubbidiva ad essi che gli comandavano di fare cose alle quali gli uomini normalmente obbediscono. E intanto osserva come invece egli fa quelle cose che si addicono ad un bambino. Egli, infatti, non fa da maestro ai dottori della legge, anche se in sapienza è di gran lunga superiore, ma li ascolta e li interroga, facendo l'una e l'altra cosa con grande saggezza. Ma perché colui che è cercato dai suoi genitori non viene trovato al primo, né al secondo, ma solo al terzo tentativo? Probabilmente ciò sta a presignificare la sua sepoltura ed insieme la sua risurrezione, che sarebbe avvenuta dopo tre giorni: tale, infatti è il tempo dopo il quale, tenuto nascosto dal sepolcro, egli apparirà.

 

L'onore e l'amore di Dio sono da anteporre a quelli dei genitori

 

24. Ancora una volta l'ammirabile Madre, vinta dal suo materno amore, si rivolge con affetto al Figlio e, quasi rimproverandolo gli dice che la sua ricerca le aveva procurato dolore: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre ed io, angosciati ti cercavamo» (Lc 2, 48). A questo punto, poiché la Vergine ha fatto menzione di colui che è suo padre solo in apparenza [Giuseppe], Cristo, volendo correggere ciò che lei ha detto, coglie l'occasione per parlare di colui che è veramente suo Padre. Egli, in questo modo, intende richiamare la verità alla mente della Madre, e la esorta a non tenere lo sguardo fisso sulle cose della terra, ma di elevarlo verso le cose del cielo, perciò dice: «[Perché mi cercavate?] Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2, 49).

Con queste parole egli mostra chiaramente di essere Dio per natura, se è vero che il Figlio è della stessa natura di colui che lo ha generato. Inoltre poiché egli è tempio del Padre, egli si occupa delle cose del Padre. Ma questo parlare è ancora incomprensibile per Maria e per Giuseppe (cf. Lc 2, 50). «Parti dunque con loro, tornò a Nazaret e stava loro sottomesso» (Lc 2, 51), imparando da sé ad onorare i genitori, adempiendo in questo modo per primo ciò che egli stesso aveva ordinato, insegnando cioè ad amare i genitori, ma dopo Dio: infatti l'amore a Dio deve precedere quello dovuto ai genitori. Egli quindi, li aveva lasciati ed era rimasto nel tempio per mostrare che l'amore verso Dio deve essere piú forte di quello che in modo naturale si nutre verso i genitori.

 

«Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2, 51)

 

25. Ma osserva insieme a me ancora una volta come Maria è la piú saggia tra le donne, lei che è la Madre di colui che è vera sapienza e arcana conoscenza. L'evangelista infatti dice: «Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2, 51), cosí come [aveva fatto] precedentemente all'arrivo dei pastori e alla narrazione di ciò che essi avevano visto e ascoltato. Pertanto Luca sottolinea il fatto che Maria serbava tutte queste cose nel suo cuore. Essa, infatti, non guardava il figlio come un qualsiasi bimbo, ma faceva gran conto delle cose che si dicevano di lui. Non vi era quindi nessuna delle cose dette o fatte da lui, che ella non ritenesse degna di grande attenzione e che non nascondesse diligentemente nel suo cuore. Inoltre la Vergine riteneva, e giustamente, che tali cose fossero gli inizi e i segni premonitori di eventi divini e arcani.

 

Gesú compie il suo primo miracolo alla presenza della Madre: le nozze di Cana

 

26. Poi Gesú ricevette il battesimo (cf. Lc 3, 21-22) e dopo questo - come dice il divino Giovanni - fece il suo primo miracolo, quando alle nozze di Cana mutò l'acqua in vino alla presenza della Madre (cf. Gv 2, 1-11), il cui desiderio di onore tipicamente femminile, come è naturale, ne traeva vantaggio. E, infatti, la prima a non tralasciare di richiamare l'attenzione sulla mancanza del vino, offrendo cosí al Figlio l'occasione per compiere il miracolo. Egli, però, accetta a malincuore questa sua premurosa provocazione e lo dimostra chiamandola «donna» e non «madre» (cf. Gv 2, 4), perché ritiene che non è conveniente cedere al piacere che proviene dalla brama di gloria. Perciò, anche se intimamente ritiene opportuno disattendere l'invito, tuttavia fa ciò che lei ha ordinato, volendo cosí onorarla come madre e ricompensarla per averlo portato nel suo seno.

Ma tu osserva anche in questa occasione il grande senso di moderazione e di prudenza della Madre di Dio. Ella, infatti, pur essendo la Madre, non si rivolge al Figlio con fare altezzoso chiedendo gli di compiere il miracolo, ma si limita a una pura e semplice constatazione, per giunta fatta con rispetto e con spirito di sottomissione, tanto quanto basta per manifestare il suo vivo desiderio. Ma cosa dice al Figlio? «Non hanno più vino» (Gv 2, 2). Ebbene, pur sapendo che è suo Figlio, tuttavia non dimentica che è anche il suo creatore! Perciò, anche se le fa piacere mostrarsi madre di un simile Figlio, e ringraziare cosí quelli che l'hanno invitata al banchetto, ciononostante gli chiede di operare il miracolo in modo rispettoso e prudente. Allora, indicando il Figlio, dice ai servi: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2, 5). La Vergine, quindi, ben conosce il potere straordinario del Figlio, perché [a partire dalla sua nascita] ha visto cose strabilianti, prodigi che come già precedentemente ci ha insegnato l'evangelista (cf. Lc 2, 51), di volta in volta va custodendo nel suo cuore.

 

Maria vive sempre unita al Figlio, soprattutto nei momenti piú dolorosi della sua passione

 

27. Ora, poiché l'argomento che ci siamo proposti di trattare non mira ad altro se non a mostrare le grandezze di Maria, anche la descrizione di ciò che segue rientrerà tra le cose stupende da lei compiute. Narreremo, infatti, come ella sia sempre vissuta insieme a suo Figlio, come gli sia stata sempre accanto anche nei momenti particolarmente difficili. Infatti non si è separata da lui neppure durante il tempo della passione, quando cioè tutti, discepoli, amici, conoscenti ed altri, abbandonato il Figlio tutto solo, se la danno a gambe levate. E ancora, quando altri, dopo essere rimasti per un po', lo rinnegano. Ebbene, se le cose stanno cosí, affrontiamo quest'argomento e tralasciamo gli altri.

Giunto il tempo della passione, Cristo si consegna spontaneamente ai suoi uccisori e sta in mezzo ad essi. Viene condotto da Pilato; lo si conduce alla presenza di Caifa ed è poi portato da Erode per essere interrogato. E finalmente si emette contro di lui la sentenza: è condannato ad essere crocifisso. La Madre, come nelle altre cose è superiore alle altre donne, cosí anche in questa circostanza si mostra piú che donna: non solo non si allontana mai da lui, ma lo segue perfino piú da vicino e niente, che incute paura, riesce a farla tremare. La Vergine, inoltre, è superiore a tutte le altre donne, non tanto per il suo viscerale amore per il Figlio, quanto soprattutto perché accetta di sottoporsi alla divina volontà. Anzi, invita anche le altre due donne, cioè le due Marie, come insegna il Vangelo (cf. Mc 15, 40), e le persuade a rimanere con lei per tutto il tempo. Esse, infatti, hanno un animo nobile e generoso; desiderano vivamente restare unite a questo invisibile sposo, che invisibilmente si avvicina. L'evangelista dice: «C'erano anche alcune donne..., che lo seguivano e servivano da quando era ancora in Galilea» (Mc 15, 41). Per questo motivo sembra che esse siano state presenti anche durante la celebrazione dei divini misteri, cioè [alla Cena]. E se anche non siedono a tavola insieme ai Dodici, certamente fanno parte dei componenti della famiglia.

Infatti, quando Gesú celebra il divino mistero [eucaristico] e trasmette l'insegnamento della sua grandissima umiltà, mentre lui siede insieme ai discepoli, ordina invece alla Madre di prendersi cura [della direzione] delle donne che servono a tavola. Cosí, per mezzo della Madre egli le accoglie benevolmente e, mangiando insieme ad esse, mostra di ringraziarle per il servizio che prestano.

 

Maria con un'incredibile forza d'animo partecipa alla passione del Figlio

 

28. Cosí la Vergine entra nell'atrio della casa di Anna e di Caifa; osserva ad una ad una ogni offesa arrecata al Figlio e resta sempre accanto a lui mentre viene giudicato. Gli sta a fianco quando viene accusato come reo di morte, tutta intenta ad osservare le persone che entrano ed escono dall'aula. Ha lo sguardo fisso alle loro labbra, per cercare di carpire dal movimento di queste la sentenza pronunziata contro di lui, per sapere chi è d'accordo con lei [sull'innocenza del Figlio] o chi invece lo ritiene colpevole. È opinione comune che la Vergine ha visto tutte queste cose, dal momento che è presente anche ai piedi della croce, quando il Figlio crocifisso l'affida al discepolo. Per questi motivi è lecito considerare che tipo di donna è Maria: è, infatti, colei che osa guardare in faccia una realtà cosí dolorosa, fatta di scherni, di percosse inferte con lo staffile, di schiaffi; deve vedere il Figlio coperto da un manto di porpora, cinto da una corona [di spine] e trascinato via in modo oltraggioso. È lecito ancora osservare la sua grandezza d'animo, sia quando la si considera semplicemente nei riguardi del Figlio, cioè quando sopporta la violenza che il dolore esercita sulla sua natura di madre; e sia quando, pur sapendo che lui è un uomo superiore a tutti gli altri, ammira la sua straordinaria tolleranza. Anzi, è lecito riflettere su entrambe le cose: l'essere piegato da un dolore naturale [in quanto madre] e il restare profondamente stupito di fronte alla prodigiosa capacità di sopportazione del Figlio.

 

Maria ai piedi della croce: «E anche a te una spada trafiggerà l'anima»

 

29. E quando poi quei scellerati giunsero [ad un luogo detto Golgota] che significa luogo del Cranio (cf. Mt 27, 33) e fu fissata la croce sulla quale pendeva suo Figlio, quale pensi che sia stato il dolore del suo animo nel vederlo soffrire in quel modo? Come poteva vedere spogliato delle sue vesti, colui che copre il cielo di nubi? Come sopportava la vista delle sue purissime carni trafitte dai chiodi? 0 piuttosto, perché quei colpi non venivano inferti nelle sue carni sì che si realizzasse la profezia dell'ammirabile Simeone: «E anche a te una spada trafiggerà l'anima» (Lc 2, 35)? Perché i suoi occhi non si rigavano di piú pungenti ruscelli di lacrime, vedendo le gocce di sangue che stillavano [dal corpo del Figlio]? Come sopportò di vedere disteso sulla croce, colui che con un volto dolcissimo guardava lei e coloro che erano presenti? Che dire poi di quelli che lo deridevano, lo beffeggiavano e, passandogli accanto, lo schernivano in modo empio e vergognoso? Che dire dei motteggi di quegli uomini ingrati e degli oltraggi dei presenti? Ed in verità, questo atteggiamento nei riguardi del Figlio le procurava ferite piú penetranti degli stessi chiodi. Mille piaghe lo tormentavano, mille trafitture lo laceravano! Ma ciò che piú l'addolorava era il desiderio di avvicinarsi a lui; aveva, per cosí dire, un'ardente sete di parlare con lui, ma veniva sistematicamente allontanata da quel branco di cani che la circondavano. Sí, branco di cani, come precedentemente li aveva chiamati quel divino progenitore, [Davide] (Sal 21, 17).

 

La Vergine con l'animo in preda alla commozione parla al Figlio crocifisso

 

30. Dopo che quei deicidi ebbero portato a termine tutto ciò che avevano deciso di fare e non si aspettava altro se non che essi se ne andassero via; quando ormai anche gli amici piú intimi erano fuggiti, o piuttosto per dirla col profeta, se ne stavano a distanza (cf. Sal 37, 12); quando, infine, i soldati allentarono la sorveglianza di Cristo inchiodato sulla croce, allora sembra che la Madre ebbe la possibilità di accostarsi al Figlio. Con amore baciò i suoi purissimi piedi e le piaghe impresse su di essi e, accostate le guance e gli occhi, uní le sue lacrime al sangue di lui. Lo guardò e con l'animo in preda alla commozione gli disse: «Perché tutte queste cose, mio Signore, mio Dio? Sono forse la ricompensa della tua ineffabile bontà verso gli uomini? È cosí che ti ringraziano quelli che tu hai beneficato? Quelli che tu, o Padre, hai adornato della stola della gloria come dei figli, ora ti vestono con la porpora della derisione!

Tu, infatti, come un'aquila che veglia la sua nidiata, hai spiegato le ali, li hai presi e li hai portati sul tuo dorso (cf. Dt 32, 11)! Quelli che tu hai coronato con le armi della benevolenza, quelli che tu hai reso cosí forti da sollevare il capo contro il nemico, ora ti hanno posto sul capo una corona di insulto! Quelli che tu hai liberato dal peso della schiavitú egiziana e da innumerevoli afflizioni, ora ti fanno soffrire con i loro chiodi! Quelli davanti ai quali il mare, percosso dalla verga, si ritrasse mentre fuggivano, ora con una canna ti feriscono il capo! Ti prego, di' qualche parola per risollevare l'animo di colei che ti ha dato alla luce: infatti, io che ti ho generato senza dolore, ora non riesco a sopportare questo dolore! Dove ti vedrò d'ora innanzi? Chi sarà il mio conforto? Chi si prenderà cura di me, standomi accanto? ».

 

«Donna, ecco il tuo figlio!» - «Ecco la tua madre!»

 

31. Cristo allora, vista cosí addolorata la Madre, che stava vicino al discepolo prediletto, le parlò - come era naturale - proprio come esattamente ci riferisce il divino Vangelo. Dapprima la guardò e poi, indicando il discepolo, le disse: «Donna, ecco il tuo figlio!» (Gv 19, 26). In questo modo, quindi, pur essendo inchiodato sulla croce, si prese cura di sua Madre e l'affidò al discepolo prediletto, per insegnarci a non abbandonare i genitori anche fino all'ultimo respiro della vita, anche se egli precedentemente aveva mostrato una sorta di risentimento nei suoi riguardi a causa di una inopportuna scelta di tempo. Durante le nozze di Cana, infatti, le aveva detto: «Che ho da fare con te, o donna?» (Gv 2, 4), e in un'altra occasione: «Chi è mia madre? ...» (Mt 12, 48). In questa circostanza, invece, apertamente le mostra il suo affetto e, affidandola al discepolo, le vuole infondere coraggio. Inoltre, per quanto riguarda il discepolo, Cristo, affidandogli la Madre non solo gli tributa un onore maggiore, ma gli testimonia anche il grande affetto che nutre per lui. Infatti, cos'altro avrebbe potuto dire o fare per renderlo degno di tanto onore? In questo modo, infine, egli vuole anche ringraziarlo per essere rimasto con lui presso la croce.

Perciò - narra il Vangelo - rivolto lo sguardo al discepolo, gli disse: «Ecco la tua madre!» (Gv 19, 27). Con questo gesto Cristo desiderò unirli nell'affetto e, contemporaneamente, volle mostrare come entrambi ne fossero degni. «Da quel momento - continua l'evangelista - il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19, 27): aveva cioè ben compreso il senso delle parole di Gesú e con animo sincero si disponeva a servire la volontà del Signore.

 

L'immenso dolore della Madre ai piedi della croce

 

32. Dopo che ogni cosa era stata compiuta, il Salvatore disse: «Ho sete» (Gv 19, 28). Ma quegli uomini, prontissimi nel compiere il male, i piú ingrati tra gli ingrati «gli diedero da bere vino mescolato con fiele» (Mt 27, 34), mentre essi, tormentati dall'arsura della sete - oh dolore! - nel deserto [di Sin] bevvero l'acqua [sgorgata dalla roccia] (cf. Es 17, 1-7). Coloro che un giorno furono saziati con la manna (cf. Es 16, 31), ora porgono del fiele; sí, proprio essi la cui uva è velenosa e il cui vino è tossico di serpenti (cf. Dt 32, 32-33). Quale dolore allora attraversò l'animo della Madre, quando vide queste cose? Quanto grande dovette essere la sua forza, quando vide il Figlio morto? Come poté non spezzarsi anche la sua anima? Con quale coraggio, inoltre, sopportò di vedere i nemici, che neppure dopo la morte erano riusciti a riconciliarsi con il Figlio, anzi, con mente ancora assetata di sangue, gli avevano colpito il costato con una lancia (Gv 19, 34)? È il Vangelo stesso a narrare tutti questi particolari.

Tuttavia la voce di quegli uomini che tengono in gran conto la verità, aggiunge anche che la Madre di Dio, dopo aver visto con i suoi stessi occhi cose cosí straordinarie e degne di meraviglia, con prudenza e con riverente ardore, anche dopo la morte del Figlio, raccolse quell'acqua e quel sangue che, come se egli fosse ancora vivo, continuavano a sgorgare dal suo costato aperto.

 

La Vergine è alla ricerca affannosa di un sepolcro per il Figlio

 

33. Allora la Vergine si dedicò tutta a preparare il necessario per la sepoltura, a cominciare da come deporre dalla croce quel corpo divino e a trovare un sepolcro adatto. Ma poiché non poteva compiere da sola tutte queste cose, ecco che fu il Figlio a farle pensare di trovare sul luogo stesso del Calvario [il posto della sua deposizione]. Ella fece in questo modo ed avvenne che subito raggiunse lo scopo. Trovò, infatti, un sepolcro bellissimo e di recentissima costruzione, così come, decoroso era il luogo nel quale si trovava, benché fosse comunque sempre indegno di lui. Quale cosa terrena, del resto, ne sarebbe stata completamente degna? E tuttavia esso non fu certamente indecoroso, se bastò ad esaudire l'ardente desiderio di colei che lo cercava. Infatti, come ho detto prima, era una tomba nuova e del tutto intatta, e nella quale nessuno vi era stato ancora deposto (cf. Lc 23, 53).

Ma perché nuovo? Per evitare che, una volta deposti altri corpi, si sollevassero dubbi circa quello risorto! D'altra parte il luogo si trovava in una zona molto ariosa, curato come se fosse stato un orto.

Dopo essersi informata, essa venne a sapere che il padrone dell'orto non solo era un amico ma, come narra il Vangelo, perfino un discepolo, benché nascosto per timore dei Giudei deicidi (cf. Gv 19, 38). La Vergine quindi si recò da lui e con opportune parole lo convinse a lasciar deporre nella sua tomba, come in uno scrigno, quell'immortale tesoro, ed avere cosí presso di sé la vita a custodia della casa. «I nemici - gli dice - finalmente hanno portato a compimento il loro piano; hanno condannato il Maestro ad una morte infamante, senza trascurare nessuna offesa o ignominia. Del resto ancora adesso, benché morto, si trova nudo sulla croce. Orrendo spettacolo per me e per l'intera realtà creata! Egli è divenuto piú oggetto di scherno che di compassione! Ti prego, sii benevolo con me e con il nostro comune Maestro. Fatti coraggio e chiedi di poter prendere il suo corpo, di deporlo dalla croce e seppellirlo, se Gesú non è proprio inviso ad essi anche dopo la morte. Se lo farai, procurerai

un grande sollievo a tutti; ci troviamo, infatti, in grave difficoltà e nessuno si muove a compassione di noi. Infatti, come dice il salmista: "Amici e compagni si scostano dalle mie piaghe, i miei vicini stanno a distanza" (Sal 37, 12). Io non posso fare nulla, come vedi, perché sono sola e forestiera e, insieme all'unico rimasto dei discepoli, mi prendo cura del Figlio crocifisso. Tu cosí allevierai il mio dolore, cosí smetterò di piangere».

 

La Vergine si mostra coraggiosa fino alla fine

 

34. La Madre di Dio, convinto e spronato Giuseppe con queste parole, lo inviò da Pilato. E Giuseppe, allontanato da sé ogni timore e ispirato da colui che dà la vita ai morti, si recò - dice l'evangelista Marco - «coraggiosamente da Pilato» (Mc 15, 43) e con parole adatte alla circostanza ottenne di prendere quel corpo divino. Ma ciò che veramente è senza confronto, è il fatto che mostrò una sensibilità d'animo diametralmente opposta a quella di Giuda. Mentre costui, potendolo, aveva consegnato [il corpo di Gesú] nelle mani di coloro che lo avrebbero ucciso, Giuseppe invece lo chiese e lo ottenne dagli stessi uccisori.

Il discorso comunque prosegue mettendo a fuoco il comportamento di Maria. Coloro che hanno trattato questo argomento dicono che la Vergine si comportò con coraggiosa perseveranza dall'inizio fino alla fine, sapendo affrontare il suo dolore con decoro e dignità. Con i fatti mostrò di essere madre, è vero; ma Madre di colui che, pur manifestando un grande affetto per l'amico morto [Lazzaro], aveva saputo contenere entro certi ambiti la sofferenza del suo animo (cf. Gv 1, 33-44). Anch'essa, quando vide il Figlio morto, riuscí a controllare il suo dolore. Anzi, quando lo deposero dalla croce lo aiutò con le sue stesse materne mani, riponendo sul suo seno i chiodi che venivano estratti. Abbacciò le membra senza vita, ora stringendole tra le braccia, ora detergendo le piaghe con le proprie lacrime; e infine riversò tutta se stessa sull'intero corpo del Figlio. E con voce pacata gli disse: «Ecco, Signore, per te è giunto a compimento quel mistero stabilito prima dei secoli». Poi, porgendo un candido lenzuolo a Giuseppe (cf. Mt 27, 59), soggiunse: «Tu ti prenderai cura di ciò che ancora resta da fare: lo avvolgerai ben bene in questo lenzuolo, cospargerai di mirra il suo corpo e lo deporrai nel sepolcro come si conviene».

 

La Vergine non è da confondere con le altre due Marie

 

35. Cosí, dopo che ebbero deposto il corpo di Gesti nel sepolcro nuovo, Giuseppe, Nicodemo e tutti gli altri che erano presenti, si ritirarono dal luogo della sepoltura. Solo la Madre restò attaccata al sepolcro, senza chiudere affatto occhio. Infatti, anche se l'evangelista Matteo, al contrario, ha narrato che Maria Maddalena insieme all'altra Maria erano lí [davanti al sepolcro] (cf. Mt 27, 61), tuttavia ha voluto indicare soltanto che esse erano venute a visitare, ma non avevano osato avvicinarsi. E certamente fu cosí: esse si erano allontanate per paura dei Giudei e delle guardie che erano state poste a custodia del sepolcro (cf. Mt 27, 65-66).

Afferma, infatti, lo stesso Matteo: «Passato il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l'altra Maria andarono a visitare il sepolcro» (Mt 28, 1). L'evangelista dunque non avrebbe detto «andarono a visitare», se esse fossero rimaste lí e se, come tutti gli altri, non fossero andate via dal sepolcro. Alcuni poi, non indagando accuratamente la verità, hanno erroneamente ritenuto che la Madre del Signore fosse l'altra donna di nome Maria, quella cioè di cui parla Matteo.

Invece l'evangelista Marco la identifica chiaramente, quando dice: «E intanto Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto» (Mc 15, 47). Altri ancora [hanno confuso la Vergine] con Maria, la madre di Giacomo il Minore (cf. Mc 15, 40). Il fatto è che dovunque nei Vangeli la Vergine, dopo 1'ineffabíle parto, è chiamata "madre" in modo chiaro ed inequivocabile; anzi questo appellativo è notissimo: «[Alzati, prendi con te il bambino] e sua madre [e fuggi in Egitto]» (Mt 2, 14); «E c'era la madre di Gesú» (Gv 2, 1); «La madre dice ai servi...» (Gv 2, 5); «Discese a Cafarnao insieme con sua madre» (Gv 2, 12); «Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli...» (Mt 12, 47); «Stavano presso la croce sua madre, la sorella di sua madre...» (Gv 19, 25). Se si vuole, c'è anche Luca che negli Atti conferma quanto ora è stato detto: «Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesú» (At 1, 14). In conclusione, molto difficilmente si può trovare che la Vergine venga nominata diversamente, cioè né da parte di padre né secondo un altro rapporto di parentela, come già abbiamo detto. Perciò Maria non è da confondere con nessuna delle due precedenti [sunnominate].

 

Maria la prima testimone della risurrezione e dello splendore del Figlio

 

36. Ora quella notte, poiché le altre donne andavano e venivano dal sepolcro per annunziare agli Apostoli ciò che accadeva, non poterono assistere ai molteplici miracoli [che si accompagnarono] alla risurrezione. La Vergine, invece, che era stata sempre presso il sepolcro senza mai staccarsene, vide tutto chiaramente, senza comunque manifestarlo subito, ma riferendolo solo successivamente. Infatti, se nel frattempo le donne avevano fatto la spola tra il sepolcro e gli Apostoli, come avrebbero potuto assistere adeguatamente al terremoto, all'istantanea discesa dell'angelo, al rotolamento della pietra tombale, al profondo sopore dei soldati di guardia, al loro risvegliarsi e all'andata di alcuni di essi in città? (cf. Mt 28, 11). Ma è chiaro il motivo per cui la Vergine vide perfettamente tutto ciò che accadde, dal momento che era rimasta sempre accanto al sepolcro vigile e con animo appassionato. Infatti, come già abbiamo detto, Maria non si allontanò mai dal sepolcro, fino a quando non assistette a quella risurrezione datrice di salvezza. Infatti, mentre la pietra rotolata e l'angelo seduto su di essa furono visti anche dalle altre donne, esse invece ignorarono del tutto quando e come queste cose erano avvenute: solamente la Vergine, che era rimasta sempre presente, le conosceva con esattezza.

Il gioioso annunzio della risurrezione, dunque, sembra che fu dato a lei per prima ed essa poté vedere, per quanto fu possibile, lo splendore del Figlio. Cosí dunque la Madre di Dio, contemplando piú chiaramente la risurrezione del Figlio, confermò [la testimonianza di] coloro che l'annunziano, piú delle donne che avevano portato gli oli profumati. Queste, del resto, nel riferire di aver visto il Signore risorto, non fecero alcuna menzione della Vergine, temendo che col produrre la testimonianza della Madre, avrebbero gettato un'ombra di sospetto [sulla veridicità dell'evento] e, per conseguenza, questo avrebbe riscosso minor credito. La Madre di Dio poi, dopo aver visto di fatto e, nel contempo, dopo aver contemplato con gli occhi dello spirito la risurrezione del Figlio, abitò insieme al discepolo prediletto, attendendo il tempo dell'ascensione del Cristo.

 

L'Ascensione di Gesú al cielo e la promessa del Paraclito consolatore

 

37. Poiché era necessario che tutto ciò che riguardava l'economia della assunzione della carne si compisse perfettamente, e quindi fosse elevato al cielo ciò che era stato assunto, il Salvatore apparendo alle persone amiche - del resto dopo la risurrezione piú volte apparve ad esse (cf. Gv 20; 21, 1-14) - parlò loro di molte altre cose e annunziò la venuta dello Spirito benefico. «Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e sotto il loro sguardo fu portato verso il cielo» (Lc 24, 50-51). Ma, affinché questo non recasse loro molestia e la privazione del Maestro non fosse motivo di dolore, il buon pastore si prese cura di essi. Inviò loro degli angeli affinché parlassero della sua ascensione al cielo e li riempissero di ineffabile e ammirabile consolazione (cf. At 1, 10-11). Dopo averlo adorato (cf. Lc 24, 52), con grande gioia fecero ritorno a casa, vivendo nel cenacolo al piano superiore (cf. At 1, 13), come era stato stabilito, nell'attesa della venuta del Paraclito.

Inoltre tutti - come narra Luca - erano assidui e costanti nella preghiera. Infatti, dopo che Gesú ebbe accuratamente contato e chiamato per nome i suoi discepoli, l'evangelista soggiunge: «Tutti erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesú e con i fratelli di lui» (At 1, 13-14). La Vergine, quindi, viveva sempre insieme ad essi, senza mai smettere di compiere azioni degne di ammirazione.

 

La Vergine, ormai avanzata negli anni, riceve dal Figlio la notizia della sua morte imminente

 

38. Dopo che nel giorno di Pentecoste gli Apostoli, pieni della grazia divina, furono inviati chi da una parte e chi da un'altra a predicare la dottrina del Vangelo, e quando già si annunziava la predicazione della fede, la Vergine viveva in compagnia del discepolo vergine e prediletto, al quale era stata affidata, nella casa di lui in Sion ed era onorata da tutti come Madre di Dio. Ma poiché era necessario che anch'essa morisse (perché, del resto, non avrebbe dovuto soggiacere alla morte, se anche il Figlio di Dio nato da lei era veramente uomo?) % giunta in età avanzata e a vecchiaia inoltrata, quando fu ormai presente il tempo del suo viaggio [fuori della patria terrena], il Figlio l'avvertí di questo suo trapasso per mezzo di un angelo, proprio come era capitato prima, quando cioè la Vergine aveva ricevuto l'annunzio che egli sarebbe entrato nel suo seno. Appresa quindi la notizia della sua dipartita, ritenendo che ciò costituisse un motivo di gioia cosí grande, da essere difficile ad esprimere a parole - infatti cosa di piú dolce dello stare e del regnare insieme al Figlio le sarebbe potuto capitare? - subito diede ordine di portare in casa moltissime lampade.

Quando quest'ordine fu eseguito, si provvide a spazzare anche tutta la casa; vennero ugualmente adornati la camera da letto e il letto, e furono convocati tutti i parenti e i vicini, affinché prendessero parte alla sua gioia. E cosí tutto fu pronto per la sua dipartita. Allora la Vergine rivelò ai convenuti ciò che il Figlio le aveva annunziato per mezzo dell'angelo. Anzi mostrò ad essi perfino il premio che lui le aveva dato: un ramo di palma che, come hanno detto le lingue di coloro che sono abituati a dire sempre la verità, era simbolo di vittoria sulla morte ed immagine di vita immortale; si trattava insomma dello stesso dono che i fanciulli ebrei, divinamente ispirati, avevano fatto a suo Figlio.

Infatti, mentre Gesú si avvicinava alla sua passione, essi gli avevano offerto rami di palme (cf. Gv 12, 13), presignificando che egli sarebbe stato il futuro vincitore della morte. Orbene, essendo ormai presente il momento della sua dipartita, Maria, che era la Madre della vera vita, giaceva sul suo lettuccio alla presenza di colui che l'aveva accolta in casa, Giovanni.

Si trovavano presenti anche delle persone distinte di Gerusalemme, insieme ad altre che erano amiche o legate da vincoli di parentela. La Vergine, rivolto lo sguardo al vergine Giovanni, gli disse poche parole e poi aggiunse: Chiedo che queste due tuniche, che sono state l'unico vestiario per tutto il tempo della mia vita, siano date a queste due donne. E mentre la Madre di Dio pronunziava queste parole, gli astanti, notando già i segni della sua dipartita, versavano dagli occhi molte lacrime. Chi, infatti, avrebbe potuto sopportare senza dolore la privazione di una simile donna? Allora dal cielo discese suo Figlio per accogliere la sua divina anima. Anzi, [trasportati] da un nube, aveva riunito assieme anche i discepoli, affinché curassero di seppellire quel corpo degno di ogni venerazione.

 

La Vergine depone il suo spirito nelle mani del Figlio

 

39. Quando la Vergine li vide e comprese il motivo per il quale tutti erano stati convocati, ascoltò le richieste di ciascuno e, come era naturale, impartí ad essi la sua benedizione. E rivolgendo a tutti quelle parole che di solito si dicono nel momento del decesso, cosí si espresse: «Addio, figli. Non piangete la mia morte, ma siate pieni di letizia, nella convinzione che io andrò nel regno della gioia; fate in modo di seppellire il mio corpo nella compostezza della figura con la quale lo lascerò. Questa - disse - è la mia volontà». Allora si accostarono prima Pietro e poi tutti gli altri. E mentre essi le accendevano le lampade, la Vergine esultò nello spirito, aprí la bocca e disse: «Tí benedico, datore di ogni benedizione, tu che sei causa di luce, tu che hai abitato nel mio seno. Benedico, o Signore, l'amore con il quale ci hai amato; rendo gloria alle tue parole, che ci sono state date nella verità e credo che mi accadranno le cose che tu mi hai detto».

Dette queste parole, si adagiò sul lettuccio; sollevò in alto le braccia e compose il suo irreprensibile corpo in una conveniente e decorosa figura. Si sentí quindi interamente pervasa da un senso di gioia e di piacere, perché vedeva il Signore venire da lei insieme ad una moltitudine di angeli; infine aprí la sua veneranda bocca e di nuovo disse: «Avvenga di me, Signore, quello che hai detto» (Lc 1, 38). Con queste parole emise il suo spirito come in un sonno, deponendolo nelle mani del Figlio. Ma, affinché non sembri che sia stato inutile parlare del fatto che gli Apostoli si trovassero riuniti - il che avvenne in occasione della Dormizione della Vergine - sia piú che sufficiente aggiungere ciò che Dionigi 1'Areopagita dice nel terzo libro della sua opera, dove all'inizio affronta il problema di: «Quale sia il valore del discorso intorno al beato Ieroteo, sulla sua pietà e sulla sua opera teologica». Queste parole, che nel paragrafo successivo noi riportiamo alla lettera, sono certamente rivolte a Timoteo, vescovo di Efeso:

 

La testimonianza di Dionigi l'Areopagita

 

40. «Quando giungemmo presso i nostri capi spirituali, che erano ispirati da Dio (vi erano anche Giacomo, fratello del Signore, e Pietro, che rappresentava la punta piú alta, la principale e la piú autorevole degli araldi della verace dottrina), quando anche noi e molti altri santi nostri fratelli giungemmo, come tu sai, per vedere il corpo di colei che ci aveva dato il principio della vita, di colei che aveva accolto in sé Dio, dopo aver visto il suo corpo, sembrò bene a tutti i capi spirituali cantare un inno, e per quanto ciascuno ne fosse capace, lodare l'infinita bontà della potenza di Dio. Ma poi, come tu sai, quel Teologo, [Giovanni], superò tutti gli iniziati ai divini misteri; egli, infatti, era completamente uscito fuori di sé, soffrendo a causa della comunione di vita con colei che ora egli stava celebrando con inni. Perciò, quanti lo udivano e vedevano, sia che lo conoscessero che non lo conoscessero, pensavano che egli fosse uno scrittore di inni, divino e ispirato da Dio. Cos'altro di piú dovrei dirti di ciò che lí fu detto in modo divino riguardo a Dio? Inoltre, se proprio non sono divenuto dimentico di me stesso, sono certo che spesso ho udito da te alcune parti di quegli inni ispirati da Dio».

Questo dice il divino Dionigi, ma il nostro discorso proceda per la sua strada, narrando gli eventi successivi.

 

Gli angeli e gli Apostoli conducono al sepolcro la nuova arca dell'alleanza

 

41. Il coro degli Apostoli e quanto di piú eletto vi era tra uomini e donne, stretti attorno al santo corpo della Vergine, lo onoravano con inni funebri. Abbracciavano con rispetto e con amore ogni parte del suo corpo, non solo per mera dimostrazione d'affetto ma anche nella convinzione che toccandolo ne avrebbero ricevuto un beneficio. E a questa loro fede tenne dietro la prova dei fatti. Gli occhi dei ciechi si illuminarono, le orecchie dei sordi si aprirono, le gambe degli zoppi ripresero vigore e qualsiasi genere di malattia e di infermità facilmente si dissolse.

Ma perché non parlo di cose piú perfette? Infatti, mentre l'aria e il cielo venivano santificati per l'ascesa dello spirito della Vergine, similmente la terra invece lo era per la sepoltura di quel sacro corpo. Ma neppure la natura dell'acqua restò priva di benedizione, se anch'essa ottenne di essere santificata per il lavacro di quel purissimo corpo. D'altra parte questo non aveva bisogno di alcuna purificazione (chi, infatti avrebbe potuto affermare ciò se non una mente del tutto priva di senno?), tanto è vero che esso santificava tutto ciò che gli si accostava.

Ma cosa avvenne dopo? Quel purissimo corpo avvolto in candide lenzuola, fu deposto di nuovo sul letto. Poi, mentre le intelligenti potenze celesti inneggiavano dall'alto e gli Apostoli e i divini padri elevavano degni canti di lode, l'arca di Dio, la Vergine, sollevata dalle mani degli Apostoli e trasportata sulle loro spalle da Sion, venne condotta nel sacro luogo del Getsemani, scortata, come era naturale dagli angeli che la precedevano, le erano affianco e la seguivano, adombrandola con le loro ali. Aggiungo che l'accompagnamento [di questa nuova arca] fu di gran lunga piú splendido e piú onorato del trasporto di quell'antica arca di Alleanza del Signore, come narrano i sacri testi rivelati (cf. 1 Sam 6, lss.; 1 Re 8, 4ss.).

 

La giustizia divina punisce l'empietà di un giudeo

 

42. Eppure, [a turbare] la divina bellezza di questa cerimonia funebre, intervenne un fatto grave ed insolente in sé. Piú che lasciarlo passare sotto silenzio, è degno di essere ricordato da una parte a gloria e a lode degli uomini pii, dall'altra a vergogna dei malvagi che da sempre sono soggetti al male dell'incredulità. Infatti, mentre quel sacro ed immacolato corpo veniva trasportato nel Getsemani, nel luogo che la stessa Vergine aveva scelto per la sua sepoltura, neppure in questa occasione i Giudei, che sono stati sempre pieni di invidia, seppero tacere, ma vollero chiudere gli occhi di fronte allo splendore dell'accadimento e dare sfogo a quell'innato e ostile sentimento del loro animo. Infatti uno di essi piú folle e spudorato, al passaggio del venerando feretro si scagliò su di esso pieno di insensato impeto e furore. Il suo scopo era quello di gettare a terra il sacro letto e recare cosí un'ingiuria tanto grande da essere considerato un uomo di straordinaria audacia.

Ma quest'empia azione non passò inosservata alla divina giustizia; infatti, le mani che avevano afferrato il sacro letto funebre furono subito troncate fino ai gomiti. Ora, colei che durante il parto aveva riempito di gioia tutta la terra, nel momento della sua morte certamente non sarebbe stata causa di molestia per nessuno. Infatti, benché colui che aveva subito la mutilazione fosse un uomo malvagio, tuttavia questa sua malvagità non apparve insanabile se per la disgrazia subita chiese di pentirsi e di mutare radicalmente quei sentimenti che in precedenza aveva erroneamente nutrito.

Ma poiché non aveva piú le mani e quindi non poteva stenderle in segno di supplica, cominciò a lacrimare dagli occhi e in questo modo chiedeva di essere guarito.

Osserva dunque come [la giustizia divina], castigando, educa e nel contempo cura. Infatti, quelli che portavano il letto funebre subito si fermarono; colui che aveva subito l'amputazione si accostò e le mani che erano state amputate gli furono di nuovo applicate ai gomiti - era stato del resto un ordine di Pietro - per cui ne seguí l'immediata guarigione.

 

La preziosa testimonianza di Giovenale, vescovo di Gerusalemme

 

43. Il santissimo corpo della Vergine fu quindi portato nel sacro Getsemani e lí fu seppellito. E cosa c'è di straordinario in questo, se anche suo Figlio che era Dio fu seppellito cosí come normalmente avviene per gli uomini? Al contrario, è dalla sepoltura che si accede alla dimora celeste e divina. Giovenale, poi, vescovo di Gerusalemme, conferma ciò che stiamo dicendo. Egli, uomo santo e ispirato da Dio, affermando di aver attinto la sua narrazione dall'antica e verace tradizione, cosí dice: I santi Apostoli restarono presso il sepolcro per interi tre giorni, durante i quali udirono inni divini provenienti dall'alto. Ma dopo il terzo giorno, poiché uno degli Apostoli era giunto tardi alle esequie, (o perché semplicemente gli era capitato di ritardare, o perché provvidenzialmente Dio aveva disposto in questo modo affinché si rendesse nota a tutti l'ammirabile traslazione della Vergine) non appena arrivò, come era naturale, si addolorò grandemente di essere stato privato di un cosí grande bene e non riusciva affatto a sopportare una simile cosa.

 

Si apre il sepolcro, ma il corpo della Vergine non c'è piú

 

Allora il santo coro degli Apostoli, ritenendo giusto che anche lui vedesse e abbracciasse quel vivifico corpo, ordinò di aprire subito il sepolcro. Questo fu aperto, ma dentro non c'era piú il tesoro; a terra si trovavano solamente le vesti nelle quali era stato avvolto, proprio come si era verificato alla risurrezione del Figlio (Cf. Gv 20, 6-7). Dopo che l'apostolo le ebbe abbracciate, i presenti, pieni di ineffabile profumo e grazia, chiusero di nuovo il sepolcro. Il Figlio, quindi, ottenendo dal Padre un tale miracolo, l'ha tramandato alle generazioni successive. È questa, dunque, la narrazione della divina sepoltura di quel vivifico corpo: infatti il Verbo, nato dalla Vergine, volle trasferirla tutta a sé, affinché lei, la Madre, fosse con lui e con lui vivesse per sempre. Tuttavia la Vergine, al posto del suo immacolato corpo ci ha lasciato in eredità la sua veste, per darci così una grande prova del bene che sempre nutre per noi...

 

(Simeone Metafraste, Vita di Maria, da Testi Mariani del Primo Millennio, vol. II, Città Nuova Ed.)

 

SIMEONE METAFRASTE ( c. 1000)

Della vita di Simeone non si sa molto. Michele Psello afferma che nacque a Costantinopoli da una ricca e nobile famiglia e che si distinse in vari campi, oltre ad avere una certa esperienza nelle cose dello Stato. Secondo Marco di Efeso, Simeone nacque sotto Leone VI; fu logoteta, ossia ragioniere, sotto Niceforo Foca ( 969), Giovanni Zimisce ( 976); sotto Basilio II (976-1025), ingaggiò un dibattito religioso con un ambasciatore «persiano» e poco prima di morire si sarebbe fatto monaco. Una testimonianza di Efrem il Piccolo ci informa che verso il 980 ebbe un qualche fastidio da parte dell'imperatore Basilio II per un passo della vita di san Teoctisto, giudicato umiliante per l'imperatore. Sarebbe morto verso la fine del sec. X. Sia lo Psello che Marco di Efeso lo celebrano come santo.

Simeone ha lasciato un'opera estesissima, non del tutto pubblicata. Scrisse opere storiche, canoniche, poetiche e devozionali. Ma l'opera cui il suo nome è stato legato per secoli è la raccolta agiografica conosciuta sotto il nome di Menologio e contenente notizie storiche (dette Sinassari) che conobbe una larghissima diffusione ed è tuttora in uso nella liturgia greca.

Simeone si è spesso occupato della Madonna non soltanto nel Menologio ma anche in altre sue opere. Egli è autore, tra l'altro, di una Vita di Maria, di un Discorso sul lamento funebre di Maria, di un Commentario sull'immagine romana della Madre di Dio, di un Canone sulla festa della Natività di Maria e di preghiere.

La Vita di Maria, composta come Sinassario per la festa della Dormizione (15 agosto), è in realtà una vera e propria biografia mariana che l'autore vuole basata sulla «testimonianza di uomini di provata fede» ed attinta dalla «testimonianza offerta dal divino Vangelo». Dopo un rapido accenno all'infanzia di Maria, Simeone passa in rivista i principali avvenimenti della vita di Gesú, dall'Annunciazione fino alla Ascensione, insistendo sul ruolo della Madre e mostrando come ella viveva unita al Figlio, soprattutto nei momenti piú dolorosi della passione. Per Simeone Maria rimase accanto al sepolcro del Figlio e fu la prima testimone della risurrezione. Per la Dormizione l'autore si appella alla testimonianza di Dionigi 1'Areopagita e alla Storia Eutimiaca...

Il Discorso sul lamento funebre della Madre di Dio ha per tema quello della compassione di Maria tanto caro alla tradizione orientale, specie sira. Maria lascia parlare il cuore; stabilisce un paragone tra le pene presenti e le gioie vissute durante l'infanzia del Figlio e piange sconsolata l'ingratitudine degli uomini.

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