ALCUNE NOTE STORICO-SOCIALI SULLA VALCAMONICA

 

DALLA PREISTORIA ALL’887 d. C IN VALCAMONICA

 

BREVE DECRIZIONE DEL CONTENUTO.

Camunni nella preistoria della Valcamonica; incisioni rupestri nella preistoria della Valcamonica; caccia nella preistoria della Valcamonica; pastorizia nella preistoria della Valcamonica; divinità nella preistoria della Valcamonica; culti preistorici in Valcamonica; Benedettini in Valcamonica; Carlo Magno in Valcamonica.

 

<<La Valcamonica scende dal cuore delle Alpi, dai ghiacciai dell’Adamello e del Cevedale. Dai passi del Tonale e dell’Aprica due torrenti confluiscono a Edolo da dove il fiume Oglio percorre circa sessanta chilometri prima di sfociare nel lago d’Iseo. In questo tratto si concentrano, per la massima parte, le vestigia degli antichi Camuni>> (E. ANATI., VALCAMONICA. UNA STORIA PER L’EUROPA. IL LINGUAGGIO DELLE PIETRE, STUDI CAMUNI, Edizioni del Centro, 1995, p. 47).

È all’ottavo millennio a. C. che risalgono le prime incisioni rupestri dell’Uomo in Valle, ovvero allo <<stadio climatico Pre-Boreale>>, in cui <<la temperatura è in aumento e una vegetazione di alto fusto, composta prevalentemente di pini e di betulle, invade la Valle.

Giungono allora gruppi di cacciatori alla ricerca di preda: sono gli autori delle più antiche figure rupestri che conosciamo nell’area alpina>> (Ibid, pp. 50-51).

I Camunni erano principalmente cacciatori ma non disdegnavano attività quali l’allevamento e l’agricoltura. Dalle incisioni rupestri si ricava che essi usavano il carro agricolo a quattro ruote e l’aratro di legno.

In epoca neolitica, la pastorizia e l’agricoltura sussistevano in un rapporto di scambio. Ci ricorda G. Goldaniga, riprendendo P. Massajoli, che i <<pastori domesticatori potevano ricavare un maggior numero di prodotti ed una migliore qualità di nutrimento per le loro bestie, come il foraggio tagliato e conservato, ed altri sottoprodotti agricoli, mentre i coltivatori potevano scambiare i loro prodotti con latte, burro, formaggio, lana, carni, pelli, tutti elementi di cui non potevano disporre. Lo sviluppo parallelo, certo inteso a grandi linee, delle due fondamentali attività umane favorì il miglioramento del sostentamento degli uomini e degli animali, l’accrescimento corporeo degli animali addomesticati, un elevato tenore di vita>> [G. GOLDANIGA., Gaì, Gavì, Gaù di Valcamonica e delle valli bergamasche, l’antico gergo dei pastori , tipolitografia Lineagrafica, Boario Terme (BS) 1995, p. 7].

Effettivamente, l’<<addomesticamento, l’asservimento degli animali all’uomo, con la relativa conseguenza di avere cibo a disposizione, portò alla proliferazione umana e quindi una eccezionale crescita demografica. La pastorizia costituì l’attività primaria delle popolazioni alpine non solo nella preistoria ma anche nelle epoche successive: continuò prospera nei periodi romano e medioevale e fino a tutta la seconda metà dell’ottocento>> (Ivi).

Gli abitati erano collocati <<sulle colline laterali>> e non sul fondovalle che, soprattutto nei periodi di massimo disgelo dei ghiacciai, era soggetto a frane e smottamenti. Perfino gli abili Romani, dopo la conquista della Valle, <<dovettero abbandonare l’idea di costruire una via diretta e facile nel fondovalle, e quella che progettarono, la Via Valeriana, tortuosa e difficile, si snodava a mezza costa sulla montagna al di sopra dei pantani e laghetti, lontana dai pericoli di alluvione ed erosione. Lungo questa strada sorsero abitati; e i villaggi di oggi ne conservano, in molti casi, le stesse ubicazioni>> (E. ANATI,. VALCAMONICA. UNA STORIA PER L’EUROPA. IL LINGUAGGIO DELLE PIETRE, op. cit., p. 54).

La storia della Valle insegna che i dissesti idrogeologici hanno fatto spesso la loro comparsa, comportando disagi e la distruzione parziale o totale di villaggi.

Il primo evento documentato (un’alluvione lungo il corso del fiume Oglio) risale addirittura al 560 d. C., ma non sono stati forniti riferimenti precisi ai luoghi interessati (Cfr. C. BERRUTI., Levandosi i fiumi sopra le rive. Per una mappa storica del rischio idrogeologico, Grafo Edizioni Brescia, 1998, p. 11).

I Camunni adoravano il Sole come prima divinità, avendo il terrore che esso potesse scomparire e non scaldare più la Terra. Il fatto stesso del tramonto del Sole era per loro inspiegabile e, probabilmente, credevano che si rifugiasse in un mondo ultraterreno abitato pure dalle anime degli antenati. Nell’età del ferro (1200-700 a. C circa), i Camunni adorarono pure il celtico Dio Cernunnos, rappresentato sulle rocce attraverso una figura umana con corna di cervo, ed il camoscio per propiziarsi fortuna nella caccia (Cfr. DON LINO ERTANI, La Valle Camonica attraverso la storia, Tipolitografia Valgrigna., Esine, 1996, pp. 28-32. I Camunni usavano come armi la spada, il pugnale e la <<cateia>>. Tipica era pure la caccia con reti o trappole).

Sono state scoperte tracce di antica presenza camuna in Alta valle, fatto che stimola i ricercatori ad esplorare anche questa parte del territorio e non solo la Media e Bassa valle.

In località Mortirolo, sono state individuate delle incisioni rupestri a circa 2000 m slm. Esse indicano l’importanza di questa zona per i Camunni, probabilmente come via di transito tra la Valcamonica e la Valtellina <<per motivi venatori>>, <<per poi ridiscendere sul fondo valle nei periodi meno propizi a tale attività di sostentamento>> (A.PRIULI., Archeologia, Incisioni rupestri a Monno, in ‘I Sintér 1997, pp. 5-6.).

Probabilmente, partendo dalla tesi che i cacciatori mesolitici privilegiassero come riparo le rive dei laghi, la via passava <<dai laghi di Belviso a quelli di Pian di Grembo, di Guspessa per proseguire fino al Mortirolo, dal lago del Mortirolo ed altri piccoli circostanti, a quello del Col di Val Bighera, ora ridotto ad estesa torbiera (è proprio qui che ho trovato le nuove incisioni), dai laghi Seroti al Tremoncelli, al Riguccio, ai laghetti Fontana dei Cavalli e su fino al Gavia>> (Ibid, p. 6.).

Un particolare segno di culti preistorici è offerto da <<una incisione a ferro di cavallo o asino, su un sasso situato vicino ad una sorgente, presso la vecchia strada del Mortirolo>>. (G. BROUND-, Archeologia. Culti preistorici al Mortirolo, in ‘l Sintér’ , 1998. p. 22.).

Il ferro di cavallo, fin dai tempi della mitologia greca, assumeva il significato di invocare la presenza dell’acqua. Essa era implorata per propiziarsi la divinità, come fonte della vita, e per guarire dalle infermità. Allo stesso modo, si invocava l’acqua (la pioggia) nei periodi di siccità per la campagna (Cfr. D. MARINO TOGNALI, <<Il culto delle acque. "Laudato sì , mì Signore per sor’acqua">>, in ‘l Sintér ‘1998, pp. 10-12).

La Valcamonica fu occupata dal 16 a. C. al 476 d. C. dai Romani.

L'<< interesse di Giulio Cesare per la Lombardia Orientale era dettato dalla necessità di approvvigionarsi di armi. Intorno alle miniere camune e ai suoi forni fiorivano officine armiere all'avanguardia. Gli artigiani celti erano riusciti a produrre un acciaio di prima qualità , flessibile e resistente. D'altra parte Roma non dimenticava il pericolo corso con le scorrerie delle popolazioni nord italiche fino alle porte della città. Le mire romane nei confronti delle Alpi non erano orientate ad ottenere qualcosa nel campo alimentare, dal momento che il territorio era, in questo settore, deficitario, ma per raggiungere il vero oro prodotto da queste montagne, il ferro e l'acciaio per le loro guerre. Una volta raggiunto il possesso della regione, i romani controllarono i prodotti siderurgici e d'altra parte offrirono alle officine bresciane i grandi mercati che essi avevano aperto con le loro imprese militari, fino al Medio Oriente e all'Inghilterra>> (F. BONTEMPI, La civiltà del ferro nelle Alpi. Storia della Valle dell'Allione, Comune di Paisco Loveno, pp. 105-106).

I Romani ebbero massimo rispetto dei Camuni, ammirando la loro forza d’animo e la loro abilità bellica. Alla Valcamonica fu concessa autonomia di governo e addirittura la cittadinanza romana, essendo stata aggregata alla tribù Querina.

I Camuni furono pronti ad inserirsi attivamente nella vita sociale romana e ad arruolarsi nell’esercito.

La capitale dei Camuni fu l’antica Vannia che prese il nome di Civitas, da cui poi Cividate Camuno. Ivi fu costruito il forum romano ed istituiti il tribunale ed il mercato.

L’influenza romana comportò il diffondersi del culto di dei romani come il Sole a Breno, Saturno e Marte a Edolo ed Ercole a Esine. Col trascorrere del tempo, si diffuse pure la predicazione del cristianesimo ad opera di molti predicatori fra i quali vanno annoverati anche alcuni martiri uccisi dai pagani come Rustico e Bianco dei Plani.

Va ricordata l'edificazione del santuario brenese dedicato a Minerva <<divinità femminile classica legata all'idea di fecondità e di salute, dispensatrice di acque purificanti e taumaturgiche. Sulla diffusione di questo rito relazionato a tali attributi abbiamo conferma, per quanto riguarda il santuario da Breno, agli ex-voto rinvenuti in sito. Dagli archeologi apprendiamo che il santuario raggiunse l'apogeo in Età Flavia (tra il 69 e il 96 d. C.), quando fu al centro di un'articolata opera di ristrutturazione e probabilmente fu ampliato e arricchito dal punto di vista decorativo.

I fedeli potevano scendere al santuario seguendo alcune vie d'accesso, sia su terra ferma che acquatica, attraverso il fiume Ollium; la parte centrale del tempio era costruita da un blocco di tre celle; nella centrale, la più grande, si trovava la statua di Minerva, fulcro e soggetto dei riti>> [M.CENTINI., L'acqua, il mito e il rito. Alle origini di un culto atavico, in O. FRANZONI (a cura di), Civiltà d'acqua in Valle Camonica, p. 17].

La Valcamonica ha subito anche in epoca romana le scorribande dei <<barbari>>. Dopo la distruzione dell’Impero Romano, si assistette all’arrivo degli Eruli e poi degli Ostrogoti che, nel 542, seminarono morte ovunque.

Dal 568 al 774 la Valle fu nelle mani dei Longobardi che stabilirono la capitale del loro Regno a Pavia.

La capitale della Valle continuò ad essere Cividate anche se Breno iniziava ad assumere prestigio.

La Valcamonica fu occupata, nel 774, dalle truppe dei Franchi. Va ricordato che Carlo Magno affidò la Valle al Monastero francese di S. Martino di Tours, <<causa vestimentorum>>, con l’atto di donazione <<Monumenta Germaniae historica diplomatum Karolinorum>> del 16 luglio 774 (Cfr. MGH, Diplomatum Karolinorum, t. I, 81, a. 774, 16 luglio).

Riguardo alla possibile venuta di Carlo Magno in Valcamonica, non si hanno documenti attendibili, sebbene in alcune chiese della Valle e del Trentino risultino scritte o raffigurazioni relative al suo passaggio da Bergamo in Valcamonica per giungere in Trentino. Possiamo però ricordare che Padre Gregorio di Valcamonica nella sua opera ne ha fatto menzione (Cfr. PADRE GREGORIO DI VALCAMONICA., Curiosj trattenimenti continenti ragguagli sacri e profani dé popoli camuni, Forni editore, Bologna 1965, pp. 395-396).

A sua volta, Carlo il Grosso, nell’anno 887, riconfermò a San Martino di Tours l'infeudamento della Valle (Cfr. CDL, 338, a. 887).

 

GUELFI E GHIBELLINI IN VALCAMONICA

BREVE DECRIZIONE DEL CONTENUTO

I Federici nella storia della Valcamonica; Federico Barbarossa nella storia della Valcamonica; i guelfi nella storia della Valcamonica; i ghibellini nella storia della Valcamonica; i Visconti nella storia della Valcamonica; Berardo Maggi nella storia della Valcamonica; San Obizio di Niardo: Venezia nella storia della Valcamonica; Iseo; Contea di Edolo e Dalegno.

 

Un capitolo a parte della storia camuna ha riguardato gli innumerevoli scontri tra potenti famiglie camuno-sebine, di cui il più famoso è relativo alle terre di Volpino. I fatti che hanno avuto inizio nel 1126 sono stati così tramandati da Bortolo Rizzi: <<Giovanni dei Brusati, ricchissimo Camuno, aveva ricevuto questa terra e quelle di Qualino e Ceratello in feudo dalla maggior chiesa di Brescia. Risoluto di spogliarsene, il Brusati offriva ai consoli della città la giurisdizione sui detti contadi; ed avendola essi, non si sa per qual motivo, rifiutata la cedeva ai Bergamaschi. Intanto era sceso in Italia il Barbarossa, e teneva il campo a Roncaglia. Il Vescovo nostro Raimondo presentavasi all’imperatore, ed esponeva le sue lagnanze contro i nuovi possessori di Volpino; e otteneva un decreto, che i Bergamaschi o restituissero quelle terre, o ne ricevessero l’investitura dalla chiesa bresciana. Sordi quei di Bergamo, rifiutarono l’una e l’altra cosa, e si ebbero la guerra. Scontratasi gli eserciti a Palosco, combatterono valorosamente, e la vittoria fu dei Bresciani; i quali nell’atto di pace ricuperarono le contrastate terre>> (B. RIZZI., Illustrazione della Valle Camonica, Fausto Sardini Editore, Treviglio 1870, p. 50).

Tale vittoria non costituì la fine dello scontro tra Bresciani e Bergamaschi; anzi, quest’ultimi chiesero aiuto all’imperatore Barbarossa. Egli sostenne la causa bergamasca, emanando decreti a loro favore nel corso della seconda Dieta di Roncaglia del 1158. <<Di certo si ha che intorno al 1159 i Bresciani fortificarono le mura del castello di Volpino ed è forse questa misura che irritò i Bergamaschi provocandoli appellarsi all’imperatore mentre quei di Brescia si affidavano al Papa che ne avrà forse scritto vivacemente a Federico>> (PUTELLI., Intorno al castello di Breno. Storia di Valle Camonica. Lago d’Iseo e Vicinanze, Associazione "Pro Valle Camonica", 1915, pp. 14-15).

Nel 1162, i Bergamaschi conquistarono il castello di Volpino. Va aggiunto che le truppe germaniche e bergamasche piombarono anche sulla piazza di Iseo occupandola.

I Camuni passarono sotto il diretto controllo imperiale e per questo vassallaggio ottennero, nel 1164, un diploma nel quale il Barbarossa offriva parziale indipendenza alla Valcamonica., attraverso la possibilità di eleggere propri consoli (Cfr. Ibid, pp. 41-49. Il documento da cui risulta l’accordo tra il Barbarossa e la Valle è una pergamena depositata presso l’Archivio Comunale di Breno. Tale diploma è stato riconosciuto pure da PADRE GREGORIO DI VALCAMONICA in Curiosj trattenimenti continenti ragguagli sacri e profani dé popoli camuni, i, Forni editore, Bologna 1965, pp. 356-357).

Da alcuni documenti risulta che <<i consoli di Valcamonica dovevano essere tre>> e probabilmente a Breno risiedeva il regime consulare (Cfr. Ibid, pp. 53-54).

Al Barbarossa, la Valle dovette sicuramente fedeltà in cambio della protezione, in quel rapporto che, in un regime feudale, divenne una regola a partire dai secoli VIII e IX, probabilmente in epoca carolingia. I signori della Valle divennero vassalli, cioè uomini liberi nella dipendenza in quanto <<ingenui in obsequio>>. La protezione del Barbarossa doveva essere contraccambiata con la fedeltà, nel <<non intraprendere nulla contro colui al quale si deve essere fedele>> (F.L. GANSHOF., Che cos’è il feudalesimo, Einaudi Editore 1989, p. 39), ed <<era sanzionata dalla pena di cento lire d’oro per i violatori da dividersi tra la Comunità valligiana e il fisco>> (PUTELLI., Intorno al castello di Breno. Storia di Valle Camonica. Lago d’Iseo e Vicinanze, , op. cit., p. 41).

Lo scontro politico-militare tra l’Impero ed i Comuni non si interruppe.

La famosissima vittoria di Legnano (1176) portò alle trattative di pace che furono discusse a Costanza nel 1183: nei vari "capitolati" furono salvaguardate le libertà comunali contro la prepotenza imperiale.

Al capitolato n° 1 si affermò espressamente che: <<Noi Federico, imperatore dei Romani, ed Enrico, figlio nostro, concediamo per sempre a voi città, luoghi e persone della Lega le regalie e le vostre consuetudini sia nelle città, sia sul territorio extraurbano, ad esempio in Verona e nel suo castello e nel distretto suburbano e nelle altre città, luoghi e persone della Lega>> [G. ANDENNA (a cura di), I capitoli della pace di Costanza, in F. CARDINI, G. ANDENNA, P. ARIETTA (a cura di), Federico Barbarossa e i Lombardi. Comuni e imperatore nelle cronache contemporanee, p. 194].

Si riaccesero gli scontri tra Bergamaschi e Bresciani finché si giunse alla battaglia di Rudiano del 7 luglio 1191. Essa fu vinta dai Brescani, tra le cui file vi erano soldati camuni, come il famoso San Obizio di Niardo che in seguito <<decise di ritirarsi in un monastero dove poi morì il 6 dicembre 1204>> . (PUTELLI., Intorno al castello di Breno. Storia di Valle Camonica. Lago d’Iseo e Vicinanze, op. cit,. p. 70).

La Valle passò sotto il controllo del vescovo-conte di Brescia spalleggiato da feudatari guelfi in contrapposizione agli indipendentisti e filoimperiali feudatari ghibellini.

Tra i Guelfi, molto forti nella media Valcamonica, ricordiamo queste famiglie: i Nobili di Lozio, i Lupi e Camozzi di Borno, i Beccagutti di Esine, gli Antonelli di Cimbergo, i Magnoni di Malonno, i Ronchi e gli Alberzoni di Breno, i Palazzo e i Sala di Cividate, i Griffi di Losine, i Pellegrini e i Bottelli di Grevo.

I Ghibellini o facevano parte dei rami della prolifica e potente famiglia dei Federici (discendenti dei Brusati-Mozzi) o provenivano da famiglie che le erano legate, controllando i castelli della Bassa ed Alta Valcamonica: a Montecchio, Erbanno, Gorzone, Artogne, Volpino, Vezza d'Oglio d'Oglio e Mù.

La casata principale della Valle è quella dei Federici <<così d’antichità, et nobiltà, come di numero, et di ricchezze, et tanto è propagata che ha steso li suoi rami non solo in Brescia, dove tiene antichissimo ceppo, ma anco in Bergamo, Milano, Pavia, dove fiorisse sotto il nome de Todeschini, Genova, Bologna, Fiorenza, Roma, Napoli, Venetia, Treviso, et nel Friuli, et sino in Costantinopoli.

La seconda è la Griffa, nella quale sono doi case ricche, le altre sono tutte povere, ma però antichissima e nobile.

Segue la Beccaguta, et Roncha, una et l’altra de quali quantonque siano antiche, et nobili, sono al presente con pocche ricchezze>> [G. VITALI., A. D. 1609. Dossier sulla Valcamonica. Il catastico di Giovanni da Lezze, San Marco, Cividate Camuno (BS),1977, pp. 98-99].

I Federici che Tebaldo Sinistri <<fa risalire ai Longobardi, all’inizio sono detti di Montecchio; in seguito prendono possesso dei castelli di Gorzone e di Erbanno.

Mentre il ceppo di Gorzone si insedia nella bassa e media Valle Camonica, quello di Erbanno fissa le sue mire sull’alta Valle e partendo da Edolo dà corpo alla propria espansione e al proprio potere, che superano i confini valligiani per consolidarsi a Teglio in Valtellina e a Ossana nel Trentino>> (ANTONIO PERINI., Edolo. Le sue vicende. L’arte. Le bellezze naturali. Notizie e immagini, Tipografia camuna, Breno 2000, p. 33).

Secondo Don Romolo Putelli il potere dei Federici in Valle non fu assoluto non solamente per il <<contrasto indubitabile di altre famiglie valligiane assai potenti e di opposto partito>> ma anche perché gli stessi <<Federici ebbero fra noi dominazione diffusa, non accentratrice, e dai molteplici loro castelli spadroneggiavano nel raggio di loro competenza non aspirando ad una signoria generale fra noi>> (PUTELLI., Intorno al castello di Breno. Storia di Valle Camonica. Lago d’Iseo e Vicinanze, op. cit., pp. 171-172).

Sul finire del XIII secolo e l'inizio del XIV il potere vescovile in Valle fu impersonificato dal vescovo Berardo Maggi la cui azione di riordino e inventariazione di tutti i beni ecclesiastici <<fu volta principalmente, oltre che alla Valle Camonica, alla zona da Iseo a Pisogne e alla riviera del lago di Garda, a quelle località, cioè, sulle quali si esercitava la pressione rispettivamente dei Visconti e degli Scaligeri>> [IRMA VALETTI BONINI., Le Comunità di valle in epoca signorile. L'evoluzione delle Comunità di Valcamonica durante la dominazione viscontea (sec. XIV-XV), Vita e Pensiero, Milano, 1976, p. 65].

La lotta tra guelfi e ghibellini ottenne una parziale tregua con la pace del 31 dicembre 1397 presso il famoso ponte Minerva a Breno.

La sponda destra dell'Oglio fu occupata dai guelfi guidati da Baroncino Nobili di Lozio. Erano presenti i rappresentanti delle comunità della Valle: Borno, Braone, Breno, Ceto, Cimbergo, Grevo, Losine, Lozio, Niardo, Prestine e Saviore.

La sponda sinistra era occupata dalla famiglia Federici e dai rappresentanti delle comunità ghibelline camune: Angolo, Berzo, Cerveno, Cividate, Corteno, Dalegno, Edolo, Erbanno, Esine, Gorzone, Incudine, Malegno, Monno, Mù, Sonico, Vezza d'Oglio d'Oglio e Vione

Si giurò di fronte al Vangelo e alle Sacre scritture di restituire le terre ed i beni rubati., nonché di sciogliere tutte le bande armate (Cfr B. RIZZI., Illustrazione della Valle Camonica, op. cit., p. 83; PADRE GREGORIO DI VALCAMONICA., Curiosj trattenimenti continenti ragguagli sacri e profani dé popoli camuni, op. cit, pp. 409-416).

Le ostilità ripresero molto presto, tanto è vero che nel 1404 Gian Maria Visconti ottenne il governo di Brescia e di tutta la provincia col favore della fazione ghibellina, togliendo spazio a Pandolfo Malatesta sostenuto dalla fazione guelfa.

Le lotte tra le due parti proseguirono, giungendo al culmine la notte di Natale del 1409 :<<Di questo tempo una tragica scena aveva luogo in Lozio. I ghibellini di qué contorni congiurarono di mettere a morte tutta la famiglia del nobile Baroncino. Era inverno crudissimo; quando convenuti i detti ghibellini, facevano scorrere un grosso ruscello per la contrada, che dalla casa dei Lozj conduceva alla rocca, dove solevano ritirarsi nei grandi pericoli. L’acqua in brevi momenti pel rigido freddo agghiacciò; ed essi allora diedero l’assalto alla casa dei nemici. Se ne stavano eglino inermi e senza alcun sospetto; onde, veduta quella furia di armati, uscirono in fretta per ripararsi nel forte. Ma non potendo camminare sul ghiaccio, né difendersi, tutti, non eccettuate le donne ed i fanciulli, furono crudelissimamente scannati. La fortezza venne in possesso dei Federici di Mù, che la godettero in pace per 20 anni; ma due dei Lozj, che giovinetti trovansi in Bergamo agli studj, sfuggita la terribile catastrofe, e cresciuti in età, ricuperarono la paterna rocca>> (Cfr.Ibid, p. 85).

Va ricordato che il duca di Milano Giovanni Maria Visconti ricompensò, per la strage, i Federici istituendo <<la contea di Edolo e Dalegno, che comprende tutto il territorio pievatico reso totalmente indipendente da Brescia, e il 9 aprile 1411 l’assegna con pieni poteri militari e giuridici, il così detto mero e misto imperio, a Giovanni Federici, che viene nominato conte. La famiglia Federici raggiunge così il massimo splendore e il suo stemma, composto da uno scudo partito, con tre bande trasversali scaccate di bianco e azzurro, può fregiarsi dell’aquila imperiale, posta in campo dorato>> (ANTONIO PERINI, Edolo. Le sue vicende. L’arte. Le bellezze naturali. Notizie e immagini, op. cit., p. 34; Cfr. PUTELLI. Intorno al castello di Breno. Storia di Valle Camonica. Lago d’Iseo e Vicinanze , op. cit., p. 260).

 

In tal modo << i Visconti miravano ad isolare dalla valle, incerta fra tante sollecitazioni, tutta la zona a nord, accentrata nelle mani dei Federici, di importanza decisiva per il controllo dei passi alpini, per le comunicazioni con la Valtellina e, di conseguenza, per una valida difesa contro le ingerenze della Lega Grigia e del vescovo di Coira>> [IRMA VALETTI BONINI., Le Comunità di valle in epoca signorile. L'evoluzione delle Comunità di Valcamonica durante la dominazione viscontea (sec. XIV-XV), op. cit., pp. 151-152].

Va precisato che l'<<investitura feudale fatta a Giovanni Federici è in sostanza la concessione di tutti i diritti legati al territorio della contea e spettanti al Visconti: tali diritti vengono ceduti al nuovo signore che nella fedeltà sempre rinnovata e in nome del duca si accingeva a governare>> (Ibid, p. 154). Così l'<<Alta Valle Camonica era in pratica già separata: aveva un suo vicario e vi si amministrava la giustizia>> (Ibid, p. 155).

Malgrado ciò, Il potere visconteo in Valle fu breve: Venezia, nelle sue campagne di conquista sulla terraferma, entrò in possesso di Brescia nel 1426 e di tutta la Valcamonica nel 1428.

I Federici <<pur senza subire drastiche punizioni, vengono privati di ogni potere giurisdizionale e politico e di gran parte dei beni che avevano tolto agli avversari con la violenza>> ( ANTONIO PERINI, Edolo. Le sue vicende. L’arte. Le bellezze naturali. Notizie e immagini, op. cit, p. 34).

 

IL CRISTIANESIMO IN VALCAMONICA INTORNO ALL’ANNO 1000

 

BREVE DECRIZIONE DEL CONTENUTO

 

Benedettini in Valcamonica; Cluniacensi in Valcamonica; pievi nella storia della Valcamonica; San Siro di Valcamonica.

 

<<Nel 972 il patriarca di Aquileia Rodoaldo consegnava l’intera Valcamonica al vescovo di Bergamo, Ambrogio, dando così inizio al periodo della dominazione vescovile>> [G. GOLDANIGA, G. MELOTTI, Monno e Mortirolo nella storia, tipolitografia Lineatografica, Boario Terrne (BS),1999, p. 81].

Le dimensioni temporale e spirituale della Valle divennero due facce di una stessa medaglia. Per il Sina <<il Cristianesimo penetrò nella nostra Valle, apportando alla popolazione d’allora coi beni spirituali anche i più grandi vantaggi materiali sconosciuti né sperati prima d’allora. Infatti già intorno al mille l’agricoltura valligiana è molto progredita, un impulso maggiore è dato al commercio locale, e le sue vie migliorate sono percorse da negozianti che spingonsi per il valico dell’Aprica nella Rezia e per quello del Tonale nel Trentino ed oltre il Brennero; come pure dai passi del nord discendono a visitare con Roma i celebri santuari d’Italia. L’edilizia ha assunto una attività particolare, tanto quella sacra, tanto quella profana; le cappelle sono ampliate e sono sorti quasi in ogni paese dei castelli o torri e aumentate le abitazioni tanto che molti piccoli vici sono diventati dei veri villaggi o borghi. L’istruzione ha anch’essa portato i suoi frutti rendendo più civile una popolazione ch’era dapprima rozza, ignorante e mezzo barbara>> [D. A. SINA., Le origini cristiane della Valle Camonica, in "Memorie storiche della diocesi di Brescia", XIX (1952), p. 59].

Nel corso delle lotte tra guelfi e ghibellini, i monaci Benedettini, che tenevano, tra l’altro, <<la parrocchia di Bienno per certi beni che furono loro confermati nel 1132 dal Papa in Brescia>> (PUTELLI., Intorno al castello di Breno. Storia di Valle Camonica. Lago d’Iseo e Vicinanze, Associazione "Pro Valle Camonica", 1915, p. 77), svolsero un’importante funzione di predicazione e di impulso per una rinnovata pratica religiosa. Furono, inoltre, molti coloro che si ritirarono in solitudine tra i monti per pregare come il barone Glisente.

I Benedettini eressero chiese e ospizi per aiutare i bisognosi e per completare l’opera di evangelizzazione e di conversione al cristianesimo dei camuni. Sembra che l’edificazione di nuove chiese fosse in onore, come si desume dal loro nome, di alcuni Santi dei quali gli stessi Benedettini veneravano le reliquie nella loro basilica di Marmuotier. Si pensi alle chiese dedicate a S. Martino (Lovere, Erbanno, Plemo, Borno, Astrio, Cerveno, Cimbergo, Capo di Ponte, Edolo, Corteno, Vezza d'Oglio d'Oglio, Villa d’Alegno) e S. Brizio, successore di S. Martino dal 397 al 444.

Va ricordata anche l’opera dell’ordine monastico dei Cluniacensi che fondarono il cenobio di S. Salvatore a Cemmo, in un periodo non successivo al 1095, come si desume da una <<bolla di Urbano II° del 1095 nella quale si fa menzione del "Sancti Salvatoris de Valle Camonicha" quale priorato cluniacense>> (A. PRIULI., Monastero di S. Salvatore a Capo di Ponte, Fausto Sardini Editore, 1985, p. 12). Può darsi tuttavia che <<la costruzione non fosse esattamente quella rimastaci, ma parte della costruzione altomedioevale preesistente.

Infatti, la datazione della chiesa attuale agli anni intorno al 1090 è ampiamente discussa dagli specialisti dell’architettura romanica, i quali tendono a vederla di qualche decennio posteriore a tale data>> (Ibid, pp. 12-13).

Furono istituite in Valcamonica <<Sette Pievi, nate molto probabilmente sugli antichi Pagus Romani: Cemmo, Cividate Camuno, Edolo, Sale Marasino, Pisogne, Rogno e Vilminore. Queste pievi avevano giurisdizione su vasti territori che dipendevano ecclesiasticamente e giurisdizionalmente dalle pievi stesse.

Cemmo fu una delle più importanti e dopo quella di Cividate C. la più antica, possedeva un vasto territorio che comprendeva un’area che andava da Breno fino a Malonno, oltre che tutta la Valsaviore>> (A. PRIULI., La Pieve romanica di S. Siro. Cemmo Capo di Ponte, Fausto .Sardini Editore, 1981, pp. 26-27).

Sembra che la chiesa di S. Siro, prima Pieve di Cemmo, sia <<stata eretta tra i secoli XI e XII e da allora si è mantenuta nella struttura esterna, in buona parte inalterata fino ad oggi>> (Ibid, pp. 5-6).

Per le Pievi, I Federici ottennero l’appoggio dei Visconti di Milano, contrastando l'azione politica del Vescovo bresciano, tesa a consolidare i numerosi privilegi ecclesiastici in Valle che furono: a) il Calderatico, ovvero il privilegio di ricevere un determinato numero di mungiture di latte proveniente dalle terre di un determinato territorio; b) il Santuario, cioè l’ulteriore diritto sui prodotti del latte; c) la Caccia, ossia la donazione al vescovo di parti dell’orso e dello sparviero; d) la Pesca (Cfr. DON LINO ERTANI., , La Valle Camonica attraverso la storia, Lineatografia Valgrigna, Esine, 1996., p. 78).

Col sorgere dei Comuni e con l’acquisizione da parte loro di una progressiva indipendenza, venne sempre meno il potere del Vescovo fino a scomparire quasi del tutto nel 1700.

 

LE VICINIE DI VALCAMONICA

 

BREVE DECRIZIONE DEL CONTENUTO

 

Comunità agricole nella storia della Valcamonica; Originari e forestieri nella storia della Valcamonica; opere socio-assistenziali delle Vicinie nella storia della Valcamonica.

 

Un capitolo importante della storia camuna, attorno all'anno mille, ha riguardato le comunità agricole che iniziarono ad acquisire coscienza della propria identità e a richiedere autonomia, ovvero un governo costituito da persone consapevoli delle loro esigenze. Si costituirono così le Vicinie, l’unione dei <<vicini>> (da vicus = villaggio). A tale governo delle comunità agricole fecero parte i capifamiglia del territorio aventi più di 25 anni e originari del luogo. Furono uniti da un vincolo religioso e rispettarono particolari consuetudini.

Don Alessandro Sina fa sua la tesi che a fondamento della Vicinia vi fossero elementi che accomunassero coloro che stipulavano tale contratto e sostiene l’idea di altri studiosi della derivazione dei Comuni, in Valle, dagli statuti delle Vicinie. Sebbene il Comune comprendesse <<tutti gli abitanti residenti entro i suoi confini, tuttavia l’amministrazione dei beni, come tutto ciò che riguardava l’ordine pubblico, le leggi ecc. rimase dal principio sino alla fine del secolo XVIII nelle mani dei cosiddetti originari, i quali soli formavano la vicinia ed esclusivamente avevano diritto al godimento dei beni comuni, fatte poche eccezioni; come del resto avevano anche l’onere di pagare le imposte>>.(A. SINA., Esine. Storia di una terra camuna, Società diocesana di storia ecclesiastica, Esine 1946, p. 17).

L’assemblea delle Vicinie si occupava di compiti di natura diversa come la costruzione di ponti e di strade, l’istituzione e la gestione delle malghe, la regolazione del taglio boschivo ecc…

È ormai assodato che la forma primitiva di Vicinia fosse rurale e precomunale. A tale organizzazione non potevano partecipare i Nobili, gli Ecclesiastici e i Forestieri. <<Questa istituzione amministrava e difendeva solo i beni degli uomini della Vicinia, non si interessava delle proprietà dei singoli e si poneva in palese antagonismo coi feudatari e più tardi con le parrocchie>> [G. GOLDANIGA., Le Vicinie di Valcamonica. L’antica organizzazione economico-agraria popolare preesistente al Comune rurale. Vicinie precomunali e Vicinie comunali, , tipografia Lineagrafica, Boario Terme (BS) 1998., p. 8].

I rapporti istituzionali con il conte e con il vescovo furono stipulati per contratto: tutti gli impegni assunti dovevano essere rispettati.

La Vicinia godette di autonomia statuaria, pur dovendo rispettare gli ordinamenti e i principi contemplati negli Statuti Civili e Criminali del governo della Valle. Poteva nominare propri rappresentanti e consiglieri esperti di legge sebbene poi la Vicinia si sia avvalsa, al sorgere dei Comuni, di funzionari comunali. Per quanto concerne i rapporti tra Comune e Vicinia va detto che questa istituzione è <<parte integrante del Comune ma non detiene tutti i poteri come prima. Il Comune è autonomo dal potere ecclesiastico e così la Vicinia, essa provvede ai fondi per la costruzione o la riparazione della chiesa, al pagamento delle spese di culto e a redigere gli statuti del sagrista-campanaro o a nominarlo, quando non viene scelto dal prete>>. (Ibid, p. 9).

Sembra che in Valle si siano costituiti i primi Comuni dopo il 1164 per l’autorizzazione da parte dell’imperatore Federico di eleggere <<suos consules sicut olim facere consueverunt>> (Ibid, p. 10).

Vi fu necessariamente un accordo fra i Consoli viciniali e i signori feudatari basandosi sul principio della originarietà, in base al quale erano esclusi di fatto i sacerdoti dal governo della Vicinia, dal momento che normalmente erano forestieri. Non va trascurato che da parte della chiesa vi furono forti pressioni per poter partecipare a tale organismo. Altri problemi derivarono dal fatto che gli interessi generali potevano contrastare con quelli dei privati cittadini.

Sul piano giuridico, era evidente che la Vicinia si occupasse degli interessi dei consociati (vicini di confine e originari) mentre il Comune era tenuto ad amministrare gli interessi generali di tutti i residenti e di coloro che si trovavano sul proprio territorio.

Col trascorrere del tempo, assumendo il Comune una funzione e una forza giuridica sempre più ampia, la Vicinia si trasformò in corporazione e, in Valle Camonica, dove resistette maggiormente, diventò <<una casta chiusa che finì per difendere interessi anacronistici e di pochi originari o fu costretta ad aprirsi ed accogliere in sé la maggior parte dei residenti. >> (Ibid, p. 11).

Per la politica assistenziale, <<nei piccoli paesi di montagna, dove ancora sussiste, svolse opera di sostegno pubblico, distribuendo pane e sale ai più bisognosi, edificando asili, caseifici, restaurando impianti, edicole rurali ed altro ancora>> (Ivi.).

Da un lato, espelleva <<i cronici, costretti a rimediare per il mondo una scodella di fave o una rapa cotta>>; dall’altro, concedeva << elemosina e breve ospitalità ad individui forestieri, quasi a titolo di compensazione per i propri invalidi che non poteva trattenere stabilmente>> [O. FRANZONI., Fonti per la storia sociale della montagna, in E. BRESSAN, D. MONTANARI, S. ONGER (a cura di), Tra storia dell’assistenza e storia sociale. Brescia e il caso italiano, Fondazione Civiltà Bresciana, p. 144].

Le prime Vicinie di Valle furono quelle di Darfo (documento dell’anno 1000), di Borno (documenti degli anni 1018 e 1090), di Fano (documento del 1116), di Montecchio (documento del 1200) ed Esine (documento del 1466).

Dal documento sulla Vicinia di Montecchio (Accordo tra nobili e vicini del borgo di Montecchio e della Corte regia di Darfo) si ricavano notizie riguardo al suo rapporto nel 1200 con la Corte regia di Darfo, costituita dall’imperatore Enrico III tra il 998 e il 1047 d. C., che poi la cedette ai monaci bresciani di San Faustino.. Si stabilì in modo preciso che ai Vicini spettassero i due terzi delle terre ubicate sopra il ponte di Montecchio ed alla Corte regia il restante terzo. Tale rapporto intercorreva anche riguardo al ricavato derivante dalla vendita di beni comuni. In modo chiaro erano indicati anche altri privilegi, diritti e doveri reciproci, relativi alle coltivazioni, alla pastorizia, al taglio della legna ecc…. [Cfr. G. GOLDANIGA., Le Vicinie di Valcamonica. L’antica organizzazione economico-agraria popolare preesistente al Comune rurale. Vicinie precomunali e Vicinie comunali, op. cit, pp. 51-52].

Per concludere, ricordo che 45 vicinie hanno visto incamerare il loro patrimonio nell’Istituto per il Sostentamento del Clero della Diocesi di Brescia col decreto del Ministero dell’Interno del 29 luglio 1986 (Cfr. Ibid, p. 38).

 

L’ECONOMIA CAMUNA NEL PERIODO VENETO

BREVE DECRIZIONE DEL CONTENUTO

Lanifici in Valcamonica nel periodo veneto; ferrarezza in Valcamonica nel periodo veneto; terreni in Valcamonica nel periodo veneto; contrabbando in Valcamonica nel periodo veneto.

 

Punto di forza dell’economia camuna era la lavorazione della lana ad opera dei frati Umiliati, potendo contare nel 1562 su 100.000 pecore, ovvero due per abitante. Inoltre, occupava un posto di primo piano l’attività pastorale, specialmente in Alta Valle, come è attestato da alcuni manoscritti riguardanti la comunità di Ponte di Legno [Cfr. G. GOLDANIGA., Gaì, Gavì, Gaù di Valcamonica e delle Valli Bergamasche, l’antico gergo dei pastori, tipolitografia Lineatografica, Boario Terme, (BS) 1995, p. 8].

Dal catastico di Giovanni da Lezze si legge che:<<Li habitanti di questo Commune sono tutti contadini, ma gente accorta, pronta, risoluta, ferroce, et brava, et armigera, et d’arrischiarsi ad ogni pericolo, et quasi tutti sono pegorari, et dalle pecore cavano ogn’anno qualche quantità di denaro, così di lane, come di castrati, che vendono et buona parte di loro stanno assenti da questa Valle dal principio d’Ottobre sino al Maggio con le pecore parte nel territorio Bresciano, et parte nel Cremonese, et Stato di Milano, et poi ritornano a casa a mezo Maggio, dove stanno sino all’Ottobrio, et quelli che restano a casa attendono all’agricoltura>> [G. VITALI. ., A. D. 1609. Dossier sulla Valcamonica. Il catastico di Giovanni da Lezze, San Marco Cividate Camuno (BS), 1977, pp. 34-36- Sembra plausibile interpretare termini quali <<ferroce et armigera>> nel senso di gente fiera].

Sempre il Lezze ci informa che i terreni della Valle si distinguevano in tre categorie: domestici, semidomestici e selvatici. In ogni caso, l’insufficienza alimentare è confermata dal fatto che <<le entrade de particolari persone fisiche di essa Valle consistono parte in biade, quali sono assai buone, et parte in castagne; quali però biade et castagne con le rape suppliscono a pena per il vivere di essi habitanti per quattro mesi dell’anno, et parte de vini quali però sono puochi, non vedendone se non sono a meza Valle, et in pocca quantità, che non basta per mesi doi all’anno, et chi latte, et molti anco che si pasceranno solo di rape, et castagne per tre, overo quattro mesi, et dette entrate consistono anco parte in fieni, et parte in monti che si affittano a malghesi, et pegorari da pascere, et pegorari anco in legne de boschi, che si vendono per far carboni.

Questa Valle per supplimento del suo vivere si serve de biade, et vini che cavano dal territorio Bresciano, et de vini della Valtellina qual serve un pezzo della Valle dalla parte di sopra>> (Ibid, pp. 78-79).

Nel corso dei secoli, col muovere dal periodo preromano, negli antichi vici di Dalegno e Vezza d'Oglio d'Oglio d'Oglio ( Cfr. DINO MARINO TOGNALI, I pastori dell'Alta Valcamonica, in G. BERRUTI, W. BELOTTI, D. M. TOGNALI, E. BRESSAN, A. MAJO, Malghe e alpeggi dell'Alta Valcamonica, NED, 1989, p. 53), la <<monticazione del bestiame è altresì dettata dal ciclo vegetativo che comporta l'effettuazione del pascolo in due zone distinte. La prima zona, posta a quote più basse, consente lo sfruttamento degli alpeggi situati più vicino ai centri abitati, utilizzati durante il periodo primaverile, quando alle quote più elevate la cotica erbosa non permette ancora il pascolamento, nonché al rientro autunnale, prima delle brinate che precedono l'inverno>>. Invece, <<la seconda zona è quella propriamente degli alpeggi di alta quota, dove la monticazione è limitata ai mesi estivi, compatibilmente ai condizionamenti imposti dalle avversità atmosferiche che ne determinano il maggiore o minore sfruttamento>> (W. BELOTTI, Malghe e alpeggi, in G. BERRUTI, W. BELOTTI, D. M. TOGNALI, E. BRESSAN, A. MAJO, Malghe e alpeggi dell'Alta Valcamonica, op. cit, p. 21).

Sopra i 2300 m. di altitudine, la zona è <<destinata al pascolo degli ovini, caprini e dei bovini sterili, con dimore limitate a rudimentali baitelli, adibiti al ricovero provvisorio dei pastori>> (Ivi).

L'alpeggio era normalmente edificato con muri di elevazione di graniti a secco o di pietra scistosa e malta di calce. La copertura tradizionale era di préde, di lamiere o di scàndole.

La baita dell'alpeggio << è in linea generale sviluppata su due piani, con la stalla al piano terreno e il fienile al primo piano: di qui la definizione di "stalla-fienile". Solo una piccola parte del fienile è riservata a dormitorio e cucina>> (Ibid, p. 17). Inoltre, poteva era affiancata da un baitello ('l baitèl) <<per il ricovero dei maiali>> e da un altro baitello (cazèl o cazèra) <<per la conservazione e la lavorazione del latte>> (Cfr. Ibid, p. 16). Altra caratteristica dell'alpeggio è la dotazione di acqua o proveniente da sorgenti vicine o <<portata per mezzo di canalette nel terreno (lés, lècc). Una fontana o abbeveratorio è posta in prossimità della cazèra e spesso porta la data di costruzione. Le baite quindi rappresentano, in un certo modo, un prodotto naturale dell'ambiente, in stretta relazione con le condizioni geografiche circostanti>> (Ibid, pp. 18-19).

Talvolta, nelle vicinanze degli alpeggi, per far fronte ai doveri religiosi dei pastori, sono stati edificati dei luoghi di culto come la chiesetta di San Giacomo a Mortirolo (1833); il santuario di San Vito e Sant'Anna a Incudine (risalente probabilmente al XIV o XV sec.); Santa Giulia a Pontagna (origine sconosciuta) e San Bartolomeo al Passo del Tonale (esistente forse come ospizio già nel XII sec.) [Cfr. DINO MARINO TOGNALI, Tradizione e vita religiosa, in G. BERRUTI, W. BELOTTI, D. M. TOGNALI, E. BRESSAN, A. MAJO, Malghe e alpeggi dell'Alta Valcamonica, op. cit, pp. 65-73].

Risulta dalla ricerca di Walter Belotti che degli alpeggi d'Alta Valle, per i quali è certa la data di costruzione, il più antico è situato a Monno in località Savena (anno 1613) [Cfr. W. BELOTTI, Malghe e alpeggi, in op cit, pp. 30-52].

Ai giorni d'oggi molte cose sono cambiate col muovere dal venir meno dell'attività pastorale. Merita di essere in ogni caso considerata la distinzione tra alpeggio e malga.

Gli alpeggi moderni sono <<nella zona inferiore posta al di sotto della quota dei 1800-1900 m.>> e <<su aree di proprietà privata e situati al limite dei boschi e pascoli di proprietà comunale, con sfruttamento da maggio ad ottobre>>; le malghe sono di proprietà comunale, tra i 1900 ed i 2300 m., con << pascoli nei boschi sottostanti e sulla sovrastante vegetazione di fieno selvatico, ìzga, con sfruttamento da luglio a settembre>> (Ibid, p. 21).

Nel periodo veneto, le attività commerciali principali concernevano il lanificio e la "ferrarezza". <<Il primo soleva già molti anni sono frequentarsi et venivano da questo molti denari in essa Valle, ma da alcuni in qua è andato di mal in peggio, et hora s’essercita poco, et in questo modo li mercanti comprano le lane, et quelle fanno mundare, lavare, verghezare, pettenar, scartezzar, filar, et ordire, quali mandano poi a Cremona, così ordite senza tingerle, dove poi ne fabricano le sarze, et mezzelani, ma questo traffico, come s’è detto, è quasi ridotto a niente, et vi sono solo otto o dieci mercanti di poco rilievo che lo esercitano.

Il secondo è la ferrarezza, et questa si essercita assai per tutta questa Valle, et quasi tutti li denari, che vengono in essa, sono per occasione di detta ferrarezza, et cessando questa li abitanti converebbero disabitare, o morir di fame, non havendo altro d’onde possano cavar denari per comprar biave, vino, et altre cose necessarie al viver loro>> (G. VITALI. ., A. D. 1609. Dossier sulla Valcamonica. Il catastico di Giovanni da Lezze, op cit, p