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Fiumefreddo (CT) - 3^ Super-Maratona dell'Etna

Inviato da Paola Noris

Mercoledì, 21 Giugno 2006

 

Una fatica bestia, ma tanta, tanta soddisfazione e la meraviglia ti lascia senza fiato. Con grande

entusiasmo, lo scorso 3 giugno mi sono ritrovata a partecipare alla terza edizione della Supermaratona

dell'Etna: partenza alle ore 8,30 dalla spiaggia di Marina di Cottone a Fiumefreddo e arrivo, dopo 43 km e

3000 metri di dislivello sulla cima nord dell'Etna: tempo massimo 8 ore. Ma sì! Dovremmo farcela!

Ci siamo detti. E allora andiamo!!!!. La partenza è stata veramente da quota zero, dato

che il gonfiabile di segnalazione era direttamente posizionato sulla spiaggia lambita dalle onde di un quieto mare ma

dalle acque (ho toccato con mano) ancora fredde. Dopo l'appello (per pettorale) allo scopo di verificare la

presenza di tutti i partecipanti, quest' anno quasi un centinaio, con soli cinque minuti di ritardo ecco lo sparo e, via

tutti in un'atmosfera gioiosa e di puro rilassamento. Al nostro passaggio tra le case di Fiumefreddo, malgrado

l'ora mattutina, c'erano già parecchie persone sui bordi delle strade. Tutti ci salutavano festanti e con grandi

sorrisi: forse loro già sapevano quel che ci attendeva;

Così eccoci, pieni di allegria ad inerpicarci lungo la salita che all'inizio ci consente di corricchiare, almeno per i

primi 5-6 km, e poi, via via, che il dislivello aumentava ad alternare la corsa con la camminata veloce per abbandonare

definitivamente la corsa quando la salita si faceva davvero dura. In ogni caso, esperienza mai fatta persino nelle gare più

dure che sinora mi è capitato di provare, qui la salita non molla mai un istante: si sale sempre, non

c'è requie. Anche quando la strada sembra diventare pianeggiante è, in realtà soltanto un illusione,

è la salita che si è ammorbidita; leggermente, ma sempre di salita si tratta. I cartelli

chilometrici puntualmente dislocati ci danno esaurienti informazioni sullo stato delle cose e sui progressi altimetrici che

facciamo: avere la misura del dislivello altimetrico che si accumula chilometro dopo chilometro è quasi da brivido. Le

difficoltà maggiori, oltre a quelle proprie del tracciato che, in alcuni tratti, si inerpicava in maniera davvero rilevante, sono

state più che altro legate alle pessime condizioni meteo e alla rarefazione dell'aria che si avvertiva sempre più nei

suoi effetti fisiologici una volta lasciata la stazione di Piano Provenzana a quota 1800 dove si trovavano le nostre sacche

con il K-Way ed una maglietta dalle maniche lunghe, indumenti che però ci avrebbero dato una protezione soltanto molto

relativa rispetto a quello che avremmo dovuto fronteggiare lungo gli ultimi 10 km di sterrato: condizioni meteo dure che

hanno costretto gli organizzatori (dopo l'arrivo dei primi 22 al traguardo prefissato già con condizioni proibitive) a

spostare circa 200 metri più in basso il termine ufficiale della gara (con la riduzione di circa un chilometro della distanza

lineare). Pur camminando abbiamo proceduto piuttosto speditamente fino al 25° km circa, mentre il cielo cominciava a

coprirsi e la temperatura a diminuire di parecchi gradi, anche perché ormai avevamo passato quota 1300

metri. Paradossalmente, però, dopo aver percorso altri tre chilometri circa, quando il cielo era stato invaso da pesanti

nuvolosi grigio-neri, l'aria si era leggermente riscaldata: un aumento dovuto al fatto che, finalmente, avevamo

raggiunto le prime propaggini dell'ultima colata lavica, quella del 2002 che aveva seguito un percorso del tutto

insolito. E sotto la ruvida crosta di nera lava, sicuramente, doveva ancora esserci il fuoco, a giudicare dai fumi che

uscivano da numerose fessurazioni del manto aspro che rivestiva ogni cosa. A questo punto ci siamo ritrovati davanti ad

uno spettacolo incredibile ma, rispetto a quello che ci aspettava più in alto era ancora niente. Non saprei come

descrivere la bellezza del panorama che si è presentato ai nostri occhi: un immenso ammasso nero, lunare, inospitale,

brullo che ricopriva tutto, da cui emergevano contorti scheletri di alberi calcinati ed un nastro di strada asfaltata nel

mezzo, in gran parte ricostruito dopo i guasti prodotti dalla colata lavica!!!! Nei punti più inaspettati della superficie

nerastra e ancora fumante s'annidavano cespugli di piante colonizzatrici già fiorenti. Certo che la natura riesce, nel

bene e nel male, a fare delle cose davvero incredibili!Sono stata in Sicilia già altre volte, nel 1988 e nel 1992, ben prima di

conoscere Maurizio: devo dire che non avevo volutamente pensato di fare delle escursioni sull'Etna perché la

reputavo la meta obbligata del turista, la gita fatta solo per dire che ci sei stato. Invece, devo dire che mi ero veramente

sbagliata, perché, salendo, ti si apre dinnanzi agli occhi uno scenario davvero unico, potente, selvaggio che devi per

forza vedere e ammirare. Non si può spiegare quello che si percepisce internamente davanti a quella quantità

spropositata di lava solidificata ammassata ai lati del percorso:il solo pensiero che, prima di solidificarsi, sia stata

rigurgitata da un'immensa apertura della terra, ti fa venire i brividi.... La stessa cosa succede se soltanto ti

interroghi su cosa possa essere sotto il terreno che stai calpestando, se provi ad immaginare quali forze appena sopite e

pronte a risvegliarsi ci siano là sotto! Poter osservare il vulcano in attività deve essere veramente un'esperienza

incredibile ed indescrivibile. Quando siamo giunti in mezzo a tutto questo nero della lava, finalmente siamo riusciti a non

essere più gli ultimi perché poco dopo il 30° km abbiamo raggiunto (e sorpassato) un podista che, come apprendiamo da

una breve conversazione con lui, è il simpatico sindaco di Tarvisio, la cittadina da cui arrivano gli organizzatori di questa

gara davvero unica: lui però ha già deciso che si fermerà a Piano Provenzana. Noi, invece, giunti poco prima del 33° km ci

copriamo un po' con le misere cose che avevamo predisposto (mentre ci sarebbe bisogno di un

abbigliamento da alta quota) ed è qui che veniamo informati del fatto che il traguardo è stato spostato più in basso a

causa delle avverse condizioni meteorologiche: in effetti, il cielo s'è fatto sempre più nero e minaccioso .Ci siamo

incamminati per compiere l'ultimo balzo altimetrico: da quota 1850 alla fine!!! Poiché eravamo gli ultimi, abbiamo

avuto il privilegio di essere scortati in modo continuativo dal fuoristrada del Corpo Forestale, e contemporaneamente

sostenuti, di quando in quando, dal personale della corsa. Quasi subito ci siamo ritrovati ad abbandonare la strada

asfaltata e abbiamo preso ad inerpicarci su per lo sterrato. Lo spettacolo che ci si è presentato agli occhi è risultato

ancora più bello di quel che c'eravamo appena lasciato alle spalle. La cosa più straordinaria è stata che,

nonostante non sembrasse possibile alcuna forma di vita sulla brulla distesa lavica, all'improvviso si vedevano

occhieggiare in mezzo a tanto grigiore macchie di verde brillante: la vita! Anche in mezzo ad uno spettacolo così lunare la

natura prepotente riesce ad avere la meglio! C'è da dire che, anche se il freddo andava via via aumentando,

l'assenza del sole ed una strana luce filtrante attraverso le bassa nuvolaglia davano ancora maggior risalto e

contrasto ai colori: pur soffrendo di un freddo terribile, non potevo fare a meno di essere meravigliata da ciò che vedevo e

di continuare ad ammirare, registrando forti ed intense emozioni. Ogni tanto, poi, quando s'aprivano squarci tra le

nuvole, si era colpiti da pallidi squarci d'azzurro e si riusciva a vedere a sprazzi fugaci il paesaggio sottostante

fatto di lava e cespugli (e lontano si poteva intravedere la distesa azzurra del mare dal quale provenivamo): momenti

davvero unici, indimenticabili che ci consentivano, a tratti, di distoglierci dalla dura fatica dell'ascesa che, mano a

mano che si saliva si faceva sempre più intollerabile. Oltre al freddo ed alla fatica, la difficoltà maggiore era data dalla

respirazione: man mano che si andava su, l'aria era sempre più rarefatta e, per me che ho ematocrito ed

emoglobina molto bassi (ma, anche per Maurizio), è stata davvero dura. Gli ultimi due chilometri sono stati una

sofferenza, camminavamo in una sorta di trance ipnotica, senza rinunciare, sino all'ultimo, a cercare di

documentare fotograficamente ciò che vedevamo.Anche se sono certa che non avrei mai mollato, soprattutto

avendo la consapevolezza d'essere ormai a pochissimo dalla meta finale, ci sono stati dei momenti in cui,

complice anche il vento, non riuscivo davvero a respirare ed avevamo entrambi, le mani completamente congelate tanto

che anche sul pullman dove ci hanno fatto immediatamente salire, non potevamo più compiere nessun movimento,

maneggiare gli indumenti asciutti, levarci quelli della corsa: così bloccati come eravamo, ci siamo risolti ad indossare le

poche cose che avevamo messo nella sacca da recuperare all'arrivo sopra gli indumenti che avevamo addosso.

La cosa prioritaria, una volta arrivati, era cercare di riscaldarsi un po'. La vista del traguardo è stata

un'esperienza davvero unica. Ormai avevano sbaraccato tutto e c'era solo due fuoristrada, un furgone, un

grosso pullman che ci ha trasportato a valle, qualche organizzatore e i pochi podisti che erano arrivati un attimo prima di

noi (due li avevamo quasi raggiunti, camminavamo a vista proprio davanti a noi: uno di loro si fermava frequentemente

perché era in preda ai crampi): ma la vista del punto d'arrivo è stata egualmente indimenticabile: benché fossimo

ormai stremati dal freddo, non abbiamo rinunciato ad alcune delle ritualità dell'arrivo. Qualcuno ci ha infilato al collo

la medaglia e hanno voluto immortalarci, utilizzando la nostra inseparabile digitale. Così, a differenza di tanti altri, noi

abbiamo la foto ricordo dell'arrivo in una delle quali si vede che faticosamente (non riuscivo più a muovere le

mani) cerco di spostare la medaglia davanti al pettorale, perché si veda bene, mentre in un'altra mi aiutano a

sollevare le braccia in segno di vittoria. Sì, è stata proprio una vittoria con la "V" maiuscola, perché saremo anche arrivati

ultimi ma, nonostante l'aria di sbaraccamento o, forse anche per questo, siamo stati considerati dai pochi

volontari ed organizzatori ancora presenti come se fossimo stati i primi. Questo, dunque, è stato veramente un momento

unico, considerando anche ci trovavamo come abbiamo appreso dopo a ben 2950 metri. In conclusione, cosa altro dire?

Certo l'organizzazione, per quanto riguardava i ristori ha lasciato un po' desiderare e dovrà essere

certamente migliorata, ma - a mio avviso - è risultata un'esperienza davvero unica che, non dico sia da rifare

proprio tutti gli anni ma, una volta ogni tanto sì, perché ti lascia davvero senza fiato.

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Sabato 3 giugno 2006  3a MARATONA DELL'ETNA