Come partecipare alla Messa?
Nel Sacrificio Eucaristico Gesù rinnova il suo Sacrificio sulla Croce, ma non da solo. Egli unisce a sé la Chiesa e i presenti nel suo gesto redentivo, di glorificazione del Padre e di salvezza del mondo, e con la trasformazione del pane e del vino nel Suo Corpo e Sangue rende attuale la sua presenza nella Chiesa fino a unirsi intimamente ai presenti mediante la Comunione Eucaristica per fare di tutti un solo Corpo e un solo Spirito con Lui stesso.
Il
Sacrificio Eucaristico non è quindi opera dell’uomo, ma di Cristo: è Dio stesso
ad agire, e noi siamo coinvolti in questo agire di Dio.
Scrive
il Card. Ratzinger: “Qui dovrebbe essere chiaro a tutti che le azioni
esteriori sono del tutto secondarie… e ciò che conta è ciò che dà spazio
all’azione di Dio. Chi ha capito questo comprende facilmente che ora non si
tratta più di guardare il sacerdote, ma di guardare insieme il Signore e di
andarGli incontro. La comparsa quasi teatrale di attori diversi, cui oggi è
dato di assistere soprattutto nella preparazione delle offerte, passa
semplicemente a lato dell’essenziale. Se le singole azioni esteriori (che
vengono artificiosamente accresciute di numero) diventano l’essenziale della
liturgia, e questa stessa viene degradata a un generico agire, allora viene
misconosciuto il vero teodramma della liturgia, che viene ridotta a parodia.
La
vera educazione liturgica non può consistere nell’apprendimento e
nell’esercizio di attività esteriori, ma nell’introduzione nell’azione
essenziale che fa della liturgia la potenza trasformante di Dio, il quale
attraverso l’evento liturgico vuole trasformare noi stessi e il mondo. A questo
riguardo l’educazione liturgica di sacerdoti e laici è oggi deficitaria in
misura assai triste” (J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, Ed. Paoline,
pp.230, a p. 169s).
Lo
spirito con cui dobbiamo partecipare al Sacrificio Eucaristico è indicato
nell’Enciclica Mediator Dei con questo insegnamento di Pio XII:
“Gesù
è vittima, ma per noi, sostituendosi all’uomo peccatore. Ora il detto
dell’Apostolo ‘Abbiate in voi lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù’ esige da
tutti i cristiani di riprodurre in sé, per quanto è in potere dell’uomo, lo
stesso stato d’animo che aveva il divino Redentore quando faceva il sacrificio
di Sé, cioè l’umile sottomissione dello spirito, l’adorazione, l’onore, la lode
e il ringraziamento alla somma Maestà di Dio; richiede inoltre di riprodurre in
se stessi le condizioni di vittima, cioè l’abbandono di sé secondo i precetti
del Vangelo, il volontario e spontaneo esercizio della penitenza, il dolore,
l’espiazione dei propri peccati. Esige, in una parola, la nostra mistica morte
in croce con Cristo, in modo che possiamo dire ‘Sono confitto in croce con
Cristo’ “.
Molti
si lamentano che la Messa sia ridotta a spettacolo. La Messa spettacolo
infastidisce, ma non cesserà finché il celebrante sarà rivolto al popolo.
Il
card. Ratzinger scrive. “L’idea della Messa come convito ha introdotto una
clericalizzazione senza precedenti. Ora infatti il presidente diventa un vero e
proprio punto di riferimento di tutta la celebrazione. Termina tutto su di lui.
E’
lui che bisogna guardare, è alla sua azione che si prende parte, è a lui che si
risponde, è la sua creatività a sostenere l’insieme della celebrazione. Il
sacerdote rivolto al popolo dà alla comunità l’aspetto di un tutto chiuso in se
stesso…
Con
lo stesso orientamento del sacerdote e del popolo … verso il Signore, non si
chiudono in cerchio, ma come popolo in cammino sono in partenza verso il Cristo
che avanza e ci viene incontro” (J. Ratzinger, Introduzione ecc. p. 76).
E
ancora: “Resta essenziale, nella celebrazione eucaristica, il comune
orientamento (del celebrante e del popolo). Non è importante lo sguardo rivolto
al sacerdote, ma l’adorazione in comune, l’andare incontro a Colui che viene.
Non il cerchio chiuso in se stesso esprime l’essenza (del Sacrificio
Eucaristico), ma la partenza comune che si esprime nell’orientamento comune… Il
sacerdote è forse più importante del Signore? Questo errore dovrebbe essere
corretto il più presto possibile” (J. Ratzinger, Introduzione ecc.
p. 77,79).
Tutti sappiamo che cosa significa centrare: è puntare bene la freccia verso il suo bersaglio.
Incentrare il cuore è assumere tutte le forze del cuore per orientarlo verso il
suo centro, il suo vero bene, il fine. Molte vite sono decentrate, orientate
male, e a volte anche al male.
Gesù ci insegna: "Dov'è
il vostro tesoro, ivi sarà anche il vostro cuore" (Lc 12, 34). Il
cuore di ogni uomo gravita verso ciò che considera il suo bene, ciò per cui
vive. Ognuno ha la sua opzione di fondo,
ciò che ama più di tutto il resto, per cui rinuncia a tutto pur di non
perderlo. Chi ha trovato la perla preziosa, vende tutto pur di conquistarla (v. Mt 13, 44s).
Sant'Agostino identifica questa opzione di fondo tra due
contrapposti: "Ami la terra? Sei
terra. Ami Dio? Che devo dire? Dico che sei Dio", il che acutamente
significa: noi siamo ciò che amiamo,
ciò verso cui gravitiamo più fortemente.
Occorre fare un'analisi acuta sulla nostra gravitazione di
fondo. Alcuni vivono per il denaro, una madre per il proprio figlio, una sposa
per il marito, altri si appassionano per il lavoro in modo che la stessa
famiglia passa in secondo piano. Molti si appassionano per cose ignobili,
peccaminose: rincorrono il denaro, oppure il piacere, il potere.
Sappiamo che tutto passa,
e Dio solo resta. Astrattamente siamo convinti di dover vivere per Dio, ma
di fatto il cuore gravita spesso verso ciò che non è Dio e si disperde in mille
rigagnoli effimeri, mentre una cosa sola
è necessaria, e Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta (Lc
10, 41s).
Finché cadiamo in peccato, Dio non è il nostro vero centro,
perché il peccato è utendis frui (S.
Agostino), ossia usare ciò che è solo mezzo come se fosse il fine: amare
altro che non è Dio, e in radice amare se stessi più che Dio. Il peccato è
decentramento del cuore. Il vero dilemma è tra due competitori: o Dio o l'io. Si tratta di due opposti
centri di gravitazione del cuore, nei quali si decide la nostra salvezza o
dannazione.
Centrare il fine
Ora occorre precisare qual è il fine, lo scopo per cui siamo creati, il giusto approdo salvifico
della nostra esistenza, fuori del quale siamo perduti: "Che giova infatti all'uomo guadagnare tutto il mondo, se poi
perde la propria anima?" (Mt 16, 26). La Scrittura risponde: Ogni cosa Dio ha creato per se stesso (Prov
16, 4). Non essendoci altro bene stabile e a lui superiore, Dio non poteva
crearci per un fine superiore a Lui stesso, e ci ha creati per sé: "Tutti quelli che portano il nome di
miei, per la mia gloria ho creati, formati, compiuti" (Is 43, 7). Fine
più alto Dio non poteva dare alla nostra esistenza.
Il fine, ciò per cui viviamo, per molti rimane un enigma:
Montesquieu, gran teorico della rivoluzione, sentenziava beffardo:
"Mangiare è uno dei quattro scopi della vita, ma quali siano gli altri tre
non l'ho mai saputo". Senza salire a sì sublimi intelletti, chiediamo a un
pescatore:
- Perché peschi? - Per prendere pesci!
- E perché prendi pesci? - Per mangiarli!
- E perché mangi? - Per vivere!
- E perché vivi?...
L'ultima domanda rimane per i più molto imbarazzante e senza
risposta. Eppure ci riguarda più di tutto il resto.
Questo fine rimane come nostra profonda esigenza, come dice S.
Agostino: "O Dio, tu ci hai creati
per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te".
Bene ha centrato il suo
cuore la santa giovane Luisa Margherita Claret de la Touche scrivendo nel suo
diario: "Parla, o Signore! Voglio
intraprendere tutto, fare tutto per contemplare la tua faccia, per godere la
tua dolce pace. Voglio venire dritto verso di Te, Signore! Tutto ciò che mi
impedirà il cammino, lo spezzerò! Se sono gli amici, li lascio; se sono i beni,
li distribuisco; se è il cuore, lo strappo; se è il corpo, che sia distrutto. Resta, o Signore! Riempi bene la mia anima e
il mio cuore: che nulla di estraneo, nulla di creato vi si possa
intromettere". Che splendido incentramento del cuore!
E' l'anelito del Salmista, che effonde il suo cuore a Dio:
"Io son sempre con
Te!
Tu mi tieni per la destra,
mi guiderai con il tuo consiglio
e mi accoglierai nella gloria.
Che c'è per me in cielo fuori
che Tu?
Né sulla terra altro bramo.
Vien meno la mia carne e il
mio cuore:
rocca del mio cuore e mia porzione è Dio per sempre...
Per me il bene è stare presso Dio
e riporre nel Signore Dio il mio rifugio,
per raccontare tutte le opere di Lui" (Sal 72, 23s).
"Amerai il Signore Dio
tuo"
Per incentrare il nostro
cuore in Lui, Dio ci ha dato il primo comandamento: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la
tua anima, con tutte le tue forze, con tutta la tua mente" (Lc 10, 27). Il
primo comandamento abbraccia tutto l'uomo per orientarlo a Dio come Primo
Amore. Le esigenze di questo amore sono espresse da Gesù con parole che
indicano la sua priorità su tutto il resto: "Chi
ama il padre o la madre più di Me, non è degno di Me" (Mt 10, 37);
"Chi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo"
(Lc 14, 33). Se uno non rinuncia alla
sua stessa vita non può essere mio discepolo" (v. Mc 8, 35, ecc.).
Il cuore deve gravitare verso Dio trascinando tutte le altre
facoltà, tutto l'uomo. Non è tanto questione di sentimento, ma di volontà,
perché ciò che conta davanti a Dio sono gli atti
dell'anima, ma nei santi entrava in gioco anche il corpo con l'estasi e
altri fatti, per cui spasimavano verso Dio, verso l'Eucaristia. Santa Caterina
da Siena entrava spesso in estasi davanti all'Eucaristia, al punto di non
accorgersi delle busse che le davano perché uscisse di chiesa dopo le
celebrazioni. Gesù le spiegò che essa entrava in estasi perché la sua anima era
più unita a Lui che al proprio corpo. Come Alexandrina da Costa e altri
mistici, viveva di sola Eucaristia. Padre Pio avrebbe voluto rimanere continuamente
all'altare nonostante le sofferenze che gli costava la celebrazione della
Messa. Sant'Alfonso, san Filippo Neri, san Giuseppe da Copertino e altri santi
soffrivano spasimi nel non poter comunicarsi. San Giovanni della Croce disse
che la pena più forte durante la sua prigionia fu il non potersi comunicare.
San Leonardo e Padre Pio dicevano che se gli uomini capissero che cos'è
l'Eucaristia, occorrerebbe difendere il tabernacolo con inferriate o con i
carabinieri.
Del resto il primo esemplare di questo
amore è Cristo stesso, che visse nell'incessante tensione di compiere la
volontà del Padre e fin dall'inizio dell'Incarnazione spasimava di offrirsi per
noi, come disse egli stesso: "Fuoco
sono venuto a gettare sulla terra, e quanto desidero che divampi! In un bagno
devo essere immerso, e quanta ansia sento finché sia compiuto!" (Lc 12,
49)". E rivelò a santa Caterina da Siena: "Figlia mia, la pena del mio corpo fu finita, ma il santo
desiderio non finisce mai. Io portai la croce del santo desiderio. E non ti
ricordi, figliola mia, che una volta, quando ti manifestai la mia natività, tu
mi vedevi fanciullo parvolo, nato con la croce al collo? Perch'io ti fo sapere
come io, Parola Incarnata, quando fui seminata nel ventre di Maria, mi si
cominciò la croce del desiderio ch'io avevo di fare l'obbedienzia del Padre
mio, d'adempiere la sua volontà
nell'uomo; cioè che l'uomo fusse restituito a grazia e ricevesse il fine pel
quale egli fu creato. Questa m'era maggior pena che verun'altra ch'io portassi
mai corporalmente. E perciò lo spirito mio esultò con grandissima letizia,
quando mi vidi condotto all'ultimo, e specialmente nella cena del giovedì
santo. E perciò io dissi: 'Con desiderio ho desiderato di fare la Pasqua', cioè
di fare il sacrificio del mio corpo al Padre. Grandissima letizia e
consolazione avevo, perché vedevo apparecchiare il tempo disposto a tormi
questa croce del desiderio; cioè quanto più mi vidi giungere a flagelli e
tormenti corporali, tanto più mi scemava la pena. Ché con la pena corporale si
cacciava la pena del desiderio, perocché vedevo compiuto quello che
desideravo" (Lettera 16).
Sono parole che ci
rivelano fino a che punto Gesù è Amore! (1 Gv 4, 8).
Come gravitiamo verso l'Eucaristia, verso Gesù presente tra noi?
Egli disse a una santa: "Io conto le
ore e iminuti che mancano alla tua Comunione! Se non avessi istituito
l'Eucaristia, la istituirei per te!". Gesù sa quanto vale Dio, e anche
quanto vale un'anima dedita a Lui!
Amare è adorare
Come possiamo dimostrare l'amore verso Dio? Che cosa possiamo
offrirgli? Se ogni bene viene da Lui, non possiamo offrirgli altro che riconoscere che tutto viene da Lui.
Questo riconoscere si esprime anzitutto nell'adorare.
Gesù stesso ha dettato a santa Caterina da Siena il più
radicale riconoscere nel celebre
assioma: "Io sono Colui che E', tu
sei colei che non è", ossia che non esiste se non in forza di Dio
Creatore. E' un assioma da approfondire con tutto il cuore per assaporare la
prima grande verità che ci riguarda. L'accettazione di questa verità
primordiale ci colloca al nostro giusto posto, di esseri contingenti, che non
hanno in sé la forza di essere e la ricevono ogni istante da Dio.
l. Si tratta di accettare
Dio, innanzi tutto. L'ateismo è ribellione. Il famoso Clemenceau, detto La Tigre, ha voluto essere sepolto in
piedi, in atteggiamento di contestazione di Dio: ora giace in piedi tra gli
Immortali della massoneria, ma che gli giova? Ho conosciuto un giovane, molto
dotato, ma affetto da fragilità nervosa: si ribellava a Dio per questa
debilitazione e ha preso una piega molto triste.
Accettare Dio può divenire anche un atto eroico, quando si è
colpiti da grandi mali, ma Giobbe disse:
"Nudo uscii dal
grembo di mia madre, e nudo vi tornerò:
il Signore ha dato, il Signore ha tolto:
sia benedetto il nome del Signore" (Gb 1, 21).
L'accettazione profonda di
Dio, del suo Essere trascendente, ci pone tra gli adoratori che adorano Dio in
Spirito e Verità. E' la base di tutta la costruzione spirituale: è l'umiltà. Sant'Agostino radicalizza due
opposte posizioni di fronte a Dio: "Amor
Dei usque ad contemptum sui, amor sui usque ad contemptum Dei: L'amore di Dio
giunge fino al disprezzo di sé, l'amore di sé giunge fino al disprezzo di
Dio".
Si tratta anche di accettare
se stessi, con i propri limiti: non
possiamo vantare alcuna pretesa di fronte all'Altissimo. Dio non è tenuto con
nessuno, tutto è dono, tutto è grazia.
La pietra ringrazia di essere pietra, il fiore di essere fiore. Altri ha più di
me: Dio sia benedetto!
2. Il riconoscere diventa quindi anche riconoscenza, gratitudine, Eucharistia. Il ringraziamento è una
faccia dell'adorazione. La Chiesa invita a rendere
grazie a Dio per la sua stessa gloria immensa, per avercela rivelata. Quindi
per il dono dell'intelligenza, che è un riflesso della sua gloria. Poi per
tutte le grazie che Dio ci dona. L'Apostolo rimprovera gli increduli perché conoscendo Dio (mediante la creazione) non
lo hanno onorato come Dio, né gli hanno reso grazie (Rm 1,21). E Gesù
stesso si è lamentato dell'ingratitudine dei lebbrosi guariti: "Non sono stati guariti dieci? E gli
altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse per dar gloria a Dio se non
questo straniero?" (Lc 17, 11).
Dobbiamo quindi ringraziare
Dio per tutti i suoi doni, come invita la Chiesa: "Vi adoro, mio Dio, Vi amo con tutto il cuore, Vi ringrazio di
avermi creato, fatto cristiano...". E' grazia immensa accorgerci di
tutte le finezze di Dio per noi: il modo migliore di ottenere grazie è rendersi
conto della sua generosità. Se lo trattiamo da Gran Signore, Dio si mostra Gran
Signore con finezze commoventi.
3. Nell'adorazione è implicita l'espiazione, la riparazione
delle offese fatte a Dio. Il gesto supremo di riparazione è la passione e morte
di Gesù in croce, con cui Gesù si sottomette al Padre in obbedienza perfetta
per riparare le disobbedienze degli uomini: Egli
si è addossato i nostri malanni e si è caricato i nostri dolori..., fu trafitto
per i nostri misfatti, calpestato per le nostre colpe; la punizione per noi
salvifica fu inflitta a lui, e le sue piaghe ci hanno guariti (Is 53, 4s).
La Redenzione è avvenuta
mediante l'intera sottomissione di Gesù al Padre per restituirgli l'adorazione
che gli è dovuta: Benché fosse il Figlio,
dai patimenti sofferti conobbe a prova la sottomissione, e reso perfetto
divenne autore di salvezza eterna per tutti i sottomessi a Lui (Eb 5, 8s).
Il peccato, l'offesa a Dio
pagata a sì caro prezzo, non è cosa da poco: il senso dell'adorazione è congiunto
con la percezione acuta della gravità del peccato e con l'impegno di
purificazione del cuore.
4. Anche la preghiera di richiesta
e l'implorazione sono espressioni
dell'adorazione: sono un riconoscimento implicito della nostra dipendenza da Dio
per ogni bene, del suo dominio sul creato, della sua munificenza e signorilità.
Dio ama chi gli chiede cose grandi, chi
onora la sua indole di Gran
Signore della Vita (Archegos tes Zoes),
chi non presume di sé e tutto attende da Dio con fiducia illimitata: "Senza di me non potete far nulla"
(Gv 15, 5).
Fede
è Sicurezza
Parlando di
stabilità, solidità, sicurezza, la Scrittura indica il modello più alto in Dio,
usando queste espressioni: Tu, o Dio, rimani in eterno (Sal 101, 13); Dio solo
è il Giusto, l'Onnipotente ed Eterno (Mc 1, 25); La sua fedeltà rimane in
eterno (Sal 116, 2); Eterna è la sua misericordia (Sal 102, 17); oppure
espressioni equivalenti attinte dalla considerazione delle sue opere: Con la
sua parola Dio ha reso stabile il cielo (Sal 32, 6); Ti amo, Signore, mia
roccia di rifugio e mio baluardo (Sal 17, 1s).
Tutto quello che
Dio fa, rimane stabile, acquista consistenza incrollabile, come il firmamento (=ciò
che rimane fermo, saldo, irremovibile), la terra, il regno di Davide, il
regno di Gesù, la Chiesa fondata su Pietro, i credenti che si affidano a Lui.
Per dare credibilità alla sua parola, Dio giura per se stesso (Gn 22, 16),
non essendoci altro riferimento più stabile della sua divinità.
Tutto il resto è
instabile, precario, si logora come un vestito (Sal 101, 27). Tutto passa,
Dio solo resta, ma chi aderisce al Signore, fa un solo spirito con Lui
(1 Cor 6, 17), ossia acquista la sua consistenza, la sua irremovibilità.
Questa consistenza ci è data dunque dall'adesione a Dio, alla sua parola: ci è
data dalla Fede.
Alla Fede ci
richiama l'Apostolo, per non essere come bambini sballottati e portati qua e
là da ogni vento di dottrina tra i raggiri degli uomini e la loro scaltrezza a
inoculare l'errore; ci esorta ad operare secondo verità (Ef 4,
14s).
Oltre che sulla
fedeltà di Dio la nostra fede si fonda sulla sua onnipotenza. Nulla è
impossibile a Dio. La sua onnipotenza è in sé infinita, ma viene limitata
dalla nostra fede. Gesù ci insegna: "Se eveste fede come un granellino
di senape, potreste dire a questo monte 'Spostati di qua a là', ed esso si
sposterebbe, e nulla vi sarà impossibile (Mt 17, !9; v. anche Lc 17, 6).
La prima e più
grandiosa manifestazione dell'onnipotenza di Dio sta nella Creazione, e ancor
più nella Redenzione. A Isaia, impressionato della decadenza dell'uomo, sembrò
di chiedere l'impossibile gridando a Dio: "Oh, se squarciassi i cieli e
discendessi!" (Is 64, 1). Ma Dio gli rispose con la profezia "La
vergine concepirà e darà alla luce un figlio e gli porrà il nome
Emmanuele" (="Dio con noi": Is 7, 14), promettendo
l'Incarnazione del Figlio suo.
Che Dio si faccia
uomo e muoia in croce è cosa talmente al di sopra dei nostri intendimenti, che
possiamo credere solo al pensiero che Dio è Amore (1 Gv 4, 8).
Giustamente la Chiesa esalta Dio che ha creato il mondo in modo mirabile, e
lo ha redento in modo ancor più mirabile (Offertorio preconc.). E
l'Apostolo trae la riflessione logica: "Se Dio ci ha dato il suo
Figlio, come non ci darà ogni altro dono insieme con Lui?" (Rm 8, 32).
La prima Fede che
sposta le montagne è credere nell'Amore, è la certezza che Dio ci
ama: "Noi abbiamo creduto nell'Amore" (1 Gv 4, 16). Allah che
vuole la guerra santa non è amore, non è Dio, ma un demonio; il vero paradosso
divino si verifica quando il sacerdote alza la fragile Ostia che contiene Colui
che sostiene le sconfinate galassie!
Fede
contemplativa
In un certo senso
l'intera natura vive di fede, affidandosi inconsciamente al disegno di Dio che
non muta. La sua inconcussa stabilità ci consente di contare sulla solidità
della terra per camminare senza timori, sulla legge di gravità per costruire
case e tenere le cose in ordine , sulle frequenze ondulatorie per trasmettere
messaggi a distanza. Noi viviamo sulla solidità delle creature di Dio.
La Scrittura allude
continuamente ai fatti naturali per insegnarci le cose spirituali, anzi
possiamo dire che tutto il linguaggio spirituale si snoda sulle nostre
esperienze naturali, come quando diciamo "camminare nelle vie del Signore,
ascoltare la parola di Dio, Dio è la roccia che ci salva, Dio è luce,
ecc.".
Dio però interviene
nella storia per informarci di ciò che la natura non ci dice, e ci rivela un
mondo superiore, il mondo invisibile in cui Egli vive e che ci riserva come approdo
dell'esistenza. Ci rivela la Trinità delle Persone nell'unità della natura
divina, l'esistenza di creature angeliche, l'Incarnazione del Verbo, la
Redenzione, la presenza reale di Gesù nell'Eucaristia, l'elevazione alla
grazia, l'attendibilità delle Scritture, il Paradiso e l'inferno. Contemplando
con la mente e aderendo con la volontà alla sua Rivelazione noi abbiamo una
guida sicura verso la verità tutta intera promessa da Gesù mediante il
suo Spirito (Gv 16, 12s). Gesù solo può dirci: "Io sono la luce
del mondo: chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della
vita" (Gv 8, 12).
Contemplando le
verità rivelate, siamo elevati a vivere nel mondo in cui vive Dio stesso: ecco
la ricchezza e la bellezza della fede contemplativa. Essa dilata i nostri
orizzonti conoscitivi, ci apre al mondo di Dio, ci fa vedere al di là
delle cose di questo mondo, dilata i nostri orizzonti conoscitivi verso la
verità tutta intera.
Noi viviamo in un
mondo profondamente inquinato dal peccato e dall'errore, un mondo smarrito,
fuori della verità. Si rifletta sulle falsità con cui le masse sono state
sedotte dal comunismo, dal nazismo, dall'Islam. dalle più assurde ideologie!
Abbiamo bisogno di disintossicarci da questa atmosfera di falsità che ci
circonda, di vedere come stanno le cose in realtà. La fede ci fa vedere le cose
come le vede Dio stesso, come Lui le giudica; ci porta a penetrare la realtà
con l'intelletto divino, a giudicare tutto con la sapienza divina.
La fede
contemplativa si nutre di ciò che Dio ci rivela soprattutto mediante l'Incarnazione
del Verbo, Parola di Dio che si è fatto Parola dell'Uomo. Nel Vangelo
Dio ci ha detto tutto, e abbiamo, nei suoi princìpi, la risposta a tutti i
quesiti umani. Per questo il Vangelo dev'essere il nostro Primo Libro.
Ci sono sacerdoti che amano commentare la Parola di Dio con le povere parole
umane, intrise di errori e di frammenti di verità: Gesù è la Verità, ed
è sempre sproporzionato l'interesse che ci fa correre ad ascoltare gli uomini,
quando abbiamo la Parola di Dio che è Gesù e il suo Vangelo! Maria si teneva
bene a mente tutte queste cose, meditandole nel suo cuore (Lc 2, 19): per
questo è per noi scrigno di verità. Maria si è scelta la parte migliore, che
non le sarà tolta (Lc 10, 42).
Riflettiamo sul
valore del silenzio contemplativo. Uno dei danni peggiori della vita
moderna è l'ingombro indotto dalle sollecitazioni mondane, che soffocano il
seme di Dio. Ci si alza a radio accesa, si corre trafelati al lavoro, si è
assediati dalle persone, dalle preoccupazioni burocratiche, si accende la
televisione, si cena guardando il video e ci si addormenta con il televisore
acceso. E la preghiera? E il dialogo in famiglia? E la meditazione della Parola
di Dio?...
Nell'accostarci al
Vangelo dobbiamo tener presente quanto ci ha detto Gesù: "Le mie parole
sono spirito e vita" (Gv 8, 63), e quindi si percepiscono come fatti
vitali che coinvolgono tutto l'essere. Si accolgono per quella congenialità
spirituale che è data da Dio stesso: "Nessuno viene a me se non è inviato
dal Padre mio" (Gv 8, 65); congenialità che si ottiene con la purezza
di cuore: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 4, 8). Non
si accolgono senza quella libertà di spirito nei confronti altrui, per non
essere inceppati dall'orgoglio umano: "Come potrete credere voi, che
andate in cerca della gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che
viene dal solo Dio?" (Gv 5, 44).
Le parabole del
seme ci insegnano tante cose: seme che cade su terreni diversi (Mt 13, 1s),
che si sviluppa nel silenzio (Mc 4, 26s), che cresce come il grano tra
la zizzania (Mt 13, 24s), che diventa arbusto forte (Mt 13, 21s).
Gesù esige la
sapienza di rinunciare a tutto il resto pur di possedere Lui stesso (parabola
della perla preziosa: Mt 13, 44s). Esige costanza: "Se voi rimanete
costanti nella mia parola sarete davvero miei discepoli, conoscerete la Verità,
e la Verità vi farà liberi" (Gv 8, 31s)
Fede
operativa: l'affidamento
La contemplazione ispira
l'azione, la purifica, la illumina. Ecco che allora si rivela in pieno l'uomo
di fede, e la fede si fa affidamento.
Affidamento è fidarsi di Dio a occhi
chiusi e lasciarsi portare da Lui come un bimbo tra le braccia della madre. E'
dargli carta bianca sulla nostra vita, sapendo fin dall'inizio che Dio scriverà
nella nostra esistenza cose nuove e imprevedibili: non si tratta di fare un
contratto su cose note, ma di prevedere che la vita si svolgerà con
continue nascite successive ritmate dalla sua Provvidenza, sicuri che la sua
vista trascende la nostra come il Cielo supera la terra (Is 55, 8),
che Lui sa le nostre condizioni del momento e anche del futuro, sa dove vuole
portarci e non può che portarci al meglio. Dio mi conosce e mi chiama per
nome, dice il grande Newman.
L'Apostolo ci
insegna un pricipio fondamentale nella vita di fede: "Lo Spirito viene
in aiuto alla nostra debolezza, poiché noi non sappiamo che cosa dobbiamo
chiedere come conviene; ma lo stesso Spirito lo implora per noi con gemiti
inesprimibili; e Colui che scruta i cuori sa quale sia l'anelito dello Spirito,
sa che Esso prega per i santi come Dio vuole. Ora noi sappiamo che in tutte le
cose Dio coopera per il loro bene con coloro che lo amano, che secondo i suoi
disegni sono chiamati, poiché coloro che Egli ha distinti nella sua prescienza,
li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Figlio,
affinché Egli sia il primogenito tra i molti fratelli; e quelli che ha
predestinati li ha pure chiamati, e li ha anche giustificati, e quelli che ha
giustificati li ha anche glorificati" (Rm 8, 26s).
Lo Spirito Santo
trascende la nostra visione. Un bambino non è in grado di vedere ciò che
diventerà e che gli sarà necessario quando sarà adulto, ma lo Spirito Santo sa
dove vuole arrivare, e orienta con aneliti inesprimibili, ossia ignoti al bimbo
e avvolti nel mistero, le sue aspirazioni con la sua supercomprensione della
realtà del fanciullo. Occorre che noi ci mettiamo in pieno affidamento al suo
disegno, senza opporre resistenze, con la sicurezza che Dio vede e provvede,
e che tutto dispone per il nostro meglio, che è la configurazione con Cristo.
Infatti tutto è creato in Lui e in vista di Lui, e tutto ha consistenza
in Lui (Col 1, 16s). Essere conformi a Cristo è il massimo della perfezione
raggiungibile in terra e il massimo della gloria in Cielo. E' un programma
gratificante, ricco di entusiasmo, nelle condizioni normali.
Di fronte a
situazioni difficili. don Ruotolo invita ad affidare a Dio la soluzione dei
nostri problemi con il motto: "Cuore di Gesù, pensaci tu!", e
molte situazioni si risolvono per vie impensate, a volte miracolose.
Ma possiamo
trovarci in vicoli chiusi senza via di uscita: un intervento chirurgico, un
incidente grave, la morte: è Gesù in noi inchiodato sulla Croce! Non resta che
dire: "Mio Dio, mi fido di Te! Nelle tue mani affido il mio spirito".
Santa Cateria da Siena, caduta nelle mani dei nemici, disse loro: "Ora
fate di me ciò che Dio vuole": torture, prigionia, uccisione? Sarà Dio
stesso a guidare gli avvenimenti, e a noi non resta che piegare il capo e dire
con fede ferma: "Sia fatta la tua volontà". Non ci sono
compromessi possibili, in certe situazioni: pensiamo ai martiri di fronte ai
tribunali: non è possibile fare i furbi, però: "Non temete coloro che
possono uccidere il corpo; temete piuttosto colui che anima e corpo può mandare
in perdizione nella Geenna" (Mt 10, 28s). "In quel momento lo Spirito
del Padre parlerà in voi..." (Mt 10, 20s). Allora "il vostro
dire sia sì sì, no no".
"Configurati
morti eius" conclude l'Apostolo alla scuola di Gesù, che ci ha detto chiaramente: "Chi
non porta la sua croce, chi non rinuncia alla sua stessa vita per me, non può
essere mio discepolo" (Mt 10, 37 e parr.), e ci parla del grano che
se non muore non porta frutto (Gv 12, 25), dandoci l'esempio di se
stesso sulla croce: "Tutto è compiuto: nelle tue mani affido il mio
spirito". L'affidamento elimina ogni paura.
Dio ha molti
obiettori di coscienza, che dicono "Ma perché questo, perché quello... Se
io fossi al posto di Dio, in un attimo il mondo sarebbe cambiato". Essi
dimenticano che la nostra intelligenza è una scintilla, un lucignolo fumigante,
di fronte al sole dell'intelligenza divina. Dire frasi simili è bestemmia: è
preferire la nostra visione a quella di Dio.
Fede e
miracoli
Spostare le
montagne vuol dire anche fare l'impossibile, fare miracoli. Gesù ha dato il
potere agli Apostoli di fare miracoli, e lo ha dato anche ai suoi discepoli di
tutti i tempi: "E questi miracoli accompagneranno i credenti: nel mio
nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno serpenti, e se
berranno qualche veleno mortifero non nuocerà loro; imporranno le mani su
ammalati, ed essi guariranno..." (Mc 16, 15s).
La storia della
Chiesa e le vite dei santi sono piene di miracoli, che a Lourdes vengono
sottoposti al controllo di scienziati anche atei. Essi confermano le promesse
di Cristo. Ma occorre tener presenti alcuni princìpi.
- Il potere di far
miracoli è un carisma concesso da Dio a chi Lui vuole: non si può
presumere di far miracoli per potere personale, quindi la pretesa di avere tale
carisma mediante l'imposizione delle mani come avviene negli incontri di
Rinnovamento è peccaminosa e illusoria (il movimento di Rinnovamento è
inquinato da tre errori: l'imposizione delle mani avviene per via iniziatica
legata al Pentecostalismo, di origine anglicana, quindi legata alla ribellione
di Enrico VIII; c'è la pretesa di ottenere carismi straordinari mediante
l'imposizione delle mani; c'è enfatizzazione esteriore della preghiera);
- è frutto di
fede solida, ma può anche avvenire su influsso di Satana, come in Sai Baba;
- se non si
fonda sull'umiltà, non esime dal rischio di perdizione, come dice Gesù: "Molti
diranno: 'Signore, Signore, non abbiamo noi nel tuo nome profetato, e nel nome
tuo scacciato i demoni, e operato nel tuo nome molti miracoli?'. Allora io
dichiarerò pubblicamente: 'Io non vi ho conosciuti: via da me voi operatori di
iniquità!' " (Mt 7, 21s).
Occorre tuttavia
ricordare il comando di Gesù rivolto particolarmente ai sacerdoti: "Nel
mio nome sanate infermi, risuscitate morti, mondate lebbrosi, scacciate i
demoni..." (Mt 10, 8s ). Se si ha fede, si ottiene.
Il nostro aiuto
è nel nome del Signore, che ha fatto Cielo e terra (Sal 123, 8). Non nelle nostre forze, sia
ben chiaro. Pietro era sincero quando disse a Gesù: "Ti seguirò fino
alla morte" (v. Mt 26, 35 e Parr.), ma non aveva ancora sperimentato a
sue spese ciò che aveva detto Gesù: "Senza di me non potete far
nulla" (Gv 15, 8). La fede comporta il trasferimento della nostra
sicurezza in Dio: "Tutto posso in Colui che mi dà forza" (Fp 4,
13).
E anche:
"Vegliate e pregate pere non cadere in tentazione" (Mt 26,).