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Giovanni Paolo II
Operosam diem


NEL XVI CENTENARIO DELLA MORTE DI SANT'AMBROGIO VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA

1. Il 4 aprile 397 Ambrogio di Milano concludeva la sua laboriosa giornata terrena generosamente spesa a servizio della Chiesa. Negli ultimi giorni, ricorda il suo segretario e biografo Paolino, "aveva visto il Signore Gesù venire a lui e sorridergli... E proprio quando ci lasciò per volare al Signore, dalle ore cinque del pomeriggio fino all'ora in cui rese l'anima, pregò con le braccia aperte in forma di croce". (1) Era l'alba del Sabato Santo. Il Vescovo lasciava questa terra per unirsi a Cristo Signore, che egli aveva intensamente desiderato e amato.

Avvicinandosi la XVI ricorrenza centenaria di quel giorno, Ella, signor Cardinale, mi ha chiesto che la morte del grande Pastore possa essere commemorata con la celebrazione di un "Anno Santambrosiano", e che all'evento sia dedicata una speciale Lettera apostolica.

Mi è assai gradito accedere al Suo desiderio, perché, come Ella ha scritto, sant'Ambrogio è stato ed è un dono per l'intera Chiesa, alla quale ha lasciato un tesoro singolarmente ricco di dottrina e di santità.

2. Tutto in lui si compose in armonia e trovò unità nel servizio episcopale, compiuto con dedizione senza riserve. " Chiamato all'episcopato dal frastuono delle liti del foro e dal temuto potere della pubblica amministrazione ", (2) Ambrogio modellò la sua vita sulle esigenze di quel ministero che la Provvidenza gli poneva nelle mani e nel cuore; ad esso dedicò le sue energie, la sua esperienza e le sue ricche doti e capacità. Pastore forte e mite insieme, uomo del monito e uomo del perdono, deciso contro l'errore e paziente con gli erranti, esigente coi sovrani e rispettoso dello Stato, in rapporto con gli imperatori e vicino al suo popolo, studioso profondo e instancabile uomo d'azione, Ambrogio si staglia sullo sfondo delle tormentate vicende del suo tempo come figura di straordinario rilievo, il cui influsso, valicati i secoli, permane vivo anche oggi. (3)

La commemorazione centenaria della sua morte, iniziando il 6 dicembre prossimo, coinciderà praticamente con l'anno 1997 che, secondo le indicazioni date nella Lettera apostolica Tertio millennio adveniente, apre la seconda fase preparatoria del grande Giubileo del 2000. (4) È in questa prospettiva che vorrei soffermarmi a riflettere sulla persona e sull'opera di sant'Ambrogio per trarne ulteriori stimoli spirituali in vista di quella storica scadenza. Confido infatti che il ricordo di così insigne Pastore, ravvivato dalla celebrazione dell'"Anno Santambrosiano", aiuti codesta diletta Arcidiocesi ad entrare in modo sempre più profondo nello spirito della preparazione della ricorrenza due volte millenaria della nascita di Cristo.

I

AMBROGIO VESCOVO

3. Per la Chiesa di Milano sarà certamente motivo di gioia mettersi in ascolto con rinnovato interesse del suo antico Pastore, e quasi rifare l'esperienza di quegli innumerevoli fedeli — umili o altolocati, anonimi o illustri — che si lasciarono illuminare dalla sua parola e, guidati da lui, raggiunsero Cristo. Passato e presente si intrecciano nella fede vissuta di ciascuna comunità ecclesiale. È proprio dei Santi, infatti, restare misteriosamente "contemporanei" di ogni generazione: è la conseguenza del loro profondo radicarsi nell'eterno presente di Dio. Ambrogio, in qualche modo, parla ancora dalla cattedra milanese, e la sua voce è accolta e desiderata da tutta la Chiesa. Mossi da questa consapevolezza, vogliamo cercare di raccoglierne i tratti salienti, per meglio aprirci alla sua testimonianza e al suo messaggio. A questa riscoperta ci spinge anche l'amore che la Chiesa inculca verso coloro che, eminenti per santità e dottrina nei primi secoli cristiani, a ragione vengono chiamati e sono "padri" nella fede. Ambrogio lo è a titolo davvero speciale.

4. È a tutti nota la singolarità della sua elezione, che il biografo Paolino attribuisce all'ispirata iniziativa di un fanciullo, a cui peraltro corrispose la piena fiducia del popolo e del clero e, successivamente, la soddisfazione dello stesso imperatore. (5) Ambrogio, nato da genitori cristiani, ma rimasto catecumeno secondo un uso non infrequente nelle famiglie ragguardevoli del tempo, aveva percorso con onore la carriera politica, prima a Sirmio nella prefettura d'Italia, di Illirico e d'Africa, quindi a Milano come consularis, con la responsabilità di governo della provincia di Emilia - Liguria. Qui aveva potuto constatare la grave situazione della Chiesa milanese, disorientata dal governo quasi ventennale del Vescovo ariano Aussenzio, divisa e fortemente provata dal diffondersi di questa eresia.

5. Ritenendosi impreparato ad assumere l'ufficio episcopale, egli tentò ripetutamente di sottrarsi a quella nomina, ma alla fine si piegò all'insistenza del popolo che, avendolo apprezzato per l'equanimità e la dirittura nell'incarico di governatore, nutriva fondata fiducia nella sua capacità di guidare con saggezza la comunità ecclesiale. Accettò quindi di ricevere il battesimo, che gli fu amministrato da un Vescovo cattolico il 30 novembre 374; e il 7 dicembre successivo fu ordinato Vescovo. (6)

Nei primi anni, con intima sofferenza e schietta umiltà, dovette riconoscere il contrasto fra la sua impreparazione specifica e il dovere impellente di insegnare ai fedeli e di operare le necessarie scelte pastorali. (7) Ma volle subito gettare le basi di un'accurata preparazione teologica e, con il consiglio e il sostegno del presbitero Simpliciano, che fu poi suo successore nella sede di Milano, si dedicò con cura allo studio biblico e teologico, approfondendo le Scritture e attingendo alle fonti più autorevoli dei grandi Padri e scrittori ecclesiastici antichi, sia latini che greci, primo fra tutti Origene, suo costante maestro e ispiratore.

Nelle omelie e negli scritti Ambrogio in gran parte riproponeva quanto aveva intelligentemente assimilato, ma insieme lo arricchiva col suo genio, rinvigorendo l'esposizione, coniando formule sintetiche particolarmente efficaci e introducendo concreti adattamenti alla situazione dei suoi ascoltatori e lettori. Così, dallo studio costantemente ravvivato della dottrina cattolica, nasceva un ricco e fruttuoso insegnamento e insieme si dispiegava un'articolata azione pastorale.

6. Subito Ambrogio volle accogliere quanti si erano sbandati dietro all'arianesimo. Di regola non cercava di strapparli bruscamente alle spire dell'eresia, neppure quando si trattava di membri del clero, (8) e ciò non per un improvvido compromesso, ma con il lodevole intento di promuovere un'adesione convinta alla retta fede trinitaria attraverso una predicazione rigorosa e articolata. E fra il 378 e il 382 divulgò il frutto di quegli insegnamenti nei trattati De fide, De Spiritu Sancto e De incarnationis dominicae sacramento.

Gli esiti positivi di questa strategia pastorale si toccarono con mano quando, nella primavera del 385 e soprattutto in quella dell'anno seguente, l'autorità imperiale fomentò l'opposizione ariana e pretese per essa la cessione di una basilica. La gente allora si strinse attorno al Vescovo, mostrando quanto efficace fosse stata la sua parola e, al tempo stesso, quanto falsamente gonfiata fosse l'esigenza avanzata dalla corte. In quei frangenti i commercianti sopportarono persino tasse imposte proprio con l'intento di staccarli dal Vescovo: ma non lo vollero privare del proprio sostegno. (9) E quando si giunse a minacciare Ambrogio e ad accerchiare le chiese, il popolo vegliò insieme al suo Pastore, condividendone la trepidazione, la lotta, la preghiera. Alla fine l'autorità imperiale cedette, e il Vescovo poteva confidare alla sorella Marcellina: "Quale fu, allora, l'allegrezza di tutta la gente, quale il plauso di tutto il popolo, quale la riconoscenza!". (10) Eletto per la decisa volontà dei Milanesi, Ambrogio seppe coltivare un'intesa profonda con la sua comunità, mirabilmente ancorandola ai princìpi della fede cattolica.

7. Nella società romana in disfacimento, non più sorretta dalle antiche tradizioni, era inoltre necessario ricostruire un tessuto morale e sociale che colmasse il pericoloso vuoto di valori che si era venuto creando. Il Vescovo di Milano volle dar risposta a queste gravi esigenze, non operando soltanto all'interno della comunità ecclesiale, ma allargando lo sguardo anche ai problemi posti dal risanamento globale della società. Consapevole della forza rinnovatrice del Vangelo, vi attinse concreti e forti ideali di vita e li propose ai suoi fedeli, perché ne nutrissero la propria esistenza e facessero così emergere, a servizio di tutti, autentici valori umani e sociali.

Non esitò quindi a manifestare la sua chiara opposizione, quando nel 384 il praefectus Urbi Simmaco avanzò all'imperatore Valentiniano II la domanda di ripristinare in Senato la statua della dea Vittoria. A chi pensava di salvare la "romanità" facendo ritorno a simboli e pratiche ormai desuete e senza vita, Ambrogio obiettò che la tradizione romana, con i suoi antichi valori di coraggio, di dedizione e di onestà, poteva essere assunta e rivitalizzata proprio dalla religione cristiana. Il vecchio culto pagano — notava il Vescovo di Milano — accomunava Roma ai barbari proprio e solo nell'ignoranza di Dio; (11) ma ora che finalmente la grazia si è diffusa tra i popoli, "a buon diritto è stata preferita la verità". (12)

8. La forza rinnovatrice del Vangelo apparve evidente negli interventi dedicati dal Vescovo alla difesa della giustizia sociale, in particolare nei tre libretti De Nabuthae, De Tobia, De Helia et ieiunio. Ambrogio stigmatizza l'abuso delle ricchezze, denuncia le sperequazioni e i soprusi con cui i pochi abbienti sfruttano a proprio vantaggio le situazioni di disagio economico e di carestia, condanna coloro che, fingendo di aiutare per carità, dànno poi a prestito con una pesantissima usura. Su tutto e su tutti fa riecheggiare i suoi moniti: "Una medesima natura è madre di tutti gli uomini, e perciò siamo tutti fratelli generati da un'unica e medesima madre, legati da un medesimo vincolo di parentela"; (13) "tu non dài del tuo al povero, ma gli rendi il suo". (14) Specificamente riguardo all'usura si domanda: "Che c'è di più crudele del dare il tuo denaro a chi non ne ha ed esigerne il doppio?" (15) Per la salvezza stessa dei popoli, spesso schiacciati dal peso dei debiti, Ambrogio riteneva dovere dei Vescovi adoperarsi ad estirpare tali vizi e a promuovere gli slanci di un'operosa carità.

Comprensibile dunque il suo impeto di gioia, e si direbbe la sua umile fierezza di padre, quando gli giunse notizia che un suo eminente figlio spirituale, Paolino da Bordeaux, ex senatore e futuro Vescovo di Nola, aveva deciso di lasciare i suoi beni ai poveri, per ritirarsi, insieme con la moglie Terasia, a condurre vita ascetica nella cittadina campana. Esempi come questo — osservava Ambrogio in una sua lettera (16) — erano destinati a produrre clamore e scandalo in una società prigioniera dell'edonismo, ma incarnavano, con l'efficacia insostituibile della testimonianza, la grande sfida morale del cristianesimo.

9. Tutta la vita doveva essere rinnovata dal lievito del Vangelo. Al riguardo Ambrogio prospetta ai suoi fedeli un itinerario spirituale chiaro ed impegnativo, fatto di ascolto della Parola di Dio, di partecipazione ai Sacramenti e alla preghiera liturgica, di sforzo morale ispirato alla concreta osservanza dei comandamenti. Chi legge gli scritti del santo Vescovo si accorge che questi sono gli elementi, semplici e necessari, continuamente richiamati nella sua predicazione e nella sua attività pastorale. Su queste realtà Ambrogio viene costruendo giorno per giorno una comunità viva, nutrita dei valori evangelici e segno non equivoco per la società del suo tempo.

Ne fu vivamente impressionato, tra gli altri, Agostino, giunto a Milano nell'autunno del 384. Pur inizialmente attratto soltanto dallo stile oratorio del Vescovo, ben presto sperimentò la concretezza e il fascino della vita della Chiesa di Milano: "Vedevo la chiesa piena, e in essa l'uno avanzare in un modo, l'altro in un altro", ricorderà con ammirazione molti anni dopo. (17) Non era riuscito ad ottenere dal Vescovo incontri prolungati e confidenziali, ma aveva visto nella Chiesa da lui guidata una manifestazione eloquente della sua saggezza pastorale e aveva potuto compiere una verifica convincente della validità del suo insegnamento spirituale. Giustamente perciò considerò Ambrogio, dal quale ricevette anche il Battesimo, padre della sua fede.

10. Non è possibile passare in rassegna dettagliatamente tutti gli interventi dell'infaticabile Pastore, che in vario modo contribuirono a vivificare la comunità e ad immettere energie nuove e vigorose nella società. Ma è almeno opportuno elencarne i più significativi.

Al primo posto porrei la premura che egli ebbe per la formazione dei sacerdoti e dei diaconi. Li voleva pienamente conformati a Cristo, posseduti totalmente da Lui (18) e corredati delle più solide virtù umane: l'ospitalità, l'affabilità, la fedeltà, la lealtà, una generosità che aborrisse l'avarizia, la riflessività, un pudore incontaminato, l'equilibrio, l'amicizia. Esigente quanto paterno, il suo affetto per i sacerdoti era davvero traboccante: "Per voi, che ho generato nel Vangelo, non nutro minor amore che se vi avessi avuto nel matrimonio". (19)

Ugualmente intensa, fin dalla sua prima predicazione giunta a noi nel De virginibus, fu la cura delle vergini consacrate. Ambrogio vedeva la loro vocazione radicata nel mistero stesso del Verbo Incarnato: "E chi possiamo credere che ne sia il suo autore, se non l'immacolato Figlio di Dio, la cui carne non ha visto la corruzione, la cui divinità non ha conosciuto contaminazione?"; (20) e nella testimonianza delle vergini segnalava una risposta provocatoria, forte e concreta, al ruolo umiliante in cui la decadente società romana aveva relegato la donna.

Costante fu pure l'attenzione di Ambrogio per il culto dei martiri. Con il rinvenimento delle loro reliquie e la venerazione ad essi tributata egli intendeva proporre ai credenti modelli di una sequela di Cristo impavida e generosa; e non mancava di metterli in guardia contro i pericoli dei tempi di pace, quando ai persecutori violenti si sostituiscono quelli più subdoli che "senza ricorrere alla minaccia della spada, stritolano spesso lo spirito dell'uomo, quelli che espugnano l'animo dei credenti più con le lusinghe che con le minacce". (21)

Anche le celebrazioni liturgiche, nutrite dalle spiegazioni catechetiche del Vescovo e animate dalla sua genialità poetica, diventavano momento comunitario di validissima formazione e di incisiva testimonianza. Basti pensare agli inni, da lui composti e sperimentati nelle lunghe ore di veglia durante l'accerchiamento delle chiese: "Dicono che il popolo è stato abbindolato dall'incantesimo dei miei inni", ribatteva agli ariani che lo accusavano. "Proprio così: non lo nego. È un grande incantesimo, il più potente di tutti. Che c'è infatti di più potente del confessare la Trinità, che ogni giorno viene esaltata dalla bocca di tutto il popolo? A gara, tutti vogliono proclamare la loro fede, tutti hanno imparato a lodare in versi il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Sono dunque diventati tutti maestri, quelli che a malapena potevano essere discepoli". (22)

11. Pastore attivissimo, Ambrogio fu certamente uomo di intenso raccoglimento e di profonda contemplazione. Era capace di grande concentrazione: per questo le sue letture poterono prepararlo al ministero in così breve tempo e fra attività tanto numerose. Amava il silenzio; e Agostino, che lo trovò assorto nello studio, non ardì neppure parlargli: "Chi infatti avrebbe osato disturbarlo nella sua concentrazione?". (23) Da quel raccoglimento nasceva la sua penetrazione delle Scritture e la spiegazione che ne offriva nelle omelie e nei commentari.

Da lì nasceva anche la profonda spiritualità del Vescovo. Il biografo Paolino ne sottolinea l'ascesi: "Era uomo di grande astinenza e di molte veglie e fatiche, e macerava il corpo con quotidiano digiuno... Grande era anche l'assiduità alla preghiera, di notte e di giorno". (24) Al centro della sua spiritualità stava Cristo, ricercato e amato con intenso trasporto. A Lui tornava continuamente nel suo insegnamento. Su Cristo si modellava pure la carità che egli proponeva ai fedeli e che testimoniava di persona accogliendo "caterve di gente affannata che soccorreva nell'angustia", come ci ricorda Agostino. (25)

12. Mancherebbe un elemento caratteristico a questo pur rapido ritratto dell'uomo e del Vescovo, se non gettassimo almeno uno sguardo al suo rapporto con l'autorità civile. Era ancora vivo il ricordo delle intromissioni nella vita e nella dottrina della Chiesa compiute nei decenni precedenti dagli imperatori cristiani, che talora avevano sostenuto la parte ariana e in ogni caso avevano creato gravi disagi e spaccature nella comunità dei credenti. Fatto Vescovo, Ambrogio confermò in molte situazioni il suo spiccato lealismo nei confronti dello Stato, ma sentì anche il dovere di promuovere un più corretto rapporto tra Chiesa e Impero, (26) reclamando per la prima una precisa autonomia nel suo proprio ambito. In questo modo egli non solo difendeva i diritti di libertà della Chiesa, ma poneva anche un argine all'assolutismo senza limiti dell'autorità imperiale, favorendo così la rinascita delle antiche libertà civili, nell'alveo della migliore tradizione romana.

Era una strada difficile da percorrere, tutta da inventare; ed Ambrogio dovette di volta in volta precisare meglio modalità e stile. Se gli riuscì di coniugare fermezza ed equilibrio negli interventi già menzionati — nella questione cioè dell'altare della Vittoria e quando fu richiesta una basilica per gli ariani — inadeguato si rivelò invece il suo giudizio nell'affare di Callinico, quando nel 388 venne distrutta la sinagoga di quel lontano borgo sull'Eufrate. Ritenendo infatti che l'imperatore cristiano non dovesse punire i colpevoli e neppure obbligarli a porre rimedio al danno arrecato, (27) andava ben oltre la rivendicazione della libertà ecclesiale, pregiudicando l'altrui diritto alla libertà e alla giustizia.

Fu all'opposto mirabile il suo atteggiamento nei confronti dello stesso Teodosio, due anni più tardi, all'indomani della strage di Tessalonica, ordinata per vendicare l'uccisione di un comandante. All'imperatore, che si era macchiato di una colpa tanto grave, il Vescovo indicò, con tatto e fermezza, la necessità di sottoporsi a penitenza, (28) e Teodosio, accogliendo l'invito, "pianse pubblicamente nella Chiesa il suo peccato" e "con lamenti e lacrime invocò il perdono". (29) In questo celebre episodio Ambrogio aveva saputo incarnare al meglio l'autorità morale della Chiesa, facendo appello alla coscienza dell'errante, senza riguardo al suo potere, ed ergendosi a vindice del sangue ingiustamente e crudelmente versato.

13. Veramente grande la figura di questo santo Vescovo, e straordinariamente efficace l'opera che egli svolse per la Chiesa e la società del suo tempo! Auspico che il suo esempio di uomo, di sacerdote, di pastore dia rinnovato impulso alla presa di coscienza di cui tutti i fedeli del nostro tempo — Vescovi, presbiteri, anime consacrate e laici cristiani — hanno bisogno per ispirare la propria vita al Vangelo, e farsene apostoli sempre più ardenti alle soglie ormai del terzo millennio cristiano.

II

" LO SGUARDO FISSO SULLA PAROLA DI DIO " (30)

14. Insieme con Gerolamo, Agostino e Gregorio Magno, il santo Vescovo di Milano è uno dei quattro Dottori, a cui la Chiesa latina guarda con particolare venerazione. Desidero perciò portare speciale attenzione a questo versante della sua personalità accostandolo nella prospettiva del prossimo Giubileo.

Una prima indicazione ci viene offerta dal ruolo che ebbe nella vita di Ambrogio la parola di Dio. "Per conoscere la vera identità di Cristo — ho scritto nella Tertio millennio adveniente — occorre che i cristiani [...] tornino con rinnovato interesse alla Bibbia". (31) Ambrogio può esserci maestro e guida: egli fu, infatti, un cospicuo esegeta della Bibbia, che assumeva come oggetto abituale della sua catechesi. Tutte le sue opere sono una spiegazione dei Libri ispirati.

Il santo Vescovo ha dedicato un'intera Expositio al Vangelo secondo Luca e in molti suoi scritti, soprattutto in alcune lettere, ama commentare l'epistolario paolino riproponendo con viva partecipazione il pensiero dell'Apostolo. Ma è soprattutto sui libri dell'Antico Testamento che egli si sofferma con particolare predilezione. In essi trova una lunga e ardente preparazione alla venuta di Cristo, come un'"ombra" che, in modo ancora imperfetto ma già sapientemente tratteggiato, preannuncia la rivelazione piena del Vangelo.

Leggendo in profondità le pagine bibliche dell'uno e dell'altro Testamento, sulla scia della concorde tradizione patristica, Ambrogio invita a raccogliere, oltre il senso letterale, sia un senso morale, che illumina il comportamento, sia un senso allegorico-mistico, che permette di rinvenire nelle immagini e negli episodi narrati il mistero di Cristo e della Chiesa. Così, in particolare, molti personaggi dell'Antico Testamento appaiono "tipi" e anticipazioni della figura di Cristo. Leggere le Scritture è leggere Cristo. Per questo Ambrogio raccomanda vivamente la lettura integrale della Scrittura: "Bevi dunque tutt'e due i calici, dell'Antico e del Nuovo Testamento, perché in entrambi bevi Cristo. Bevi Cristo, che è la vite; bevi Cristo, che è la pietra che ha sprizzato l'acqua; bevi Cristo, che è la fontana della vita; bevi Cristo, che è il fiume la cui corrente feconda la città di Dio; bevi Cristo che è la pace". (32)

15. Ambrogio sa che la conoscenza delle Scritture non è facile. Nell'Antico Testamento vi sono pagine oscure che ricevono piena luce solo nel Nuovo. Cristo ne è la chiave, il rivelatore: "Grande è l'oscurità delle Scritture profetiche! Ma se tu bussassi con la mano del tuo spirito alla porta delle Scritture, e se esaminassi con scrupolosità ciò che vi è nascosto, a poco a poco cominceresti a raccogliere il senso delle parole, e ti sarebbe aperto non da altri, ma dal Verbo di Dio [...] perché solo il Signore Gesù nel suo Vangelo ha tolto il velo degli enigmi profetici e dei misteri della Legge; egli solo ci ha fornito la chiave del sapere e ci ha dato la possibilità di aprire". (33)

La Scrittura è un "mare, che racchiude in sé sensi profondi e abissi di enigmi profetici: in questo mare si sono riversati moltissimi fiumi". (34) Dato questo suo carattere di parola viva e insieme complessa, la Scrittura non può essere letta con superficialità. Essa schiude i suoi tesori a chi la accosta con vivo desiderio, con animo veramente assetato di luce, seguendo l'esempio dell'orante descritto nel Salmo 118: "Si consumano i miei occhi dietro la tua Parola" (v. 82). Come la giovane sposa — commenta Ambrogio con vivida immagine — corre alla riva del mare scrutando ogni nave che possa recarle il suo sposo, così il salmista "abbandonava tutte le preoccupazioni di questo tempo e, da custode sempre all'erta, teneva fisso lo sguardo degli occhi interiori, in vista della parola di Dio". (35) Lo stesso Vescovo impersonava questo orante colmo di desiderio; e impegnava i suoi fedeli a fare altrettanto.

Chiedeva loro anche di "ruminare" la Parola, perché essa è cibo sostanzioso, che esige di essere ripreso più volte con pazienza e costanza, in una continua meditazione: solo così potrà sprigionare le inesauribili sostanze nutritive che racchiude. "Procuriamo alla nostra mente questo cibo che, triturato e reso farinoso da una lunga meditazione, dia forza al cuore dell'uomo, come la manna celeste: cibo che non abbiamo ricevuto già triturato e farinoso, senza aver fatto fatica. Per ciò è necessario triturare e rendere farinose le parole delle Scritture celesti, impegnandoci con tutto l'animo e con tutto il cuore, affinché la linfa di quel cibo spirituale si diffonda in tutte le vene dell'anima". (36) E ancora: "Rifletti dunque tutto il giorno sulla Legge [...] Prenditi come consiglieri Mosè, Isaia, Geremia, Pietro, Paolo, Giovanni, e lo stesso eccelso consigliere Gesù, se vuoi acquistare il Padre. Con loro devi trattare, con loro devi confrontarti tutto il giorno, devi tutto il giorno riflettere". (37)

16. Ambrogio spiega costantemente ai suoi fedeli le Scritture proclamate nella liturgia. Egli le pone ad ispirazione e a fondamento dell'intera sua predicazione e dei suoi scritti: dei commentari biblici, delle lettere, dei discorsi esequiali, dei trattati a sfondo sociale, delle opere di contenuto spiccatamente spirituale. Il suo stile è impregnato di immagini e di espressioni bibliche: si direbbeche egli non soltanto parli della Bibbia, ma parli la Bibbia, divenuta come la sostanza intima del suo pensiero e della sua parola. Così i Sacri Testi nutrono gli ascoltatori, che ne diventano conoscitori sempre più competenti. La Chiesa guidata da Ambrogio ci appare veramente formata e plasmata dalla Parola di Dio.

Desidero vivamente che il suo esempio spinga a porre la Bibbia sempre più al centro della vita cristiana e a leggerla con quella fede e con quella profondità di cui il Vescovo di Milano è stato esimio modello e sicuro maestro.

III

"CRISTO E TUTTO PER NOI" (38)

17. L'Anno Santambrosiano coincide con il periodo che, nell'itinerario di preparazione al Giubileo, sarà " dedicato alla riflessione su Cristo, Verbo del Padre, fattosi uomo per opera dello Spirito Santo. Occorre infatti porre in luce il carattere spiccatamente cristologico del Giubileo, che celebrerà l'Incarnazione del Figlio di Dio, mistero di salvezza per tutto il genere umano ". (39)

Nella scia del Concilio di Nicea, di cui fu energico difensore, sant'Ambrogio è stato un riconosciuto maestro della dottrina cristologica e trinitaria. L'insegnamento del Vescovo di Milano ha in Cristo il suo centro unificante; da Lui riceve il suo splendore teologico e la sua forza di attrazione per la vita spirituale. Ripercorrerne i punti salienti è perciò di particolare significato anche per la preparazione al Millennio che viene.

18. In molti suoi scritti, a partire dalla triade De fide, De Spiritu Sancto e De incarnationis dominicae sacramento, Ambrogio espone il suo insegnamento sulla Trinità, sulla quale propone lucide considerazioni che serviranno da modello nell'ulteriore sviluppo della teologia trinitaria in Occidente, senza tuttavia dimenticare che il mistero di Dio supera sempre la nostra comprensione e le nostre affermazioni. (40) "Abbiamo infatti appreso che vi è una distinzione tra "il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo" (Mt 28, 19), non una confusione; una distinzione, non una separazione; una distinzione, non una pluralità; [...] per divino e mirabile mistero il Padre sussiste sempre, sempre sussiste il Figlio, sempre lo Spirito Santo [...]. Conosciamo la distinzione, ma ignoriamo i segreti; non indaghiamo le cause, custodiamo i misteri". (41)

Riguardo al Figlio, Ambrogio ricorda che egli "è sempre col Padre, sempre nel Padre"; (42) dal Padre, fonte dell'essere, egli viene generato: "Questi segni caratterizzano il Figlio di Dio in modo tale che da essi tu ricavi che il Padre è eterno, e ugualmente il Figlio non è diverso da lui; dal Padre è il Figlio; da Dio è il Verbo; riflesso della sua gloria, impronta della sua sostanza, specchio della maestà di Dio, immagine della sua bontà; sapienza che proviene da colui che è sapiente; potenza da colui che è forte; verità da colui che è vero; vita da colui che è vivo". (43)

Cristo viene nel mondo per rivelare il Padre: "Egli è l'eterno splendore dell'anima, che il Padre ha mandato sulla terra proprio per questo: per darci la possibilità di contemplare, nella luce del suo volto, le realtà eterne e celesti, prima a noi precluse dalla caligine che ci opprimeva". (44)

19. Sant'Ambrogio ha una visione unitaria del piano divino della salvezza: preannunziato da Dio nell'Antico Patto, esso è stato realizzato nel Nuovo con la venuta di Cristo, che ha rivelato al mondo il volto del Padre e la luce della Trinità. Il Cristo Redentore è anzi già velatamente significato nell'opera stessa della creazione, in quel riposo che Dio si concede dopo aver creato l'uomo. "A questo punto, osserva Ambrogio, Dio si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati. O forse già allora si preannunciò il mistero della futura passione del Signore, col quale si rivelò che Cristo avrebbe riposato nell'uomo, egli che predestinava a se stesso un corpo umano per la redenzione dell'uomo". (45) Il riposo di Dio prefigurava quello di Cristo in croce nella morte redentrice; e la passione del Signore veniva così a collocarsi dall'inizio, in un progetto di universale misericordia, come il senso e il fine della creazione stessa.

20. Del mistero dell'Incarnazione e della Redenzione, Ambrogio parla con l'ardore di uno che è stato letteralmente afferrato da Cristo, e tutto vede nella sua luce. La riflessione che egli sviluppa sgorga dalla contemplazione affettuosa e spesso prorompe in preghiere, vere elevazioni dell'anima nel bel mezzo di trattazioni impegnative: il Salvatore è venuto nel mondo "per me", "per noi", sono espressioni che ritornano con frequenza nelle sue opere. (46)

Annunciato, in qualche modo, in tutti i Libri dell'antica Scrittura, (47) il Verbo scende dal seno del Padre e adempie la sua missione in successive tappe, che il Vescovo, ispirandosi al Cantico dei cantici, paragona ai salti di un cerbiatto mosso dall'amore per l'umanità e per la Chiesa. (48) Con l'Incarnazione, il Verbo prende "l'aspetto di servo, cioè la pienezza della perfezione umana"; (49) ed assume in sé, nella sua carne, tutta l'umanità, conferendole un privilegio di cui nemmeno gli angeli partecipano. (50)

Se nell'Incarnazione il Cristo si è legato a noi con vincoli d'amore, (51) nella sua Passione, subìta per la Redenzione del mondo, questo amore ha brillato in mezzo ai contrasti più profondi di umiliazione-esaltazione del Crocifisso; (52) il suo obbrobrio ha tolto gli obbrobri di tutti, (53) le lacrime, da lui versate sulla Croce, ci hanno lavati. (54) La Redenzione di Cristo è universale: (55) "Nel Redentore di tutti non entrava un solo uomo, ma tutto quanto il mondo "; (56) " Lui si è umiliato, perché tu fossi esaltato". (57)

21. Di qui fioriscono nelle opere di Ambrogio tutte quelle definizioni e appellativi del Redentore, che ce lo tratteggiano nella sua grandezza e benevolenza. Cristo si è fatto tutto a tutti; (58) egli è la pienezza e l'ampiezza; (59) è il fine della Legge; (60) il fondamento di tutte le cose e il capo della Chiesa, (61) la sorgente della vita; (62) "la sua morte è vita, la sua ferita è vita, il suo sangue è vita, la sua sepoltura è vita, la sua risurrezione è vita di tutti". (63) Egli è "l'espiazione universale, il riscatto universale", (64) il re e mediatore, (65) il sole di giustizia, (66) luce, (67) fuoco, (68) via, (69) gioia, (70) l'unico in cui gloriarci nonostante i nostri peccati; (71) si è fatto povero per noi, (72) umile per insegnarci l'umiltà, (73) nostro compagno; (74) Egli è buono, anzi la bontà stessa: (75) "Questo "bene" venga nella nostra anima, nell'intimo della nostra mente [...] Questi è il nostro tesoro, questi è la nostra via, questi è la nostra sapienza, la nostra giustizia, il nostro pastore e il buon pastore, questi è la nostra vita. Tu vedi quanti beni ci sono in un solo bene". (76)

22. Nel presentare la figura di Cristo, il Vescovo Ambrogio anticipa le formidabili tematiche che nei secoli successivi verranno affrontate nei grandi Concili cristologici; e con magistrale sintesi ci parla dell'unico Cristo Signore, nella duplice natura divina e umana. Ecco un esempio fra i molti, tratto dal secondo libro del De fide: "Manteniamo la distinzione tra la natura divina e la carne! In entrambe parla il solo Figlio di Dio, poiché nel medesimo si trova l'una e l'altra natura; anche se è il medesimo a parlare, non parla però sempre in un solo modo. Osserva in lui ora la gloria di Dio, ora le passioni dell'uomo. In quanto Dio, dice le cose che sono di Dio, poiché è il Verbo; in quanto uomo, dice le cose che sono dell'uomo, poiché parla nella mia sostanza". (77) Per la sua completezza e precisione questo brano fu ripreso negli atti dei Concili di Efeso (431) e di Calcedonia (451) e nel Sinodo Lateranense del 649. Ma numerosi testi del Vescovo di Milano vennero citati e meditati in quei frangenti, a partire dal De incarnationis dominicae sacramento tradotto in greco già pochi decenni dopo la morte di Ambrogio, per giungere ai larghi estratti dell'Expositio evangelii secundum Lucam letti e tradotti durante il III Concilio di Costantinopoli del 681.

Così la parola di Ambrogio, appassionato di Cristo Signore, entrava a sostenere e a vivificare le grandi definizioni cristologiche della Chiesa antica.

IV

" LA SOBRIA EBBREZZA DELLO SPIRITO " (78)

23. Al di là del suo ricco apporto dottrinale, Ambrogio fu soprattutto pastore e guida spirituale. Le sue indicazioni di vita ci aiutano anche a muoverci più speditamente verso l'obiettivo che ho indicato come prioritario nella celebrazione del primo anno di preparazione al terzo Millennio: il rinvigorimento della fede e della testimonianza dei cristiani. Ho scritto al riguardo: "È necessario, pertanto, suscitare in ogni fedele un vero anelito alla santità, un desiderio forte di conversione e di rinnovamento personale in un clima di sempre più intensa preghiera e di solidale accoglienza del prossimo". (79)

E in funzione di questo esigente ideale di perfezione, a cui tutti siamo chiamati, che desidero soffermarmi ora specificamente sull'insegnamento spirituale del Vescovo di Milano.

24. Per illustrare il cammino spirituale proposto alla Chiesa e a ciascun cristiano, sant'Ambrogio fa uso delle ricche immagini offerte nel Cantico dei cantici: nell'amore dei due sposi vede infatti rappresentato sia il matrimonio di Cristo con la Chiesa, sia l'unione dell'anima con Dio. Due scritti sono, in particolare, dedicati a questo tema: l'ampia Expositio psalmi CXVIII e il piccolo trattato De Isaac vel anima. Nel primo di essi, commentando in stretta connessione sia il Salmo 118, con la sua prolungata meditazione sulla Legge divina, sia ampie sezioni del Cantico dei cantici, il Vescovo insegna che la mistica dell'unione sponsale con Dio deve essere preparata dalla disciplina di una vita virtuosa e che, allo stesso tempo, l'impegno morale del cristiano non è chiuso in sé stesso ma finalizzato all'incontro mistico con Dio.

Per questo, ripercorrendo nel De Isaac le tappe della crescita spirituale, Ambrogio addita la necessità di un lungo e impegnativo cammino di ascesi e di purificazione, raccomandato del resto senza sosta in tutti i suoi scritti. Egli segnala insieme che il progredire di tappa in tappa mira a quell'incontro con lo Sposo divino in cui l'anima sperimenta la pienezza di conoscenza e di unione nell'amore. Allora infatti la sposa del Cantico, conducendo l'amato nella sua casa (cfr Ct 8, 2), "prende dentro di sé il Verbo, per esserne ammaestrata"; (80) e, salendo appoggiata a lui (cfr Ct 8, 5), sperimenta un'intimità totale con il Verbo divino: "Costei, commenta il santo Vescovo, o era adagiata su Cristo o si appoggiava su di lui o certamente, siccome stiamo parlando delle nozze, era stata ormai consegnata alla destra di Cristo e veniva condotta dallo sposo nel talamo". (81)

25. Chi ha aderito a Cristo, come la sposa allo sposo, è consapevole della presenza di Dio nella sua anima, (82) prende da lui la forza per cercarLo ed entrare in comunione con Lui. (83) Non è mai solo, perché vive con Lui. (84) Cristo infatti ha sete di noi (85) che, fatti per Lui e per Dio Trinità, siamo chiamati a diventare una sola cosa con Lui, mediante la sua inabitazione in noi: (86) "Entri nella tua anima Cristo, abbia dimora nei tuoi pensieri Gesù, per precludere ogni spazio al peccato nella sacra tenda della virtù". (87)

Così viene sviluppandosi un rapporto sempre più profondo col Cristo: partendo dall'ascesi, condizione ineliminabile per giungere all'intimità con Lui, (88) occorre desiderare Cristo, (89) imitarLo, (90) meditare sulla sua Persona ed i suoi esempi, (91) pregarLo continuamente, (92) cercarLo a lungo, (93) parlare di Lui, (94) esserGli sottomessi in tutto, (95) offrirGli le nostre sofferenze e le nostre prove, (96) trovando in Lui conforto e sostegno. (97)

Ma anche in questa ricerca di Lui, nulla potremmo da noi stessi, perché unicamente Cristo è il mediatore, la guida, la via. "Cristo è tutto per noi" e quindi: "se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall'iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento". (98) All'incontro con Cristo è chiamata ad approdare la nostra esistenza: "Andremo là dove ai suoi poveri servi il Signore Gesù ha preparato le dimore, per essere anche noi dove è lui: questo egli ha voluto". (99) Per questo con sant'Ambrogio possiamo invocare: "Noi ti seguiamo, Signore Gesù: ma chiamaci, perché ti seguiamo: senza di te nessuno potrà salire. Tu infatti sei la via, la verità, la vita, la possibilità, la fede, il premio. Accogli i tuoi: sei la via; confermali: sei la verità; vivificali: sei la vita". (100)

26. Sant'Ambrogio sottolinea con chiarezza che un simile cammino è proposto a ciascun fedele e alla comunità ecclesiale nel suo insieme. La meta, pur così elevata, non è riservata a pochi eletti, ma tutti i discepoli di Gesù la possono raggiungere, ascoltando la Parola di Dio, partecipando con frutto ai Sacramenti, osservando i comandamenti. Questi sono i cardini della vita spirituale, attraverso i quali si stabilisce quell'intima comunione con Dio che ricolma di grazia la vita del credente.

Per questo le omelie del Vescovo sono colme di spunti morali, proposti agli ascoltatori con passione, incisività e intensa forza di persuasione. Egli si impegna personalmente nella predicazione a coloro che si preparano ai Sacramenti dell'iniziazione cristiana. Spiega loro il valore del Battesimo, mostrandone il nesso profondo con la morte e risurrezione di Cristo e insieme richiamando l'impegno morale che ne deriva: "Come è morto Cristo, così anche tu gusti la morte; come Cristo è morto al peccato e vive per Dio, così anche tu, mediante il sacramento del Battesimo, devi essere morto alle precedenti lusinghe dei peccati ed essere risorto mediante la grazia di Cristo. È una morte, ma non nella realtà d'una morte fisica, bensì in un simbolo. Quando t'immergi nel fonte, assumi la somiglianza della sua morte e della sua sepoltura, ricevi il sacramento della sua croce, perché Cristo fu appeso in croce e il suo corpo fu trafitto dai chiodi. Tu sei crocifisso con lui, sei attaccato a Cristo, sei attaccato ai chiodi di nostro Signore Gesù Cristo, perché il diavolo non ti possa strappare da lui. Mentre la debolezza della natura umana vorrebbe allontanartene, ti trattenga il chiodo di Cristo". (101)

27. L'approfondimento della dottrina di sant'Ambrogio sul Battesimo ben s'inserisce in quell'"impegno di attualizzazione sacramentale" che, nel cammino verso il Giubileo, dovrà ugualmente distinguere l'anno 1997, facendo leva appunto "sulla riscoperta del Battesimo come fondamento dell'esistenza cristiana". (102) Ma non meno feconda si rivelerà la ricchissima dottrina sull'Eucarestia: essa è corpo di Cristo, fatto realmente presente dalla parola efficace del sacramento, quella stessa Parola divina che con potenza creò le cose all'inizio del mondo. "Dopo la consacrazione ti dico che ormai c'è il corpo di Cristo. Egli parlò, e fu fatto; egli comandò, e fu creato". (103) L'Eucarestia è sostentamento quotidiano del cristiano, che ogni giorno viene così unito al sacrificio di salvezza: "Ricevi ogni giorno ciò che ogni giorno ti giova! Vivi in modo da essere degno di riceverlo ogni giorno! [...] Tu senti ripetere che ogni volta che si offre il sacrificio, si annuncia la morte del Signore, la risurrezione del Signore, l'ascensione del Signore e la remissione dei peccati, e tuttavia non ricevi ogni giorno questo pane di vita?". (104)

28. Nell'inno Splendor paternae gloriae Ambrogio invita a cantare: "Cristo sia nostro cibo, nostra bevanda sia la fede; lieti beviamo la sobria ebbrezza dello Spirito". (105) Nel De sacramentis, come a commentare le parole dell'inno, il Vescovo incita a gustare il pane eucaristico, in cui "non c'è amarezza, ma ogni soavità", e il vino, che arreca una gioia che "non può essere contaminata dalla sozzura di nessun peccato". Infatti ogni volta che si beve il calice di Cristo, si riceve la remissione dei peccati e si è inebriati dello Spirito: "Chi si ubriaca di vino, barcolla e tentenna; chi si inebria dello Spirito, è radicato in Cristo. Perciò è un'eccellente ebbrezza, perché produce la sobrietà della mente". (106) Con l'espressione "sobria ebbrezza dello Spirito", Ambrogio sembra voler sintetizzare la sua concezione della vita spirituale. Ci fa comprendere così che essa è ebbrezza, gaudio e pienezza di comunione con Cristo; ci insegna altresì che non si traduce in una esaltazione scomposta ed entusiasta, ma esige piuttosto una sobrietà operosa; ricorda soprattutto che essa è dono dello Spirito di Dio. Coloro che attingono diligentemente alle Sacre Scritture, ricevono questa ebbrezza che "rinsalda i passi di una mente sobria" e che "irriga il terreno della vita eterna che ci è stato donato". (107)

La vita spirituale che il Pastore di Milano insegna ai suoi fedeli è insieme esigente e attraente, concreta e immersa nel mistero. Anche per la Chiesa di oggi desidero che risuoni questo suo invito forte e coinvolgente.

V

AL SERVIZIO DELL'UNITA'

29. L'esigente cammino spirituale, tracciato da Ambrogio, porta il credente ad una crescente comunione con Cristo. Questa, peraltro, non può non esprimersi anche in comunione d'anima e di cuore (cfr At 4,32) con i fratelli nella fede. Il Vescovo di Milano lo sa e lo testimonia nei suoi scritti. E, questo, un aspetto del suo insegnamento singolarmente stimolante per quanti sono impegnati sul fronte dell'ecumenismo. Come dimenticare che Ambrogio, venerato ad Occidente come ad Oriente, è uno dei grandi Padri della Chiesa ancora indivisa? Certo anche al suo tempo, come abbiamo visto, erano tutt'altro che assenti contrasti anche ampi e laceranti, dovuti ad errori dottrinai e a diversi altri fattori. Ma era insieme forte il bisogno di tornare alla comunione di fede e di vita ecclesiale. La testimonianza di Ambrogio, letta in questa chiave, può offrire un contributo notevole alla causa dell'unità. Anche in questo peraltro la sua commemorazione coincide con uno degli obiettivi qualificanti nel cammino verso il Giubileo dell'Anno 2000. (108)

In effetti, la valenza ecumenica della sua personalità presenta diversi aspetti degni di considerazione. Basta pensare, per la dimensione più propriamente dottrinale, alle nitide formulazioni cristologiche del Pastore di Milano, tradotte e apprezzate anche in ambito greco e nei concili del V e del VII secolo, e che spiegano la stima che Ambrogio gode a tutt'oggi presso i nostri fratelli d'Oriente. Anche la sua adamantina figura di Vescovo della città imperiale, in atteggiamento leale ma non mai succube nei confronti dei potenti, spiega l'attenzione che la storiografia bizantina gli ha riservato e che, unita alla stima per i suoi insegnamenti ha favorito il permanere del suo culto nelle Chiese dell'Oriente cristiano, fino ai nostri giorni.

Né dimentichiamo come anche nell'ambito della Riforma protestante si continuò a guardare con ammirazione agli scritti del Vescovo di Milano, riconoscendo in lui un maestro dotato e della grazia dell'insegnamento e di grande cultura.

30. Vi è di più: Ambrogio ha lasciato un chiaro insegnamento circa i rapporti che la Chiesa deve intrattenere nel dialogo con chi non è cristiano. Illuminante al riguardo è l'ammonizione che egli rivolge ai suoi fedeli raccomandando loro di " non fuggire quelli che sono separati dalla nostra fede e dalla comunione con noi, perché anche il pagano, una volta convertito, può diventare un difensore della fede ". (109) Un'interessante trattazione dei vari aspetti del problema si trova nell'Expositio evangelii secundum Lucam, ove è una chiara sintesi dei metodi di evangelizzazione del suo tempo, in relazione ai pagani, agli Ebrei, ai catecumeni. (110)

A questi criteri il Vescovo di Milano si atteneva nella sua catechesi, che esercitava sugli ascoltatori una singolare forza di attrazione. Tanti ne fecero esperienza. La lontana Fritigil, regina dei Marcomanni, attratta dalla sua fama, gli scrisse per essere da lui istruita nella religione cattolica, ricevendone in cambio una " splendida lettera a forma di catechismo ". (111)

Benché altri siano oggi i tempi, il suo esempio può ancora suscitare interesse ed attrarre personalità pensose del futuro dell'umanità, anche fuori delle Chiese e denominazioni cristiane, per quel prestigio di cultura sacra e profana, di amore all'uomo, di fermezza contro le ingiustizie e le oppressioni, di coerenza granitica nella dottrina e nella prassi che, ancora in vita, gli ottennero un indiscusso riconoscimento.

VI

" SIA IN CIASCUNO L'ANIMA DI MARIA " (112)

31. Nell'ottica della preparazione al Giubileo, ho suggerito che nel 1997 si contempli anche il mistero della divina maternità di Maria, giacché "l'affermazione della centralità di Cristo non può essere disgiunta dal riconoscimento del ruolo svolto dalla sua Santissima Madre". (113) Di Lei Ambrogio è stato il teologo raffinato e il cantore inesausto.

Egli ne offre un ritratto attento, affettuoso, particolareggiato, tratteggiandone le virtù morali, la vita interiore, l'assiduità al lavoro e alla preghiera. Pur nella sobrietà dello stile, traspare la sua calda devozione alla Vergine, Madre di Cristo, immagine della Chiesa e modello di vita per i cristiani. Contemplandola nel giubilo del Magnificat, il santo Vescovo di Milano esclama: "Sia in ciascuno l'anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio". (114)

32. Maria, insegna Ambrogio, è tutta coinvolta nella storia di salvezza, come Madre e Vergine. Se Cristo è il profumo eterno del Padre, "di esso fu cosparsa Maria e, da vergine, concepì; da vergine, generò il buon odore: il Figlio di Dio". (115) Unita a Cristo, quando il Figlio, offrendosi per amore, "appeso al tronco... spandeva il profumo della redenzione del mondo", (116) anche Maria condivideva quell'effusione d'amore: "Davanti alla croce stava in piedi la madre, e mentre gli uomini fuggivano, lei restava intrepida... Osservava con occhi pietosi le ferite del Figlio, per il quale sapeva che sarebbe giunta a tutti la redenzione... Il Figlio pendeva sulla croce, la madre si offriva ai persecutori... Sapendo che il Figlio moriva per l'utilità di tutti, lei era pronta, nel caso che anche con la sua morte avesse potuto aggiungere qualcosa al bene di tutti. Ma la passione di Cristo non ebbe bisogno di aiuto". (117) E, questa di Maria, l'immagine di una donna forte e generosa, consapevole del ruolo a lei affidato nella storia della salvezza, pronta a compiere la sua missione fino all'offerta della vita. Ma il Vescovo di Milano, che tanto la celebra e la ama, in nessun momento dimentica che ella è tutta subordinata e relativa a Cristo, unico Salvatore.

33. Carissimo e Venerato Fratello, a Maria Santissima, alla cui nascita benedetta è dedicata codesta cattedrale, mi è gradito affidare la riuscita dell'Anno Santambrosiano, che l'illustre Chiesa di Milano si appresta a celebrare. Confido che esso costituisca per i fedeli un intenso periodo di interiore progresso nella fede, nella speranza e nella carità, sulle orme del santo Vescovo e Patrono, contribuendo così a far maturare nella vita di ciascuno copiosi frutti di testimonianza cristiana. A ciò mirano anche gli speciali favori spirituali che ne arricchiscono la celebrazione e che i fedeli potranno conseguire a determinate condizioni, aprendosi di cuore alla grazia del Signore.

Vorrei chiudere questa mia Lettera con le stesse parole, che il Santo scrisse alla Chiesa in Vercelli: "Convertitevi tutti al Signore Gesù. Sia in voi la gioia di questa vita in una coscienza senza rimorsi, l'accettazione della morte con la speranza dell'immortalità, la certezza della risurrezione con la grazia di Cristo, la verità con la semplicità, la fede con la fiducia, il disinteresse con la santità, l'attività con la sobrietà, la vita tra gli altri con la modestia, la cultura senza vanità, la sobrietà di una dottrina fedele senza lo stordimento dell'eresia". (118)

Con questi auspici ben volentieri imparto a Lei, Venerato Fratello, ai Vescovi suoi collaboratori, ai sacerdoti e ai diaconi, ai consacrati ed alle consacrate, come pure a tutti i fedeli laici di codesta Arcidiocesi, che dal suo Patrono prende nome, una speciale Benedizione Apostolica, propiziatrice di ogni desiderata grazia celeste.

Dal Vaticano, il 10 Dicembre 1996.


(1) Paolino, Vita Ambrosii, 47, 1, 2: ed. A.A.R. Bastiaensen, Milano 1975, pp. 112-114.
(2) De paenitentia, II, 8, 67: Sancti Ambrosii episcopi Mediolanensis opera, Milano - Roma, 1977-1994 (= SAEMO) 17, p. 264; cfr anche De officiis, I, 1, 4: SAEMO 13, 24.
(3) Il costante interesse che egli suscita emerge anche dai numerosi studi a lui dedicati, come pure dalle molte edizioni e traduzioni dei suoi scritti. Particolare menzione merita la citata edizione bilingue, recentemente curata dalla Biblioteca Ambrosiana, SAEMO.
(4) Cfr nn. 40-43: AAS 87 (1995), 31-33.
(5) Cfr Paolino, Vita Ambrosii, 6, 1-2: ed. A.A.R. Bastiaensen, Milano 1975, p. 60.
(6) Cfr ibid., 9, 2-3: l.c., p. 64.
(7) Cfr De virginibus, I, 1, 1: SAEMO 14I, p. 100; De officiis, I, 1, 4: SAEMO 13, p. 24.
(8) Cfr Teofilo d'Alessandria, Ep. ad Flavianum, framm. 1: SAEMO 24I, p. 213.
(9) 2 Cfr Ep. LXXVI, 6: SAEMO 21, pp. 138-140.
(10) Ibid., 26: l.c., p. 152.
(11) Cfr Ep. LXXIII, 7: SAEMO 21, p. 66.
(12) Ibid., 29: l.c., p. 78.
(13) De Noe, 26, 94: SAEMO 2I, p. 484.
(14) De Nabuthae, 12, 53: SAEMO 6, p. 172; cfr Expositio ev. sec. Lucam, VII, 124: SAEMO 12, p. 184.
(15) Ep. LXII, 4-5: SAEMO 20, p. 148; cfr De Tobia, 14, 50: SAEMO 6, p. 246.
(16) Cfr Ep. XXVII, 1-3: SAEMO 19, p. 252.
(17) Confessiones, VIII, 1,2: CCL 27, 113.
(18) 3 Cfr Ep. XVII, 14: SAEMO 19, p. 176; Ep. XXIV, 13: SAEMO 19, p. 244.
(19) " Neque enim minus vos diligo, quos in Evangelio genui, quam si coniugio suscepissem ", De officiis, I, 7, 24: SAEMO 13, p. 36.
(20) De virginibus, I, 5, 21: SAEMO 14I, p. 122.
(21) Expositio ps. CXVIII, XX, 46: SAEMO 10, p. 358.
(22) Contra Auxentium = Ep. LXXVa, 34: SAEMO 21, p. 134.
(23) Confessiones, VI, 3, 3: CCL 27,75.
(24) Paolino, Vita Ambrosii, 38, 3: ed. A.A.R. Bastiaensen, Milano 1975, p. 102.
(25) Confessiones, VI, 3, 3: CCL 27,75.
(26) Cfr Contra Auxentium = Ep. LXXVa, 36: SAEMO 21, p. 136.
(27) Cfr Ep. extra coll. I, 27-28: SAEMO 21, p. 188.
(28) Cfr Ep. extra coll. XI, l.c., pp. 230-240.
(29) De obitu Theodosii, 33: SAEMO 18, p. 234.
(30) Cfr Expositio ps. CXVIII, XI, 9: SAEMO 9, p. 458.
(31) N. 40: AAS 87 (1995), 31.
(32) Explanatio ps. I, 33: SAEMO 7, p. 80.
(33) Expositio ps. CXVIII, VIII, 59: SAEMO 9, p. 374; cfr ibid., 60, l.c., p. 376.
(34) Ep. XXXVI, 3: SAEMO 20, p. 24.
(35) Expositio ps. CXVIII, XI, 9: SAEMO 9, p. 458.
(36) De Cain et Abel, II, 6, 22: SAEMO 2I, p. 282; cfr Expositio ps. CXVIII, VIII, 59: SAEMO 9, p. 374.
(37) Expositio ps. CXVIII, XIII, 7: SAEMO 10, p. 66; cfr Explanatio ps. I, 31: SAEMO 7, p. 76.
(38) De virginitate, 16, 99: SAEMO 14II, p. 80.
(39) Giovanni Paolo II, Lett. ap. Tertio millennio adveniente (10 novembre 1994), 40: AAS 87 (1995), 31.
(40) Cfr De fide, V, 19, 228: SAEMO 15, pp. 446-448.
(41) Ibid., IV, 8, 91: SAEMO 15, p. 296; cfr Explanatio ps. XXXV, 22: SAEMO 7, p. 138.
(42) De fide, IV, 8, 88: SAEMO 15, p. 294.
(43) Ibid., II, Prol. 3: l.c., p. 128; cfr ibid., I, 10, 67; II, 6, 50: l.c., pp. 88; 150.
(44) Explanatio ps. XLIII, 89: SAEMO 8, p. 188.
(45) Exameron, VI, 10, 76: SAEMO 1, p. 418.
(46) Cfr De fide, II, 7, 53; 11, 93: SAEMO 15, pp. 150-152; 170-172; De interpell. Iob et David, IV (II), 4, 17: SAEMO 4, p. 238; De Iacob et vita beata, I, 6, 26: SAEMO 3, p. 256; Expositio ev. sec. Lucam, II, 41: SAEMO 11, pp. 182-184 et al.
(47) Cfr Explanatio ps. XXXIX, 6-15: SAEMO 8, pp. 14-18.
(48) Cfr De Isaac vel anima, 4, 31: SAEMO 3, pp. 68-69; Expositio ps. CXVIII, VI, 6: SAEMO 9, p. 244.
(49) De fide, V, 8, 109: SAEMO 15, p. 386.
(50) Cfr Expositio ps. CXVIII, X, 14: SAEMO 9, p. 412.
(51) Cfr ibid., III, 8: l.c., p. 130.
(52) Cfr ibid., l.c., p. 132.
(53) Cfr ibid., V, 42: l.c., p. 234.
(54) Cfr De fide, II, 11, 95: SAEMO 15, p. 172.
(55) Cfr Explanatio ps. XLVIII, 2: SAEMO 8, pp. 252-254; De paradiso, 10, 47: SAEMO 2I, p. 114.
(56) De fide, IV, 1, 7: SAEMO 15, p. 260.
(57) Explanatio ps. XLIII, 78: SAEMO 8, p. 178.
(58) Cfr Expositio ev. sec. Lucam, IV, 6: SAEMO 11, pp. 302-304.
(59) Cfr Explanatio ps. XLIII, 94: SAEMO 8, p. 194.
(60) Cfr Expositio ps. CXVIII, V, 24: SAEMO 9, p. 216.
(61) Cfr De fide, V, 14, 181: SAEMO 15, p. 420.
(62) Cfr Explanatio ps. XXXV, 22: SAEMO 7, p. 138.
(63) Ibid., 36, l.c., p. 194; cfr De fide, V, 18, 222: SAEMO 15, p. 444.
(64) Explanatio ps. XLVIII, 15: SAEMO 8, p. 264.
(65) Cfr De fide, V, 12, 150: SAEMO 15, p. 404; ibid., V, 7,90, l.c., p. 376.
(66) Cfr Expositio ps. CXVIII, XIX, 5: SAEMO 10, p. 288.
(67) Cfr Expositio ps. CXVIII, XIV, 6: SAEMO 10, p. 90; Explanatio ps. I, 56: SAEMO 7, p. 108; Explanatio ps. XXXVII, 41: l.c., p. 304; Explanatio ps. XLIII, 89: SAEMO 8, p. 188.
(68) Cfr Expositio ps. CXVIII, XVIII, 20: SAEMO 10, p. 260.
(69) Cfr ibid., XI, 6: SAEMO 9, p. 454.
(70) Cfr Explanatio ps. XLVII, 10: SAEMO 8, p. 236.
(71) Cfr De Iacob et vita beata, I, 6, 21: SAEMO 3, p. 250.
(72) Cfr De patriarchis, 9, 38: SAEMO 4, p. 50.
(73) Cfr Explanatio ps. XLIII, 78: SAEMO 8, p. 178.
(74) Cfr Expositio ps. CXVIII, VIII, 53: SAEMO 9, pp. 366-368.
(75) Cfr De Isaac vel anima, 8, 79: SAEMO 3, p. 124; De fide, II, 2, 25: SAEMO 15, p. 140.
(76) Ep. XI, 6: SAEMO 19, p. 118; cfr De bono mortis, 12, 55: SAEMO 3, pp. 204-206.
(77) De fide, II, 9, 77: SAEMO 15, p. 164.
(78) Hymni, II, " Splendor paterne gloriae ": SAEMO 22, p. 38; cfr De Noe 29, 111: SAEMO 2I, p. 502.
(79) Lett. ap. Tertio millennio adveniente (10 novembre 1994), 42: AAS 87 (1995), 32.
(80) De Isaac vel anima, 8, 71: SAEMO 3, p. 114.
(81) Ibid., 8, 72: l.c.
(82) Cfr De Iacob et vita beata, I, 8, 39: SAEMO 3, p. 272.
(83) Cfr Explanatio ps. XLIII, 28: SAEMO 8, pp. 120-122.
(84) Cfr De officiis, III, 1, 7: SAEMO 13, p. 276.
(85) Cfr Explanatio ps. LXI, 14: SAEMO 8, p. 294.
(86) Cfr De fide, IV, 3, 35: SAEMO 15, p. 272.
(87) " Inhabitet in tuis Iesus membris ". Expositio ps. CXVIII, IV, 26: SAEMO 9, p. 192.
(88) Cfr Explanatio ps. XLVII, 10: SAEMO 8, pp. 223-236; Explanatio ps. XXXVI, 12: SAEMO 7, p. 160.
(89) Cfr Expositio ps. CXVIII, XI, 4: SAEMO 9, p. 450.
(90) Cfr Explanatio ps. XXXVII, 5: SAEMO 7, p. 260.
(91) Cfr Explanatio ps. XL, 4: SAEMO 8, p. 40.
(92) Cfr Expositio ps. CXVIII, XIX, 16; 18; 30; 32: SAEMO 10, pp. 296; 298; 310; 312; Explanatio ps. XXXXVIII, 11: SAEMO 7, p. 340.
(93) Cfr De Isaac vel anima, 4, 33: SAEMO 3, p. 70.
(94) 2 Cfr Explanatio ps. XXXVI, 65: SAEMO 7, p. 232.
(95) 2 Cfr ibid., 16: l.c., pp. 164-166.
(96) 2 Cfr Explanatio ps. XXXVII, 32: SAEMO 7, pp. 292-294; De Iacob et vita beata, I, 7, 27: SAEMO 3, p. 256.
(97) 2 Cfr De fide, II, 11, 95: SAEMO 15, p. 172.
(98) 2 De virginitate, 16, 99: SAEMO 14II, p. 80.
(99) 2 De bono mortis, 12, 53: SAEMO 3, p. 202.
(100) Ibid., 12, 55: l.c., p. 204.
(101) De sacramentis, II, 7, 23: SAEMO 17, p. 70.
(102) Giovanni Paolo II, Lett. ap. Tertio millennio adveniente (10 novembre 1994), 41: AAS 87 (1995), 32.
(103) De sacramentis, IV, 4, 16: SAEMO 17, p. 94; cfr Explanatio ps. XXXVIII, 25: SAEMO 7, p. 358.
(104) Ibid., V, 4, 25: l.c., p. 114.
(105) " Christusque nobis sit cibus potusque noster sit fides: laeti bibamus sobriam ebrietatem Spiritus ": Hymni, II: SAEMO 22, pp. 36-38.
(106) De Sacramentis, V, 3, 17: SAEMO 17, p. 108.
(107) Explanatio ps. I, 33: SAEMO 7, p. 80.
(108) Cfr Giovanni Paolo II, Lett. ap. Tertio millennio adveniente (10 novembre 1994), 41: AAS 87 (1995), 32.
(109) Exameron, III, XIII, 55: SAEMO 1, p. 170.
(110) Cfr VI, 104-105 (pagani); 106 (Ebrei); 107-109 (catecumeni): SAEMO 12, pp. 86-92.
(111) Paolino, Vita Ambrosii, 36, 1-2: ed. A.A.R. Bastiaensen, Milano 1975, p. 100.
(112) Expositio ev. sec. Lucam, II, 26: SAEMO 11, p. 168.
(113) Lett. ap. Tertio millennio adveniente (10 novembre 1994), 43: AAS 87 (1995), 32.
(114) Expositio ev. sec. Lucam, II, 26: SAEMO 11, p. 168.
(115) De virginitate, 65: SAEMO 14II, p. 56.
(116) Expositio ps. CXVIII, V, 9: SAEMO 9, p. 204; cfr. ibid., III, 8: l.c., pp. 130-132; Expositio ev. sec. Lucam, VI, 32-33: SAEMO 12, pp. 32-34.
(117) De institutione virginis, 7, 49: SAEMO 14II, p. 148; cfr Ep. extra coll. 14, 110: SAEMO 21, p. 320.
(118) Ep. extra coll. XIV, 113: SAEMO 21, p. 320.


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