|
|
|
|
1) Funeral For A Friend*/Love
Lies Bleeding
2) Candle
In The Wind
3) Bennie
And The Jets
4) Goodbye
Yellow Brick Road
5) This
Song Has No Title
6) Grey
Seal
7) Jamaica
Jerk Off
8) I've
Seen That Movie Too
9) Sweet
Painted Lady
10) The
Ballad Of Danny Bailey (1909-34)
11) Dirty
Little Girl
12) All
The Girls Love Alice
13) Your
Sister Can't Twist (But She Can Rock 'n' Roll)
14) Saturday
Night's Alright (For Fighting)
15) Roy
Rogers
16) Social
Disease
17) Harmony
* strumentale
classifiche
Stati Uniti:
1° posto (per 8 settimane)
Inghilterra:
1° posto (per 2 settimane)
Italia:
5° posto
|
IL NUOVO LP: GOODBYE YELLOW BRICK ROAD Per oltre sei mesi ai primi posti delle nostre classifiche dei 33 con Don’t shoot me, I’m only the piano player e dei 45 con Crocodile Rock e Daniel, Elton John è in questo momento il cantante straniero più popolare in Italia. Messa da parte l’etichetta di “traditore” per aver mancato due volte all’appuntamento promesso dagli organizzatori italiani, Elton è finalmente venuto lo scorso aprile a rafforzare la sua fama, e molto probabilmente tornerà ancora in dicembre. Il nuovo album, il suo primo doppio, sta entrando prepotentemente nelle graduatorie di vendita. Doveva essere l’album giamaicano del cantautore, così come Goat’s head soup lo è stato per i Rolling Stones e The foreigner per Cat Stevens. Viceversa Elton, dopo aver trascorso qualche giorno nei Dynamic Studios dell’isola centroamericana , seguendo la moda, ne è rimasto profondamente deluso. E Goodbye yellow brick road è stato registrato ancora una volta negli Strawberry del castello di Herouville, e poi missato a Londra. Il parto artistico è però giamaicano. Le canzoni sono state composte al sole di Kingston, pare in soli tre giorni; così come per Honky Chateau e per Don’t Shoot Me, I’m Only The Piano Player Elton ne avrebbe impiegati appena due. “Arrivederci strada di mattoni gialli” è una raccolta eterogenea, capace di fornire un po’ tutte le immagini dell’eclettico pianista pazzo: le quattro facciate non sembrano perciò sprecate. Gli accompagnatori sono i soliti, Gus Dudgeon è il produttore, e Bernie Taupin l’inseparabile paroliere. Soltano Paul Buckmaster, l’arrangiatore, è stato sostituito da un altro nome popolare del campo, Del Newman (quello di Cat Stevens). Ma analizziamo uno per uno i diciassette titoli dell’LP.Si apre con uno strumentale condotto dalla voce glaciale del sintetizzatore ARP, affidato a David Hentschel e dall’orchestra: un adagio che rammenta solenni marce funebri: Funeral For A Friend che si sviluppa poi in una ballata tipica e di atmosfera, Love Lies Bleeding; in chiusura un lirico assolo di Davey Johnstone, che come altrove libera il pianista dall’onere della conduzione strumentale. Candle In The Wind è dedicata a Marilyn Monroe (Norma Jean), figura emblematica che il rock decadente ha riscoperto accanto alle femmes fatales delle decadi precedenti – Marlene Dietrich, Greta Garbo, Jean Harlow, Laureen Bacall -. “Hollywood creò una superstar e il dolore è il prezzo che pagasti” canta Elton. La prima facciata si chiude con Bennie And The Jets, un brano dalle strane figurazioni ritmiche ripetute ossessivamente, con il cantante spesso in falsetto, e qualche applauso fittizio aggiunto per sconosciuti motivi da Dudgeon. Il pezzo che da il titolo alla raccolta, Goodbye Yellow Brick Road è una ballata ritmata con il piano in bella evidenza. La tastiera anche nelle melodie più dolci acquista con Elton una sua fisionomia particolare, diviene uno strumento ritmico e percussivo, con una chiara predilezione per il tocco breve, scattante, asciutto. Sono al contrario la voce o l’orchestra a stabilire la melodia. Uscito anche su 45 giri, ripropone il tradizionale dilemma di Elton: compositore eccellente o principe del “muzak”, così come lo furono i Beatles di Michelle? La successiva This Song Has No Title vede Elton tutto da solo, impegnato al piano acustico, al mellotron, al piano elettrico e all’organo che ha sempre odiato (diceva che era troppo ingombrante e lui troppo pigro per imparare a suonarlo seriamente. Si tratta di una canzone vivace da cui traspare una malinconia velata che alla base di tutti i capolavori dell’artista, ultimo fra i quali Daniel. In Grey Seal si ascolta la forza ritmica dei suoi accompagnatori, sovente trascurati, e viceversa lucidi, efficaci, impeccabili. Un pezzo immediato di grande presa. Segue Jamaica Jerk-off, l’unico ricordo vivo del periodo giamaicano: un reggae naturalmente, compilato secondo le formule classiche del ballo isolano (ma il reggae già compariva nel refraindi Crocodile Rock, ricordate?) Per l’occasione Elton ripesca il suo vero nome e si firma, storpiandolo all’uopo, Reggae Dwight. Un pezzo, ovviamente, di poche pretese. In I’ve Seen That Movie Too si torna alla sottile tristezza di parecchi altri episodi del cantautore, e il brano sembra buttato giù con poca voglia, con l’arrangiamento finale di Newman smielato e senza mordente. La terza facciata si apre con Sweet Painted Lady un immagine del ruolo della prostituta, eseguito in stile anni Quaranta con un sottile gusto old-fashioned che si continua nella successiva The Ballad Of Danny Bailey (1909/34) sorta di cebrazione di un personaggio alla Bonnie & Clyde. Con Dirty Little Girl si torna all’Elton ritmato e ripetitivo. Migliore All The Girls Love Alice in cui ci si allinea sulle posizioni più tipiche di Don’t Shoot Me. Da sottolineare l’impiego sempre efficace e funzionale, del sint: ancora una volta è l’ARP di Hentschel. In questo stesso brano compaiono il percussionista Ray Cooper e la cantante Kiki Dee, una degli artisti lanciati dalla Racket Records. Le parole sono intorno all’amore lesbico. Un altro testo divertente è quello di Your Sister Can’t Twist (But She Can Rock’n’roll) un rock scatenato tipo anni Cinquanta, sul modello di Crocodile Rock per intenderci, che introduce la quarta facciata, la più ballabile di Goodbye Yellow Brick Road. Una musica spontanea, carica, violenta, su giri armonici collaudati da vent’anni e sempre avvincenti, se pure senza ambizioni. Saturday Night’s Alright For Fighting già un successo su 45, è un brano rock’n’roll, un brano che potrebbe essere uscito dalle menti di Mick Jagger e Keith Richard. Questa porzione dell’album sembra la vetrina degli omaggi, dopo gli Stones arriva Bob Dylan di My Back Pages, gustosamente rievocato, per non dire scopiazzato, in Roy Rogers, una ballata tra le cose migliori del 33. Social Disease è una sorta di Honky Cat capitolo secondo, con Davey al banjo e con tutte le prerogative e le gimmicks spettacolari di Elton: il ritmo sincopato, la voce in falsetto, l’honky tonk dietro l’angolo. “Sono un esempio di malattia sociale”, egli canta: e allude forse simbolicamente al rock fagocitato dall’industria della canzonetta? Infine Harmony, una melodia di stampo classico che chiude senza infamia ne lode un album tutto sommato positivo Enzo Caffarelli |
|
Orchestre, Marilyn, gangster, tv e lucciole: Elton al top della forma Nel dvd allegato alla ristampa si sente dire :"Goodbye Yellow Brick Road era il Pet Sounds di Elton John, il suo Sgt. Peppers". Niente di più vero. Fisicamente Elton restò nello chateau dove lui e la sua band avevano creato una specie di comune, ma con la testa sbarcò in America. Cantò della "mitologia" americana e i testi di Bernie Taupin gli fornivano spunti a ripetizione: i gangsters (The Ballad of Danny Bailey), il cinema (Candle in the Wind), la tv (Roy Rogers), la musica (Bennie & the Jets), il sesso (Sweet Painted Lady). Allora pareva un disco lungo, oggi fin troppo conciso. Un travolgente capitolo di storia del pop. Elton saltava come un capriolo fra un accordo e l'altro. Invenzioni continue. C'è anche una Candle in the Wind per chitarra e voci da star male, e altri 3 inediti non da poco. Altro? Enrico Sisti |
|
John Landau, Rolling Stone, 06/06/74 |
|
Billboard, 1973 |
|
Janis Schacht, Circus, 01/74 |
| anno/label | 1973 - DJM in UK, MCA in USA |
| produzione | Gus Dudgeon |
| arrangiamenti orchestrali | Del Newman |
| studio | Strawberry Studios, Heroville, Francia |
| musicisti | Nigel Olsson: batteria, congas, cori; Ray Cooper: percussioni; Dee Murray: basso, cori; Davey Johnstone: chitarre, cori; Leroy Gomez: sassofono; Dave Hentschel: sintetizzatore; Kiki Dee: cori; Elton: piano, mellotron, organo Farfisa |
| note | Ottimo album doppio che consacrò Elton con una permanenza record nelle classifiche Usa; grandi canzoni, peccato Del Newman che non è certamente Paul Buckmaster; Elton è quasi al top. |
|
|
|
|
"); //-->