Nelle organizzazioni, oggi, si cerca sempre più di valorizzare le risorse umane e di privilegiare i rapporti con il cliente. Uno dei problemi del management aziendale rispetto a questo obiettivo è, spesso, quello di non essere in grado di capire ed interpretare in modo adeguato le esigenze e le aspettative delle persone con cui interagisce. Si può dire anzi che potrebbe essere proprio l’insicurezza nell’interazione che una gestione di tipo partecipativo richiede a far preferire metodi più tradizionali, meno coinvolgenti, ma anche meno efficaci. Per questo motivo appare sempre più utile saper utilizzare metodologie e tecniche qualitative che riescano a supportare e facilitare i rapporti di interazione a tutti i livelli.
A questo primo, ma fondamentale ambito di applicazione, anche in termini di nuove professionalità, se ne aggiungono diversi altri. Oggi, ad esempio, si avverte sempre più spesso il bisogno di riflettere sulle esperienze individuali e di gruppo, sui tempi che stiamo attraversando e sull’apporto dei singoli all’evolversi delle vicende storico-sociali. È importante concentrarci proprio sul moltiplicarsi fisico e virtuale dei luoghi e dei modi di formazione, sedimentazione e conservazione della memoria. Questi aspetti investono, ad esempio, in maniera decisiva la disciplina archivistica e il suo ruolo di mediazione tra le fonti e gli utenti ed impongono a tutti uno sforzo importante per ridefinire o meglio definire i principi e i metodi.
Viviamo, infatti, in un’epoca di comunicazione di massa, di accelerazione dei tempi di vita. Eppure mai come ai nostri giorni si moltiplicano i luoghi della memoria: una memoria sociale ma costruita su memorie individuali. Basti pensare al moltiplicarsi dei Musei dell’emigrante, o ancora all’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano (iniziativa che riguarda diari inediti provenienti da vari luoghi e da persone appartenenti a diversi strati sociali) che, negli anni, ha consolidato un proprio notevole patrimonio, fornendo anche spunti e materiali per interessanti iniziative cinematografiche (un nome per tutti a tale riguardo è quello di Nanni Moretti).
Inoltre, sempre più ci si imbatte in case editrici che danno spazio all’approccio biografico, in relazione a vari aspetti del sociale: dalle memorie storiche (soprattutto con riguardo alla seconda guerra mondiale e alla Shoà) alle migrazioni che hanno caratterizzato il XIX e il XX secolo con particolare attenzione agli accadimenti e alle ripercussioni che hanno avuto sui singoli fino alle interrelazioni tra poche persone, sia illustri che meno conosciute (secoli di grandi migrazioni italiane all’estero, tra l’altro dalla seconda metà del XX secolo, immigrazione da vari luoghi di origine verso l’Occidente e quindi anche verso l’Italia).
Sono sorti altresì premi letterari legati alla scrittura di lettere, di autobiografie, di memorie.
Il cinema e la televisione hanno dato sempre più spazio (anche se non sempre e non necessariamente con prodotti di alto livello) all’espressione di vissuti individuali, di conflitti interpersonali, di problemi di rapporti inter e intra familiari.
Complessivamente, quindi, un’ampia esigenza di riflessione, di rilettura della vita quotidiana e dell’approccio qualitativo, latamente inteso: dalle lettere e dai carteggi alle interviste in profondità, dall’utilizzo di storie di vita a quello di materiale autobiografico (v. anche fotografie, videocassette, filmati ecc.), fino al ricorso a metodologie qualitative in ricerche su tematiche più generali, ivi compreso il mondo del lavoro e delle relazioni umane: il focus group in questo senso è un esempio calzante.
I sociologi, da tempo, analizzano a livello nazionale e internazionale, queste esigenze e vi hanno fatto fronte anche aprendo uno specifico Comitato: Biography and Society, all’interno della ISA, la International Sociological Association. I processi storici sono studiati, negli ultimi decenni, dando spazio alle memorie individuali, alla storia orale, alla storia sociale basata sulle storie di vita.
4 Finalità
4 Costi
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