DUE OMBRE NELLA NOTTE

 

di Marghet Mazzoni                                                           

 

 - Alzati ora! - La solita frase.

Nella gamella il caff pronto, il lume a petrolio pure. Prendo lo scialle. L'ultima raccomandazione alla mamma di stare zitta ed usciamo.Camminiamo rasente alle case, c' il coprifuoco, ma abbiamo un lasciapassare, che per non ci preserva dalla paura. Giriamo l'angolo e una voce ci intima: "ALT !" e mia madre donna forte coraggiosa e decisa, in quel momento diventa indifesa e fragile e di rimando risponde -"ALT!" - e dentro di me penso che un giorno o l'altro, ci spareranno per quel suo pauroso replicare.

-"VERBOTEN! "-ci dice il soldato, indicando il lume acceso, e come ogni notte gli mostro che ci serve per vedere la strada. Ma non vero, ci sono le stelle, c' la luna e la notte chiara. Quel lume la nostra arma in quelle notti di guerra, la nostra bandiera bianca, la speranza che la guardia ci riconosca da lontano.

-" WEG! WEG! SCHNELL! "-Allunghiamo il passo, ancora pochi metri e finalmente entriamo nel cortile del forno, con lo stomaco il gola. Un'altra sentinella, ma si tratta solo di Franz. Non abbiamo mai capito se fa la guardia al forno, alla farina o a noi due.Un breve cenno del capo e finalmente entriamo. Mia madre come d'incanto si trasforma. Li, tra lievito, farina e tutte le altre cose a lei cos ben note e familiari, ridiventa forte, grande e sicura. Impasta, mescola, gramola, pesa l'impasto con le sue piccole mani, come se queste si fossero trasformate in due bilance.Il forno caldo, le forme di pane sono pronte, fa il segno della croce e tutta la prima infornata sparisce dentro la bocca del forno.Ed ecco il profumo del pane, piano piano invade tutto e tutti, profumo di pane che cancella anche la puzza della guerra. Ma forse non cosi, sono solo io a desiderarlo. La porta si apre e Franz entra, controlla la stanza, conta i sacchi della farina, poi i suoi occhi si posano sul pane appena sfornato.Ne prendo un pezzo e glielo porgo, era questo che lui voleva.Uno scatto della testa, un battito dei tacchi degli stivali, un antico segno d'omaggio e Franz esce, con il suo quotidiano bottino di guerra. La notte passa in fretta, il lavoro continuo: il pane vivo, il pane non pu aspettare. Ci si interrompe solo ogni tanto, per un sorso di caff, di quella "sbicia",che ci illudiamo sia l'amato caff puro. Notte dopo notte la storia si ripete.

C' stato un cambiamento, le cose non stanno pi come ieri.

-" Alzati ora!"-

Il lume pronto, il caff pure, non serve lo scialle primavera. L'ennesima raccomandazione alla mamma, ma tanto so che non serve.Camminiamo rasentando le case, come in cerca di una nuova protezione. Non sappiamo chi ci aspetta dietro l'angolo.

-" STOJ ! " - e mia madre risponde rapida -" Stoj ". Solo la divisa cambiata, tutto il resto uguale. Il soldato alza la mia mano con il lume, ci guarda in faccia poi legge il nostro nuovo lasciapassare e dice:

-"KRUSARCE ! DOBRO NAPREJ " - Ancora pochi passi. Entrando nel cortile scorgiamo un militare che f la guardia. E'pi giovane di Franz, ci dice di chiamarsi Gustin. Finalmente entriamo nel nostro mondo, nel nostro sicuro universo, fatto di lievito e farina, abilit e fatica. Stranamente dopo la prima infornata, anche Gustin entra a controllare. Gira per la stanza, conta i sacchi della farina, poi ci guarda. Abbassa gli occhi verso il prenier* pieno di pane ancora fumante. Ne prendo un pezzo e glielo porgo. Il suo viso, giovane, ma segnato dalle amare pieghe della guerra, si scioglie in un ampio sorriso. Ringrazia, mi saluta in quell'idioma familiare e se ne v.

"Alzati ora! "-

C' stato di nuovo un cambiamento. Il coprifuoco c' ancora, il lasciapassare cambiato. Il caff pronto. Questa volta vero caff. Il lume pronto, lo scialle non serve estate. Non faccio pi nessuna raccomandazione alla mamma, tanto non serve. Non servirebbe in ogni caso. Camminiamo rasentando i muri delle case, dall'altro lato della strada ci fanno compagnia due ombre, una piccola e svelta, l'altra pi alta che tiene in mano il lume. Sono le nostre. Giriamo l'angolo, non ci sono pi soldati, proseguiamo pi sicure. Entriamo nel cortile: nessuno. Il pane ci aspetta, il lavoro tanto e le mani sono stanche. Improvvisamente dopo la prima infornata, un rumore nel cortile. Rumore d'auto. Mi faccio coraggio ed esco. C' una jeep, ne scendono dei militari, le divise sono cambiate. Indietreggio mentre entrano nella stanza del forno. Uno di loro, gentilmente, in uno stentato italiano, ci spiega di aver sentito da lontano il profumo del pane, lo stesso profumo di quello che sua madre preparava a casa sua. Prendo alcuni pezzi dal prenier, ne do uno ciascuno. Il soldato l'annusa, se lo accosta alla guancia come per una passata carezza, poi lo porta alla bocca e lo mangia pian piano, perso in un suo ricordo.

-" IT'S SO GOOD! BONO MOLTO BONO. E' BONA NOSTRA FARINA EH! "-ci dice scuotendo leggermente la testa. Mia madre, rimasta fino a quel punto in disparte, gli si accosta, alza lo sguardo su quel gigante e con tutto l'orgoglio di una madre nel lodare il figlio, gli dice:

- Non basta la vostra farina, per fare del buon pane. Ci vuole amore, esperienza, preghiera e fatica. Poi ci vuole la cosa pi importante, ci vuole la Pancogola servolana e quella la trovate solo se di notte, quando tutti gli altri dormono, girate per le strade del nostro villaggio e sapete ascoltare i rumori che provengono dalle sue case e se imparate a distinguere i suoni di chi si prepara a fare il pane E se di notte vedete apparire due ombre, una piccola e una pi alta che regge un lume, non fermatele, ma seguitele e proteggetele, perch sono quelle ombre che hanno sfidato tutti gli eserciti, di ogni colore e provenienza, nemici o amici, per poi riunirli in un unico gesto di pace e di speranza, in un unico profumo, quello del pane appena sfornato.

*prenier: cesto di vimini intrecciato dove si riponeva il pane da portare alla vendita

 

La foto in alto stata scattata durante la cerimonia tenutasi il 24 giugno per l' apposizione della targa in italiano e sloveno come omaggio alle pancogole.

 

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