GALATI  4, 1-6

 

 

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Alcune note sulla figura di Paolo

 

 

Paolo nasce a Tarso, nell'attuale Turchia, intorno all'anno 5 d.C. - All'età di circa 30 anni ha l'esperienza di Damasco che lo cambia radicalmente. Non si tratta di una conversione, ma di una folgorazione che lo illumina e improvvisamente comprende la grandezza del Cristo risorto, di cui ha avuto esperienza. Da questo momento per Paolo esisterà soltanto il Cristo risorto: ogni altra realtà non conterà più nulla (Fil 3,8) e tutto è visto, compreso e valutato soltanto attraverso Cristo; ogni problema viene risolto alla luce Cristo risorto e in riferimento a Lui. Tutto viene riparametrato su di Lui.

 

Per comprendere, dunque, il pensiero di Paolo, bisogna sempre rifarsi al Cristo risorto. Fuori da questo schema Paolo diventa incomprensibile e può essere travisato.

 

Da un punto di vista caratteriale Paolo è un passionale, travolgente e irrefrenabile con tratti che, talvolta, lo spingono all'esagerazione e alla violenza verbale. Nessun ostacolo lo ferma (2Cor 11,16-32).

 

Dopo questa esperienza travolgente, avvenuta intorno al 35 d.C., Paolo rimane per circa dieci anni presso le comunità cristiane di Damasco (Siria), Gerusalemme e Antiochia, in cui approfondirà la propria fede. Questo sta a dire che, se la comprensione di Cristo e la sua esperienza può anche essere un fatto personale, la fede, cioè il vivere Cristo, è un fatto comunitario. La comunità cristiana, infatti, è la depositaria della fede, solo lei la può trasmettere, solo lei inserisce in Cristo. Nessuno fa chiesa da sé e la fede che si vive è la fede garantita e sostenuta dalla comunità, raccolta attorno al proprio vescovo. Paolo non fa eccezione.

 

Tra il 45 e il 57 Paolo compirà tre viaggi, che si svolgeranno tutti  nell'Asia minore, l'attuale Turchia, con delle puntate in Grecia (Atene, Corinto, Filippi,Tessalonica). Durante tali viaggi fonderà numerose comunità a cui indirizzerà delle lettere.

 

Tutta l'attività di Paolo ci è nota grazie a due fonti esclusive: le sue lettere, in particolare quella ai Galati (Gal 1,11-2,15), e agli Atti degli Apostoli, a partire dal cap. 9 in poi.

 

Quanto al suo pensiero e alla sua teologia, questi ci sono trasmessi soltanto dalle sue lettere, che sono tutte occasionali, cioè nate da situazioni contingenti che si venivano a creare, di volta in volta, nelle varie comunità cristiane, fondate da Paolo stesso.

 

Esse sono in tutto 13 più una, quella agli Ebrei, che non appartiene a Paolo né alla sua scuola, ma che tradizionalmente è stata inserita tra quelle di Paolo.

 

Tutte le sue lettere sono state scritte tra il 50 e il 58. La prima è la "Prima lettera ai Tessalonicesi" (scritta tra il 50 e il 51 a Corinto). L'ultima è quella ai Romani (scritta tra il 57 e il 58 sempre a Corinto).

 

Benché si attribuiscano a Paolo 13 lettere, tuttavia soltanto sette sono considerate effettivamente sue (1° ai Tessalonicesi, 1° e 2° ai Corinti, quella ai Filippesi, a Filemone, Galati e Romani); le altre sei (1° e 2° lettera a Timoteo, 2° ai Tessalonicesi, agli Efesini, ai Colossesi e a Tito) sono considerate di scuola paolina, ma non di Paolo; scritte tutte tra l'80 e il 100 d.C., si rifanno in qualche modo alla sua spiritualità e al suo pensiero.

 

Paolo muore quasi certamente a Roma intorno all'anno 63 circa.

 

 

 

LA LETTERA AI GALATI

 

 

 

Chi sono i Galati? Essi sono un'antica popolazione di origine celtica (attuale Francia)  che nel III sec. a.C., alla guida di Brenno, si erano stanziati nell'attuale Turchia, in una regione denominata Galazia. Galazia, dunque, non era una città, ma una regione in cui erano dislocate numerose comunità cristiane. Questa lettera è rivolta a loro.

 

Paolo fonda la chiesa della Galazia per puro caso. Agli inizi del suo secondo viaggio (49-53 d.C.) egli si ammala ed è costretto ad una sosta forzata proprio qui in Galazia. Lo ricorderà in questa lettera al cap. 4,13.

 

Perché Paolo scrive questa lettera? I Galati avevano aderito entusiasticamente alla predicazione di Paolo e alla sua persona, che veneravano e amavano (4,14-15). Essi trasformarono il loro modo di vivere e divennero autentici testimoni dello Spirito (3,3). Ma un gruppo di giudeo-cristiani, cioè cristiani convertiti dal giudaismo e ancora legati alla Legge di Mosé e alle pratiche religiose prescritte dalla Torah, si introducono in queste comunità e con la loro predicazione svuotano il messaggio del Vangelo e lo riconducono al giudaismo (1,7; 4,9-11).

 

I Galati, ammagliati da questo insegnamento (3,1), abbandonano non soltanto il Vangelo (4,21), ma anche la persona di Paolo, a cui erano particolarmente legati (4,16). In tutto ciò c'è, quindi, per Paolo anche un trauma emotivo-affettivo.

 

Quando viene informato del tradimento dei Galati, Paolo si trova ad Efeso da circa tre anni, durante il suo terzo viaggio (53-57 d.C.). Ormai il tradimento era stato già consumato da circa cinque anni, ma soltanto ora Paolo ne ha notizia.

 

La lettera scritta ai Galati è lo scritto più veemente, più passionale e, per certi aspetti, il più violento che Paolo abbia mai scritto. Il tema di fondo di tutta la lettera è la difesa del Vangelo contro le aggressioni di questi giudeo-cristiani e contro la stupidità di questi Galati, che danno retta al primo venuto.

 

La lettera, composta da soli sei capitoli, si può idealmente suddividere in tre parti: la parte autobiografica (1,11-2,15), in cui Paolo ricorda il passato della sua vita, spesa per l'affermazione del Vangelo (per Paolo il Vangelo è il Cristo crocifisso); la parte dottrinale (3,1-4,31), attraverso cui cerca di dimostrare come la Legge mosaica, a cui loro si sono sottoposti scriteriatamente, è ormai decaduta e priva di senso, poiché, ora, soltanto Cristo conta. Infatti sottoporsi alla Legge significa vanificare la morte di Cristo; la parte esortativa (5,1-6,10) con cui esorta i Galati a rimanere nella libertà in cui li ha collocati Cristo: "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù" (Gal. 5,1). La liberazione e il giogo di cui qui si parla sono quelli della Legge.

 

 

Il Testo di Gal. 4, 1-6

 

 

[1]Ecco, io faccio un altro esempio: per tutto il tempo che l'erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, pure essendo padrone di tutto;

 

[2]ma dipende da tutori e amministratori, fino al termine stabilito dal padre.

 

[3]Così anche noi quando eravamo fanciulli, eravamo come schiavi degli elementi del mondo.

 

[4]Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge,

 

[5]per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli.

 

[6]E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!

 

 

Il Commento

 

 

Il passo che meditiamo ora, Gal. 4,1- 6, è tratto dalla parte dottrinale della lettera ai Galati ed è una ripresa e una specificazione di quanto Paolo aveva già discusso nel cap. 3, 23-29. Esso va letto in parallelo a 3,23-29 e ricompreso alla sua luce.

 

Vediamolo assieme.

 

L'intero brano, composto di sei versetti, si basa su di un confronto, che è anche una contrapposizione.

 

I versetti 1-2 parlano dello stato giuridico ed esistenziale dell'erede, quando questi è ancora minorenne.

 

Il versetto 3, da un lato, funge da transizione e da spartiacque tra quanto è stato detto ai precedenti due versetti e quanto si dirà ai successivi versetti 4-6; dall'altro individua i soggetti ("noi", cioè i credenti) a cui è destinato questo confronto-contrapposizione.

 

I versetti 4-6 sono l'altro polo del confronto e della contrapposizione e parlano della nuova situazione creatasi con la nascita di Gesù.

 

vv. 1- 2: "... per tutto il tempo in cui l'erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo ..." Paolo, qui, si rifà al diritto ellenistico che dava facoltà al padre di stabilire l'età in cui il figlio sarebbe diventato maggiorenne e, quindi, capace di ereditare e di disporre dell'eredità stessa. Fino a tale data, il figlio era equiparato ad uno schiavo.

 

Infatti, in Grecia il bambino fino all'età di sette anni viveva nel gineceo (luogo della casa riservato alle donne), sotto la stretta vigilanza della madre e della nutrice. A sette anni i bambini venivano staccati dalle "gonne" della madre per passare sotto la tutela di un pedagogo. Questi, ben lungi dall'essere un maestro e un educatore, era in genere uno schiavo, che aveva il compito di vigilare e controllare fisicamente il bambino e poteva anche intervenire duramente con punizioni corporali se fosse stato necessario. In buona sostanza il bambino viveva come uno schiavo e tra gli schiavi fino all'età maggiore, stabilita dal padre.

 

Con questo esempio Paolo vuole descrivere quale era il nostro stato e la nostra condizione di vita prima che giungesse il tempo della fede. Infatti, ai vv. 3,23-24 dice: "Prima che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotti a Cristo, perché fossimo giustificati per mezzo della fede".

 

Quindi, il "pedagogo", qui chiamato anche "tutori e amministratori", è la Legge mosaica, che per tutto il tempo fino alla venuta di Cristo (e questo è il tempo dell'Antico Testamento), ci ha tenuti come schiavi, privandoci della nostra vera identità di figli di Dio. Si noti come Paolo usi il termine "rinchiusi", dando il senso di una prigionia oppressiva e alienante, che ci ha tolto ogni dignità. Questa è la Legge. Il tempo della Legge, dunque, è soltanto il tempo della nostra minore età, cioè l'Antico Testamento, durante la quale siamo stati sottoposti alla dura tutela della Legge in attesa della maggiore età, stabilita dal padre. L'età maggiore è il tempo in cui, liberi dalla schiavitù della Legge, siamo passati pienamente al titolo di figli e, quindi, liberi da ogni vincolo precedente. Questo tempo dell'età maggiore è il Nuovo Testamento.

 

vv. 4 - 6  "Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio". Ecco giunto il tempo dell'età maggiore stabilità dal Padre. Essa è chiamata "Pienezza del Tempo".

 

Con questa espressione Paolo ritiene che Dio abbia un piano di salvezza, pensato fin dall'eternità, e che questo piano sia ormai giunto a maturazione (pienezza). Ecco perché egli dice "Pienezza del Tempo".

 

Il tempo di cui parla Paolo è la nostra storia, vista come il luogo in cui Dio ha deciso di incontrare gli uomini e di riprendere con loro quel dialogo bruscamente interrotto nel paradiso terrestre. Per fare questo egli manda suo Figlio. Il Figlio nelle logiche della Trinità è sempre colui che non solo rivela, ma anche attua la volontà del Padre. Gesù, quindi, con la sua incarnazione diventa l'attuazione, la concretizzazione di questa volontà. Non solo, ma egli si presenta anche come l'esegeta del Padre, cioè colui che interpreta e spiega a tutti noi il disegno del Padre e qual è la nostra posizione nei suoi confronti. Quindi, se qualcosa possiamo capire di Dio, della sua vita, che cosa lui voglia da noi, chi siamo noi per lui e qual è il nostro destino, tutto questo ci è stato reso possibile soltanto da Gesù.

 

Gesù, quindi, si presenta a noi come il volto storico del Padre, come lo spazio che il Padre si è riservato qui nella storia per incontra gli uomini e per far loro la sua proposta di salvezza. Gesù, quindi, non solo è lo spazio del Padre qui nella storia, ma egli è anche lo spazio in cui il Padre chiama a raccolta l'intera umanità. Gesù, dunque, diventa il luogo d'incontro e di dialogo tra Dio e gli uomini.

 

"Nato da donna": l'espressione, buttata lì così, dice tutta la crudezza dell'incarnazione e indica la modalità di attuazione di quel "Dio mandò suo Figlio". Quindi, il Dio che invia suo Figlio non è una metafora, non è un modo di dire, ma è una realtà nuda e cruda: il Padre si è servito dell'utero di una donna per dare concretezza al suo piano, qui nella storia.

 

Il profondo significato teologico di quel "nato da donna" ci viene spiegato da Paolo stesso in quello stupendo inno cristologico della Lettera ai Filippesi: "Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,6-8). Questo vuol dire essere "nato da donna": dalle stelle alle stalle!

 

"Nato sotto la legge": se il nascere da donna dice la modalità con cui Dio ha attuato il suo piano di inviare il Figlio qui nella nostra storia, il nascere sotto la legge dice il contesto storico-culturale e religioso in cui è avvenuto questo suo nascere da donna. Gesù si colloca, quindi, con il suo nascere nell'ambito del Giudaismo; si inserisce nel filone della storia della salvezza dell'Antico Testamento, la assume su di sé, ne diventa parte e, partendo dal di dentro di questa storia la trasforma in Nuovo Testamento. Gesù, infatti, non è venuto ad abolire la Legge e i Profeti, ma a darne compimento (Mt 5,17). Egli, quindi, partendo dall'Antico Testamento, rappresentato dalla Legge mosaica, lo riscatta, dando un nuovo senso e un nuovo orientamento all'intera storia della salvezza.

 

Nasce così il Nuovo Testamento: Cristo, dunque, è il nuovo corso che il Padre ha impresso alla storia; lui è la nuova storia pensata da Dio per l'umanità. In lui tutto trova il suo senso.

 

"Perché ricevessimo l'adozione a figli": tutto il peso di questa espressione va a cadere su quel "perché", il quale spiega lo scopo per cui Dio ha mandato suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge. Quel "perché", dunque, svela le motivazioni del piano di Dio.

 

Questo piano divino non fu un progetto nato per caso, ma ha radici molto lontane e profonde: è un disegno nato con Dio stesso. Ce lo ricorda la stessa lettera agli Efesini: "In lui (cioè in Cristo) ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo" (Ef 1,4-5).

 

Esiste, dunque, un piano divino pensato ancor prima della creazione, che prevede la nostra elezione in Cristo ("in lui ci ha scelti), finalizzata a collocarci nella vita stessa di Dio ("per farci santi e immacolati), generandoci per mezzo di Cristo alla vita di Dio, di cui ora facciamo parte. Ciò significa che in noi, oggi, grazie a questo piano attuato dal Padre per mezzo dell'incarnazione di suo Figlio, sono stati inseriti i "geni" stessi di Dio e in noi scorre lo stesso sangue di Dio, lo Spirito Santo. Questo significa essere suoi figli. Siamo stati resi, dunque, suoi figli nel Figlio.

 

"E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ..."  Paolo, dopo aver elaborato la sua teoria teologica della nostra filiazione divina (vv. 4-5), ora ci vuole fornire la prova di quanto lui ha detto: che voi siete figli "ne è prova il fatto" che Dio ha messo in voi il suo Spirito che grida "Abbà, padre". Questo per dire due cose: la prima, è lo Spirito che ci ha resi figli, come dire che la nostra origine è in Dio e ne facciamo parte; la seconda, ogni volta che ci rivolgiamo a Dio chiamandolo "Padre", non siamo noi che lo diciamo, ma lo Spirito lo dice in noi.

 

Tutto questo per dirci una sola cosa: noi non apparteniamo più al vecchio mondo, ma a quello nuovo che Dio ha creato per noi in Cristo e in cui già viviamo in virtù della nostra fede e del battesimo.

 

Questo è il Natale per Paolo!  Questo è il nostro Natale!