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PROF.SSA LAURA LANCHBERY

MODULO DI
 STORIA

(presentazione)

 

SCUOLA MEDIA                             SCUOLA SUPERIORE

 

I TOTALITARISMI

 

    FASCISMO                                                 ORIGINI  ROMANE

      NAZISMO                                                  ORIGINE MODERNA

                      COMUNISMO                                           ORIGINE CONTEMPORANEA

 

LE IDEOLOGIE

 

GENTILE                         NIETZSCHE                                            MARX

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

SCUOLA MEDIA

 

 

 

PROGRAMMAZIONE MODULO TEMATICO:

(italiano – storia)

 

1.  Pregiudizio

2.  Paura dell’altro

3.  Paura vissuta

4.   Paura subita


5.               OBIETTIVI EDUCATIVI (in riferimento al P.O.F.)

 

  1. Riflessione su determinate situazioni sociali;
  2. Riconoscere di appartenere ad un determinato ambiente sociale  (o gruppo – identità – contesto sociale);
  3. Riconoscere il valore delle esperienze vissute proprie e degli altri.
  4. Verbalizzare attraverso l’uso di semplici frasi ben strutturate e coordinate.

 

 

 

6.               PREREQUISITI

 

  1. Saper esprimere le proprie opinioni;
  2. Comprensione di un testo breve;
  3. Saper produrre un breve testo scritto, con semplici frasi.

 


OBIETTIVI DIDATTICI

 

CONOSCENZE

COMPETENZE

CAPACITA’

·                  Conoscere gli argomenti dei testi proposti.

 

·                   Conoscenza generale dello ambito storico nel quale si svolge il fatto.

 

·                  Conoscenza delle problematiche del personaggio.

 

·                  Conoscenza dei dati (sintesi del fatto).

·                    Riconoscere elementi co-muni ai testi proposti.

 

·                    Saper collegare fatti ante-cendenti  e seguenti alle vicende.

 

·                    Confronto dei personaggi e del loro vissuto.

 

·                    Estrapolazione di un dato dal contesto (pregiudizio)

 

 

·                    Riconoscere situazioni simili nella società di oggi.

 

·                    Riflessione personale delle conseguenze passate e presenti.

 

·                    Riflessione personale ine-rente al proprio vissuto.

 

·                    Riflessione personale e possibili soluzioni.

 

 

 

 

 

 

OBIETTIVI MINIMI

 

CONOSCENZE

COMPETENZE

CAPACITA’

 

1.      Comprensione del testo di lettura proposto

 

·        Saper riassumere un breve episodio del testo.

 

·        Saper riconoscere nel testo il personaggio principale.

 

·        Saper ritrovare nella vicenda il fatto principale (ambiente e tempo).

·        Saper parlare delle proprie esperienze (inerenti alla paura o al pregiudizio).

 

·        Ripensare ad una esperienza passata e confrontarla con una presente.

 

 


DISCIPLINA ITALIANO

 

I° e II° Unità didattiche

La “paura”come elemento narrativo.

 

CONTENUTI.

 

Paura:            definizione dello stato emotivo. Riflessione tramite domande sul vissuto personale (cos’è la paura. Come difendersi dalla paura. Di cosa si può avere paura; perché si ha paura di ciò che non si conosce).

                       La paura come base del pregiudizio. Si ha paura di ciò che non si conosce.

                       Paura di ciò che è reale e paura di ciò che è irreale.

 

Paura dell’irreale: Lettura del racconto “Il mantello”.

                              Lettura del racconto “La Morte Rossa”.

 

 

 

 

III° Unità didattica

Paura del diverso: Introduzione all’argomento con lettura “Razza ed etnia” di Scognamiglio.

 

 

IV° Unità didattica

La paura del diverso genera pregiudizio: Lettura dei diritti fondamentali dell’uomo.

 

 

Unità didattica

Il pregiudizio ha generato sempre la violenza: La violenza contro i diritti umani. Introduzione al libro di Oberski.

                                                                             Un bambino nei lager”.

 

VI° Unità didattica

L’esperienza tragica del pregiudizio subito.

 

 


TESTI E METODOLOGIA

 

Bertocchi/Brasca             Antologia

Citterio/Corno                 Libertà

Ravizza                           Leggere

 

(letture scelte)

 

Jona Oberski                   Anni d’infanzia

                                      Un bambino nei lager

 

Anna Frank                     Il diario di Anna Frank

 

 

 

RICERCHE E VERIFICHE

 

Ricerca sul “pregiudizio” come causa scatenante di avvenimenti a noi sconosciuti.

 

Verifica sulle emozioni:

la paura da emozione a pregiudizio

 

 

 

APPROFONDIMENTO DEL MODULO-TEMATICO

 

Poesie

Ephin Fogel

                             “Bolle di Spedizione a Maidenek”

 

Primo Levi

                             “Shema”

 


STORIA

 

 

Unità didattiche

 

                                                                                       La crisi della democrazia in Italia.

                                                                                          Il Fascismo al potere

 

II°                                                                                      Società di massa, crisi economiche e dittature.

                                                                       

 

III°                                                                   Democrazia e Totalitarismo

 

 

IV°                                                                   Il nazismo in Germania. Dalla dittatura alla guerra.

 

 

                                                                                      La seconda guerra mondiale.

 

 

VI°                                                                   Shoa

 

 

VII°                                                                  La fine della guerra.

 

 

 

 

CONOSCENZE

COMPETENZE

CAPACITA’

Conoscenze dei principali avvenimenti storici

 

 

 

Conoscenza delle culture e idee dei totalitarismi

 

 

Saper riconoscere elementi comuni negli aspetti delle dittature

 

 

Saper riconoscere alcuni concetti che sono alla base delle dittature

 

Riconoscere la dittatura come limite alle libertà (confronto fra democrazia e totalitarismi)

 

Riconoscere che il rispetto dell’altro promuove la libertà

 


 

 

SCUOLA MEDIA

 

LA DITTATURA DI MUSSOLINI

1.     Il fascismo è un regime totalitario = dittatura

2.     Il fondatore fu Mussolini (prima socialista e poi attivatore di “fasci”) che ottenuta la fiducia dal re attraverso manipolazioni elettorali (delle quali se ne accorse Matteotti e per questo fu ucciso) instaurò la dittatura (unico partito) con l’azione partito) con l’azione politica della marcia su Roma e negli anni seguenti emanò le leggi fascistissime.

 

FASCISMO :   POLITICA SOCIALE = case, lavoro, strutture

                        POLITICA ESTERA = colonialismo, patto con la Germania

                        POLITICA INTERNA = repressione ed espulsione

 

 

 

LA DITTATURA DI STALIN

 

POLITICA SOCIALE: Il potere  (morto Lenin) passa a Stalin che stabilisce un piano quinquennale (per risollevare l’economia russa).

POLITICA INTERNA: Repressione espulsione dei non comunisti (campi forzati di lavoro)

POLITICA ESTERA: Predominio sui Balcani patto di non aggressione con la Germania ostilità verso i paesi confinanti.

 

IL NAZISMO

 

POLITICA SOCIALE: Hitler ottenne il pieno potere attraverso un largo consenso popolare.

POLITICA ESTERA: Alla base della politica sociale vi è una forte discriminazione (razzismo e antisemitismo) .

POLITICA INTERNA: repressione ed eliminazione (SS) intensa  attivazione industriale

 

 

 

METODOLOGIA

Lezioni frontali

Lavori di gruppo

Discussione sugli argomenti

 

VERIFICHE

 

Verifiche orali

Verifiche scritte

Rielaborazione delle idee emerse nelle discussioni

Ricerche

 

TEMPI

 

I quadrimestre: introduzione e unità didattica di italiano.

II quadrimestre: completamento e unità didattica di storia.

 


 

SCUOLA SUPERIORE

OBIETTIVI EDUCATIVI

 

1)                                       Migliorare la comprensione del rapporto individuo-società

 

2)                                       Riconoscere la società come espressione della cultura predominante del

 

periodo in esame

 

 

3)                                       Cultura e politica sono alla base di scelte sociali, la responsabilità individuale nel complesso delle istituzioni democratiche

 

OBIETTIVI DIDATTICI

 

CONOSCENZE

COMPETENZE

CAPACITA’

 

CONOSCENZE DEGLI AVVE-NIMENTI  STORICI

 

 

 

 

 

 

 

CONOSCENZA DELLE IDEO-LOGIE DEI TOTALITARISMI

 

 

CONOSCENZA DELLA TEO-RIA DI ADLER

(OPZIONALE)

 

SAPER RICONOSCERE DIFFERENZE E ANALO-GIE DEI TOTALITARI-SMI

 

 

 

 

 

SAPER STABILIRE UN RAFFRONTO TRA TEO-RIA E PRATICA

 

 

SAPER RICONOSCERE UN RAPPORTO TRA INDIVIDUO E SO-CIETA’ NELLA TRA-SPOSIZIONE DELLA PSICHE INDIVIDUALE E SOCIALE

 

 

SAPER ESSERE DISPO-NIBILE AL CONFRONTO DELLE IDEE RICONO-SCENDO COME IL NON CONFRONTO PORTI AL IL QUID POLITICO  DELLA DITTATURA

 

SAPER ESSERE CRITICO NELLA VALUTAZIONE DELLA IDEOLOGIA DI SUPREMAZIA

 

SAPER ESSERE ANALI-TICO NELLA DETERMI-NAZIONE DELLE TEORIE DELLE DISCIPLINE INE-RENTI AD UNO STESSO CONCETTO. SOPRAFFAZIONE DEL SE

(SUPERUOMO)

IL CONCETTO DI SUPER-UOMO ALLA LUCE DELLA TEORIA PSICANALITICA.

 

 


VERIFICHE:

Scritte – orali

Discussione di gruppo

Ricerche

 

 

METODOLOGIA

 

Lezioni frontali

Discussioni di gruppo

 

 

TEMPI

 

I quadrimestre

 

 

RIFERIMENTI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NIETZSCHE                   PROFETA DEL NAZISMO

 

 

 L’idea del superuomo venne presa per giustificare l’idea  della figura dittatoriale dell’ideologia nazista, dove il superuomo di Nietzsche era il filosofo ,divenne il politico ,colui che era in grado di porsi al di sopra delle istituzioni e delle masse .

nel testo volontà di potenza le idee vengono traslate nel campo politico ( interpretazione di Luckas ) analogie si possono comunque riscontrare nella supremazia data all’individuo, all’uomo che emerge dalla massa e diventa “dio” di se stesso e giudice degli uomini.

il super uomo, libero dalle tirannie del sopranaturale

conosce come unica misura se stesso.

in chiave psicanalitica l’uomo (il se) vorrebbe liberarsi dalle regole (istituzioni, stato, religione,dio) che costituiscono il super –io.

Si entra così nella conflittualità( complesso di superiorità-inferiorità di Adler).

Ma se per Nietzsche il superuomo (essere autosufficiente senza necessità di riportarsi alle regole) e’ libero  in virtù della sua stessa natura, natura al di fuori di ogni controllo, l’ideologia nazista riferisce tali caratteri solo al dittatore che può essere al di fuori di ogni controllo.

 

 

GENTILE                                      LO STATO ETICO (AUTORITARIO)                                                                                                                                     

                            LA POLITICA COME ETICA DELLO STATO DIVENTA L’AUTO COSCIENZA DELL’INDIVIDUO NELLA CATEGORIA UNIVERSALE.

L’IMPOSSIBILITA’ DI UN’ETICA APOLITICA, DOVE LA DISTINZIONE DI PUBBLICO E PRIVATO VIENE CONSIDERATA OCCASIONALE E LO STATO DEVE SEMPRE AVVALLARE IL PRIVATO.

NULLA DI PRIVATO, TUTTO RIENTRA NELL’AZIONE DELLO STATO, IN QUANTO LO STATO GARANTISCE L’ETICA DELL’INDIVIDUO.

LA TOTALE DEPRIVITIZZAZIONE

 QUINDI DELLE LIBERTA’ NEL CAMPO EDUCATIVO-POLITICO-INTELLETTUALE.

UNA UNICA COSCIENZA DIVENTA RAPPRESENTANTE DI MOLTEPLICI COSCIENZE, ABOLENDO COSI’ OGNI IDEA CHE NON RIENTRI NELLE IDEE ETICHE IMPOSTE DALLO STATO ATTUALE.

GENTILE COSI’ DIMOSTRA CHE LO STATO AUTORITARIO, IDENTIFICANDOSI CON IL FILOSOFO IDEALISTA, REALIZZA LA LIBERTA’ DEL FILOSOFO STESSO,RENDONDOSI TUTTAVIA INCAPACE DI UN COLLOQUIO CON ALTRI UOMINI O PERSINO IN POLEMICA CON ESSI.

 

 

 

 

 

 

MARX                                                IL FILOSOFO DELLA STORIA

                                     (IL TEORICO DELLO STATO COMUNISTA  )

 

 

 

TEORICO DELL’IDEOLOGIA COMUNISTA, ATTRAVERSO L’ANALISI STORICA DEI FONDAMENTI SUI QUALI SI BASSANO LE STRUTTURE DELLA SOCIETA’, RISCONTRA IL NESSO TRA STRUTTURA ECONOMICA E STRUTTURA POLITICA.

SONO LE CLASSI SOCIALI A DETERMINARE LO STATO POLITICO SI RENDE QUINDI NECESSARIA LA LOTTA DI CLASSE PER RIPRISTINARE UNO STATO EQUO VERSO TUTTI I CITTADINI, ABOLENDO LA FORZA SULLA QUALE SI BASA LA CLASSE BORGHESE OSSIA LA PROPRIETA’ PRIVATA(CAPITALE).

NEL MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA  LO STATO PER DIVENTARE OPERATIVO DEVE PASSARE ATTRAVERSO LA DITTATURA DEL PROLETARIATO.

L’INTERA VALIDITA’ DEL COMUNISMO COME IDEOLOGIA POLITICA E’ LA DIMOSTRAZIONE DELLA TESI CHE ESSO E’ LO

SBOCCO INEVITABILE DELLA SOCIETA’ CAPITALISTA’.

 

 

RIFERIMENTI  STORICI

 

SE VOLESSIMO DARE UNA CONNOTAZIONE PSICOLOGICA ALLE  DIVERSE

DITTATURE DEL FASCISMO ,DEL NAZISMO E DEL COMUNISMO, LE  DEFI-

NIREMMO IN TALI TERMINI :

LA COMPONENTE PSICOLOGICA DEL FASCISMO E’ LA VIOLENZA  :

VIOLENZA SULLE LIBERTA’ INDIVIDUALI

VIOLENZA  SULLE IDEE POLITICHE –CULTURALI-ISTITUZIONALI

VIOLENZA SULLE MENTI DEI PROPRI SOSTENITORI, DEMOLENDO

OGNI POSITIVITA’ DEGLI AVVERSARI.

 

LA COMPONENTE PSICOLOGICA DEL NAZISMO E’ L’ODIO

ODIO VERSO OGNI INDIVIDUO CHE APPARTENGA AD UN

GRUPPO DIVERSO (RAZZISMO –ANTISEMITISMO)

ODIO CONTRO CHIUNQUI POTREGGA I NEMICI DICHIARATI

DEL NAZISMO ,ANCHE VERSO LE PERSONE DEBOLI.

ODIO INCULCATO COME SENTIMENTO POSITIVO DI FEDELTA’

AL CAPO (HITLER).

 

LA  COMPONENTE PSICOLOGICA DEL COMUNISMO E’ LA REPRESSIONE

REPRESSIONE SISTEMATICA DI QUALSIASI INDIVIDUALISMO.

REPRESSIONE DI QUALSIASI IDEA (POLITICA – CULTURALE-RELIGIOSA)

CHE NON SI CONFORMI ALL’IDEOLOGIA COMUNISTA

REPRESSIONE INTERIORIZZATA DAI COMUNIST DI ABOLIRE ONI DIVERSITA’

PERCHE’ PERICOLOSA

ORIGINE ROMANA

 

 

CESARE                          NELL ANNO 50°.A E.V. TORNA A ROMA ED OTTIENE

                                          UNA DITTATURA SPECIALE (C.H.C.)  ,DOPO AVERE

MANTENUTO IL COMANDO NELLE GALLIE OLTRE GLI ACCORDI E CON LO STORICO PASSAGGIO DEL RUBICONE.

 

 

 

 

 


ASPETTI POLITICI

 

 

ASPETTI SOCIALI

 

LA DITATTURA DI CESARE SI PUO’ DEFINIRE UNA DITTATURA DI CONQUISTA PROGESSIVA DELINEANDO COSI IL PASSAGGIO DI TUTTI I POTERI NELLA SUA UNICA PERSONA

 

MANCANO GLI ASPETTI  REPRESSIVI DELLA DITTATURA PERCHE IL COMANDO GLI VIENE CONCESSO IN VIRTU DELLE COQUISTE MILITARI E DELL AGAGIA POLITICA

ORIGINE MODERNA

 

CROMWELL   (1640-58)                   IL LUNGO PARLAMENTO PROCLAMO LA

                                                                 REPUBBLICA. IL POTERE PASSO 1653  DAL

                                                      PARLAMENTO A CROMWELL CHE STABILI DI  FAT

                                                        TO UNO STATO MILITARE . CROMWELL PRESE I  

                                                       PIENI POTERI DITTATORIALI CON IL TITOLO DI

                                                       LORD PROTETTORE DELLA REPUBBLICA.

 

 

ASPETTI POLITICI             LA DITTATURA DI CROMWELL SI STABILI CON IL ROVESCIAMENTO DELLO STATO  DA MONARCHIA A REPUBBLICA E CON    L’ELIMINAZIONE DELLE STRUTTURE DEMOCRATICHE

 

ASPETTI SOCIALI        LA SUA DITTATURA FU REPRESSIVA DEI CETI NOBILI E DEI LORO PRIVILEGI  PORTANDO COMUNQUE VANTAGGI ECONOMICI STABILI

PER L  INGHILTERRA.

 

 

BONAPARTE               CON IL COLPO DI STATO DEL 18 BRUMAIO 1799,

                                        BONAPARTE PRESE IL TITOLO DI PRIMO CONSOLE

                                        ATTRAVERSO LE VARIE VITTORIE RIPORTATE E IL

                                         CONSENSO DELLA BORGHESIA

 

 

ASPETTI POLITICI        LA DITTATURA DI BONAPARTE FU POSSIBILE PER IL LEGAME DI INTERESSI TRA BORGHESIA ED ESERCITO

 

 

ASPETTI SOCIALI       NON FU REPRESSIVA IN QUANTO CONSERVO I DIRITTI CIVILI OTTENUTI DALLA RIVOLUZIONE ,CAMBIANDO COSI SOLO

L’ORDINAMENTO DELLO STATO

ORIGINI CONTEMPORANEE

A DIFFERENZA DELLE PRECEDENTI LE DITTATURE CONTEMPORANEE SI

APPOGGIANO SU IDEOLOGIE

 

LA FILOSOFIA  TEDESCA                      SPENGLER        TEORICO DELLA

                                                                                                 GUERRA E DELLE RAZZE  M

                                                                     HEIDEGGER     CRISI DEI VALORI

                                                                                                        LIBERALI

                                                                     SIMTH      POLITICO DEL  NAZISMO

                          

 

    I TEDESCHI LIBERATORI

 

 IL VERO SOCIALISMO TEDESCO

  

 

 

 

IL NAZIONALISMO                                                                    L ITALIA FASCISTA

                                                                                COME FACENTE PARTE DELLA   

                                                                               TRADIZIONE GERMANICA

 

 

 

 

 

 

                            RITORNO ALL IMPERO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HITLER

 

 

 

 

 LA DITTATURA DI HITLER SI INSTAURA TRAMITE UNA SISTEMATICA AZIONE POLITICA DI ELIMINAZIONE DEGLI AVVERSARI E TROVANDO CONSENSI POPOLARI CHE GLI PERMETTONO DI CREARE IL MITO DEL DITTATORE .

 

 

 

ASPETTI POLITICI

 

 

ESASPERATO NAZIONALISMO

ALLEANZE CON NAZIONI  IN

SINTONIA CON IL PROGRAMMA

DI CONQUISTA DELL  EUROPA..

 

 

ASPETTI SOCIALI

 

NAZONALISMO  COME ACCENTRAMENTO DELL ECONOMIA DELLA NAZIONE

 

RAZZISMO    COME DISCRIMINAZIONE DEGLI ALTRI POPOLI RISPETTO AL

                         POPOLO TEDESCO

                       

 

 

                             ANTISEMITISMO

 

 

 

 

RAZZISMO BIOLOGICO                                     ANTIGIUDAISMO

 

 

 

 

                             ODIO INDISCRIMINATO CONTRO IL POPOLO EBRAICO

 

 

 

 

L ODIO VERSO  L EBREO HA ORIGINI ANTICHE E RISALE AL TEMPO DEL PRIMO CRISTIANESIMO , QUANDO QUEST ULTIMO VENNE A PORSI COME ANTITESI DELLA RELIGIONE GIUDAICA (EBRAISMO).

IL CRISTIANESIMO EREDITA L ODIO VERSO IL POPOLO DI ISRAELE DALLO

IMPERO ROMANO CHE  NON AMMETTEVA  UNA POSSIBILE  SOVRANITA

DEL POPOLO EBRAICO.       L ANTIGIUDAISMO NASCE QUINDI SU BASE  PRIMA

POLITICA PERCHE NON E UNA RELIGIONE DI  IDEE  MA DI POPOLO , DI NAZIONE E FEDELTA ALL UNICO DIO.

L ANTIGIUDAISMO PRENDE CARATTERI PIU SPECIFICAMENTE RELIGIOSI

CON  L INSTAURARSI DEL CRISTIANESIMO FINO A DIVENTARE AVVERSO

E IN CONTRASTO ALOL EBRAISMO (CERCANDONE L ELIMINAZIONE).

L ANTISEMITISMO DIVENTA COSI ODIO POLITICO-RELIGIOSO-RAZZIALE

VERSO GLI EBREI ( PORTATORI DEI VALORI CIVILI CULTURALI E MORALI DELLA CIVILTA OCCIDENTALE VALORI CHE IL NAZISMO COMBATTE).

 

 

 

 

 

ANTISEMITISMO           NAZISMO              ELIMINAZIONE DI UN TERZO DELLA

                                                                           POLAZIONE EBARICA (SHOA)

 

                                          FASCISMO             DEPRIVITIZZAZIONE DEI DIRITTI

                                                                           CIVILI ED UMANI DEGLI EBREI

 

                                          COMUNISMO      INTEGRAZIONE FORZATA DEGLI EBREI

 

                                           ISLAMISMO        PROGETTO DI DISTRUZIONE  DELLO

                                                                          STATO DI ISRAELE ( ANTAGONISMO

                                                                         RELIGIOSO E ANTAGONISMO DEI

                                                                          VALORI CIVILI   ).

 

 

IL PERICOLO DI ANTISEMITISMO E TUTT ORA PRESENTE IN FORMA DI

OSTILITA PIU O MENO MANIFESTA VERSO LO STATO DI ISRAELE.

 

 

 

 

LA DITTATURA DI MUSSOLINI EBBE IL CONSENSO DEL RE SOLO COSI POTE INSTAURARSI ,MA L ACCESSO AL POTERE FU PREORDINATO DA DELITTI VERSO I PROPRI AVVERSARI CONTINUATESI DURANTE TUTTO IL PERIODO DEL FASCIO.

 

ASPETTI POLITICI       NAZIONALISMO  IMPERIALISMO

 

ASPETTI SOCIALI         ANTISEMITISMO  OSTRUZIONISMO

 

 

 

 

 

ALTRO DISCORSO PER LA DITTATURA DI STALIN CHE RISULTO UN ROVESCIAMENTO DEL PIANO LENINISTA , IN QUANTO L OPPRESSIONE

FU TOTALE VERSO NON SOLO I PROPRI AVVERSARI MA ANCHE VERSO I PROPRI SOSTENITORI SE SOSPETTI DI AVERE IDEE DIVERSE O DI PROFESSARE

RELIGIONI.

 

 

ASPETTI POLITICI              SUPREMAZIA DELL URSS VERSO LE ALTRE NAZIONI

 

 

ASPETTI SOCIALI        PIANIFICAZIONE ECONOMICA E INDROTTINAZIONE DEI

                                          PRINCIPI COMUNISTI.

 

DOCUMENTI

 

10 La Germania

dalla Repubblica di Weimar

alla costituzione del Terzo Reich

 

1. GlI Intellettuali tedeschi o il nazismo

H.     Kohn

 

 

Gli intellettuali tedeschi hanno una grossa responsabilità nell’aver precipi­tato il loro popolo nell’abisso. Scomparse tra il 1929 e il 1923 le figure più rappresentative della cultura tedesca, che avevano esortato i propri concittadini ad accettare la democrazia e la repubblica parlamentare ~ nonostante tutto, nono­stante la sua mediocrità e il suo carattere di imitazione ~, preoccupati com’erano di salvare l’eredità morale dell’Europa « prima che divenisse troppo tardi », il pubblico dei lettori tedeschi si gettò sugli scritti dei giovani scrittori ancora sconosciuti, quali Spengler, Moeller, Junger, che predicavano contro la civiltà occidentale, il liberalismo, l’umanitarismo, guardando dall’alto in basso l’Occi­dente « con lo stesso disprezzo più tardi manifestato dai capi nazisti », osten­tando aria di sufficienza nei confronti dello stesso Goethe, « terribilmente anti­quato, un fanatico della .f orma ». Gli intellettuali degli anni Trenta pretende-vano di essere gli interpreti genuini dello « spirito dei tempi ». Nella loro furia dissacratrice non risparmiarono neppure la loro cultura, la loro stessa ci­viltà. Anche Nietzsche, che più tardi sarebbe stato recuperato e adattato all’ideo­logia nazista, fu tra gli autori contestati. « Nietzsche aveva creduto nella libertà del­l’individuo  I suoi tardi sedicenti seguaci trovarono la massima realizzazione dell’individuo nel suo asservimento a una forza irrazionale «. La guerra perduta si sarebbe trasformata, a loro dire, in vittoria, se i Tedeschi si fossero resi conto di rappresentare lo « spirito dei tempi ». « Creando il Reich, i Tedeschi non agivano per se stessi, ma per l’Europa. f... I Il loro Reich era urgentemente necessario perché la civiltà occidentale aveva non elevato, bensì degradato l’umanità (“.1. L’ombra dell’Africa si proietta sull’Europa. ~ nostro compito fare da sentinella sulla soglia dei valori », scriveva il Moeller. Tali enunciazioni erano presentate come « la filosofia del nostro tempo », la « filosofia tedesca ».

il  Reich avrebbe dovuto essere ‘~ genuinamente socialista e antiliberale »; ma il socialismo tedesco non doveva avere nulla in comune col socialismo ottocentesco e marxista e con la lotta di classe internazionale. « Dove finisce il marxismo, li comincia il socialismo: un socialismo tedesco, la cui missione è quella di sop­piantare nella storia intelléttuale dell’umanità ogni specie di liberalismo » (Moel­ler). Solo quello tedesco è vero socialismo! «, scriveva Spengler nel 1919. « 11 vecchio spirito prussiano e il socialismo, benché oggi sembrino contrari - l’uno all’altro, sono in realtà tutt’uno ». Nell’ora della disfatta e dello sconforto era Questo l’appello che Spengler lanciava alla gioventù tedesca: e chiamo a raccolta coloro che hanno midollo nelle ossa e sangue nelle vene... Diventate uomini! Non vogliamo più discorsi sulla cultura, sulla cittadinanza mondiale, sulla mis­sione spirituale della Germania. Abbiamo bisogno di durezza, di ardito scetti­cismo, di una classe di dominatori socialisti. Ancora una volta: socialismo significa potenza, potenza, ancora e sempre potenza ». Il futuro, a dire di Spengler, apparteneva atte razze marziali per cui prediceva l’avvento di nuovi Cesari, che con le loro élites di guerrieri avrebbero spezzato La dittatura del denaro in­sieme con la sua arma politica, la democrazia. Da tali premesse derivava necessa­riamente l’esortazione alla guerra. La guerra è eternamente La più alta forma di esistenza umana, e gli Stati esistono per la guerra  E nell ‘ultimo suo libro Anni della decisione, Spengler scriveva « La lotta è il fatto fondamentale della vita, è la vita stessa ».

Le teorie proclamate da Spengler furono diffuse da Carl Schmitt, il più autorevole maestro di diritto pubblico in Germania, che introdusse una nuova concezione della politica, condannando la tradizionale arte di governo dell’Occi­dente,  ricercava le vie e i mezzi per superare l’istinto primitivo col nego­ziato paziente. col compromesso, con uno sforzo di reciprocità, soprattutto con l’osservanza di leggi universalmente vincolanti ». Contro il XIX secolo, inteso a perseguire queste arti (~ un secolo pieno d’illusione e frode »), lo Schmitt espresse la ferma convinzione che la guerra sia l’essenza di ogni cosa.

 

In poco più di un decennio gli in­tellettuali furono in grado di condurre il popolo tedesco nell’abisso. Non ci sa­rebbero riusciti se non fossero stati pre­ceduti da generazioni di preparazione, in cui germanofilismo e antioccidentali­sino erano divenuti sempre piò caratte­ristici del pensiero nazionale. NelI’ulti­mo stadio il nazionalismo tedesco respin­se non solo la civiltà occidentale, ma anche la validità della Vita civile. a Il nuovo nazionalismo a, ammonì Ernst Robert Curtius nel 1931, « vuole buttar via non solo il diciannovesimo secolo, attualmente tanto calunniato, bensì ad­dirittura tutte le tradizioni storiche a. I pensatori nazionalisti francesi — Char­les Mautras o Maurice Barrès — non si spinsero mai fino al punto di rivoltarsi contro la civiltà. In Germania gli anti-in­tellettuali non erano plebaglia, ma intel­lettuali di primo piano, uomini spesso di gusti raffinati.e di grande erudizione.

Mettendosi a considerare ogni cosa dall’angolo visuale tedesco essi si con­vinsero che la civiltà occidentale fosse dappertutto profondamente minata come in Germania. Partendo da osservazioni parziali arrivarono alle conclusioni piò estreme. Identificarono la situazione te­desca, com’era peraltro da essi interpre­tati, con quella dell’umanità, addirittura

con quella dell’universo. Gottfried Benn non dubitava che il periodo quaternario dell’evoluzione geologica Stesse approssi­mandosi alla fine, che l’homo sapiens stesse diventando sorpassato. Nessuna espressione fu tanto forte da riuscire a manifestare tutto l’odio nutrito per la civiltà occidentale, il liberalismo, l’uma­nitarismo. La filosofia di Martin Heideg­ger, la dottrina politica di Carl Schmitt, la teologia di Karl Barth contribuirono per parte loro a convincere gli intellet­tuali che l’umanità aveva raggiunto una svolta decisiva, una crisi senza prece­denti causata dal liberalismo. Questi in­tellettuali guardavano dall’alto in basso l’Occidente cori lo stesso disprezzo pit~ tardi manifestato dai capi nazisti. Allo stesso tempo si mostravano arrogante-mente sicuri che il pensiero tedesco, pro­prio per la sua consapevolezza della cri­si, fosse l’unico degno della nuova epoca storica.

Nell’introduzione alla quarta edizio­ne (1941) della sua Litteraturgeschichte der deutschen Stamme und Landschaf­ten (Storia della letteratura delle genti e delle regioni tedesche], Josef Nadler ar­rivò a scrivere due i tedeschi non erano mai stati prima così esclusivamente e appassionatamente un popolo di pensa­tori e di poeti come nei quarto di secolo dal 1914 al 1939, durante il quale ave­vano vissuto una esperienza che li aveva resi incomprensibili agli altri popoli. La sua stessa opera, egli sosteneva, dimo­strava che il popolo tedesco era chia­mato, in forza appunto dell’esperienza eccezionale a diventare il Treuhander, il fiduciario dell’intera comunità europea di nazioni. E cosi sia com’è, o non sia affatto (~ Und also mòge  wie es ist, oder es sull nicht sei)Nessuna meraviglia che Nadler non sapesse che farsene di Goethe, terribilmente anti­quato, un fanatico della forma, il che per lui equivaleva a un’assoluta steri­lità. [.1

La comprensione classica della tradi­zione, rosi viva in Goethe, fu perduta negli anni trenta in Germania come in Russia. L’arte divenne « popolare ~, “ nuova ,e ~‘ utilitaria »; la forma non contò più. Nadler si senti autorizzato a criticare Goethe perché « un uomo come lui non poteva trasformare un popolo «. Ora il popolo si stava trasformando a; perlomeno i suoi portavoce se ne vanta­vano. Un periodico molto stimato. Hoch­schule und Ausland dedicato al mante­nimento dei contatti fra le università te­desche e quelle straniere, nell’aprile del 1937 cambiò testata assumendo il nuovo nome di Geist der Zeit (Spirito dei tem­pi). Il suo editoriale dichiarò con appro­priata modestia: Non c’è alcuna nazio­ne in Europa, e non ce n’è mai stata una al di fuori della Grecia, in cui lo spirito è rosi vivo come nell’odierna Germa­nia a. Ma gli intellettuali tedeschi sba­gliavano scambiando il loro spirito dei tempi con l’effettivo spirito del tempo. Nella loro cieca antipatia per l’Occiden­te essi interpretavano erroneamente la Storia.

Àl di fuori del mondo universitario, Moeller van den Bruck, Spengler, Junger e il circolo della rivista Die Tat (azione)l furono in prima fila nel foggiare e nell’esprimere il clima d’opinioni preva­lente nella Repubblica di Weimar. Mal­grado tutte le loro differenze personali,

la posizione era fondamentalmente la stessa. Pur riconoscendo l’influenza di Nietzsche, essi se ne staccavano legando il futuro dell’uomo allo stato di potenza tedesco e alle virtù militari prussiane. Nietzsche aveva creduto nella libertà del­l’individuo insistendo so di essa in modo esagerato. I suoi tardi sedicenti seguaci trovarono la massima realizzazione del­l’individuo nei suo asservimento a una forza irrazionale. Spengler era convinto, come scrisse nel dicembre del 1917, nel­la prefazione alla prima edizione del suo magnum opus, De,- Untergang des Abendlandes (Il tramonto dell’Occiden­te; la usuale traduzione di Untetgang con declino è troppo inadeguata), di star scrivendo « la filosofia del nostro tem­po »~ Nella prefazione all’edizione rive­duta (dicembre 1922) egli senti il biso­gno di nominare ancora una volta gli uo­mini a cui doveva a praticamente tut­to », Goethe e Nietzsche. La pretesa di avere fra gli antenati questi due grandi era tipicamente tedesca. In realtà, Spengler non aveva alcuna affinità con Goe­the e svisava Nietzsche. Ma meno orgogliosamente del 1917, quando aveva pre­sentato la sua opera come “ la filosofia del nostro tempo “ questa volta la definì “una filosofia tedesca “. Una defini­zione su cui nessun critico trova a ridire; non si può infatti pensare che la filosofia spengleriana sia qualcosa più di una filo­sofia tedesca.

Moeller, Spengler e Jùnger riteneva­no che la guerra perduta si sarebbe tra­sformata in vittoria, se i tedeschi si fos­sero- resi conto di rappresentare lo spi­rito dei tempi. Moeller aveva iniziato la sua attività come critico letterario e principale traduttore tedesco di Dostoev­skij. La guerra- comunque -lo trasformò da uomo di cultura in pensatore politico. Nel Diritto dei popoli giovani, apparso all’inizio del -1919, egli chiedeva - che fosse riconosciuto il diritto all’espansio­ne delle giovani nazioni, che avevano idee nuove, mentre il decrepito Occiden­te non era altro che una continuazione del sorpassato diciottesimo secolo. Fra i popoli giovani era la Prussia che avreb­be assunto la funzione di guida.  Verrà il momento in cui tutti i popoli giovani, in cui tutti coloro che si sentono giovani, riconosceranno nella storia prussiana la pii” bella, la più nobile, la più virile sto­ria politica dei popoli europei .

NeI 1923, due anni prima di suici­darsi, Moeller pubblicò il suo libro più autorevole, Das Dritte Reich. Il titolo non può esser tradotto con « Terzo Im­pero ». Il Reich è nella sua essenza mol­to più di un impero. Ci sono più imperi, c’è un unico Reich. Il nazionalismo te­desco ti, scriveva Moeller, è un cam­pione del Reich finale: sempre ricco di promesse, mai concluso... C’è un unico Reich, come c’è un’unica Chiesa. Gli al­tri pretendenti al titolo non possono es­sere altro che uno stato, una comunità o una setta. Esiste solo Il Reich ti. Creando il Reich, i tedeschi non agivano per se stessi, ma per l’Europa. Il loro Reich era urgentemente necessario per­ché la civiltà occidentale aveva non ele­vato, bensì degradato l’umanità, ti Cir­condato dal mondo in sfacelo che è il mondo vittorioso di oggi, il tedesco cerca la sua salvezza. Cerca di preservare quei valori imperituri, che sono tali per propria natura. Cerca di assicurare la loro permanenza nel mondo riconqui­stando il rango ti cui hanno diritto i loro difensori. Allo stesso tempo combatte per la causa dell’Europa, per ogni in­fluenza europea che si irradia dalla Ger­mania in quanto centro dell’Europa... L’ombra dell’Africa si proietta sull’Eu­ropa. E nostro compito fare da sentinella sulla soglia dei valori “

Moeller definiva il Reich ti una vec­chia bella idea tedesca che risale al Me­dioevo, ed è associata all’attesa di un regno millenario ti. Esso sarebbe stato genuinamente socialista e antiliberale. Il terzo capitolo del libro portava come motto le significative parole “ Col libe­ralismo il popolo perisce “. Il sociali­smo tedesco non aveva nulla in comune

col materialismo storico marxista e con la lotta di classe internazionale. Era la solidarietà nazionale di un popolo sfrut­tato dalla plutocrazia straniera; era l’idea dell’altruismo al servizio del bene comu­ne anziché quella del perseguimento del profitto personale. ti Dove finisce il mar­xismo ti, scriveva Moeller, ti li comincia il socialismo: un socialismo tedesco, la cui missione è quella di soppiantare nel­la storia intellettuale dell’umanità ogni specie di liberalismo. Il socialismo tede­sco non è compito di un Terzo Reich. ~ piuttosto la sua base ti. Moeller accetta­va la rivoluzione antiliberale e antipluto­cratica di Lenin come un tipo di socia­lismo nazionale pericolosamente adatto alla Russia e ai dichiarava propenso a colla­borare con essa purché dirigesse la sua espansione verso l’Asia e ammettesse la legittimità della missione della Germa­nia nelle terre di confine russo-tedesche, [---1

Oswald Spengler in Preussen~um und Sozialismus [Prussianesimo e socia­lismo] (1919) fece un altro passo avan­ti: « Solo quello tedesco è vero sociali­smo! Il vecchio spirito prussiano e il socialismo, benché oggi sembrino con­trari l’uno all’altro, sono in realtà tutto uno. Questo libro relativamente bre­ve di Spengler rimase sconosciuto ai pubblico inglese, ma attrasse molti più lettori tedeschi dei due grossi volumi della sua opera principale. Le idee espo­ste in Preussenturn und Sozialiumus fu­rono, come egli stesso confessò, il nu­cleo (Kern) da cui si sviluppò tutta la sua filosofia. Il libro è basilare non solo per la conoscenza, dell’autore, ma anche per la conoscenza del periodo weimaria­no. Naturalmente Spengler contrappone­va i suoi prussiani socialisti agli indivi­dualisti inglesi attaccati al denaro, che facevano ognuno per conto proprio, mentre i primi erano legati l’uno all’al­tro. Quando gli inglesi lavoravano, lo facevano per smania di successo; i prus­siani lavoravano invece pèr amore del dovere da compiere. In Inghilterra era la ricchezza che Contava, in Prussia l’a­zione. Il socialismo marxista era profon­damente influenzato dalle idee inglesi.

Marx infatti, al pari degli inglesi, non ragionava dal punto di vista dello stato, bensì da quello della società. Per lui. come per gli inglesi, il lavoro era qualco­sa da comprare e vendere, una merce dell’economia di mercato, mentre per i prussiani ogni lavoro, da quello del più alto funzionario a quello del più umile manovale, era un dovere, compiuto come un servizio reso alla comunità. A detta dì Spengler, Federico Guglielmo I, il re­soldato prussiano del diciottesimo seco­lo, e non Marx, era stato a il primo so­cialista cosciente ,,. Soltanto la Prussia era uno stato reale, e quindi uno stato socialista. Qui, nel senso stretto del termine, non esistevano individui isolati, Chiunque viveva nell’ambito del siste­ma, che funzionava con la precisione di una buona macchina, faceva parte della macchina a.

Spenglcr andava a ritroso nella sto­ria per spiegare la differenza fra inglesi e prussiani; il Carattere inglese derivava dai saccheggiatori vichinghi, quello prus­siano dai devoti Cavalieri teutonici. Mal­grado lo storicismo, ora brillante, ora falso, gli scritti di Spcngler intendevano essere non distaccate opere di studio, bcnsì ljttérature engagée [letteratura im­pegnata]. Il suo Preussentum und So­zia!ismus era infatti un fervido appello alla gioventù tedesca, lanciato nell’ora della disfatta e dello sconforto. Nella nostra Iøtta a, egli scriveva nell’introdu­zione, a conto su quella parte della no­stra gioventù che sente profondamente, al di là di tutti gli oziosi discorsi quoti­diani, ..: l’invincibile forza che continua a marciare in avanti malgrado tutto, una gioventù.., romana nell’orgoglio di ser­vite, nella umiltà di comandare, prèoc­cupata di chiedere non diritti dagli al­tri, bensì doveri da se stessa, senza ec­cezione, senza distinzione, per realizzare il destino che sente nel suo intimo. In questa gioventù vive una tacita coscienza­

 che integra l’individuo nel tutto, nella nostra cosa più sacra e profonda, un pa­trimonio di secoli, che distingue noi fra tutti i popoli, noi, i più giovani, gli ultimi della nostra civiltà. A questa gio­ventù io mi rivolgo. Possa essa com­prendere quello che ora diventa il suo compito futuro. Possa essere fiera di aver l’onore di affrontarlo  -

L’appello di Spengler alla gioventù si faceva ancora più fervido alla fine del libro: « Chiamo a raccolta coloro che hanno midollo nelle ossa e sangue nelle vene.. Diventate uomini! Non vogliamo più discorsi sulla cultura, sulla cittadi­nanza mondiale, sulla missione spirituale della Germania. Abbiamo bisogno di du­rezza, di ardito scetticismo, di una classe di dominatori socialisti. Ancora una vol­ta: socialismo significa potenza, potenza, ancora e sempre potenza. La via verso la potenza è chiaramente segnata: i più valenti lavoratori tedeschi. devono unirsi ai migliori rappresentanti del vecchio spirito politico prussiano, gli uni e gli altri decisi a creare un stato rigidamente socialista, una democrazia nel senso prussiano, gli uni e gli altri legati da un comune senso del dovere, dalla coscien­za di un grande compito, dalla volontà di obbedire per dominare, di morire per vincere, dalla forza di compiere tremendi sacrifici per realizzare il nostro destino, per essere quel che siamo e quel che senza di noi non esisterebbe. Noi siamo socialisti. Noi non inténdiamo esser stati socialisti invano .

La filosofia spengleriana della storia era concisamente esposta in un brano  di Preussentum und Sozialismus:

« La guerra è eternamente la più alta forma di esistenza umana, e gli stati esi­stono per la guerra; essi manifestano la loro preparazione alla guerra. Anche se un’umanità stanca e smorta desiderasse rinunciare alla guerra, essa diventerebbe anziché il soggetto, l’oggetto della guer­ra per cui e con cui gli altri guerreggerebbero  “ Lo stesso tema veniva ripe­tuto nel secondo volume del Tramonto dell’Occidente, apparso nel 1922: « La vita è dura. Essa lascia una unica scelta, quella fra vittoria e sconfitta, non quella fra guerra e pace ». E nell’ultimo libro pubblicato, undici anni dopo, Anni  della decisione, egli affermava con ripetitività quasi hitleriana: La lotta è il fatto fon­damentale della vita, è la vita stessa. La noiosa processione di riformatori, capaci ci di lasciare come loro unico monu­mento montagne di carta stampata, è ora finita... La storia umana in un periodo di civiltà altamente evoluta è storia di potenze politiche. La forma di questa storia è la guerra. La pace è soltanto.. una continuazione della guerra con altri mezzi... Lo stato è l’essere in forma di un popolo, che è da esso costituito e rappresentato, per guerre attuali e pos­sibili a. Questa filosofia della storia ul­tra semplificata portava la priorità della politica estera su quella interna, tipica di Ranke, a un estremo palesemente as­surdo. Civiltà e religione, istituzioni e costituzioni, economia e benessere nazio­nale non contavano più, nella storia; non rimaneva che la politica estera, ridotta essa stessa alla guerra e alla preparazione della guerra. Le guerre non erano pio eccezioni o incidenti, erano il fatto cen­trale della vita e della storia, il loro si­gnificato e coronamento. La prima na­zione moderna che l’aveva compreso era, secondo Spengler, la Prussia, che su que­sta consapevolezza basava la sua pretesa di supremazia nella nuova età. « La Prussia a, egli scriveva, ~ è soprattutto priorità incondizionata della politica este­ra su quella interna, la cui sola funzione è quella di mantenere la nazione in for­ma per quel compito .]

Le teorie politiche proclamate da Spengler col tono di un veggente fu­rono esposte, in veste più erudita, da Carl Schmitt, professore di diritto inter­nazionale e costituzionale all’università di Bonn, per due decenni il più autore­vole maestro di diritto pubblico in Ger­mania. I suoi scritti, legati a quelli di Spengler, introdussero una nuova conce­zione della politica, che riceveva il suo significato non più  da quella che era con­siderata la vita normale della società,bensì da situazioni estreme. Il normale non tendeva più a controllare l’anorma­le

le. [...]

 

Questa esaltazione della vita sul di­ritto, delle necessità istintive sul con­trollo cosciente (nella terminologia spen­gleriana, del Dasein sul Wacbsein), fini­va in un’esistenza precaria sull’orlo del­l’abisso. CarI Schmitt basava la sua con­cezione della politica sull’inevitabile an­tagonismo fra amico e nemico, un anta­gonismo fondamentale quanto quello fra bene e male, o fra bello e brutto. I conflitti politici non erano quindi, a suo avviso, razionalmente o criticamente de­terminati e risolvibili; erano conflitti esi­stenziali, in cui l’esistenza stessa era in gioco .Il nemico è nel senso esistenziale ,

un altro,un estraneo,col quale in caso

estremo sono possibili conflitti in cui l’esistenza stessa è in gioco. Tali con­flitti non possono venir decisi con un ac­cordo generale precedentemente conclu­so, o col giudizio di una terza parte non interessata e quindi imparziale... L inimicizia è negazione esistenziale dell’esisten­za di un altro a.

La guerra era un momento importan­te della vita politica e della vita io ge­nere; I inevitabile relazione amico-nemi­co dominava ogni settore. « I punti culminanti della grande politica a, soste­neva Schmitt, a sono quelli in cui si discerne il nemico con estrema concreta chiarezza come nemico a. Questa teo­ria politica corrispondeva al presunto primordiale istinto combattivo dell’uo­mo che tendeva a considerare chiunque si (frapponesse all’appagamento dei suoi desideri come un avversario da toglier di mezzo. La tradizionale arte di governo dell’Occidente, invece, consisteva nel trovare le vie e i mezzi per superare l’i­stinto primitivo col negoziato paziente, col compromesso, con uno sforzo di re­ciprocità, soprattutto con l’osservanza di leggi universalmente vincolanti.

La totalitaria filosofia di guerra fu cosi riassunta da Schmitt: La guerra è l’essenza di ogni cosa. La natura della guerra totale determina la forma natu­rale dello stato totale ». Comprensibil­mente egli nutriva un profondo disprez­ZO per il diciannovesimo secolo, a un se­colo pieno d’illusione e frode a. Nel suo stato ideale di quest’epoca, ovviamente Immune da illusioni e frode, la vita nella sua interezza era subordinata al conflitto armato. In tale ordine d’idee Karl Ale­xander von Miiller, direttore della Historia che Zeitschrif i [Rivista storica],

l’organo ufficiale degli Storici tedeschi, concluse, nel numero di settembre del 1939, un editoriale sulla guerra con le parole: a In questa battaglia d’animi troviamo il settore delle trincee che è affidato alla scienza storica della Germa­nia. Essa monterà la guardia. La parola d’ordine è Stata data da Hegel: lo spi­rito dell’universo ha dato l’ordine di avanzare; tale ordine sarà ciecamente ob­bedito .

 

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31.       Mussolini nel giudizio di uno storico Inglese

D.   Mack Smith

 

Del « duce » sono indicati in queste pagine dello Smith i tratti più caratte­ristici: l’educazione ricevuta, anarchica più che socialista, l’amore per l’azione il­legale, per la rivoluzione qua! essa sia, la fede nell’azione per l’azione, la mu­tevolezza delle opinioni, l’opportunismo degli atteggiamenti, l’ostentato patriot­tismo che si risolve in amore di sé ~ il sostanziale ,prestigio degli altri, anche dei più stretti collaboratori, scelti per lo più tra persone inette. Un giudizio severo, che riflette la coscienza morale dello storico.

 

Benito Mussolini, nato nel 1883 a Predappio, in Romagn~, da un fabbro socialista, era di origine contadina più che borghese. Fu battezzato con quel nome in onore di Benito Juarez. il rivo­luzionario messicano che aveva fatto giu­stiziare nel 1867 l’imperatore Massimi­liano, così come suo fratello Arnaldo fu così chiamato in ricordo di Arnaldo da Brescia che si era un tempo messo alla testa di un movimento di rivolta dei. Ro­mani contro il Papato. La sua giovinezza fu troppo insignificante, perché siano ri­maste di lui molte testimonianze atten­dibili. Come Crispi anch’egli anticleri­cale, pure Mussolini fu educato in un seminario cattolico, tenuto dai Salesiani, finché non ne fu espulso per aver preso a coltellate un suo compagno. Ancora come Crispi l’educazione ricevuta ne fece un intellettuale spostato ed un ri­voluzionario. Nei 1901 prese il diploma di maestro elementare e da allora in poi fu - conosciuto tra i suoi amici socialisti come un « professore a, che tentava di suonare il violino e scriveva saggi sulla letteratura tedesca. Secondo alcune fon­ti, egli era incapace di mantenere la di­sciplina fra i suoi scolari.

In quei giorni Mussolini era contra­rio al servizio - militare e cosi nel 1902 emigrò in Svizzera per evitarlo. Qui fece i mestieri più diversi. Una volta fu arre­stato per accattonaggio nelle vie di Lo­sanna, e in seguito venne espulso da un Cantone dopo l’altro perché in possesso di un passaporto falso. La sua fede nel­l’azione illegale, che aveva appresa dagli anarchici e dai repubblicani della sua na­tia Romagna, venne ora raffinata e razio­nalizzata grazie alla lettura di Sorel e di Nietzsche’. ~ anche possibile, ma poco probabile, ch’egli abbia seguito a Lo­sanna le lezioni di Pareto e scoperto

così la teoria elaborata da quest’ultimo di una nuova élìte che stava sorgendo per soppiantare il decadente umanitari­smo della democrazia parlamentare. ]

Mussolini tornò in Italia nel 1904 e modificò i suoi principi (nè doveva es­sere questa l’ultima volta) fino al punto di prestar servizio militare,1 Abbracciò quindi quella ch’era sempre stata la sua vocazione originaria, il giornalismo, la­vorando nel contempo alacremente per il Partito Socialista come organizzatore locale. Fu segretario della Camera del lavoro di Trento cd in quei giorni com­batti accanitamente Battisti ed i nazio­nalisti. Date le sue pose successive da patriota, è utile ricordare che nel 1911 egli fu messo in prigione per aver con­dannato l’imperialismo italiano in Libia e definito il tricolore uno straccio da piantare su di un mucchio di letame. Fu piò di una volta io carcere come fomen­tatore di disordini. Tra il 1910 e il 1912 diresse una rivista pseudomarxista inti­tolata « Lotta di classe a e pubblicò un libro su Giovanni Huss, il veridico ~. Più tardi egli tentò saggiamente di nasconde­re tutte queste sue attività passate.

Nel 1912, in seguito alle lotte in­terne di partito, Mussolini, come diret­tore dell’a Avanti! a, divenne con Laz­zari una delle personalità più eminenti del socialismo italiano. Visto retrospet­tivamente, tuttavia, egli ci appare piò che come un socialista, il tipico prodotto della regione piò anarchica e rivoluzio­naria dell’Italia, il tirannello romagnolo, un piccolo despota rinascimentale in abiti moderni. Tra i socialisti egli pro-pendeva verso le dottrine di Babeuf e Blanqui dell’insurrezione violenta di una minoranza allo scopo d’instaurare un re-

-  gime autoritario. I suoi articoli rivelano un graduale abbandono della fede nella solidarietà di classe ed un crescente amo­re

 

per la rivoluzione in quanto tale, per il potere di per sé. In questa sua menta­liti egli doveva poco a poco esser rag­giunto da un gran numero di scontenti di vario genere di destra come di sini­stra.

Poche settimane dopo lo scoppio del­la guerra del ‘14 Mussolini cambiò bru­scamente e totalmente rotta e diventò, da neutralista ardente, ardente interventista

        forse indotto a ciò dal denaro france­se, ma anche e soprattutto dall’intuizione che la guerra sarebbe stata la strada mae­stra verso la rivoluzione. In cambio del suo voltafaccia ricevette i mezzi per fondare in proprio un nuovo giornale,  Il Popolo d’Italia , che portava sulla sua prima pagina una citazione tratta da Blanqui. Per la maggior parte della guer­ra continuò a fare il giornalista. VestI tuttavia per un certo periodo l’uniforme. raggiungendo come Hitler il grado di ca­porale, e l’esaltazione del suo eroismo divenne in seguito un elemento di pram­matica nelle sue biografie ufficiali. (.3

Il fascismo cominciò come un movi­mento milanese più che nazionale: nel marzo 1919 vari gruppi di fanatici mal-contenti si riunirono a Milano in piazza San Sepolcro. Essi restavano ancora in certo senso dei socialisti ed il loro pro­gramma è di notevole interesse alla luce dei successivi sviluppi del fascismo; esso includeva un cospicuo prelievo sui capi­tali, un’imposta dell’8O% sui profitti di guerra, la partecipazione degli operai al­l’amministrazione delle industrie, l’an­nessione della Dalmazia e la confisca dei beni ecclesiastici. Mussolini aveva invi­diato i bolscevichi e per un po’ s’imma­ginò di essere il Lenin d’Italia. Parlava ancora di espropriare gli sfruttatori e del­l’occupazione delle fabbriche come pri­mo passo verso la rivoluzione sociale. Ma nelle elezioni generali di novembre egli scoperse che questo programma ave­va scarsa forza d’attrazione e nessuna concreta possibilità futuro. Non un solo fascista riuscì a farsi eleggere (Musso. lini stesso aveva già fatto fiasco nelle

elezioni del 1913) ed a Milano il movi­mento ottenne meno di quattromila voti contro i 170 000 dei socialisti. [.1

Fu soltanto quando le elezioni del 1919 dimostrarono la follia di voler far concorrenza ai socialisti ufficiali per l’ap­poggio della classe lavoratrice che Mus­solini rivelò la sua vera natura di op­portunista e incominciò a spostarsi verso il campo conservatore. La sua unica coe­renza consistette nell’uso della violenza per la conquista del potere, e le agita­zioni agrarie in Emilia e nella pianura padana in genere gli diedero l’occasione per scatenare una guerra civile contro quei socialisti che nel 1915 lo avevano espulso dal partito per sconfiggerlo poi nelle elezioni del 1919. Il banditismo venne in primo piano una volta che la sconfitta elettorale fece di Mussolini il nemico non solo del socialismo, ma del­lo stesso regime parlamentare, che mi­nacciava di eclissano.

 

Il motto di Mussolini ha sempre ra­gione » faceva bella mostra di sé sui muri esterni delle case in tutta Italia e, a forza di essere ripetuto, venne creduto

        alcuni devoti a lo facevano persino stampare sulla loro carta da lettere. Ma le sue opinioni erano incoerenti oltre che vacue. Egli predicò di volta in volta

per poi rinnegarli — il socialismo, l’anticlericalismo, il repubblicanesimo l’anti imperialismo ed il pacifismo, e non bisognerebbe scordare tra l’altro le sue prediche dell’aprile 1919 contro le dit­tature di qualsiasi specie. Ora proclama­va di essere l’antitesi assoluta della democrazia, ora di esserne la piè perfetta espressione. La sua unica fede costante era nell’azione per l’azione, mentre della coerenza non si preoccupava affatto, di modo che idee ed opinioni avevano per lui ben poca importanza, non essendo altro che meri strumenti tattici per gua­dagnarsi di volta in volta l’alleanza del­la Chiesa, dei conservatori o dei sinda­calisti. Il patriottismo significava poco per lui, e, a giudicare da come abusò

degli Italiani, egli li disprezzava anche piè di quanto disprezzasse l’umanità in generale, Esaltò l’Italia solo nei limiti in cui la gloria di questa serviva alla sua. e non esitò a consegnare il suo paese ai Tedeschi ed agli orrori della guerra ci­vile quando esso minacciò di non servire piè a questo scopo.

Mussolini si lasciava influenzare fa­cilmente, ed i suoi luogotenenti scopri­rono ben presto la sua irritante abitudine di dar sempre ragione all’ultima persone con cui avesse parlato. Ma forse nessuno ebbe su di lui un’influenza continua flno~ a quando la famiglia Petacci non riuscì a dominarlo durante la sua precoce senilità Non aveva nessun rispetto per le persone e si sentiva ben poco attaccato ai suoi stretti collaboratori di un tempo. In effetti, disprezzava l’amicizia. Si van­tò con Senise’ di non aver mai avuto un amico in tutta la sua vita, e ben po­che persone vennero invitate a fargli visita e villa Torlonia. La verità è che, e parte la sua splendida tecnica nelle interviste, non brillava mai quando si trovava a trattare con singoli individui, mentre amava le folle e si sentiva esal­tato quando parlava loro. Era altrettanto insicuro di sé in privato quanto diveniva aggressivo in pubblico per domi­nare appunto tale senso d’insicurezza.

Mussolini aveva cura di rivendicare a sé il credito di qualsiasi successo, non soltanto per vanità, ma anche allo scopo di impedire si suoi luogotenenti di di­ventare popolari e poter quindi liberarsi dall’ossequio servile nei suoi confronti. Per la stessa ragione li scoraggiava dal prendere qualsiasi audace iniziativa po­litica. In cambio, consentiva loro di pa­voneggiarsi in belle uniformi e di am­massare cospicue fortune a spese del po­polo italiano, che di conseguenze era governato e sfruttato dalla feccia della nazione. Se Mussolini però tentava sem­pre di monopolizzare e proprio vantag­gi Carmine Senise, capo della polizia dal

1940 al 1943 e poi ancora sotto il governo Badoglio.i successi conseguiti, trovava anche sempre modo di riversare sugli altri la colpa degli insuccessi, e raggiunse forse il pi6 alto e fatale grado di illusione, convincendosi sinceramente di non poter sbagliare. Questo divorzio fra potete e senso di responsabilità fu disastroso e consenti per esempio a Mussolini di en­trare in questa senza rendersi conto ap­pieno dèllo stato di totale impreparazione.  dell’Italia. Tale era la premeditata concentrazione di ogni potere nella sua persona, che soltanto su di lui potev1 ri­cadere il biasimo per i risultati. Nel 1926 Mussolini ricopriva personalmente le cariche di Presidente del consiglio, mi­nistro degli esteri, ministro dell’interno, ministro delle corporazioni, ministro di tutt’e tre le forze armate, e comandante in capo della milizia. In alcuni periodi fu anche ministro delle colonie e dei la­vori pubblici. Memore del Codice Na­poleone. volle pure imprimere il suo sigillo da dilettante sui nuovi codici che vennero promulgati durante il suo pe­riodo di governo.

Si trattava di una cosa assurda, dato che nessuno avrebbe potuto attendere a tanti incarichi, ed il potere si frantumò così nella più grande confusione possi­

bile, tra una giungla di sottosegretari, gerarchi e  ras  che venivano sostituiti frequentemente e• che avevano di rado il empo per introdurre una riforma qualsiasi o l’autorità necessaria a con­durre una politica eccellente su un campo abbastanza vasto. Era necessaria l’auto­rizzazione personale del dittatore affin­ché la polizia potesse indossare l’unifor­me estiva, ma le questioni politiche ve­ramente importanti erano trascurate, e nel 1939 Mussolini, pur essendo mini­stro della guerra, confessò a Bottai di essere stato del tutto all’oscuro del fatto che l’artiglieria, che l’esercito aveva in dotazione, era ancora quella che risaliva alla guerra mondiale. Instancabilmente egli affondò la testa nella sabbia come gli struzzi, o per ignoranza o per negli­genza, o forse ancora per paura sincera di fronte alla responsabilità di dover prendere delle decisioni politiche; e sfor­tunatamente non poté mai sopportare la presenza di un vice-duce che sopperisse alle sue deficienze.

 

 

24.  La tecnica del potere. L’organizzazione del consenso

R.          De Felice

 

Mussolini ebbe la rara capacità di accattivarsi le masse, di entusiasmarle, di mobilitarne le energie. Il  discorso del balcone (quello di Palazzo Venezia) « era il momento culminante, il momento dell’entusiasmo, il momento dell’imme­desimazione delle masse con il capo ». « Duce, tu sei tutti noi «, era lo slogan che si leggeva scritto sui muri delle città e dei paesi di tutta l’Italia. Ma se quello era il momento culminante, l’organizzazione del consenso si esercitava sistematicamente, quotidianamente, a mezzo della stampa, del cinema, della radio, per non parlare della scuola. Un posto decisivo nell’organizzazione del consenso avevano anche

i  sindacati, il cosiddetti dopolavoro e tutta una serie di iniziative di tipo sociale, sportivo, ricreativo. Si voleva che le masse divenissero partecipi di un processo rivoluzionario, che doveva incidere anche sui costume, per cui, ad

esempio, fu imposto l’uso del voi » al posto del lei «. Una volta creata la « comunità morale « tra gli Italiani, non ci sarebbe stato più bisogno di coerci­zioni e il regime sarebbe diventato pienamente legittimo.

 

D.  Abbiamo parlato del consenso; fascista; abbiamo parlato delle eventuali abbiamo parlato della forza del regime prospettive che avrebbe avuto dopo la

morte di Mussolini; non abbiamo però parlato, finora, della tecnica del po­tere del fascismo in quanto regime di massa né tu ne hai  ancora parlato nel­la tua biografia di Mussolini

In questo periodo di revival fascista. mi sembra che questo argomento sia di­ventato abbastanza attuale Secondo te, che importanza aveva questa tecnica? Era importante nella creazione del con­senso attorno al regime. o era semplice­mente una forma di opera buffa di spet­tacolo all’italiana?

 

 

R.    No, non credo che si possa par­lare di opera buffa Indubbiamente c’è in tutto questo aspetto della tecnica del potere fascista, specie per la parte che riguarda Mussolini, una concezione ben precisa delle masse, delle folle, che il duce  ha ereditato da Sorel e. princi­palmente, da Le Bon, e che cerca di at­tuare. Mussolini era convinto che la fun­zione carismatica del suo potere si do­vesse esprimere attraverso questa forma di contatto con il popolo. di dialogo con il popolo: insomma il capo dà la pa­rola d’ordine, entusiasma, mobilita le energie attorno ad essa. E. il concetto classico di funzione carismatica. Direi, comunque, che questo non era il punto massimo della tecnica del potere fasci­sta.

A mio avviso il punto massimo era rappresentato dal controllo sugli stru­menti di informazione di massa, Il « di­scorso di Mussolini « era il momento culminante, il momento dell’entusiasmo, il momento dell’immedesimazione delle masse con il capo — almeno così lui avrebbe voluto che fosse, e lo fu, in­dubbiamente, in qualche circostanza. Pe­rò questo non era che uno degli aspetti del sistema  Il discorso di fondo deve svilupparsi sul controllo esercitato dal fascismo su tutte le forme di informa­zione, quindi sull’enorme importanza che assunsero non solo i tradizionali stru­menti di informazione — la stampa, ecc.

—, ma ancor più, direi, il cinema, la radio, che sono i veri veicoli dell’infor­mazione di massa. A questo va aggiunto. è chiaro, il grosso discorso sulla scuola, in tutti i suoi ordini: dalla scuola ele­mentare all università. ~ tutto un mosai­co. non si può perciò privilegiare una tessera sulle altre: anche se il fascismo avesse ottenuto i successi più clamorosi attraverso un certo tipo di azione per­sonale di Mussolini — il discorso dal balcone. eec.—. il consenso non si spiegherebbe se non tenendo conto dell’in­tero mosaico.

La politica fascista di massa diventava il fulcro del sistema fascista — nel cui quadro rio posto decisivo avevano anche i sindacati, il dopolavoro [...] e tutta una serie di iniziative di tipo so­ciale, sportive, ricreative ecc. — perché per il fascismo il consenso e la parteci­pazione al regime dovevano essere attivi, non passivi. Per il fascismo, in altre pa­role, occorreva che le masse si sentissero integrate nel regime, che si sentissero mobilitate, sia perché stavano in rapporto diretto con il capo carismatico, sia perché partecipi di un processo rivolu­zionario. Questo processo rivoluzionario avrebbe dovuto creare una nuova comu­nità in Italia, una comunità sentita come una comunità morale, con propri ideali, propri modelli di comportamento (ad esempio l uso del « voi al posto del « lei » ed altri simili costumi) e proprie gerarchie. Come tu hai detto, la creazio­ne di questa comunità spettava alle nuo­ve generazioni, ma è estremamente im­portante, a mio avviso, mettere bene in rilievo che solo così il regime sarebbe potuto diventare un potere legittimo, senza più bisogno di ricorrere alla coer­cizione pèr affermare la propria autorità. Inoltre. se il fascismo fosse riuscito a creare la desiderata « comunità morale », il suo potere politico sarebbe diventato sempre più autonomo e, via via, preva­lente rispetto a quello Im gran parte economico) sempre saldamente in mano ai fiancheggiato

A.   Hitler

 

Uno dei punti basilari della ideologia nazista (che non si ritrova nel fascismo italiano, almeno fino all 938) l idea della purezza della razza. Fra le razze che popolano la Terra esiste una ferrea gerarchtai: vi sono razze supe­riori, cui spetta comandare, e razze inferiori, cui. speiiø. ubbidire. Lo Stato tede­sco deve perciò tutelare gli eh-menti primordiali della razza, impedendone la contaminazione e la corruzione. Si giustificano cosi, a11a luce di questa aberrante dottrina, le misure adottate dal - Terzo Reich al fine di preservare il corpo ~ sacro » della nazione tedesca da ogni contaminazione impura, respingendo ai margini della vita associata i non ariani, in specie Ebrei e zingari. ai quali si la espresso divieto di unirsi in matrimonio coi Tedeschi ed anche di avere con essi rapporti extra-matrimoniali Lo Stato dovrà anche « mie In n~odo che solo chi à sano possa procreare », giacché scandaloso mettere al  mondo bambini quando si ammalati o difettosi. Per questa via si giunse. ella Sterilizzazione forzata, alla quale furono sotto posti non solo gli individui deformi e comunque giudicati imperfetti, ma anche i nemici del regime, in primo luogo i comunisti~ che fu­rono dichiarati antisociali.

18. Marx visto da uno storico liberale inglese ‘11~TL. Fisher

 

Prima di chiudere questa sezione antologica sul socialismo e su Marx ci sembra giusto far Conoscere il giudizio che su Marx e più  in generale sul marxismo hanno dato gli storici di tendenza liberale, perché non manchi la voce di chi ha dissentito dai presupposti teoretici e dall’azione politica dispiegata dal padre del socialismo scientifico. A questo fine presentiamo le pagine che il Fisher ha dedicato a Marx nella sua Storia d’Europa.

Se lo storico inglese sembra subire la suggestione della figura di Marx, acco­gliendo la rappresentazione che dei suoi Caratteri fisici e spirituali ha dato Hyndam, ne respinge poi totalmente la dottrina « dell’odio di classe mondiale e dell’ateismo sistematico ~, casi difforme  dallo spirito animatore del sec. XIX, che si compendia nei principi di nazionalità e di libertà. La sua fortuna, a detta del Fisher, gli derivò dall’essersi fatto profeta della rivoluzione: « Questo visionario ebreo ebbe l’abilità di persuadere gl’intellettuali del proletariato [.. I che l’ora del trionfo era immi­nente ». Ma il corso degli eventi doveva smentire le sue orgogliose previsioni sulla unità dei lavoratori ai quali aveva rivolto l’appello (~Proletari di tutto il mondo, unitevi! «I: / Prima internazionale, fallita la Seconda, fallita la Terza. « Le rivalità nazionali si dimostrarono più forti degli interessi di classe, i sentimenti patriottici e locali più vivi della devozione di un gruppo economico «. Difronte alla fortuna avuta dal marxismo nei paesi del continente, in Italia, in Francia e soprattutto in Russia ( ... più il .paese era arrétrato, più  decisiva vi si mostrava l’efficacia del pensatore rivoluzionario »)~ il Fisher rileva orgogliosamente che l’Inghilterra, che pure fu « teatro principale delle sue fatiche «, non accolse il suo verbo, ma si incamminò per via autonoma, verso un tipo di socialismo che si conciliava con l’ordine borghese; mentre liberali e conservatori seppero, da parte loro, recepire le istanze sociali degli operai inglesi e togliere al sistema molti dei suoi difetti. il socialismo inglese trovò di fatto espressione nell’associazione fon­data a Londra nel 1883 da alcuni pensatori socialisti, la Fabian Society, che si proposero di far trionfare l’idea socialista con una lenta, tenace propaganda, con mezzi puramente educativi estranei alla violenza. « Mentre la stella rossa di Marx splendeva fioca e lontana tra le nebbie inglesi, gli attivi Iabiani t... I impressero pid volte il loro pensiero nelle pagine del libro degli Statuti inglesi «. La Fabian Society contribuì  potentemente alla fondazione del partito laburista britannico (1900), che riportò nelle elezioni politiche del 1906 il suo primo successo.

(da H. A. L. FI5HER, Sto,i~ d’Europa, III, Laterza, Bari,                                                                                                                                                                                                                            

G.  E. Zinovev

 

Le dottrine di Lenin si innestano sul tronco di quelle di ~ « Marx ed Engels hanno riassunto l’esperienza dei moti sociali in Francia, in Inghilterra e in Germania. Il leninismo, scaturita dalla dottrina di Marx, ha combattuto le deformazioni del marxismo ad opera dei sacialdemocratici dell’Europa occidentale ~ Ma il merito di Lenin non consista solo nell’aver difeso l’ortodossia marxista dalle deviazioni di Bernstein e di Kautsky. Egli ha anche analizzato gli avvenimenti pizi importanti del periodo storico « nuovo », quello dell’imperialismo, facendo entrare nuovi elementi nella teoria del marxismo, dandoci « una concezione chiara e completa delle con­traddizioni essenziali e delle leggi fondamentali dell’epoca imperialista ». « Senza Lenin, non c’è più oggi marxismo (... 1. Marx senza Lenin non è già pit~ Marx intero; Marx pit~ Lenin, ecco oggi tutto il marxismo ». Il leninismo d’altronde opera in un campo più vasto rispetto a quello in cui ha operato il marxismo. « Esso. trascina nella sua orbita paesi come la Russia, l’America, il Giappone, l’india, la Cina », ai quali, dobbiamo oggi aggiungere l’Africa.

Altro fattore importantissimo che segna la differenza tra il marxismo e il leninismo consiste nel fatto che Lenin ha ~ scoperto i contadini », la loro funzione come alleati del proletariato nella rivoluzione, non solo per quanto riguarda la Russia, ma anche « a livello internazionale ~. « Soltanto il proletariato urbano in­dustriale I...) può liberare le masse lavoratrici delle campagne dal giogo del capitale e delta grande proprietà fondiaria (...). D’altra parte gli operai industriali non po­tranno assolvere la loro missione storica mondiale, la liberazione dell’umanità dal giogo del capitalismo e dalle guerre, se si chiuderanno nella difesa dei loro ristretti interessi corporativt ».

Gregorij Evsevici~ Zinov’ev fu, fino dal 1903. uno dei principali collaboratori di Lenin ed ebbe parte importante nell’organizzazione del partito bolscevico. Nel 1918 fu eletto presidente del Komintern. In seguito al progressivo• affermarsi di Stalin al potere venne a trovarsi sempre pia al margine del partito, fino ad essere esiliato sotto l’accusa di attività controrivoluzionaria (1935). Nel 1936 restò vit­tima, insieme ad altri esponenti della vecchia guardia rivoluzionaria, della grande « purga » staliniana.

 

E incontestabile che il leninismo non può essere contrapposto al marxismo. Le­nin è stato il discepolo più  importante di Marx. Fuori dal marxismo, non vi è leni­nismo. Il leninismo ha arricchito il mar­xismo dell’esperienza delle tre rivoluzio­ni russe’ e dei diversi moti rivoluziona­ri scoppiati dopo l’inizio del XX secolo. Esso ha arricchito la teoria generale del marxismo attraverso l’approfondimento dei seguenti problemi:

1) la teoria dell’imperialismo;

2) le condizioni e i modi per realizza­re la dittatura del proletariato; la tattica del proletariato nell’epoca delle guerre imperialistiche e della rivoluzione mon­diale;

4) l’importanza, per la rivoluzione mondiale, della questione nazionale in ge­nerale, e dei movimenti nazionali nei pae­si coloniali e semicoloniali in particolare;

5) il ruolo del partito;

6) il ruolo dello Stato proletario nel periodo transitorio;

7).   il regime sovietico come forma Concreta di Stato proletario in questo

periodo.

Marx ed Engels hanno riassunto l’esperienza dei moti sociali in Francia, in Inghilterra e in Germania. Il lenini­smo, scaturito dalla dottrina di Marx, ha

combattuto le deformazioni del marxi­smo ad opera dei socialdemocratici del­l’Europa occidentale (lotta di Lenin con­tro l’opportunismo in generale e contro il kautskismo in particolare). Nello stes­so tempo, applicando il metodo di Marx, esso ha fatto il bilancio dell’esperienza dei grandi moti rivoluzionari del Medio ed Estremo Oriente: anzi  tutto in Rus­sia, poi in Cina, nelle Indie, ecc.

Il marxismo, come è stato detto, ha tre fonti: la filosofia classica tedesca, l’e­conomia politica classica inglese e il socia­lismo francese. Marx non si è acconten­tato, nella sua teoria, di combinare mec­canicamente questi tre elementi; li ha rifusi per farne una concezione monoli­tica.

Davanti a Lenin non stava un com­pito identico. Egli resta solidamente sul terreno della dottrina di Marx ed Engels. Nelle sue ricerche teoriche e nella sua at­tivit~ pratica, prende come unico punto di partenza il materialismo storico e le teorie economiche di Marx. Lenin ha ela­borato la strategia e la tattica della lotta di classe del proletariato, nell’epoca . del­l’imperialismo, applicando integralmente i] marxismo.

Ma Lenin va ancora pi6 in là di Marx. Egli analizza gli avvenimenti piti importanti del periodo storico nuovo e

La prima del gennaio 1905, la ~ fa così entrare nuovi elementi nella teoria ­del febbraio 1917, 18 terza dell’ottobre 1917. tu del marxismo. ~ per questo motivo che il leninismo ci mostra un’applicazio­ne del metodo dialettico a un livello fi­nora Sconosciuto; ci dà una concezione chiara e completa delle contraddizioni es­senziali e delle leggi fondam~ntali del­l’epoca imperialista; risolve i problemi primordiali che discendono dalle caratte­ristiche tipiche di quest’epoca. Per questo motivo, nel nostro tempo, per essere un marxista rivoluzionario, è indispensabile essere leninista. E..-]

In Lenin non c’è nulla, o quasi nul­la, che non possa essere « dedotto » dal marxismo. In questo senso Lenin si è ri­velato tante volte come l’allievo di Marx. Not~c’è Lenin senza Marx. Tuttavia, non possiamo più oggi parlare di marxismo senza Lenin. Le prime « parti integran­ti » del marxismo sono personificate prin­cipalmente da Marx, così come le nuove « parti integranti » lo sono soprattutto da Lenin. Senza Lenin; non c’è più oggi marxismo, così come non ce n’è più senza lo Stesso Marx. Marx senza Lenin non è già più Marx intero; Marx più Lenin, ec­co oggi tutto il marxismo [-..].

Il  leninismo, lo ripetiamo, discende per intero dal marxismo. Per questo mo­tivo, si può oggi affermare a ragione che il marxismo si è arricchito e trasformato in marxismo del periodo leninista. Marx ed Engels sono stati i precursori della rivoluzione proletaria; Lenin ne è il capo e il dirigente. In altre parole, la rivoluzione  proletaria è passata, nell’epoca di Le­nin, dal campo delle previsioni e della preparazione lontana, al periodo della realizzazione. Questo periodo ha recato molte cose nuove che, nonostante il loro genio, Marx ed Engels non potevano prevedere. Basta indicare i tre punti se­guenti: funzione del partito, importan­za dei contadini come alleati del proleta­riato durante la rivoluzione e importanza dei movimenti di liberazione nazionale per la rivoluzione proletaria. Non sareb­be possibile negare che, in questi tre campi, il leninismo ha completato a tal punto il marxismo che, senza tale com­pletamento, non esiste, nell’epoca attua-

le, marxismo possibile. Il leninismo  che si fonda totalmente sul marxismo opera su una scala geografica maggiore, dato che vive e agisce in una diversa epoca storica. Esso trascina nella sua orbita pae­si come la Russia, l’America, il Giappo­ne, I India, la Cina.

~ particolarmente importante com­prendere quanto il leninismo ha recato di nuovo nella questione contadina.

La concezione leninista della funzione dei contadini come possibili alleati del proletariato nella rivoluzione è una delle parti più importanti del leninismo. Si può affermare, entro certi limiti, che Lenin ha « scoperto » i contadini.

Si tratta, beninteso, solo di una par­te del leninismo; ma, nel periodo attua­le, è una parte d’importanza talora deci­siva [...].

 

Nella questione contadina, il bolsce­vismo, grazie a Lenin, ha saputo diventa­re internazionale. La grandezza di Lenin non consiste soltanto nel fatto che egli ha saputo applicare giustamente le idee di Marx ed Engels per definire la tattica del proletariato in un paese agrario (cioè in Russia); essa viene anche dal contributo nuovo da lui dato a livello internaziona­le alla questione agraria. Le tesi attuali dell’Internazionale comunista su questa questione sono state definite per intero da Lenin [..].

Rammentiamo il contenuto essenziale di questo documento, uno dei più im­portanti del leninismo.

« Soltanto il proletariato urbano indu­striale, diretto dal partito comunista, può liberare le masse lavoratrici delle cam­pagne dal giogo del capitale e della gran­de proprietà fondiaria, dalla rovina eco­nomica e dalle guerre imperialiste, sem­pre inevitabili finché perdura il regime capitalistico... D’altra parte gli operai in­dustriali non potranno assolvere la loro missione storica mondiale, la liberazione dell’umanità dal giogo del capitale e delle guerre, se si rinchiuderanno nella difesa dei loro ristretti interessi corporativi e di categoria e si limiteranno egoisticamente a preoccuparsi e a darsi da fare per mi­gliorare la loro situazione, che è talvolta abbastanza piccolo-borghese ».

Lenin prende la questione agraria a livello mondiale. La classe fondamentale è il proletariato; viene quindi la classe contadina. La classe contadina compren­de ceti diversi.

La massa dei contadini lavoratori che sono sfruttati e che il proletariato deve condurre alla lotta, o almeno guadagnare alla propria causa, è rappresentata in tut­ti i paesi capitalisti dai dati seguenti:

« In primo luogo, il proletariato agri­colo, i salariati...; in secondo luogo, i se­miproletari o contadini parcellari che si guadagnano i mezzi di sussistenza in par­te con il lavoro salariato nelle aziende Ca­pitalistiche agricole e industriali, e in par­te con la coltivazione di un appezzamento di terra di loro proprietà o preso in afflt­to~.; in terzo luogo, i piccoli contadini, cioè i piccoli coltìvatori che hanno in pro­prietà o in affitto dei piccoli appezzamenti dai quali ritraggono di che soddisfare i bisogni della loro famiglia e della loro azienda senza ricorrere alla mano d’opera salariata ».

In questo documento fondamentale, Lenin non considera solo la Russia conta­dina o un paese determinato; egli dimo­stra che, nel mondo intero, tre ceti prin­cipali della popolazione rurale devono es­sere conquistati alla causa del proletaria­to. Si tratta di un apporto notevole alla teoria e alla tattica del marxismo. partito del proletariato rivolu­zionario, il partito dei bolscevichi ».

Da questo solo esempio, si vede come

sia oggi assolutamente impossibile par­lare di marxismo senza tener conto delle idee di Lenin.

Vi fu un tempo nel quale il bolscevi­smo fu un fenomeno quasi esclusivamen­te russo. Ma, essendo nato in seno al mo­vimento operaio russo, esso si trasformò rapidamente in teoria e pratica del movi­mento operaio di tutti i paesi e della ri­voluzione proletaria internazionale. Se si getta uno sguardo retrospettivo sul bol­scevismo del primo periodo, si constata che, già allora, esso ha detto molte cose nuove di portata internazionale ]. -

Nelle condizioni dell’attuale epoca ri­voluzionaria, acquista una particolare im­portanza quella parte del leninismo che si può definire teoria delle forze motrici della rivoluzione. ~ in questo senso che si può convenzionalmente definire il leni­nismo anzitutto come la teoria delle for­ze motrici della rivoluzione proletaria mondiale. Più in breve, si può dire che il leninismo è la teoria e la pratica della ri­voluzione mondiale, già cominciata, della quale le forze principali sono: 1) il pro­letariato, 2) i tre ceti principali della popolazione rurale nel mondo intero, 3) le nazioni oppresse. Inoltre, occorre te­ner conto del fatto che la questione del­le nazioni oppresse e del loro moto di liberazione è per la massima parte una questione contadina.

 

(da G. E. ZINOV’EV, Il leninismo, in AANV, La rivoluzione permanente~~ e il socialismo

in un paese solo, Editori Riuniti, Roma,

 

 

 

                                       PRESENTAZIONE MODULO DI STORIA INTERDISCIPLINARE

Questo modulo è stato formulato in base a obiettivi specifici.  Comprende una sezione che riguarda la scuola media nella quale è stato svolto durante l’anno scolastico 2000-2001 nella classe 3 h della Scuola media statale di  Cesenatico di viale Carducci.,ed una sezione che riguarda la scuola superiore proposto  per una classe quinta  di liceo—classico o scientifico.   Gli obiettivi iniziali che hanno portato alla formulazione di detto modulo sono emersi dalla situazione della classe, nella quale si presentavano comportamenti antisociali  su base di pregiudizio. Dalla natura psicologica del pregiudizio, ossia la paura dell’altro, del diverso, è iniziato il nostro lavoro. Innanzitutto la distinzione della paura da emozione a assunzione mentale e quindi non generalizzabile per poi passare alla paura sociale il pregiudizio ,sono state le fasi  preliminari.Essendo fonte di diverse realtà storiche ed odierne, inerenti al programma di       storia,abbiamo analizzato  il pregiudizio ,che dette una svolta tragica  ,assumendo base ideologica e politica tali da sconvolgere l’intero continente europeo ed extra europeo.Il pregiudizio verso l’ebreo era diventato odio ,distruzione,eliminazione fino a coinvolgere chiunque l’avesse difeso (anche se ben sappiamo che tale odio è millenario)                La paura dell’altro è la mancata conoscenza dell’altro.Ci siamo così addentrati nel problema,riscontrando ancora oggi che tale pregiudizio, tale odio sussiste.Per una maggiore comprensione, si è cercato di trasferire il problema dal sociale-storico al personale-vissuto,alla realtà di ciascun alunno, dove era più difficile instaurare il rispetto verso se stesso ,verso gli altri,verso gli adulti.      La lettura di testi,completata dal confronto di documenti ,di leggi ,di riflessioni sulla democrazia reale rispetto alla dittatura. E' stato ideato per le superiori  per l’importanza di fare comprendere sia sul piano ideologico che didattico,ciò che spinge l’individuo e poi la collettività ad agire in un certo senso.Dove la politica non resta nelle azioni del governo ,ma tali azioni penetrano nelle vite dei cittadini ,tolgono libertà ed ancor peggio sospingono i cittadini ad agire in modo conforme al potere instaruato.                                                                                           

Dr.ssa  Laura Lanchbery