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Resistere alla demonizzazione del mercato
di Stefano Magni


Il babau del libero mercato ritorna fuori ad ogni crisi. Non fa eccezione la crisi del mercato statunitense del giugno-luglio 2002. All'unanimità, analisti economici e moralisti puntano il dito contro la “voglia di facile guadagno” degli investitori, mentre i politici annunciano una stagione di nuova regolamentazione. Il senatore conservatore John McCain, sempre in prima linea nelle crociate moraliste, propone addirittura di nominare d'autorità nuovi manager che non siano azionisti dell'azienda che amministrano e che non abbiano interessi nella sua conduzione.
C'è qualcosa di molto curioso in tutto questo: la grande crisi della Borsa di New York è incominciata dopo le promesse di Bush per una maggiore regolamentazione e non prima. Dopo che i consigli di amministrazione si sono visti pendere addosso la minaccia di continui controlli federali sulla contabilità delle loro aziende, dopo che il Congresso e il Presidente hanno incominciato a suonare le campane di una vasta epurazione di manager e amministratori, solo allora gli investitori hanno incominciato ad esprimere una sfiducia generale e da lì è nata la crisi attuale. La logica di questa catena di disgrazie è facilmente intuibile per chi ha l'abitudine di ragionare nei termini del sano egoismo individuale: finché si è liberi di amministrare i propri soldi e si è liberi di rischiare ogni volta di perderli, lì si ha la maggior efficienza possibile. Lavorare sottostando a regole che impongono di fare l'interesse altrui o addirittura amministrare un'azienda di cui si è completamente estranei, è il miglior modo per spendere e sperperare i soldi e gli interessi altrui. Questo gli investitori lo hanno capito perfettamente: hanno capito che il manager del futuro, promesso da Bush, ancora più slegato dalla sua azienda, ancora più vincolato da regole federali “disinteressate”, ancora più vicino alla figura del funzionario di Stato irresponsabile che non dell'imprenditore che rischia di tasca sua, è più un danno che un vantaggio. E la risposta è tipica degli investitori sfiduciati: scappare.
Anche se si arriva alle radici della crisi attuale, ai motivi che hanno indotto l'amministrazione Bush e una pletora di esperti, tecnici e analisti, a esprimere questi pareri suicidi, cioè ai casi Enron e Worldcom, si può vedere come il problema sia sempre lo stesso. Perché gli investitori sono rimasti all'oscuro delle frodi che si consumavano sui loro risparmi? Perché manager incompetenti non sono stati sostituiti? Semplice: la legge lo proibisce. I manager attuali sono già sufficientemente distaccati dall'azienda che amministrano per potersi permettere troppa disinformazione nei confronti degli azionisti: si trovano in questa posizione di irresponsabilità per le leggi in vigore, volte proprio a garantire una “imparzialità” statalista nella gestione delle grandi aziende. Perché le attuali leggi in vigore negli Stati Uniti, promulgate dagli anni '30 in avanti, proibiscono ai grandi azionisti, anche i più competenti nel campo, come le banche, i fondi di investimento, i fondi pensione, di partecipare all'amministrazione dell'azienda. In genere, nella legislazione attuale, l'azionista non deve permettersi di ficcare il naso nell'amministrazione della società in cui investe e soprattutto non ha il potere fondamentale di licenziare e sostituire i manager che risultano troppo incompetenti per gestire al meglio i suoi interessi. E' l'irresponsabilità che si viene a creare in seguito a questa legislazione statale, la vera causa degli scandali Enron e Worldcom e dell'attuale crisi di Wall Street. Non l'”ingordigia” degli investitori!
La morale, comunque, è sempre quella: gli statalisti sbagliano e fanno il danno, poi danno la colpa a chi il danno lo subisce realmente, per poter continuare a sbagliare e fare danni con la coscienza pulita e il consenso del popolo.


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