CRITICA LETTERARIA: VITTORIO ALFIERI

 

Luigi De Bellis

 
 
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IL LINGUAGGIO ALFIERIANO DELLA "VITA"

di  LUIGI  RUSSO



La Vita è caratterizzata da un'accesa attualità di rappresentazione, cui dà rilievo in modo particolare il linguaggio e lo stile dello scrittore,. che giungono alla vera.e propria creazione di vocaboli e alla sforzatura violenta degli usuali significati delle parole. Il linguaggio delle tragedie e delle rime rimane pur sempre linguaggio poetico tradizionale, sia pure con una maggiore energia espressiva, mentre nella prosa della Vita l'intento polemico-oratorio si esprime con accenti nuovi e con una vera e propria forza inventiva. Ma tale capacità inventiva è di natura essenzialmente morale, nasce cioè da un atteggiamento oratorio e non da un'autentica esigenza poetica, come fu per Dante. Tuttavia nella Vita, accanto agli squarci oratori e polemici, vanno anche individuati momenti di più raccolta malinconia, di tristezza e solitudine. In ogni caso, però, qualunque accento assuma la prosa dell'Alfieri, essa è sempre dominata e ordinata da una vigile disciplina letteraria.

Come arte di questa Vita, c'è da dire che essa, in ogni momento, esclusa la seconda parte dell'Epoca quarta, è un racconto di una accesa attualità: l'ora, il giorno, l'anno, non vi esistono come tempo cronologico, ma la narrazione è condotta sempre come sì trattasse di tempo presente. Il vecchio presente storico degli scrittori latini, che veniva fuori nei momenti di enfasi epica, è il verbo dissimulato e ideale di tutta la sintassi narrativa dell'Alfieri. Il passato è sempre attualmente vivo, nel momento in cui egli scrive.
A cotesta attualità di rappresentazione dà rincalzo e rilievo lo stesso vocabolario dello scrittore, che non ha nulla di trito e di passivo; ogni parola pare nuova di conio, o esce come arroventata da una fornace in cui tutto il vecchio sia stato calato e colato e fuso. E i critici hanno giustamente parlato di alfierismi. L'Alfieri, il prosatore e lo scrittore di satire, è un violento creatore di vocaboli, e talvolta anche un peccatore contro natura, che farebbe scandalizzare e allibire i grammatici e gli etimologi, poiché egli spesso sforza e perverte i significati delle sue parole. Ciò che dà il senso quasi di una creazione solitaria é tempestosa, all'origine stessa della civiltà letteraria. E questo stesso si accorda con quella natura aborigena dell'uomo e del poeta, di cui si diceva avanti: aborigena, ci si permetta di alfiereggiare un poco anche a noi, non nel senso razzistico o territoriale, ma in quell'altro mitologico o metaforico, come di uomo che non ha altri dietro di sé, che non conosce antenati, che non è immigrato ma autoctono, un generato originariamente in quel mondo e in quella nuvola di idee e di fantasmi, che sono la sua vita, il suo dialogo d'azione e il suo teatro.
«A voler esser brevissimo - scrive egli in una lettera al Calsabigi del 6 settembre 1783 - cosa indispensabile nella tragedia, e che sola genera l'energia, non si può esserlo che usando modi contratti, che oscuri non sono a chi sa le proprietà di questa divina lingua, ma possono ben parerlo alla lettura per chi non le sa». Lo scrittore non deve mai essere, egli aggiunse, lasso e triviale, e, a dire il vero, tale è l'indole della lingua nostra, « da non mai temere in lei la durezza, bensí molto la fluidità troppa per cui le parole sdrucciolano di penna a chi scrive, di bocca a chi recita, e, con la stessa facilità, dagli orecchi di chi ascolta ». Sono osservazioni queste che l'Alfieri viene facendo a proposito del linguaggio poetico delle sue tragedie, e che si sarebbe tratti ad estendere alla lingua più prosastica della Vita e delle Satire; ma bisogna pur nettamente distinguere sulla maniera alfieriana della tragedia e dei sonetti, e sugli alfierismi veri e propri della poesia e della satira. Il linguaggio delle tragedie e delle Rime, quelle d'amore e della sua solitudine morale, è il linguaggio poetico tradizionale, e il nuovo lì sta nei modi contratti ed energici, mentre gli alfierismi sono l'invenzione é lo sfogo di un bisogno polemíco-oratorio, più che lirico, dello scrittore.
Per cotestí alfierismi, lo scrittore settecentista, inventore violento, e mai sguaiato, di molti modi di dire, si direbbe che avesse un po' della tempra dantesca, quasi per affini necessità storiche: il trecentista creava una lingua, formando ed esemplando il genio dei vari dialetti italiani e del suo fiorentino parlato sulla sintassi del latino e delle lingue provenzale e francese, già avviate nel loro sviluppo letterario; e il settecentista, che sopravviene dopo la barbarie riflessa degli artifizí vacui e sterili del Seicento e delle languidezze e fiacchezze del Settecento, per energia nativa e violenza agonistica di temperamento creerebbe anche lui nuovi modi sul genio di una lingua erculea o drammatizzata come in un vivacissimo e difficoltoso colloquio. Ma il ravvicinamento storico con Dante contiene una verità soltanto apparente, e alla fine risulta illusoria e ingannevole la predicata affinità tra i due poeti: l'Alfieri, prosatore o satirico, scrive una nuova lingua morale, non una nuova lingua poetica. Egli è un polemista e un oratore, e non un lirico; sicché la lingua di lui è ben lontana dal suggerire quell'impressione di pacatezza divina che avvertiamo nel fremito della lingua dantesca, che è quella, nelle stesse parti satiriche o sarcastiche, di un poeta: Sicché resta soltanto una metafora la maniera dantesca dell'Alfieri creatore di un nuovo vocabolario, come soltanto per metafora si dice che nell'Alfieri vi è qualcosa di michelangiolesco per lo sforzo dà lui durato nel tirocinio linguistico e metrico: se Michelangelo è il poeta dello sforzo violento e incompiuto. Si parli pure di sforzo michelangiolesco, ma è uno sforzo quello dell'astigiano talvolta leggermente calcolato. L'Alfieri ebbe qualcosa di troppo umano e sociale nella sua violenza creatrice, essendo egli sempre un po' preoccupato delle impressioni della platea: abbandonandosi a quegli stravolgimenti bizzarri e iperbolici di parole dotte e auliche o di quelle correnti dell'uso quotidiano, si avverte sempre, tra gli interstizi, un sorriso del pervertitore e violentatore estetico. Ciò che è una forma di discrezione e di buon gusto, e di indulgente modestia di uomo tra gli uomini. Lì il superuomo rinnega se stesso, e si apparenta al volgo letterato e ha una certa soggezionaccia dei barbassori dell'università, come egli chiamava i suoi pedanti.
È noto poi che l'ambizione sua fu quella di scrivere una prosa e una lingua toscana, tanto che egli soffrì sempre per un fantasticata incompiuta disciplina di toscanesimo linguistico.
Tutto questo si ricorda per dire che l'originalità artistica della Vita è assai complessa: da un lato c'è la suggestione oratoria degli squarci polemici, che sono la civetteria tragica ed eroica dell'uomo, e dall'altra ci sono i motivi di poesia più ingenua, come quei tratti in cui egli esplora le zone ombrose della sua anima germinale di uomo amoroso e malinconico, o espande il gusto delle corse pazze, del movimento e della velocità, o esalta la sua protervia di volitivo come una forma di uggia, o infine canta la tristezza della sua solitudine selvaggia di nomade europeo. Ma anche là dove prevale il prosatore violento, l'oratore bizzarro, il polemista fantasioso, dobbiamo riconoscere un'alta disciplina letteraria nello scrittore. Tutta l'opera dell'Alfieri, e anche il sue, vivere, tumultuoso ed anarchico nella materia, furono sempre agonisticamente frenati nella forma.

2000 © Luigi De Bellis - letteratura@tin.it  - Collaborazione tecnica Iolanda Baccarini - iolda@virgilio.it