Saperi di Puglia
di Onofrio Romano

Le “puglie” sono in genere gli stati di abbandoni e di miserie nere. Anche le anarchie dei disordini. “Andarsene alla puglia” è sinonimo di assoluta rovina. Forse per questo i francesi hanno pouillais (pugliesi) e pouilleux (pidocchiosi): bisticcio involontario. Nel settentrione puglie sono le fiches del poker.

Enrico Panunzio


Tira brutta aria per i partigiani del ritorno ai luoghi. E per essi non c’è innocenza. Non dico dei localisti da touring, gli spacciatori di pizzica-pizzica la cui auge convola a nozze con lo spizzico, inteso come franchising. Dico di quelli buoni, in cerca d’autonomia e d’aderenze allo storico-sociale, al luogo-luogo della soggettività proto-agonista messa a realtà. La prima minaccia, per i nostri, sta negli effetti collaterali della barbarie globalista, la quale sfoltendo a tabula rasa le acquisizioni vertebrali del moderno, stimola rigurgiti neo-universalisti – come se non ne fossimo già stati il bastante ulcerati – prontamente eruttati dagli spettri à la negrienne contr’ogni presunto essenzialismo geo-identitario ed euforicamente calzati da moltitudini no-loghe in debito di loghi. L’ideologia no-logo è anche, al fondo, no-luogo. La seconda è una minaccia auto-confezionata. Sta nei progetti-cavallidiTroia in cui essi stessi incartano il luogo: giacimento antropologico “qu’il faut faire sortir de l’ombre”, da valorizzare a oltranza, gremito di genti passivizzate da inorgoglire, mettere in rete, attivare all’autoregolazione, all’autorganizzazione, …all’autoschiavizzazione (sempre preservando, per carità, il contentino anti-produttivista, ad usum Pipernum). Si ha da entrare intonsi nella Storia, farsi Soggettività poietante e prendere finalmente parola (vox), la propria. Come se questa traiettoria fosse altro dall’inimica modernizzazione e non, com’è chiarissimo, il suo esatto nocciolo.
Hanno in comune, universalisti e particolaristi di ritorno, una concezione sostantiva del genio di luogo, che atterrisce i primi ed esalta i secondi: sentimenti fuori bersaglio, poiché affrancandosi dal vizio universalista di derubricare tutto il territoriato alla voce “altro” si scopre – ed è sistematico, questo sì – che il soggetto lococentrico è de-identitarizzato, è una forza di sottrazione, non di accumulazione.
Hanno in comune, i due approcci, una tessitura prolegomena all’immersione nei luoghi, artigianata nel non-luogo del discorso moderno: peccato d’origine che ipoteca qualsiasi chance di visione, per via delle aspirazioni inconsulte contenute nei neutri(alizzanti) concetti adoperati per l’approssimazione. Diciamola a taglio di coltello: come si fa a reclamare autonomia per chi fa dell’eteronomia il proprio specifico istitutivo? Come si può pretendere allo status di soggetti di pensiero quando si è rosi dal tarlo del depensamento?
Si prenda, ad esempio, la Puglia. I misurini dell’analisi eco-sociologica non possono dirci molto sul suo cargo immaginario, sul sapere – o modus conoscitivo – messo in campo da questo territorio policentrico. I fenomeni visionari è possibile captarli solo dialogando (son dialoghi tra sordi, s’intende) con le sibille della visione. Nella fattispecie: Bene, Panunzio, Salvatore. Tre migranti, tre operatori della sottrazione sguinzagliati come roditori nei meandri della Grande Società. Sta qui la prima sorpresa: il sapere-puglia (scientemente senza il “di” a preposizione, che implicherebbe inesistenti referenziali cosali) non risiede nel tacco (non necessariamente, almeno), non sta rintanato negli scoverchi delle magioni levantine, ma si propaga dentro il cuore stesso della cultura d’Occidente, ne attraversa i pori, ne invade la linfa. Senza peraltro aggiungerne di nuova: il discorso-puglia è carta assorbente più (+) pasta abrasiva adoperate al lieto fine di far degorgare il vortice di vuoto e caos infagottato nelle sostanze discorsive moderno-occidentali. E’ per tale via che i tre (un uomo di teatro, un uomo di lettere, un uomo di canzone) sono riusciti nel miracolo di non confezionare alcun prodotto culturale, di non alienarsi mai in opere (sottraendosi così ai bagordi dei filologi – o, meglio, traendoli in inganno). La Storia, accumulatrice di progressi, non li avrà. Dimoreranno in eterno nel limbo dei “minori” (il quale – Deleuze docet – non corrisponde a una riserva di marginalità, ma a un’orbita indecifrabile ai codici maggioritari).
Che la Puglia tutta sia la terra dell’impossibile auto-rappresentazione lo ha dimostrato magistralmente Matteo Salvatore all’alba della sua carriera di chansonnier. Rispedito nella Daunia dal regista Pasquale de Santis, armato di registratore, a caccia di fantomatiche “canzoni popolari”, se ne torna a nastri vuoti: i frequentatori di cantine cui somministra il microfono non gli restituiscono nemmeno uno straccio di nenia di puglia-puglia che sia uno. Si oscilla dagl’inni degli alpini a ‘O sole mio. La Puglia è a corto di canzoni. Non avendo alcuna intenzione di rinunciare alla grana accordata, Salvatore quelle canzoni se le inventa, arrabatta ricordi, strofe e accordi, le stampa su nastro e le spaccia a De Santis per patrimonio dell’autentica tradizione pugliese. E’ in questa narrazione originaria che sta tutto il senso della produzione artistica di Salvatore: una truffa, una mera, colossale truffa. La Grande Società richiede manufatti, prodotti tangibili, reperti dal mondo magico? E Salvatore glieli confeziona all’impronta, poiché la sua unica, vera aspirazione è spendere e spandere senza lavorare (nel senso della dépense batailliana o del consumo-gaspillage-consunzione di Baudrillard). Per questo, chi si ostina nell’esegesi delle canzoni di Salvatore (facendone all’occorrenza il paladino degli oppressi o l’erede di una grande tradizione etno-musicale) si rende solo ridicolo. Il genio di Salvatore è altrove ed è incomunicabile. Lo sarebbe stato, genio, anche se avesse scelto la carriera di elettrauto. Ma noi moderni abbiamo bisogno di opere, di cose, d’identità manifeste singolari e collettive. Mentre il genio di Salvatore è tutto nella phoné (puro significante sonoro) contrapposto alla vox (gravame di sostanze comunicative). Salvatore è l’unico che sappia cantare addormentato: i suoi concerti sono esperienze mistiche in quanto vi si sperimenta la sparizione dalla scena. Ci si chiede, inquieti, come la sua voce possa slittare senza scarti dalle alture del falsetto femminile (il sibilo della “nonna generalizzata”) a cavernosità maschili ineguagliabili. Non c’entra nulla né la dote né la tecnica vocale (mai appresa). Salvatore è semplicemente posseduto, in trance: apre bocca e gli fuoriesce un’intera comunità (maledetta? irrepertoriabile, piuttosto), si fa puro medium, indifferente al messaggio (canzone) e definitivamente affrancato da se stesso. (Egli) è cantato, mai cantante.
Sulla medesima pratica, Carmelo Bene avviluppa un’intera poetica teatrale. La sua macchina attoriale è scagliata contro le produzioni del teatro di rappresentazione. Per farne teatro dell’assenza. Il depensamento rode e svuota le elaborazioni testuali del teatro classico, ne amputa i personaggi, de-soggettivizzandoli. Nessuna “avanguardia”, nessuna nuova scena, si tratta solo della riduzione alchemica dell’azione – sequenza di frammenti intestati e messi a senso - all’atto – bagliore senza attore e senza costrutto. Una delle vie è, per paradosso, l’amplificazione, che permette di dare alla vox un’estensione tale da condurla a evaporare in phoné. L’eroe beniano, par excellence, è Giuseppe Desa da Copertino, il santo che vola: l’idiota assonnato portato in cielo dalle sue visioni. Desa è soggetto, nel senso etimologico, assoggettato al vortice eteronomo del divino sociale, che lo emenda dal pensiero e dalla coscienza di sé.
E’ quello che succede a Enrico Panunzio, l’idiota celeste, come ama definirsi. Le sue carte apofatiche sono scarti di lavorazione degli stati di abbagliamento perpetuo, in cui il pensiero si arrende all’invasione della visione: l’apofasia, appunto. Il luogo di elezione per questa esperienza d’idiozia sacrale e nullifica è il Pulo, fotografia del vuoto cui corrispondono le nostre radici. C’è chi fa del Pulo una teca di miti originari da preservare, c’è chi ne ha valorizzato il solo giacimento di salnitro (“minerale progressista”): Panunzio ne fa dimora di vacanze dell’anima, di naufragi conoscitivi in cui disciogliere i triangoli del sapere universalista, a evocazione delle messe a fuoco (mise au feu) operate dai popoli pugliesi in tumulto contro le gendarmerie della Storia.
L’abbagliamento, tuttavia, non deve giustificare abbagli circa la traiettoria percorsa dai tre. Non si tratta di nichilismo, di vocazione al nulla per il nulla. La lettura deleuziana di Bene, ad esempio, è del tutto asfittica: vuole intrappolarlo ad ogni costo nella logica del divenire, vale a dire una modernità al quadrato, che ne sposa il movimento dimenticando punti di partenza e di arrivo. Bene e gli altri non stanno dentro questo movimento: la loro missione è disvelare il fondo inorganico che ci costituisce. La perdurance comunitaria-eteronoma dalla quale è illusorio scartare. La reversibilità cogente in ogni slancio positivo. Il doppio, l’altro che ci abita. Lo stesso smontaggio dell’azione non mira all’inattività, ma a far sgorgare l’inazione in essa contenuta, mostrarle il vuoto su cui poggia e per questa via arricchirla d’inedita complessità. Si tratta in realtà di una procedura produttiva, che lascia emergere il puro spirito delle cose defilandole dalle armature della rappresentazione e dell’identità. Gli “idioti terrestri” che sparano sulla possibilità di un pensiero meridiano non arrivano a comprendere che esso non è altro che una pratica perpetua di spaesamento (altro che “aria di paese”), vocazione all’andirivieni tra se stessi e l’altro.
Il sapere-puglia di Bene, Panunzio, Salvatore, è dunque – altro che nulla - confidenza con l’eterno e con il sacro.

gennaio - aprile 2004