Brigate Rosse e intellettuali
di Nicola Massimo De Feo

Questo testo, finora inedito, è stato composto da Nicola Massimo De Feo alla fine degli Anni Novanta e costituisce una profonda riflessione sulla strategia delle BR e dei movimenti di massa nel nostro Paese.
Nicola Massimo de Feo (1939-2002) ha insegnato Filosofia Morale all’Università di Bari, si è occupato di Nietzsche, Heidegger, Marx, Sombart, Bakunin, Necaev, Dostoevskij, Plättner. Fra le sue ultime opere vogliamo ricordare La ragione sovversiva. Appropriazione e irrazionalismo in Weber, Sombart, Marx (Graphis, Bari 2000).


Il rapporto delle Brigate Rosse con gli intellettuali non riguarda soltanto la propaganda, l’influenza o il consenso di studenti, professori, giornalisti che aderirono o simpatizzarono in vario modo col partito armato, allontanandosene o avversandolo nella sconfitta e nella repressione statale, ambiguità propria dell’intellettuale borghese separato, che vive in modo passivo ed emotivo, quasi sempre subalterno, il rapporto con i poteri della società. Questo rapporto segna dall’interno tutto il percorso storico, nascita, sviluppo, composizione politica e fine delle Brigate Rosse che furono e restano l’emergenza tragica e terroristica dell’intellettuale separato, borghese e operaio nello stesso tempo che dentro la crisi e la guerra civile capitalistica, il ’68, i grandi movimenti di massa, esalta in modo ipertrofico la coscienza operaia di classe, nella forma della ideologia politica del comunismo di partito.
L’ideologia tardo-leninista e neo-stalinista del partito-stato di classe ripropone la dittatura del proletariato come ultima tragica forma politica della coscienza universalistica della intellettualità occidentale. Un progetto che proietta nell’aperta guerra civile di classe un’idea di Lenin del 1905, per cui l’operaio rivoluzionario diventa “intellettuale” assumendo il punto di vista della “totalità”, divenendo soggetto della liberazione universale della classe e di tutta la società, unico valore in grado di contrapporsi e di vincere la crisi capitalistica. Una rivoluzione intellettuale o dell’intelligenza oppressa e sfruttata entro cui le Brigate Rosse tentarono di canalizzare i molteplici flussi sovversivi che partivano dalla rivoluzione culturale apertasi col ‘68.
Le Brigate Rosse ebbero la pretesa e speranza di guidare le lotte sociali contro la ristrutturazione capitalistica degli anni ’70, opponendosi alla distruzione dell’operaio massa e all’impoverimento proletario, senza tuttavia riuscire a comprendere e a vedere le nuove forme dell’antagonismo sociale, le nuove figure e soggetti di classe proletaria e le nuove forme di lotta emergenti dentro e contro la crisi capitalistica.
Chiuse nella separatezza, totalitaria e clandestina, dell’intellettuale “giacobino”, le Brigate Rosse si avvitarono sempre più nella reazione omicida e suicida di una coscienza ideologizzata, isolata e astratta dai nuovi movimenti e soggetti sociali – femministe, ambientalisti, antimilitaristi, antinucleari, animalisti – che in vario modo nascono dentro e contro la Deregulation capitalistica. Diventa inevitabile che questa coscienza “enorme”, nell’intreccio insolubile di violenza, repressione e vendette, produca una follia omicida e suicida che travolge figure eminenti della cultura istituzionale e del giornalismo (Bachelet, Casalegno, Tobagi e altri) e una grossa schiera di combattenti del movimento, oltre non poche figure simboliche del potere statale.
Nello stesso tempo è significativo che la cultura istituzionale e lo Stato, giornalisti, partiti che più hanno subito la violenza delle Brigate Rosse, abbiano risposto e rispondono ancora oggi ad essa non solo con la reazione ovvia della violenza del sistema (l’annientamento fisico e psichico della repressione militare e del carcere) ma anche con una criminalizzazione ideologica che porta, tra i suoi effetti, a riconoscere le Brigate Rosse come unico e fondamentale soggetto politico, ovviamente criminale e fallimentare, della rivoluzione sociale e della sua inevitabile degenerazione terroristica.
Giornalisti e televisione, sociologi e scrittori, politologi e registi, soffocano l’opinione pubblica di inchieste, servizi, romanzi, interviste, film tesi ad esorcizzare la reale e ineliminabile sovversione sociale del sistema, riducendola al tragico percorso ideologico delle Brigate Rosse. Essi dimenticano e nascondono le più complesse e diverse radici di una sovversività più profonda, radicata nel tessuto sociale e individuale emersa con la rivoluzione culturale del ’68. Questa sovversività non ha più o rifiuta consapevolmente le cadute ideologiche e per questo, per la cultura di stato, non ha diritto di esistenza.
Questa sovversività, negli anni ’70, è stata la base sotterranea ma anche apparente da cui sono nate anche le Brigate Rosse, che invano hanno tentato di canalizzare nell’ideologia del partito armato, riuscendo solo a fornire alibi e strumenti di repressione agli apparati di stato e ai loro intellettuali.
Questa sovversità comprende un movimento ed un flusso di forme e di caratteri diversi, contraddittori, non lineari.
Anche l’esperienza carceraria e postcarceraria di molti militanti delle Brigate Rosse, pentiti, dissociati, irriducibili, ecc. può trovare un linguaggio nuovo, un modo d’essere della memoria e dell’intelligenza individuale e di classe che apre nuovi orizzonti di comunicazione per tutta la società.

gennaio - aprile 2004