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Poi c'è Charles Bokowski


La grande letteratura del 900 (a metà prezzo)



L'Attizzatoio di Wittgenstein

Conoscete la mia maniacale passione per la letteratura, in particolare quella italiana ed americana del '900. Intendiamoci subito: non le operette da quattro soldi dei narratori a contratto, delle grandi saghe, intendo proprio la lettera alta, quella che si cita nelle scuole, quella che resta nel tempo. Così vi parlerò oggi di uno dei miei preferiti, uno di quei romanzieri che hanno fatto la storia della letteratura e che, con sommo dispiacere per tutti coloro che amano i grandi, oggi si trovano sempre più di rado.

Per darvi un inquadramento, per descrivere il grandissimo di questa puntata, vi basti sapere dove tengo il suo testo più celebre nella mia vastisima raccolta. Intanto è posto nella mensola più in alto delle due (che si sviluppa ognuna per ben 4 metri lineari, prondità una spanna per i testi più consistenti, ma forse ve l'ho già raccontato...) verso la metà, ed è in ottima compagnia. Si trova infatti subito dopo la raccolta di Stefano Benni (li ho tutti, da "Bar Sport" a "La compagnia dei celestini" passandro per "L'ultima lacrima"), tra "Si fa presto a dire pirla" di Paolo Rossi ed "E' già mercoledì e io no" di Alessandro Bergonzoni (nella prossima puntata vi spiegherò perché ho comprato questo testo e perché non valga la pena - certe volte - di farsi infinocchiare da un titolo). Subito dopo ci sarebbe, di Arthur Schopenhauer, "L'arte di ottenere ragione", edizioni Adelphi che non è che c'entri molto col tema di codesto settore, ma era della misura giusta e del colore esatto per finire il bellezza prima della staffa che regge il mensolone.

Dio solo sa quanto avrebbe bisogno, la lettura contemporanea, di un altro Charles Bukowski e di altre "Storia di ordinaria follia": un testo che consiglio a tutti, ricco di passione, una grande metafora della vita raccontata da un personaggio tutto d'un pezzo. La vita come un romanzo, forse più di un romanzo. Sprazzi di quotidianità raccontati con toni delicati ma incisivi, come il toccante "Una calibro 9 per pagare l'affitto" o"Violenza carnale", "Ho ucciso un uomo a Reno" e "Gli stupidi cristi". E tanti quadri di quell'America, puritana e laboriosa, che tutti noi abbiamo sempre sognato ed amato come "Sei pollici", "25 barboni cenciosi", "Una macchina da fottere" e "Una sirena scopareccia". Certo, alcune volte si estrania dal contesto della vita di ogni giorno per cercare di analizzare più a fondo la realtà, di leggerne i segni - come dicono oggigiorno i sociologhi - e ci lascia, con poche pennellate, la sua personale visione ed interpretazione di quell'America: "Una sorcia bianca", "Fica a stufo" e "Altra storia di cavalli" sono forse i tra racconti più meditativi, di intellettualistici.

Non ci sono più romanzieri con Bukowski, ora stan tutti lì a tirarsi delle gran pippe sottogamba, a immaginare catselli in aria, due di due, tre di tre, ma Charles no, non è mai stato così, l'ispirazione l'ha sempre trovata nella sua intensa vita: le scommesse all'ippodromo, le sbronze, un uccello senza pace e senza posa. Non per niente le più grandi antologie così puntualmente lo sintetizzano: "Charles Bukowski: forse un genio, forse un barbone".

Spiritum