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Camillino, si comincia a star stretti!

 

Il Loglio, gennaio 2002



L'Attizzatoio di Wittgenstein

Da oggi il sito de il Loglio ospita il suo secondo weblog, quello di Cristiano. Il primo è curato dall'autore del presente articolo, che risulterà di conseguenza del tutto di parte, anzi bipartisan: sì, di ambedue le parti, ostile e spocchioso allo stesso tempo.
Qualche mese fa, c'è stato un momento in cui tutti i giornali maggiori dell'Occidente internettizzato (quelli che non hanno il rude icastico coraggio del topless in terza pagina) si sono messi a scrivere di cosa è un weblog. Anche il Loglio. Ma voi meschini, ottenebrati dalla fuffa e da cattiva stampa, non è detto che ne abbiate letto, quindi procedo a un nuovo tentativo (che non è mica facile, a parole).
Un weblog è un sito internet, intanto.
Un sito internet personale in cui il curatore fa violenza alla sua naturale tendenza intimista a pubblicare le foto della gita domenicale (o della cresima del figlio, del funerale della suocera, del rovente amplesso in autoscatto con la collega maiala in un motel dell'hinterland) e tiene una via di mezzo tra un diario (che se lo sa il divorzista della moglie son dolori) e una rassegna stampa. Così, detto mescolando il grano al loglio.
Ogni giorno, o ogni qualche giorno, egli pubblica sul suo sito considerazioni, racconti e commenti, mescolati a links che rimandano alle cose che sta considerando, raccontando e commentando: generalmente si tratta di Error 404. Detto questo, i blogs (che è weblogs, abbreviato, ma c'è chi li chiama b-log e c'è chi dice pure che questa mia mania del plurale angloassassone in "s" è veramente irritante, ecco) possono essere molto diversi e ognuno si fa il suo come vuole. Vi serve che vi spieghi anche il primo Emendamento ?
I due criteri inevitabili perché un semplice sito personale si definisca un weblog sono: (uno)la continuità e la frequenza degli aggiornamenti, (due) la presenza essenziale di links a pagine di altri siti, (tre) il cazzeggio con gli amici e la faida coi nemici. Un Loglio dei Logli commentato (scusate la pubblicità al giornalaccio, ma la pagnotta innanzitutto), una rassegna stampa con accesso agli originali commentati, una vetrina del "quanto-son-figo-io-rispetto-a-te".
Bah, non so se si capisce, ma spero di arrivare presto alla fine, che ho da spazzare lo studio di Ottoemezza (stasera ospitiamo il Tronchetti, il tycoon low-budget: che gli si accorciasse non solo la catena societaria o che ci rimanesse in una scatola cinese): andiamo avanti.

Ormai i weblogs sono migliaia e migliaia. Perle ai porci
Averne uno è molto facile, anche perchè è dannatamente gratis. Ci sono dei software che permettono di costruirlo e gestirlo online con gran facilità (Blogger, Splinder, Userland): ma questa follia del "tutto per niente" finirà, prima o poi. E che diamine.
Tanta libertà per cosa ? Molti sono semplici diari personali, di variabile interesse per i passanti, altri sono a tema, altri sono a più mani. Alcuni sono pure apocrifi (no, questo è impossibile, non ci credo)
Ci sono weblogs di attori del cinema (da Carlo Croccolo all'ultimo divo delle soap) e di persone sconosciute.
E ci sono i weblogs dei giornalisti. Che non sono necessariamente più interessanti degli altri, anzi, ma che si danno un tono menandosela ad libitum sui grandi dibattiti nella categoria, a proposito di quel che di nuovo introducono nel rapporto con i lettori (ma diciamo pure gli schiavi del gadget e dell'inserto), nella selezione delle notizie e nella loro raccolta (dagli avvocati dell'editore o da parlamentari esibizionisiti), su quanto pesano e rompono i direttori (e io me ne intendo).
In America è stato molto letto un articolo su un sito specializzato che spiegava che ogni giornale avrebbe dovuto destinare un weblog a tutti i suoi giornalisti, e il consiglio è stato seguito da diverse testate. Qui per convincere Giuliano abbiamo dovuto farlo prima ubriacare e mostrargli dei fotomontaggi in cui sembra che se la intenda con Benigni.
Poi c'è il caso di Andrew Sullivan, columnist di fama per giornali di ogni sponda dell'oceano (una puttana, anzi la puttana di piomborefuso per antonomasia), precursore e recordman di visite ricevute sul suo blog (lui parla di sessantamila al giorno: sì, mia nonna carriola a quattrorutemotrici!). Non ne voglio parlare di più, tanto mi sta sull'anima. Anzi no: aggiungo che sta cercando perfino di guadagnarci, ma con risultati tutti da vedere. Se ci riesce mi mangio la collezione di cappelli di Paolo Mieli, roba che neanche Rockerduck
In Italia i giornalisti che hanno avuto l'intuito di creare un weblog si contano sulle dita di due mani di un adepto della Yakuza (e cioè quanti sono?): non faccio nomi, sennò gli altri si offendono (sapete come sono).
Io, che non fui primo, battezzai il mio "Wittgenstein" l'anno scorso, perchè mi piaceva come suonava e senza nessun altra pretesa mitteleuropea. Era anche il nome del mio gruppo rock del liceo, della mia prima cinquecento usata e quello che in adolescenza diedi al mio vanto (sì, insomma, ci siamo capiti, una vecchia goliardata di uso comune, sai "lungo il nome e quel che ne viene…" non vado oltre che poi Giuliano falstaffeggia dicendo che scendo al livello inguironico di Benigni e questa cosa gli sta sul cazzo, toh, ecco l'ho detto)
Cristiano, giornalista del Loglio, capì (tardi) l'idea e si fece un suo weblog. Convinto che è grazie al weblog che ti cucchi una compagna di classe e stile come la mia (baci, Daria!): illuso, quel che ci vuole è il giusto nome evocativo (…del weblog intendo)
Una cosa domestica, priva di qualsiasi pubblicità, un centinaio di visitatori ciascuno ogni giorno, raccolti chissà come. Anzi no, adesso lo dico: i miei articoli erano in realtà messaggi subliminali, anzi paragrafi satanici (se letti al contrario isolando un carattere ogni 145 si ottiene l'url del mio sito)
Poi al Loglio (ho spiegato sopra con quale inganno) pensarono di fare come gli americani, che non si sbaglia quasi mai, e da due mesi Wittgenstein è ospitato anche nelle pagine web del giornale, per vedere come andava. È andata bene, già adesso ci passa ogni giorno un migliaio di persone - di cui molte scrivono e ci chiedono di cose sfuggite nel caos della rete (ad esempio le spedizioni di Amazon: ecco, vorrei dire che io non sono amico di Diego Piacentini, anche se non lo direbbe nessuno) - e quindi anche il weblog di Cristiano si trasferisce: "Camillino, il fratello di Wittgenstein".
Il nome ha ambizioni da madeleine (ah, i gelati Eldorado!) e fondative (anche qui un allusione adolescenzialfallica? Maliziosi! E poi il vezzeggiativo spegnerebbe ogni ardore...), come è spiegato dal titolare siculo (il "Trapano di Trapani") in testa alla pagina.
Con sprezzo dei giornalisti puristi che nicchiano rispetto alle prime persone e tendenzialmente adulano alla terza, a noi piace personalizzare il racconto. Col blog sui acchiappa
Le carriere parallele dei due blogs seguono un'idea "cartacea" che ha ormai quasi due anni, molto sprezzante, non sapete quanto: una rubrica di corrispondenze e-mail assai frivola che io e Cristiano teniamo sull'ospitale mensile Max (magari tra un pò scriviamo anche su ForMen e in virtù di ciò facciamo a buon titolo il filo a Selvaggia)
Il nostro cazzeggio ottiene lodi (soprattutto nella sua versione online, che è gratis) e critiche (i lettori della rivista strappano la pagina e la fanno ingoiare all'incolpevole giornalaio): questi ultimi fatti ci hanno dato da pensare, che magari davvero non gliene frega niente a nessuno dei nostri "Caro Christian" e "Caro Luca".
Poi, finalmente, sui weblogs di tre anonimi e sfigatissimi (in quanto non giornalisti) bloggers è apparso questo: link al nostro renosubject del 31 marzo
Autori: tre volenterosi ragazzotti ai margini del rutilante terziario avanzato.
Lo sdoganamento della prima persona, del genere neutro, delle frivolezze e delle lepidezze (alla faccia del sacro fuoco dell'informazione) è quindi completo. E vai con i weblogs apocrifi.

Gonio