I FATTI
Correva lanno del Signore 1949, il quarto dello sciagurato dopoguerra. Sotto la minaccia dellatomica lesistenza quotidiana stentava a ritrovare forme civili, per non dire umane. Per forza di cose non ci si poteva permettere il lusso dellimparzialità e tutti, con motivazioni più o meno nobili e confessate, si arruolavano presso luno o laltro degli eserciti. Anche gli intellettuali, che il conflitto recente aveva ridestato da un ventennio di colpevole torpore, raggiungevano disciplinatamente le opposte barricate: da una parte e dallaltra, come sempre daltronde, si militava nel nome inflazionato della libertà. Il conflitto era troppo acceso perché fosse praticabile lopzione della neutralità; e quanti andavano di giorno gridando ai quattro venti la propria non belligeranza, di notte raccoglievano scrupolosi informazioni riservate o alacremente sabotavano le munizioni del nemico. Era la vita, assediata dagli spettri sinistri di Hiroschima e Nagasaki, a chiamare perentoriamente alle armi.
Lesistenza al fronte era dura e tuttavia riservava emozioni forti che facevano palpitare dempito anche i cuori dei cattedratici più paludati, i quali riposto sugli scaffali il volume della scienza imbracciavano le sciabole per sferrarsi lun laltro formidabili fendenti. Ogni pretesto sembrava buono per attaccare briga; e lo era per davvero se si considera che assai difficilmente è consentito allarte, e a maggior ragione alla scienza, di sottrarsi alla vile mischia mondana. Così, nel 49, in terra di Francia, fu la volta della psicanalisi che dun tratto, da disciplina esoterica, divenne argomento salottiero di conversazione e motivo topico di querelle. Sicché, già nellautunno del 48 la direzione del PCF individuò nellimprovvisa diffusione del verbo, e si disse del morbo, psicanalitico uninsidia temibile per i radiosi lendemains qui chantent della classe operaia, lennesima impostura ideologica ordita dalle forze oscure della reazione per distogliere il popolo lavoratore dalla lotta per lemancipazione. Dal gennaio del 49 sino almeno a tutto il 53, e con modalità diverse e forme più consone anche in seguito, il quotidiano e le riviste del Partito ospitarono interventi diversamente assortiti in materia. Sorvolando pietosamente sui non ricevibili anatemi dei zelanti funzionari di cui al limite riporteremo per celia qualche titolo fantasioso quale La psychanalyse: idéologie de basse police et despionnage ovvero Bilan de la psychanalyse. De la psychanalyse à la guerre psychologique è più proficuo soffermarsi sugli scritti, egualmente livorosi, ma più informati ed istruttivi di psicologi e psichiatri organici o semplicemente vicini al Partito, con la precauzione di scremare dai toni incendiari dei proclami la mouelle substantificque della disputa.
Per sommi capi loggetto del contendere risiedeva nellantitetica concezione del mondo, e segnatamente di quello umano, teorizzata nei campi ostili del marxismo e del freudismo; ciò al di là degli infelici quandanche reiterati tentativi di conciliarne le istanze irriducibili. In particolare della teoria freudiana, o quanto meno della sua vulgata (e su tale questione si ritornerà en passant in seguito), si respingeva categoricamente la metafisica dellinconscio che, nella finzione fraudolenta del gioco delle tre carte tra Id, Ego e Superego, subordinava i comportamenti individuali alle volontà insondabili di entità superne e archetipali, paralizzando loperare intramondano e cioè la pratica sociale nella prigione, insormontabile perché elettiva laddove non predestinata, dellorganismo animale pressoché identico a se stesso nella breve durata geologica della specie.
La sopravvalutazione del côté istintuale, e dunque dellinvariante biologico, a discapito della dimensione propriamente e anzi esclusivamente umana dellesistenza e cioè la socialità intesa come partecipazione al processo storico di trasformazione, nel mondo e assieme al mondo, delluomo attraverso luomo rivelava agevolmente il suo implicito orientamento politico alla conservazione rinunciataria, quando non allapologia diretta, dello statu quo. Tanto più che il ricorso ideologico (nellaccezione marxiana del termine) alla mitologia dellinconscio veniva smaccatamente propalato dallintellighenzia organica allautorità costituita quale esplicazione, sostitutiva a quella materialistica, dei conflitti sociali in corso, nel contesto di unoffensiva generalizzata (su cui ancora sarà uopo ritornare in seguito) contro la scienza e la ragione; ciò più platealmente laddove si identificava surrettiziamente nella libera estrinsecazione delle pulsioni oscure della libido laffrancamento reale, e tuttavia scolasticamente interiore, dellindividuo dai condizionamenti sociali, e dunque unautentica realizzazione umana alternativa ed anzi antagonistica alla disumanizzazione omologante del collettivismo marxista.
Al macchinoso apparato ideologico della psicanalisi, la psicologia e la psichiatria materialiste replicavano asserendo i principi semplici e facilmente verificabili (e pertanto ancor più scomodi) del monismo marxista: ovvero lunità materiale del reale e dello psichico; lanteriorità e lindipendenza di fatto e di diritto della materia rispetto alla coscienza; la possibilità e anzi la necessità del divenire continuo, del cambiamento operato attraverso lazione reciproca e concomitante delle forze in presenza e il rovesciamento dialettico di cause ed effetti.
Giustappunto in funzione dellauspicata rivoluzione dellesistente, si faceva appello difettando di unautentica scienza marxista della psiche, tacitata in URSS, assieme agli scritti vygotskiani, nella temperie disagevole che precedette il conflitto alla teoria pavloviana (dal nome delleminente fisiologo I.P. Pavlov) del condizionamento esterno per il tramite privilegiato del secondo sistema di segnalazione (ovvero del linguaggio, momento inaugurale assieme al lavoro di unumanizzazione intesa quale interazione con lo spazio naturale e sua progressiva mutazione in ambiente sociale e quindi umano) con la finalità di agevolare la pur parziale emancipazione delluomo dai vincoli naturali e, nella fattispecie, di perseguire il progetto comunista di trasformazione dellindividuo nella società liberata.
I contenuti succitati trovavano uno sviluppo più soddisfacente e una formulazione altrimenti organica (e tuttavia non sempre esaustiva) nello scritto dal titolo inequivocabile Autocritique: la psychanalyse idéologie réactionnaire pubblicato, a firma di otto psichiatri e psicoterapeuti iscritti al PCF, sul n° 7 de La nouvelle critique, rivista scientifico-culturale di osservanza comunista. Tale intervento collettivo, che ci limiteremo ora a riferire pedissequamente, esordiva con la constatazione della penetrazione massiccia ed eterodiretta delle tematiche psicanalitiche presso larghi settori di opinione pubblica nelle democrazie occidentali e del suo diffuso impiego strumentale da parte degli organismi ideologici del capitale nellattenuazione dei conflitti sociali operata innanzitutto attraverso la sublimazione di questi ultimi nellempireo della psiche, patologica sintende e immotivatamente lesiva. Lintento demistificatorio dellodierna pratica psicanalitica e non già della teoria freudiana tout court, cui invece si riconoscevano pur parziali acquisizioni positive era lobiettivo conclamato dai firmatari dellarticolo, convinti e a ragion veduta della fallacia delle pretese di neutralità asserite dalle scienze sedicenti pure, le quali, suscitate dal mondo e al mondo riferite, al mondo necessariamente appartengono nei loro molteplici impieghi.
Poste queste doverose premesse, e pertanto limpossibilità di sceverare la teoria psicanalitica dal suo uso politico contingente, gli otto redattori davano inizio alla loro investigazione serrata del principe mystificateur che sottende il freudismo. Tale indagine, dopo aver rilevato gli stringenti legami cronologici tra la nascita della psicanalisi e la crisi della famiglia patriarcale borghese, nonché la sua attuale diffusione presso le nazioni ove tale processo disgregativo risultasse più avanzato, si soffermava sulla pratica terapeutica della medesima, circoscritta ad un numero di pazienti esiguo (troppo ridotto per giustificarne la popolarità) e oltretutto discriminato secondo il criterio esclusivo del censo; condizione che necessariamente incideva anche sul reclutamento dei giovani psicanalisti, essi stessi sottoposti per corvée al tirocinio estenuante e dispendioso dellanalisi presso clinici affermati.
La falsificazione ideologica allignava tuttavia anche in seno alla teoria freudiana, fondata notoriamente su tre nozioni seminali: linconscio, ipostatizzato quale sostanza reale; gli istinti, perniciosamente sottratti alle dinamiche storiche; e i complessi, ricondotti anchessi ad un persistente ed immutabile sostrato biologico preumano. Ancorché tali nozioni sembrassero trovare conferma presso alcune condotte patologiche agevolmente riscontrabili specie in età infantile, la manipolazione psicanalitica si esplicitava nella pretesa di riferire tali disturbi della personalità non a squilibri sociali storicamente definibili e praticamente emendabili, bensì ad un habitus sempiterno dellumana stirpe teologicamente asseverato. Pertanto la nevrosi svincolata dalla percezione dolorosa delleclissi di un ordinamento sociale in avanzato disfacimento assieme al proprio dispositivo ideologico oramai non più operativo veniva relegata dai freudiani, e ivi svilita, nellalcova o nella ritirata della psiche. Talché la sedicente psicologia del profondo acclarava facilmente il proprio contenuto manifesto di psicologia delle apparenze, e di quelle più superficiali ed inconsistenti. Lattrattiva dei suoi procedimenti apotropaici discendeva quindi unicamente dalladesione alla verità delirante del malato; lefficacia, per altro scarsamente comprovata, del suo trattamento si espletava, alla stregua dei più democratici esorcismi, nella garanzia offerta al soggetto in cura di una liberazione fittizia nel medesimo mondo immaginario suscitato dalla sua patologia. Ciò ovviamente senza individuare, e menchemmai affrontare, le cause reali e razionali (e ben volentieri sociali) allorigine dellinfermità mentale.
La comprensione inesatta e la cura conseguentemente inappropriata dei malesseri individuali procedevano dunque da una concezione erronea, perché fondata sulla metafisica irrazionalistica degli istinti, dei rapporti tra individuo e società; concezione che, lungi dal contentarsi della esclusiva sfera psichica, avanzava oramai irricevibili (e tuttavia largamente accreditate ancora ai giorni nostri) pretese ermeneutiche degli antagonismi tra le classi e le nazioni in termini di aggressività, frustrazione ecc., rispetto ai quali, la fin troppo scontata risoluzione procederebbe dal consapevole ripiegamento verso il monte ventoso e disabitato della propria anima sofferente.
Tale punto di vista che pure qualche sprovveduto sera azzardato ad accostare, in ragione della contraddizione dialettica tra Eros e Thanatos, a quello materialistico riconosceva nellindividualità isolata unentità eteroclita e non comunicante rispetto al consorzio sociale degli altri individui. In questa contrapposizione manichea tra la realtà sociale e le esigenze psicologiche dellio sfuggivano inevitabilmente le motivazioni reali delle crisi ricorrenti nellindividuo a cominciare dalla primissima infanzia, la loro corrispondenza non soltanto con gli stadi successivi della maturazione biologica, ma soprattutto con le diverse fasi dellimmissione del soggetto nellhabitat umano: la scoperta del linguaggio, dellamore e del lavoro, e soprattutto lincontro quotidiano e sempre più penoso con lingiustizia e la sofferenza annidate nelle mura di casa o esibite agli angoli di strada.
Loccultismo della teoria psicanalitica si estrinsecava, in ragione degli intenti mistificatori delle cause oggettive del malessere, nel rituale sciamanico dellanalisi nel quale il clinico, formatosi al divino insegnamento dopo un estenuante e sovente oneroso iter iniziatico, soggiogava con lesercizio abile di pratiche suggestive lincauto paziente, imponendogli col miraggio della guarigione lauto da fé al verbo salvifico di rabbi Freud. Operando in tal guisa gli officianti della psicanalisi contribuivano attivamente alla castrazione degli individui devianti e, ciò che è più grave, alla deresponsabilizzazione delle istituzioni sociali rispetto al loro umano patire così proficuamente ricondotto al motore immobile dellinconscio sovrano e al conflitto metafisico tra istinti e repressione. Parimenti il mondo chiuso e dilacerato della famiglia borghese, in cui si innescavano per eccessi o carenze affettive i traumi dellinfanzia e delladolescenza, veniva ipostatizzato quale condizione metastorica della formazione della personalità soggettiva, condannata pertanto a soggiacere al peccato mortale dellEdipo senza alcuna speranza di espiazione alternativa al lavacro presso il fonte battesimale dellanalisi.
Tale pertanto si configurava, secondo gli autori dellAutocritique la situazione della psicanalisi nella Francia repubblicana del 49. Ma alle aspettative legittime, di lettori persuasi della correttezza della disanima prodotta, di una pars costruens propositiva rispetto al presente stato di cose e alle sue improrogabili incombenze, i solerti e talvolta illuminati redattori del pamphlet rispondevano con vaghissimi, ancorché pii, proponimenti sul da farsi; e sostanzialmente la progettualità malamente articolata di uneziologia materialista delle situazioni patologiche individuate e subito mistificate dalla psicanalisi e lapplicazione profittevolmente terapeutica di alcune condotte escogitate dalla scuola freudiana (ad esempio il transfert) nella previsione idilliaca di una sanità quon ne paye pas e nellauspicio generoso, ma affatto circostanziato, del riscatto della malattia mentale dalla condition hontueuse riservatale dalla democrazia liberale. Poco, troppo poco per le premesse battagliere della dichiarazione; nulla o quasi al cospetto delle attese spasmodiche e ineludibili di una classe lavoratrice abbandonata al proprio disagio e agevolmente influenzabile dalla vulgata altrimenti esaustiva e corroborata dellirrazionalismo pretesco e psicanalitico.
Questo, e non già il tono manifestamente inaccettabile di certe invettive o il contenuto prevedibilmente talmudistico dei proclami, è appunto il limite reale di tale scritto. Vi sono difatti frangenti in cui poiché non è a repentaglio la borsa di tizio o di caio, ma la vita o anche solo la felicità di settori cospicui di società e al limite la garanzia stessa della sopravvivenza dellumana stirpe non è dato e neanche è appropriato trastullarsi con il galateo o sezionare il capello in quattro. E, riposto al muro il fioretto, è duopo brandire la scure o la mazza ferrata per infliggere al nemico giunto ormai alle porte colpi più incisivi e, alle brutte, persino colpi bassi. In nome di quel diritto alla resistenza in tutte le sue forme cui, con buona pace dei pavidi sostenitori del né coi Guisa, né coi Navarra, è doveroso appellarsi quando è in gioco la prosecuzione stessa della civiltà umana, con lunica fondamentale accortezza che, nel fumo spesso della pugna, non sia proprio lumanità stessa e i suoi valori ahimé! revocabili a venire erroneamente immolata per lo zelo eccessivo dei suoi devoti paladini.
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Nonostante le succitate lacune che ne inficiano lefficacia polemica non mancheremo di rilevare i preziosi spunti di discussione offerti dallAutocritique, individuando due tipologie diverse ma correlate di argomentazioni suscettibili di ulteriori approfondimenti: ovvero linconsistenza scientifica della vulgata freudiana e i suoi esiziali impieghi politici. Nella convinzione che il criterio della verità sia la prassi, ci risparmiamo volentieri di disquisire lungamente sul primo punto in esame. E tuttavia, per non incorrere nelle medesime riprensioni motivatamente sollevate nei confronti di scritti, come quello alloggetto della presente analisi, dogmaticamente liquidatori, ci riserveremo qualche succinta considerazione in materia, propedeutica allesposizione del secondo e più stringente argomento.
Quale premessa doverosa al nostro ragionamento informiamo il lettore del nostro convinto apprezzamento per la serietà professionale del dott. Sigmund Freud e per i suoi intenti quali che ne siano state le effettive risultanze di rimozione dellinsidia irrazionale dellinconscio per lumano operare, e per lo sforzo teorico, in patente continuità con la lodevole istanza antimagica promossa dalla Riforma e variamente proseguita in seguito, di ricondurre la totalità del reale (ivi compresi il lapsus, il sogno e la follia) al principio di ragione e al limite ad un determinismo eccessivamente schematico che risente della giovanile formazione positivista.
Ciò nonostante preme evidenziare come in Freud, al di là dei nobili proponimenti, la psicologizzazione della società, ovvero la riduzione dei suoi bisogni al soddisfacimento delle pulsioni e il disconoscimento del suo fondamento materiale entrambi, sia detto en passant, ingenui rispecchiamenti della disumanizzazione dellesistenza in regime di capitalismo avanzato conducessero la pur rigorosa indagine scientifica ad identificare nel materiale biologico, inteso quale surrogato del ricusato principio storico, una spiegazione esaustiva allinsieme dei fatti umani.
Lorientamento biologico e il conseguente meccanicismo libidinale, con la pretesa di considerare lumanità delluomo al di fuori della sfera sociale del lavoro, esaurivano nel bisogno organico, e dunque ancora interamente animale e irrimediabilmente sottratto al campo della storia, le istanze e le condotte della specie umana.
Tale svilimento della specificità aristotelicamente politica delluomo poiché la storia difficilmente consente a ripiegare, fossanche in compagnia dellanima, presso il confortevole ricetto del corpo costringeva ben presto il lógos psicanalitico a flirtare col m_thos biblico della creazione ex nihilo delluomo e della successiva perte dauréole. Situando dunque fuori dalla storia umana, e quindi della società, istinti e complessi determinanti lagire individuale, il freudismo, per ricorrere ad unefficace formula marxiana, si poneva in rapporto col mondo "come lonanismo e lamore sessuale". Se Freud difatti riconosceva correttamente la natura sovrastrutturale della vita cosciente del soggetto, quale base dellideologia egli indicava non già le condizioni materiali desistenza bensì labisso primordiale dellinconscio e quindi sostanzialmente la potenza cosmica delle pulsioni animali rimosse. Lindividuazione dellinconscio nella radice biologica dei comportamenti umani, se oggettivamente comportava una negazione dello specificamente umano nello studio delluomo, implicava cedimenti ancor più riprovevoli allirrazionale. Difatti, feticizzando linconscio come una fonte bioenergetica posta al di là dello spazio-tempo, e intanto al di fuori del mondo delluomo, il freudismo si palesava quale surrogato moderno del misticismo religioso. Poco conta che la lascivia di Satana avesse soppiantato il candore degli angeli, dato che i comportamenti individuali e i fatti sociali nella loro interezza restavano sussunti ad un ente estraneo, ancestrale, ora seducente ora minaccioso, ma sempre sovrano ed ingovernabile.
Sottostimando e al limite ignorando la differenza e la conflittualità tra natura e cultura, inevitabilmente il freudismo immergeva entrambe nella brodaglia opaca dello spirito; e il fatto sociale, inteso quale fenomeno secondario e derivato da una qualche principio organico, ancorché disperso in una dimensione ineffabile, si riduceva a sublimazione delle pulsioni e delle rappresentazioni dellinconscio; il quale sottratto à son tour ad ogni verifica empirica si involava leggero verso le vette della metafisica, laccio sottile tra i genitali e il cielo, filo di seta con cui larcana sostanza del desiderio manovrava le marionette umane.
Ecco come, al di fuori e contro gli originari assunti scientisti, la psicanalisi prestava il fianco alla più bieca mistificazione teologica. E ciò innanzitutto praticando un taglio radicale con la realtà materiale dellesistenza umana, ponendosi ideologicamente come index sui privo di riscontri esterni e affidando autisticamente ai misteri dellinconscio le spiegazioni ultime dellinconscio stesso. Credo ut intelligam, miseria della filosofia.
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Lapertura inevitabile alla metafisica procedeva appunto dalla sopravvalutazione positivistica dellelemento organico a discapito di quello sociale. Presupporre infatti una natura umana quale esito necessario della sua costituzione biologica implicava giocoforza intrappolare lo sviluppo storico e le possibilità sociali nei sacri confini, tracciati ab initiis e per sempre invalicabili, del corpo; ovvero, per limpossibilità di asserire lidenticità a se stesso delloggettivamente mutevole, trasferire altrove, ma in un altrove non ben collocato né definito, le cause della trasformazione. Ciò interveniva nella teoria freudiana per lo svilimento, anchesso interno al discorso teologico, dellumano quale autoproduzione delluomo nel mondo. Labbassamento delleconomico a sovrastruttura dellistintuale impediva di riconoscervi il momento intrinseco dellautocreazione umana, il distacco inaugurale dal torpore dellesistenza ferina, il suggello dello specificamente umano sulla natura resistente, dalluomo col lavoro domesticata, plasmata in funzione dei suoi bisogni, riconosciuta, appaesata e al limite ricreata a misura duomo.
La divaricazione tra luomo e il regno animale risulta invece, in prospettiva materialistica, essersi prodotta, non in termini biologici, ma storicamente culturali; e neanche beninteso quale stacco ontologico decretato colà dove si puote ciò che si vuole, ovvero a seguito di un solitario (e perciò ancora belluino) sforzo prometeico. Bensì con il lavoro e col linguaggio, quale impresa collettiva della specie, cammino unitario percorso dalluomo verso luomo. In compagnia di altri uomini.
Talché nello scambio organico tra luomo e la natura, che per luomo come per lanimale consisterebbe naturalmente nella mera riproduzione di se stesso quale organismo, si è introdotto, sempre per il tramite del lavoro e del linguaggio, il passaggio ancora una volta umano, e persino troppo umano per non travalicare la natura, della produzione: della ri-produzione del mondo per luomo in funzione dei suoi bisogni prioritariamente umani, e dellauto-produzione di se stesso in quanto uomo, che nella natura forgia socialmente per sé strumenti e al limite adatta i propri organi biologici per le proprie esigenze culturali.
Così persino il bisogno fisiologico diventa, per luomo, storico; perché si pone, anzi egli pone tra se stesso e lappagamento del medesimo delle mediazioni tipicamente e unicamente umane; e cioè ancora il lavoro e il linguaggio. È difatti con il lavoro che luomo, non soltanto supera (hegelianamente) la pura negatività naturale del soddisfacimento immediato e trattiene il dileguare delloggetto permanendovi come presenza umana lavorata, ma altresì produce in se stesso, con la prassi sociale che umanizza per il consumo la natura, nuovi bisogni ormai soltanto umani. E ciò ancora di concerto con il linguaggio che, recando con sé il patrimonio di conoscenze delle generazioni trapassate istituisce unulteriore e prioritaria mediazione tra luomo e la natura, talmente condizionante i comportamenti da imporsi, quando luomo non rinunci alla sua umanità, e sovrastare le motivazioni biologiche dellagire umano; persino le più energiche e primordiali, come il principio di piacere, che nelluomo seppur finemente decorato col cesello del libertinaggio, nulla riferisce a sé della propria umanità, giustappunto perché ancora una volta è un togliere senza mantenere, in cui il soggetto si consuma con loggetto e ad esso si degrada. Allorché, come Marx ha genialmente inteso, è innanzitutto nel rapporto che intercorre tra uomo e donna il quale, proprio per essere il più immediatamente naturale tra luomo e la natura, è in sé, nellumanizzazione del bisogno naturale, il rapporto più umano tra luomo e luomo che si opera quel superamento umano della natura nella cultura che abbiamo appreso a chiamare amore. Quellamore che già nel bambino, veicolato dai gesti e dalle parole della madre, è mediazione dellincontro tra organismo e mondo e non soltanto garantisce ladattamento attivo allambiente, ma è altresì presupposto della sua individualizzazione come soggetto pensante, e dunque come uomo, al cospetto dellindistinzione naturale.
Luomo dunque, come bambino, non nasce essere autistico che solo gradualmente si integra nella cultura, bensì dal parto e cioè sin dal taglio del cordone ombelicale che lunisce alla madre naturale, si lega culturalmente a lei e quindi alla società umana col tramite del linguaggio. Ancora con il linguaggio, principio fondativo delle forme superiori dellattività cosciente, gli è consentito, in un secondo tempo e da homo socius, di isolarsi dalla e tuttavia sempre nella società. Ciò a dimostrazione del fatto che ogni relazione psichica superiore è ab initiis interrelazione tra persone, conquista storica per luomo di se stesso come individuo nella società; momento che, solo marginalmente si fonda sullevoluzione naturale del cervello umano, e invece discende dalla peculiare forma umana di vita, al punto da rivelarsi alla scienza che lo indaga, non nelle profondità abissali del cervello, ma nel gesto naturale e nuovamente umano del silenzio; di un silenzio però che oramai parla allindividuo del mondo e con la voce della storia. E tutto il successivo svolgimento della sua esistenza, ciò che hegelianamente si direbbe la realizzazione della sua essenza umana, si effettua nel consorzio sociale e appartiene al processo generale dello sviluppo storico della società; dunque, non già allidea, ma alla prassi che col linguaggio e il lavoro è conoscenza e trasformazione senza intervento di forze trascendenti della natura nel regno delluomo. È la comunitaria presa di possesso dellinorganico dopo il suo riconoscimento quale oggetto dellagire umano, necessario presupposto del suo superamento in strumento umano che nella produzione dellornamento perde ormai ogni possibile analogia col naturale e parla ormai alluomo unicamente di se stesso e della sua storia. A volte addirittura senza intervento umano diretto, come ad esempio la luna col pastore errante per lAsia.
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Un ulteriore effetto dellautopoiesi umana, facilmente riscontrabile in ambito artistico, è la produzione di oggetti infinitamente superiori al loro stesso creatore in quanto che forniti di senso più umano delluomo stesso che li ha creati; ciò avviene notoriamente in quanto che loggetto, umanizzatosi incarnando lavoro umano, si fa portatore di esperienze sociali accumulate in millenni di storia collettiva, di tecniche e competenze trasmesse ed affinate di generazione in generazione, e così consente al creatore e al fruitore di sviluppare le proprie capacità e di implementarne di nuove; al punto che, nelluomo, il fine stesso del lavoro è inferiore al suo strumento e, da utensile forgiato per il soddisfacimento di bisogni immediati, si innalza a risorsa di conoscenza del mondo e di se stesso.
È dunque nuovamente attraverso le attività umane del lavoro e del linguaggio che luomo acquisisce per sé la conoscenza del mondo e la tramanda alle generazioni a venire; e ciò sostanzialmente nella connessione teleologica tra mezzo e risultato che del lavoro è la premessa umana veicolata dal linguaggio. La conoscenza pertanto non interviene quale rispecchiamento passivo (o per illuminazione divina) della natura nelluomo, ma per il tramite della prassi, dellesteriorizzazione dellumano nella sfera chiusa e immobile della natura, che della conoscenza, oltre ad essere premessa e strumento è entro certi limiti sostanza come risulta in particolar modo dal rispecchiamento antropomorfizzante dellarte.
Dialetticamente però la conoscenza è a sua volta presupposto e puntello della prassi, consentendo alluomo che soppone al mondo liberamente posto innanzi ai suoi occhi, di impadronirsi delle leggi naturali che lo governano per impiegarle teleologicamente, e dunque non più naturalmente, a fini ormai soltanto umani. Sicché nel dominio storicamente impostole la stessa natura, esistente come oggetto esterno soltanto per luomo, si rivela quale produzione umana. La natura, conosciuta nelle sue leggi e governata nella sua normalità, diventa infine patria delluomo, spazio abitabile entro i cui confini la specie umana, per aver conquistato nel valore una coerenza dellesserci contro la vulnerabilità del caso ed essersi armata contro la natura della sua stessa debolezza, si sente al sicuro nel proprio mondo, che può ormai addirittura permettersi di contemplare quale oggetto artistico. Come uno stürmer sulla rupe che riconosce il bello nellimpeto non più soltanto minaccioso di una tempesta.
Congiuntamente la conoscenza, oltre a garantire la sovranità sulloggetto, consente al soggetto di sottoporre al controllo umano anche i processi psicologici. Ecco come nel corso delladattamento attivo alla natura e della sua trasformazione in ambiente umano, luomo introduce stimoli non più naturali nel proprio cervello, nuovi nessi artificiali anchessi, istituiti e significati dal linguaggio. È dunque questo sistema di segnalazione, nella sua complessità soltanto umano, ad elevare luomo come individuo sociale al di sopra dei limiti impostigli dalla struttura biologica. Così che la psiche prende forma umana quando integra le premesse fisiologiche con gli sviluppi segnici dellattività sociale, instaurando nelluomo, munitosi comunitariamente del linguaggio, la sua natura umana.
Il legame storico del linguaggio e del lavoro (primordialmente storico perché è solo con esso che si inaugura liter umano nel mondo) è ritenuto giustamente essenziale nella definizione di uomo quale artefice di prodotti materiali e linguistici; produzione di oggetti che sè vista essere anche autoproduzione di soggetti, consentita dallinterrelazione di questi due momenti: quello del lavoro materiale che saffida al linguaggio quale strumento di comunicazione e di tradizione di poteri; quello del linguaggio che dallattività lavorativa eredita le premesse della propria oggettivazione del mondo e attende per la medesima un riscontro nella prassi. Nel linguaggio dunque risuona il martello delluomo che picchia sul mondo, ma che a quello stesso battere impone cadenze e direzione; linguaggio che per farsi a sua volta strumento della conoscenza e veicolo della sua trasmissione deve rinunciare alla cosalità dei contenuti mantenendone loggettività, in una necessaria tensione allo spirito, per e nella fedeltà alla materia, che coinvolge anche le forme, allorché interiorizzate.
Del linguaggio disserteremo più compiutamente a momento dovuto; ora preme invece evidenziare come, sic stantibus rebus, davvero si vivrebbe nel migliore dei mondi possibili, un mondo nel quale plausibilmente non varrebbe la pena di sottrarre tempo con lesercizio tedioso della critica alla caccia alle farfalle o alla composizione di stornelli. E invece da sempre, e segnatamente negli ultimi tempi, la socialità tra gli uomini difficilmente si dischiude in idilliaco rapporto damore; e persino tra gli uomini e la natura le cose sembrano aver preso una piega amara.
È senzaltro ingenuo esercizio consolatorio (e deresponsabilizzante) additare a primus movens dellumana afflizione, trascorsa e presente, le volontà insondabili della túkhe ovvero le pulsioni lesive dellinconscio. Allorigine della felicità, sì come della sofferenza, per luomo cè ancora e soltanto luomo; ed è quindi sempre nelle prerogative umane del lavoro e del linguaggio che risiedono per lumana specie gioie e dolori, e ancora una volta in sorprendente interrelazione. È difatti nella mediazione ulteriore tra uomo e natura costituita dai rapporti di produzione alla base dei quali non sta larbitrio del singolo o linespiabile colpa di Adamo, bensì lo sviluppo delle forze produttive che sono state individuate le contraddizioni di un movimento per luomo altrimenti serenamente ascensionale verso la libertà. Se infatti, come sè detto, il lavoro consegue progressivamente il dominio delluomo sulla natura, il lasciar lavorare la natura per luomo, è altresì vero che nel suo inevitabile sviluppo le divisioni vieppiù marcate al suo interno tra città e campagna, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tra prestatori dopera e proprietari dei mezzi di produzione gradualmente instaurano limpero, assai meno proficuo ed auspicabile, delluomo sulluomo, la sua disumanizzazione tuttavia emendabile.
Nel lavoro alienato, il corpo del lavoratore si sente, quale mero depositario di forza lavoro, mutilato doppiamente: perché privato per statuto delloggetto prodotto dal suo lavoro; perché vieppiù estraniato dalla comprensione del processo lavorativo del suo produrre. È questo dunque un togliere senza mantenere, per i sensi e per lo spirito, che riduce il soggetto produttivo alle sue braccia e lo svilisce alla stregua di merce. Sicché il lavoro antropomorfizzante, per la prevalenza quasi esclusiva nella sua condizione alienata del lato fisico, respinge il lavoratore al di là dei confini culturali dellumanità, in quella terra senza leggi in cui la sera stanchi dei fervorini del parroco ci si narra, per rincuorarsi, la favola becera della semplicità naturale e le aspettative umane frustrate si riversano ancora una volta fuori dallumano, nel desiderio immediato, e ferino, dellacquisto e della fruizione fisica di piaceri non più umani; e ciò nella persistenza del senso di colpa religioso verso i medesimi.
Tale forma di oppressione, propria del lavoro estraniato determina invece presso le classi dominanti un ulteriore disumanizzazione, marxianamente nota come feticismo della merce. Il prodotto, percepito come cosa in sé privata del senso umano del lavoro, appare allora nella sua pura idealità negatrice di ogni realtà materiale. E questa appropriazione della merce nel mancato riconoscimento del lavoro altrui incarnatovisi è la chiave del mistero della trascendenza che leconomia politica sè compiaciuta di raffigurare in parvenze scientifiche; così che per il lavoratore il senso del proprio lavoro si riduce alla paga e, al polo opposto, per il padrone, il prodotto lavorato acquisisce presenza reale umana solo sui banchi del mercato.
LORO
Da tali condizioni materiali desistenza discende altresì, e senza troppi misteri, linconscio freudiano, ovvero nullaltro che linconsapevolezza di operazioni un tempo coscienti, gesti di una prassi comunitaria (e non innata) per luomo ormai alienata di senso e tuttavia ancora sociale; linconscio dunque, quale categoria storico-sociale, espressione della considerazione squisitamente soggettiva dellagire presente, cui corrisponde una coscienza oggettivamente falsa della medesima pratica, impostura che si trasmette ideologicamente col linguaggio menzognero. Linconscio da Freud situato nei recessi insondabili del cervello oppure nelle alte vette dello spirito, e comunque teologicamente in principio altro non è quindi che lultimo anello di una catena a un capo della quale sta il lavoro estraniante e allaltro il lavoratore vittima dellalienazione. E la libertà, intesa come conoscenza ed esercizio di sé e del mondo, resta fuori; dove la catena non consente di giungere e perciò va infranta dalluomo, per luomo e con laiuto di altri uomini.
Ma finché si resta incatenati ai ceppi, lopera di umanizzazione del mondo può essere proseguita solo parzialmente e con prevedibili ritardi. E dalla cella del lavoro salariato il mondo esterno risulta nuovamente minaccioso e temibili gli uomini che vi abitano. Specie innanzi alle tragedie individuali che, soli in un mondo straniato e ostile, ci appaiono come inevitabili e in un certo senso predestinate. Tale è la crisi di senso e di presenza del proprio esserci al mondo che storicamente assume nomi cangianti ed è ricondotta a cause più o meno razionalmente esplicitate, ma che si configura sempre nella manifesta impossibilità, a volte per interi settori sociali, di dispiegare nel valore lenergia formale del proprio operare intramondano. È nella pubblicità di tali frangenti critici che, per una civiltà irrimediabilmente al tramonto, la tendenza patologica ad abdicare allumana facoltà di riconfigurare il mondo nellorizzonte culturale della propria prassi assurge a condizione metastorica dellumano esistere. Sicché, nella rinuncia nefasta al dominio sul mondo, la specie regredisce nellutero della propria natura preumana, intenebrandosi nei recessi della carne che il lógos non giunge ad illuminare. Affondato il capo nella sabbia, o ben volentieri sotto lenzuola di raso, luomo, o ciò che ne resta, si crede al riparo, e la storia inesorabilmente lo trascina verso la morte; ma, come in tempo di peste, in mezzo ai bagordi e agli schiamazzi, quando Eros a braccetto di Thánatos conduce lallegra brigata che si intenebra nel bosco. È in questa condizione, la nostra penosamente attuale, che i corifei salottieri della décadence intonano su tutti gli accordi il possente peana dellanimalità delluomo. Onniscente e onnipotente, la vitalità ferina del sesso è lidolo nuovo posto sopra gli altari della civiltà; la sua saggezza occulta contro la fallace razionalità della storia è la parola che risuona sotto le volte buie della nostra civiltà periclitante: nascita, coito, morte, stazioni obbligate della via crucis umana.
Ancora una volta, e si auspica lultima, ciò che fu nel declino della feudalità e prima ancora nellautunno della romanità imperiale, torna ad essere, oggi, come minaccia allesserci stesso, come risorsa estrema di conservazione per una forma di produzione che, prima ancora di esaurire se stessa nel mondo, rischia di esaurire il mondo con se stessa. Assistiamo in deliquio ai baccanali del capitale, ovunque spensieratamente celebrati: in famiglia, ove al principio economico sè sostituito come estrema ratio quello sessuale; sul posto di lavoro, ove il medesimo principio, come ultimo inganno, è applicato al meccanismo della produzione. Mentre imperterrita, ciononostante, la storia prosegue il suo cammino accidentato; anche quando si finge natura. Allorché la natura, magnificata nei libri, assiste invece nella realtà alla propria decadenza fisiologica e si riduce, intanto sul lettino dello psicanalista, a metafora terziaria di una cultura storicamente data (e condannata) che più non si riconosce come tale e ottusamente si rifiuta a divenire altro da sé nella pia fraus che, contemplando il cielo stellato, la terra non le frani sotto i piedi.
Qui dunque si individua senza tema di smentita la motivazione reale e razionale del successo altrimenti inspiegabile nelle circostanze attuali dellipertecnologizzazione dellirrazionalismo freudiano e non solo. La tendenza comune a tutta unepoca a sprofondare nel sonno della ragione è nullaltro che la ricerca spasmodica e illusoria di un silenzio ovattato della storia ove non giungano i rintocchi sinistri della mezzanotte; un silenzio che freudianamente si chiama inconscio, e pur tuttavia nel campo della storia resta, e altrimenti non potrebbe, come falsa coscienza. Siffatta è dunque la dominante ideologica del freudismo, la storicità della sua teoria extrastorica: storicità delle premesse, ovvero la crisi matura del capitalismo; storicità degli esiti, ovvero la strenua difesa di questo modo di produzione.
Se lappagamento sfrenato dei sensi spesso artatamente contrapposto al puritanesimo della militanza rivoluzionaria era, in quanto compensazione illusoria della quotidiana prostrazione morale e materiale e ottundimento ricercato delle capacità percettive, laltra faccia dellalienazione del lavoro, una faccia sia chiaro non meno cupa e meschina, tale narcisismo della miseria svelava un contenuto latente ancora più sensibilmente cogente: pervertire per non sovvertire. Inoltre, calcificando lesistenza individuale nel trauma infantile non più superabile e predicando cartesianamente un adattamento condiscendente allo statu quo immutabile (e comunque ininfluente nella sua eventuale trasformazione per la risoluzione dei disturbi patologici del comportamento), la psicanalisi si presentava come lennesima incarnazione del conservatorismo, della pretesa ideologica di sottrarre la vita allusura della storia. Variante à la page della cristiana rassegnazione, essa predicava agli ultimi una disposizione danimo rinunciataria e una condotta pubblica coerentemente succube verso le iniquità del proprio tempo, mitigate e transitoriamente rimosse da carezze ancillari dispensate sotto le lenzuola da una mano pietosa.
Niente di nuovo sul fronte occidentale, verrebbe da dire. E menchemmai stupisce che questa tendenza dolosa a ricondurre strumentalmente le lotte sociali a presunti conflitti psichici o a sublimarle nella rassicurante teodicea dellinconscio abbia denunciato tutta la sua volgarità intellettuale negli scritti dei sedicenti freudo-marxisti, il cui attestato materialista consisterebbe nellavvilimento dellumano al suo principio organico, e non ancora umano; pregevole eclettismo, ma ipso facto invalidato dallagevole constatazione che il capitale, più accorto alle proiezioni di borsa che a quelle anali, sè adattato senza troppi complimenti a riprodursi anche nel talamo di Giocasta.
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La penetrazione della psicanalisi in Francia, già avversata negli anni 30 e da posizioni autenticamente marxiste negli scritti di Georges Politzer, traeva nuovo slancio nel secondo dopoguerra dallincontro fecondo con lo strutturalismo e la fenomenologia. Nellimpossibilità, e plausibilmente nellincapacità, di sviscerare tutte le risultanze teoriche e le implicazioni pratiche di questo travolgente rendez-vous ci limiteremo a riferirne per sommi capi.
Preme da subito fare un nome: Claude Lévi-Strauss, padre fondatore dello strutturalismo francese e assieme, dopo leclisse dellastro sartriano, maître-à-penser di unintera generazione intellettuale. Torneremo forse in seguito, ma sempre asistematicamente sulla sua pensée; per ora ci contentiamo di indicarne lapporto seminale per gli sviluppi del freudismo in Francia e non solo; apporto consistente paucis verbis nellinnesto, sul fusto durkheimiano e in luogo della non categorizzabile coscienza collettiva, dellinconscio inteso come oggettivo e razionale. Lobiettivo di Lévi-Strauss, il cui ragionamento inoltre si reclamava debitore delle suggestioni saussuriane, era dunque di isolare un autonomo ordine simbolico preesistente agli oggetti simbolizzati e ai soggetti simbolizzanti. I significati culturali erano pertanto da lui concepiti come inerenti a tale ordine simbolico assolutamente prioritario rispetto agli individui pensanti come al mondo esterno. Così che solo questo principio strutturante, attualizzazione se si vuole del cogito cartesiano, era atto a garantire lesistenza oggettiva degli uni e dellaltro, indipendentemente da ogni valutazione soggettiva ritenuta tout court non pertinente. Era ancora nelle articolazioni di questa struttura concettuale da cui altresì discendeva un ordinamento sociale che acquisivano senso e presenza i comportamenti umani e quelli collettivi. Ma, prima, dietro e tuttintorno a tale architettura significante, stava linconscio inteso come oggetto assoluto portatore di coerenza, codice originario in cui era inscritta lintera gamma dei possibili individuali e sociali delluomo. Pregevole impianto monistico, quello lévi-straussiano, squisitamente interno alla tradizione razionalistica francese; e tuttavia inficiato, e non marginalmente, da un riduzionismo biologico che in mancanza di meglio derogava alla metafisica. Situato dunque fuori dalla vicenda umana, ed anzi ad essa radicalmente contrapposto come migliore dei mondi teoricamente possibili sottratto alla contingenza (considerata peraltro ininfluente per ladeguatezza e la coerenza della teoria) del dato reale identificabile, presumibilmente si occultava in una qualche nicchia biologica al riparo dal processo storico, esterna al tempo e allo spazio, onde promanava per alito divino la struttura sociale nella sua perfezione razionale, ma hélas irreale; e comunque disabitata dalluomo.
Quel senso e quella verità del mondo (anti)umano che Lévi-Strauss individuava cartesianamente nel principio strutturante dellinconscio, Jacques Lacan invece la compendiava con gesto provocatorio nella formula "Je pense où je ne suis pas, donc je suis où je ne pense pas", localizzandola dunque nel luogo della mancanza ove sannida tuttavia la pienezza. Laddove infatti, in Lévi-Strauss, linconscio era posto come un a priori rispetto alla struttura significante, Lacan, in ciò più allievo di Saussure che di Freud, ne teorizzava la promanazione da questultima. Il sistema linguistico sovradeterminava dunque lindividuo, parlava per le sue labbra e in sua vece; persino in sogno. Era langue e solo accessoriamente parole. Se il soggetto era integrato nelle logiche del significante, questultimo rispetto allo schema saussuriano non più posto sotto al significato e da esso fratto ma inscindibilmente dalla barra di significazione lo sovrastava ormai imperioso e col suggello della maiuscola (S/s); e la significazione ricondotta anchessa al valore asseriva lonnipotenza di un significante che, profittando dellirreparabile carenza di un significato glissant e svuotato di senso, sergeva a luogo isolato di una verità superna eccedente il reale e luomo che vi abita, parola piena che nellio parlava per lAltro. Da queste suggestioni prendeva le mosse, lasciandosi senza remore contaminare dalla fenomenologia, il postlacanismo che, con Deleuze e Guattari, diluiva la realtà a flusso libidinale per farvi veleggiare spedito il bateau ivre del desiderio, lontano dalle secche del Capitale, verso labisso voluttuoso della schizofrenia; e che con leminente François Lyotard si spingeva oltre, sino ai gorghi limacciosi della demenza, ove, un attimo prima di sprofondare, ancora ci si trastullava le meningi ipotrofiche col tema della masturbazione in Marx!
Liquidate sommariamente come meritano tali estreme derive ermeneutiche, su cui comunque la storia con solerzia depositerà alti cumuli di immondizia, urge invece segnalare limportanza capitale dellapporto saussuriano alla formulazione della pensée structurale. Non è questo il luogo naturale per esporre i fondamenti teorici del Cours de linguistique générale; ancora una volta en ton mineur ci accontenteremo di segnalare le influenze più profonde e durature del suo magistero presso lintellighenzia francese del dopoguerra; e intanto il concetto di arbitrarietà del segno, con la connotazione differenziale del significante e del significato debitrice della teoria marginalista del valore formatosi al livello dello scambio e non, marxianamente, della produzione.
La conseguenza più rilevante di tale feticismo era evidentemente la reificazione della merce linguistica, la sua algida sufficienza verso lagirre intramondano; operazione ideologica che, come sè visto con Lévi-Strauss, implicava lassunto di una struttura (Saussure in vero parlava di sistema) sovradeterminante, un modello di armonie provvidenziali teoricamente e in certi limiti ontologicamente rapito al divenire in un altrove del mondo umano profumato di incenso. Perché discesa dal cielo in terra, pur senza confondersi sdegnosamente ad essa, questa entità strutturante assurgeva a principio gerosolimitano della vita, da cui tuttavia, mettendo tra parentesi loggetto reale e il soggetto parlante (e agente), si teneva saggiamente alla larga. Scrupolosamente conservato sotto vetro al riparo dal mondo e dalluomo, il sistema linguistico si magnificava della sua perfezione ineffabile e assieme inespressiva. La parola, svalutata ad evento individuale, menava unesistenza peregrina sulla terra ormai disertata dalla luce di un Dio nascosto e geloso. Non più strumento di comunicazione tra uomini di informazioni sul mondo, il linguaggio abdicava ad ogni funzione sociale e dunque ad ogni specificità umana. La sua vocazione, e si direbbe la sua natura, era ormai la proclamazione narcisistica dellautoreferenzialità. Absolutus non trasmetteva più lesperienza umana del mondo, ma il proprio discorso in un circolo ermeneutico in cui si dileguava la distinzione tra soggetto e oggetto.
Così, in breve tempo e per laccortezza di fini esegeti, quella che in principio era parsa unattualizzazione persino eccessivamente rigorosa dello scientismo positivista, si rivelava quale forma contemporanea più compiuta della metafisica. Ancora una volta, e sotto mentite spoglie, la frottola idealistica dellunità di soggetto e oggetto e dellanteriorità della coscienza rispetto allessere, della priorità dunque dello spirito sulla materia, si tramandava di bocca in bocca da un capo allaltro dellEuropa cristiana. Non più mondo intermedio, il Verbo (nuovamente con Saussure e dans le sillage dellevangelista Giovanni) era la vita e la luce del mondo, o meglio della sua immagine solubile, rarefatta, evanescente e tuttavia la sola berkeylianamente cauzionata provvidenzialmente piovuta dal cielo un mattino gelido assieme alla rugiada. In Chomsky, pur tuttavia intelletto illuminato, assumeva addiritura connotati presocraticamente innatistici di grammatica extra-sociale, modello generativo condizionante con spontaneità preumana.
Senza pervenire a certi eccessi, peraltro parzialmente sconfessati dallo stesso Chomsky, la prospettiva internalista emergeva ovunque prepotentemente nel ragionamento strutturalista. I sistemi in sé conchiusi e governati da proprie leggi vi possedevano la facoltà di autoregolarsi conservando, pur nella cangiante combinazione degli elementi, inalterate le proprie leggi. Le strutture erano site fuori dal tempo continuo-omogeneo, senza riferimenti alla propria genesi e, ciò che è più grave, senza prospettive prevedibili di sviluppo. Non più Tempo, ma tempi, non più Spazio, ma spazi, particelle di materia gelosamente ripiegate su se stesse, istanti impagliati in un presente senza vita. La desolante simmetria di tali strutture disantropomorfizzate riferiva le lacune, non solo oggettive, di vissuti umani; in assenza di un portatore sociale collettivo, e cioè il soggetto operante nella sua storia, esse svolgevano ed anzi perpetuavano la propria insignificante esistenza di astrazioni solo nelle pagine dei libri, perfetti cristalli di ghiaccio che si scioglievano al sole sin dalle prime luci dellalba; quando gli uomini ancora non si erano ridestati.
Qui tuttavia si riscontrava una marcata deviazione dalloriginario modello saussuriano; in quanto che, laddove nel Cours la predilezione per il piano sincronico su quello diacronico rispondeva ad unopzione metodologica entro certi limiti strumentalmente accettabile, presso taluni dei suoi successori il dominio dello statico sul dinamico, lesercizio di un tempo eguale a zero, da astrazione addiveniva a realtà fattuale. La struttura sfuggita dal vetrino di laboratorio prendeva a vivere di vita propria in forza delle indefettibili leggi coesistenziali.
Disconoscendo pertanto lunità di sincronico e diacronico nel processo dialettico, lÉcole parisienne concepiva le strutture come sistemi invarianti e degradava il divenire a combinatoria di elementi dati, dispiegamento di possibili secondo leggi universali. Riducendo il dinamico a modalità accessoria e tutto sommato ininfluente dello statico, lo strutturalismo post-saussuriano (in ormai non più sorprendente consonanza con il positvismo) svelava il proprio contenuto latente di filosofia essenzialista. Luomo, oggetto inerte di strutture impassibili, era identico nel tempo a se stesso. La storia, la sua storia umana, era phainómenon, essere difettivo delleterna verità dellente. Evacuando perciò la vita dalla struttura, la dinamica storica che al tepore del contatto umano stenta ad ibernarsi persino in prossimità dei poli interveniva quale perturbazione inevitabile e però reversibile del sistema, intrusione fastidiosa dellirrazionale nel regno quieto (e inospitale) delle leggi sincroniche.
Con lo strutturalismo, e in nome della scienza esatta, lumano ripiegava verso lanimale, soccombeva alleterno ritorno come pigrizia della natura incolta, ma anche come prigione dellesistente, amor fati e si direbbe amor pati dellordine costituito; istinto di morte ad uso e consumo del Capitale. Al punto che Sartre, forse con eccesso retorico ma non senza valide motivazioni, poteva definire lo strutturalismo come lennesimo (ma non ultimo) barrage ideologico eretto dalla borghesia contro il marxismo. Effettivamente, e ciò nonostante gli attestati di stima di Lévi-Strauss e le professioni di fede di Althusser, dietro i labari delloffensiva antistoricicista avanzava la crociata occulta contro il marxismo e la concezione materialistica della storia. Presso costoro, difatti, il processo del divenire era travisato, in irriducibile antitesi alla dialettica marxiana, nella bachelardiana rottura epistemologica quale deformazione unilaterale del salto qualitativo, ovvero quale negazione categorica dello stesso processo; e ciò con buona pace dei camelots parigini del presidente Mao. Le strutture difatti erano asserite in sé come perfette, provviste di infallibili meccanismi di autoregolazione atti a governare lincessante combinatoria di elementi dati nella perpetuazione del sistema. Levoluzione dunque, non più intesa come automovimento di contraddizioni interne, si configurava in termini di rottura e, con accenti freudiani, come crisi prodottasi ai confini esterni della struttura, ove avveniva talvolta lincontro sciagurato con altre strutture. Non più lunità e lotta degli opposti quale motore interno della trasformazione, ma la casualità provvidenziale di un rendez-vous (che meglio si farebbe a mancare), di un imprevisto destinato dun tratto a cambiare le carte in tavola o a gettarle al vento, interrompendo una partita altrimenti lunga ed estenuante come leternità.
Tale concezione del cambiamento contemplava necessariamente coupures improvvise che scompaginassero da cima a fondo la struttura sino a renderla irriconoscibile e dimentica del suo recente passato; così, quale surrogato della narrazione unitaria della storia, si esibiva uno schema geologico in cui strati spessi di sabbia separavano per sempre rovine di civiltà sepolte: guerre, cataclismi, castighi di Dio. Noé per precauzione teneva larca ormeggiata al pontile. Celie a parte non stupirà punto se, in questa dialettica del Kairós, il soggetto della storia, senza più occupazione né prospettive, decidesse un giorno di farla finita. Non era questo daltronde il generoso progetto dellantiumanismo strutturalista? Un mondo perfetto a misura duomo, talmente a misura da stargli stretto, un paradiso in terra ove gli uomini, appagati e ristorati, si suicidassero per disperazione.
Fatto sta che, nella manifesta impossibilità di rendere conto esaustivamente del campo aperto della storia, lo strutturalismo individuava altri domaines su cui saggiare il proprio metodo innovativo senza esporsi a rischi eccessivi; e in primis la letteratura. La premessa rigorosamente strutturalista di tale ermeneusi (entre guillemets poiché era manifesta volontà di Barthes & co. esplicitare i come senza indagare i perché) era la vessatoria chiusura al mondo dello spazio letterario. La letteratura, struttura sigillata e autarchica era compresa quale dehors rispetto alla realtà (e viceversa). Smascherata lillusione mimetica (provocatoriamente etichettata come borghese) dissimulata nei dettagli superflui, il testo era immaginato in splendida solitudine nel cielo alto e irragiungibile della sua idea. Tuttattorno lassenza silenziosa della vita reale. Al suo interno invece soltanto il linguaggio e i suoi procedimenti generatori di senso; un linguaggio necessariamente autotelico che, messosi allascolto della propria voce, delleco persistente di atti verbali pregressi, sperimentava compiaciuto nuove tecniche. Questa era in fondo la letteratura per gli strtturalisti, né più né meno che per taluni lamore esaurito nelle posizioni del coito.
La storia dei generi letterari si consumava nella combinatoria degli elementi formali allinterno di un sistema autosufficiente e autoregolantesi, laddove la continuità è sempre faccenda di epigoni e nella rottura (ben inteso rimarginabile) risiede la modernità; una modernità che è fatta di vecchio e non lo dà a vedere, dei soliti stracci riacconciati alla meglio, come la moda, ad uso e consumo del mercato. Asserita la non pertinenza per lanalisi del referente (e in un secondo tempo anche dellautore) quale altrove del testo, alla letteratura non restava dunque che il suo mondo interamente immaginario di pastelli e carboncini. E alla critica letteraria ormai non si chiedeva altro che di essere fenomenologicamente coscienza della coscienza, freudianamente sogno del sogno, autoeroticamente letteratura della letteratura, ecc.; ma sempre e comunque anatomia puntigliosa del sesso degli angeli.
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Che ne era ormai del nostro antico amore? Voltate le spalle al candore ingenuo del Lógos, lOccidente ammaliato capitolava al fascino tenebroso del Mythos. Abelardo, Bacone, Cartesio e Spinoza salivano in mansarda assieme al père Goriot in attesa di giorni migliori, mentre laula del prof. Schopenauer, un tempo meritatamente vuota, si riempiva di discepoli adoranti. Nellepoché fenomenologica, nelle aporie della semiologia e prima ancora nelléskaton dellinconscio freudiano si disipavano le energie liberatrici del pensiero occidentale. Il processo unitario del linguaggio verso il mondo delluomo sarrestava malinconicamente nella condizione stazionaria dellék-stasis solipsistica; strano modo, e tuttavia efficace, per i padroni della pace armata, di riabilitare la filosofia di guerra di Krieck e Göring come guerra alla filosofia, ottundimento della ragione, Verfall dellumanità.
Vero è che le ostilità, dopo la fugace sospensione per i festeggiamenti di rito, erano riprese, prima in sordina, poi in grande stile; e i vinti, arruolati nelle file di vincitori troppo magnanimi, attendevano sordamente la rivincita. Le centrali ideologiche del Capitale al di qua e al di là dellOceano operavano in tal senso, promuovendo lassillante insicurezza per la prosecuzione della specie umana e maginificando gli effetti delllesasperata reificazione del mondo delluomo. Smarriti i nessi concreti con la società e la natura, disorientato dai progressi contraddittori della scienza, lindividuo riparava nellavello dellintimità, degradando la prassi ad istinto di sopravvivenza e innalzando la scienza a rivelazione divina. Brevi istanti di ebbrezza dionisiaca allietavano la monotonia spettrale della vita quotidiana.
Laggressione sistematica ai valori della civiltà Occidentale procedeva, non già strutturalmente da barbarói accampati alle sue frontiere, bensì dalle sue viscere, dalle sue contraddizioni interne giunte al dunque a maturazione. Nellestremo tentativo di afferrare il frutto tumido prima che cadesse al suolo sfracellandosi, i custodi del giardino imperiale lo estirpavano dal suo ramo fecondo. Del millenario pensiero giudaico-ellenico non rimaneva che un aneddoto ricreativo per fantesche, solo apparentemente ludico; perché la farsa preparava gli animi alla tragedia. Contro la storia e gli esiti temuti del suo percorso unitario si predicava la gnoseologia dellagnosticismo, succedaneo industriale della religione dopo il crepuscolo indolore degli dei. La soggettivizzazione del tempo in Bergson e Heidegger ne teorizzava limpraticabile arresto; quella dello spazio in Scheler e Ortega y Gasset, la chiusura al mondo. Era lapologetica, sempre meno indiretta, del tempo alienato dal lavoro salariato e dello spazio reificato dallo Stato-macchina.
La liberazione propugnata per loperaio consisteva allora nellaccettazione integrale della sua condizione non emendabile di asservimento; ai padroni, invece, soffriva la via di fuga innanzi alla propria disumanità nella teodicea dellassurdo dellesistenza umana, il vanitoso compiacimento di una disperazione confortante, il male di vivere una vita troppo bella. Agli uni quindi si dispensava generosamente assenzio per offuscarne le menti e paralizzarne la prassi; agli altri si porgeva in calici finemente decorati elisir di lunga vita da sorseggiare al tepore dei boudoirs. Ma da lungi, allorizzonte, sannunziava il fortunale.
Leredità, solo apparentemente scomoda, dellirrazionalismo totalitario, dopo aver traversato lesistenzialismo e irrorato lo strutturalismo emergeva in piena luce solo col decostruzionismo. Contaminando Saussure col veleno heideggeriano, Derrida preconizzava la de-costruzione del logocentrismo occidentale, dellontologia del lógos e della phoné. Occultati senso e presenza nei muti geroglifici della graphé, lorigine e il télos del percorso umano erano irrimediabilmente compromessi, dispersi nelle tracce confuse e ingannevoli disseminate dal lavorio della différance. Soggetto e oggetto, già vittime di una criminosa confusione, si dissolvevano nelle pagine cifrate del Testo. Corpi di carta e anime dinchiostro da gettare spensieratamente nella stufa (come se niente fosse e niente fosse stato) mentre sè intenti, calate le tenebre del secolo breve, allinnocuo gioco da tavola della decostruzione.
Giunti daltronde al capolinea della storia, allapprodo felice dellumanità al porto franco della pax americana, non stava bene rinvangare un passato le cui ceneri serano sparse rapidamente al vento nel cielo grigio di Auschwitz. Il presente, saturato dal senso effimero del proprio accadere transeunte, si scrollava volentieri di dosso le responsabilità di un passato rimosso, deresponsabilizzandosi anche rispetto a un futuro non più da costruire e che, finita se Dio vuole la storia, avrebbe proseguito stancamente il pacifico trionfo del Potere sovrano. Esauritasi la missione dellUomo sulla terra, gli uomini si autorizzavano i piaceri fugaci dellimmediatamente diffuso, il brivido rassicurante della relatività, lidoleggiamento imbelle dellinsensatezza, lattesa inebetita dellevento casuale e ininfluente, la pace del cervello nel climax dei sensi. Era la catabasi senza ritorno negli inferi del vitale che taluno, anche a sinistra nuovamente e non stupisce, confondeva surrettiziamente con la liberazione; liberazione scanzonata dagli officia dellesserci, defezione inescusabile dal percorso umano, resa incondizionata alla morte che per luomo è anche, e soprattutto, la vita con la v minuscola.
Gli accesi contestatori di ieri, oggi stabilmente insediati nei salotti televisivi o dietro le cattedre universitarie, potevano permettersi il lusso di dileggiare la screditata narrazione unitaria della storia hegelo-marxiana, le sue gerarchie razionali di cause ed effetti, i suoi ingenui conati teleologici, le sue metafisiche leggi di sviluppo e le sue illusorie speranze di riscatto. Non costava nulla, nulla si rischiava e anzi ci si sentiva al passo coi tempi e in sintonia con le mode. Poco male poi se, ai confini dellImpero o anche solo alla periferia delle sue metropoli, lesistenza in tempo di pace mieteva più vittime della guerra. Daltronde nelle couches geologiche della storiografia strutturalista cera posto, accanto alle rovine di civiltà sommerse, anche per mucchi di ossa cui nessuna mano pietosa avrebbe dato degna sepoltura; e intanto il cadavere in avanzata decomposizione dellUomo su cui volteggiavano famelici gli avvoltoi della postmodernità.
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Se il lógos totalizzante della storia sera diluito con il neostoricismo in lessico famigliare, in cronaca rosa o nera di faits divers, memorie di avi balzate fuori da sécrétaires tarlati, aneddoti curiosi per sé insignificanti, ma ricreativi e senzaltro inoffensivi, ciò avveniva anche per supplire alle lacune di un campo letterario che, voltando sdegnosamente le spalle alla narrazione (e alla vita) si crogiolava in tecnicismi arditi quanto soporiferi. La letteratura, laddove infatti non si riduceva ad inane esperimento di laboratorio, degradava mestamente ad allegoria, alludendo per cenni sommari ad un aldilà del mondo umano non meno assurdo, indecifrabile e forse irrilevante della terrena contingenza. Talché, rispetto allarte religiosa medievale presso cui lasserzione di una realtà trascendente il dato solo apparentemente reale rispondeva ad un sentire comune, era possesso collettivo ed allo stesso tempo (nella Commedia manifestamente) dischiudeva, allegoria dellallegoria, inedite opportunità per lumano operare intramondano qui laltro evocato non era più la presenza unica, autentica e primigenia, ma il nulla noumenico della nullità immanente; e loggetto raffigurato, se taceva ormai del mondo abitato dall'uomo, non riferiva più neanche dellAltro mondo, o di altri mondi possibili o soltanto auspicabili: era emblema, formalmente riconoscibile come tale, senza tuttavia che sia dato sapere di cosa, a meno di non accontentarsi di identificare nel nulla laltro e lo stesso.
Vi torneremo anche in seguito, e tuttavia sin dora preme rilevare che quanto contraddistingue il rispecchiamento artistico rispetto a quello scientifico sia appunto la sua connotazione antropomorfizzante e cioè il riconoscimento della specificità umana, ovvero della prassi sociale, nelluniverso rappresentato e nel libro e nel quadro come ricreato. Con ciò si intende asserire che tutta larte è entro certi limiti allegorica, in quanto che, quale che ne sia loggetto, lindividuo, la natura e persino Dio, essa parla sempre e soltanto delluomanità e del senso umano che sta nelloperare collettivo, e parimenti allumanità intera si indirizza, allhomo socius, faber et loquens, anche quando è prece commossa allInviolato o privatissima lettera damore. Perché, se così non fosse, per noi resterebbe monumento muto della propria impotenza, e non più documento eloquente dellagire umano, testimonianza accorata di noi stessi in quanto esseri storici, anche a distanza di millenni.
Di qui il disagio innanzi alluniverso reificato di larga parte della letteratura contemporanea, in cui le cose, disumanate, esercitano unarcana signoria sullo spazio e sul tempo non più umani. Stanno lì, come foglie su rami spogli o millepiedi schiacciati sui muri, private del senso umano della loro presenza, della loro funzione strumentale, sono orologi senza lancette, manichini spogliati, cassetti chiusi a chiave o bicchieri vuoti. La loro angosciante prepotenza di inerti macchine ribelli sfuggite al controllo umano riempie di se stessa il campo non più prospettico della pagina; presenza incombente e tuttavia debole che, nellassenza di progettualità umana, si affloscia su se stessa smarrisce la propria consistenza volumetrica nellipertrofia di particolari inessenziali, si liquefà sotto la luce accecante delle lampade o si confonde tra le ombre della sera, se stessa smarrisce per aver rinunciato al proprio oltre, al suo altro umano che ora e sempre è su questa terra il suo unico e più intimo se stesso.
In tale caotica coinonia, i personaggi umani appaiono ormai superflui; labili spettri che saggirano spaesati e attoniti tra inventari prolissi di macerie. Sui loro occhi non più lo sgomento dei bambini di Hiroshima, ma la naturalezza gioviale e non più umana dellimbecillità, listinto ferino di sopravvivenza che nelluomo e più mortifero del suicidio. È la noia, lindifferenza, lestraneità di fronte alla percepita contingenza dellesistere privato di senso e prospettive umane, che non suscita più alcun sentimento umano di riprovazione, o anche soltanto di nausea. Nella destorificazione radicale del mondo loperare si degrada al mero sopravvivere e al limite allinerte contemplare e la parola decade a chiacchiera sconclusionata o si spegne nel silenzio. Laltro della natura e il nostro della società stanno sempre fuori, ma non più contro. La loro alterità è talmente cruda e rigida da risultare irrisolvibile e coercitivamente assimilante per lindividuo che, privo di nessi sociali, ripiega su se stesso riscoprendosi come oggetto; oggetto tra oggetti che non suscitano più ribrezzo o tenerezza, nel cui nulla consentiamo a bocca aperta ad annullarci, esperendo per luomo lidilliaco stato di natura; di natura morta. Così per disumano pragmatismo postmodernista, Werther rimette la pistola nel fodero e Ottilie ordina un brasato di manzo; e rassicurati in tal senso dallanalista si trovano, lui un amante liceale, lei un facoltoso pigmalione, e così tirano a campare felici e contenti, passando con ciò che passa, spensieratamente morti prima ancora di morire.
Defluendo a valle con i detriti che trascina la corrente, luomo ha tuttavia agio di contemplare la bellezza arcana della Verfall e facoltà di riferirne il sublime spettacolo di desolazione. Sprofondato per tre quarti nella sabbia o recluso giorno e notte dietro a una persiana, la sua occupazione, elettiva o forzosa che sia, è lesercizio onanistico della descrizione, non più finalizzata a sviscerare il senso operativo delle cose, la loro umana progettualità, ma a renderne meccanicamente conto, in un primo tempo con intenti scientifici di oggettività, in seguito quale resa al flusso reificante della coscienza; ma mai, o quasi mai, recando testimonianza dellimbarbarimento odierno della vita umana, di uno specificamente umano che si confonde, privo di spessore individuale e di articolazione sociale, nella superficie levigata ed indistinta della prosa tardocapitalistica.
Dato che, nonostante le illazioni della critica testualista, lopera darte è in sé creazione umana, individuale e sociale allunisono come ogni produzione, il mezzo atto a tale abbassamento dellumano nellarte risiede nellartificioso indebolimento delle facoltà cognitive del narratore, finalizzato, in ossequio alla professata filosofia del negativo, a rendere plausibile e anzi identificabile la rappresentazione allucinata e deformata del mondo che vi è esibita. E ciò in ragion del fatto che, ancora contro la communis opinio, ogni straniamento per vocazione aspira a presentarsi quale normalità disvelata e in tal senso opera presso il lettore. Così, per accreditare la verosimiglianza della finzione, il narratore, succube alla stregua del personaggio della propria percezione, subordina lintelletto razionale allimpero dei sensi, e atrofizza lagire al patire: sente ma non intende, vede ma non conosce, tocca ma non afferra, parla del nulla, plasma il mercurio, sinnamora di quarti di bue. Il libro, sfuggitogli di mano, si scrive da sé come Livre, Verità del mondo che lo trascende e volentieri lo nega; ma nella quale, allatto della resa alle potenze oscure della reificazione, il lettore, turlupinato dai suoi giochi di prestigio, sillude di riconoscere la propria verità, non quella transitoria dellalienzaione capitalistica, ma quella sempiterna dellessenza umana dopo il peccato originale.
Collateralmente ai risultati artistici che sono sotto gli occhi di tutti e che la storia coi suoi tempi fisiologici si incaricherà di ponderare, la produzione estetica disantropomorfizzante dispiegantesi nella liturgia ridondante degli ismi dal naturalismo sino alle attuali tendenze minimaliste si faceva portatrice di esiti ideologici altrettanto perspicui e si teme più persistenti; e ciò pacificamente per linsopprimibile conato di ogni manufatto artistico, anche il più esoterico e velleitario, a proiettare verso lesterno il proprio rispecchiamento interno, intrattenendo un dialogo ininterrotto, anche se disegualmente intenso e proficuo, con il mondo. Nella fattispecie i contenuti manifesti desumibili con imperdonabile semplificazione, si concede erano la condizione fisiologicamente patologica dellessere umano, la mutilazione delle facoltà e delle aspirazioni individuali procurata da ogni istituto sociale cui la persona abbia a relazionarsi, lirreversibilità di tale percezione di disagio in unesistenza posta per luomo come sostanzialmente identica a se stessa nella mutevolezza superficiale delle sovrastrutture storiche; il conseguente incitamento alla fuga individuale dalla noia della quotidianitànel volontarismo gratuito del superuomo o nel ripiegamento, anchesso elettivo, presso il ricovero dellintimità; lestroversione dionisiaca o lintroversione catatonica quali uniche opzioni salvifiche percorribili. Tali considerazioni, ma verrebbe da dire illazioni, disvelavano, se ricondotte senza troppi complimenti sulla terra, un contenuto latente orientato ideologicamente e al limite politicamente schierato, in ragione della necessità dellattuale stato di prostrazione, verso laccettazione rinunciataria dellinfelicità presente, verso la capitolazione imbelle delluomo innanzi ai soprusi disumani inferti a sé e ai suoi simili. Così, tramontati i tempi eroici della rivoluzione borghese, lintellettualità occidentale indolente e salottiera eleggeva senza remore o ripensamenti lapologia sempre meno indiretta della barbarie capitalistica a supremo musagete dellarte postmoderna.
Nel mondo ormai irrimediabilmente reificato dellarte, la presenza umana, quale che ne fosse lo statuto autore, narratore, personaggio, ecc. appariva al dunque contingente, accessoria e persino superflua. Sulle pagine del libro, come daltronde sulle strade di questa terra, luomo era nullaltro che un ospite temporaneo, un viandante smarritosi, senza proprietà da amministrare né regni da conquistare, spettatore sfiduciato degli eventi e tuttavia inoperosamente in attesa, di cosa non è dato sapere Lo scientismo strutturalista, che aveva espunto dal campo della scienza la tediosa variabile umana, gli negava il diritto di asilo persino nel territorio fictionale della letteratura. Il poststrutturalismo decostruzionista, nonostante lasserita discontinuità, proseguiva imperterrito limpresa disantrompomorfizzante dei maestri sconfessati, limitandosi al più ad accentuarne i toni provocatori e a radicalizzarne limperativo antiumanistico. Esautorato luomo dal ministero del mondo del libro e scorporato questultimo dal mondo reale e dunque di nuovo dal mondo delluomo non restava che il testo, tessuto di citazioni, eco di altre parole, conglomerato di rottami linguistici raccolti(si) sul ciglio della strada e composti(si) in varia foggia e misura, trama variamente intrecciata di cascami di altri testi, singoli atti di parola involatisi un tempo ormai remoto (e forse solo leggendario) dal referente primordiale, svincolatisi dalla presa del portatore sociale e sollevati dallassillo di un destinatario da intercettare; come le parole gelate di Rabelais che, leggere di senso, volteggiavano in cielo sulle correnti ascensionali, senza una storia e senza una meta.
In questo cimitero della comunicazione venivano meno le ragioni e le condizioni stesse della sopravvivenza umana. Così, dopo aver sepolto il personaggio, lautore raccoglieva le forze rimaste per scavarsi il proprio avello ove attendere serenamente leterno riposo. Visto e considerato infatti che il libro, e per alcuni il non-libro, si componeva da sé secondo le meccaniche celesti della testualità, lautore, abbandonatosi in trance al proprio spirito guida, si lasciava scrivere dallente psicopompo come un docile automa, eclissandosi volontariamente dietro le architetture perfette del linguaggio; dolce morte la sua, e più dolce perché, pur senza riconoscergli più alcuna partecipazione attiva alla composizione del testo, il mercato editoriale gli accordava ancora i sacrosanti diritti dautore sulle vendite. Così parve proprio un monstrum giuridico la fatwa pronunciata nell88 contro Salman Rushdie per quei mediocrissimi Versetti che, satanici di nome e di fatto, serano impossessati della sua typewriter come il Verbo dello stilus degli Evangelisti. Mirabilia della reificazione!
Annunciata con giubilo dalla critica letteraria, la morte dellautore fu accolta con soddisfazione anche dai lettori (o almeno da quanti si imbatterono nel suo necrologio) finalmente autorizzati ad accostarsi allopera senza preconcetti o timori reverenziali, come ad una qualsiasi altra merce, di cui disporre, una volta acquisita, a propria guisa ed esclusivo piacimento. Unautentica rivoluzione domestica, quella della testualità che, mancando di varcare le soglie del Palazzo, si accontentava di violare le rilegature dei libri! Ecco come, coi primi acquazzoni estivi, i sovversivi del Quartier latin trovarono riparo tra gli scaffali delle biblioteche. Per occupare i pomeriggi piovosi ci si convinse che il Moloch capitalistico allignasse tra le pagine dei libri, e che lì andasse stanato, decostruito, demistificato o anche soltanto scompaginato. Miseramente fallita lopzione armata soffriva loro questa nuova e meno traumatica opportunità di sovvertire lordine costituito, di sconfiggere il fascismo del linguaggio; ma con armi appositamente forgiate, meno acuminate e da maneggiare comunque con cautela, doucement in una rilassante lotta di lunga durata, da proseguirsi, scesa la notte, sul terreno soffice dei materassi: plaisir du texte, godere operaio, atteso termidoro di ferie dopo le fatiche del Maggio.
Se lo Scrabble scanzonato del testo non avesse valicato i bordi del tavolo decostruzionista, potremmo accomiatarci garbatamente dal lettore accordando a noi e a lui il meritato riposo. Il guaio è che purtroppo quello che a prima vista parve un inoffensivo passatempo di società si rivelò ben presto il più efferato gioco al massacro del metodo scientifico della conoscenza, lattacco più virulento alle risorse razionali delloperare umano perpetrato dopo la caduta di Berlino. Ricusata difatti la datità oppressiva della filologia e sconfessata come ideologica la pretesa logocentrica di impadronirsi concettualmente del mondo, la critica si voleva ordunque metaletteratura, rilettura della lettura e riscrittura della scrittura, non più fatto ma opinione, sarabanda sfrenata di significanti, deriva jouissante nei mari aperti del non senso. Del testo e sul testo si poteva ormai dire tutto, perché nietzschianamente si dava equivalenza (X = 0) di ogni interpretazione e derridianamente la decodificazione di codici sempre intransitivi ambiva a ridursi a parafrasi o più spesso ad allegra parodia.
Lapprodo sconsiderato dellermeneusi sulle aride spiagge del nichilismo, in cui il bianco e il nero sono sfumature impercettibili del grigio e lo stesso è identico allaltro dato che entrambi si identificano nel nulla, era gravido di funeste conseguenze. Poiché non limitandosi a rimanere questione personale di gusto, la decostruzione si prestava quale metodo generale della conoscenza, preconizzando per sé proficue applicazioni nei settori più disparati dello scibile: dalla matematica, alla biologia, alleconomia. Quando infine invadeva anche il suolo sacro della storia, un brivido freddo ci correva lungo la schiena. Rimaste, di prigionieri e sorveglianti, solo tracce confuse disseminate sulla neve di Auschwitz, per chi avrebbe battuto il cuore di tenebra del significante? Per le vittime o per gli aguzzini? Ecumenicamente per entrambi, o sdegnosamente per nessuno dei due?
Nella logica differenziale del postmoderno, niente più strappi ma solo dislocamenti; ogni addio si scioglieva in nuovi amplessi, ogni condanna assolveva, imputati e giudici volentieri si scambiavano le parti. Così sulle spiagge dorate della California lebreo Derrida e il nazista De Man conversavano amabilmente sino a tarda sera sorseggiando di tanto in tanto il cocktail gradevole dellinteterstualità; pare che con la ciliegina vi si aggiungesse un goccio detica, ma così ben shakerata da perderne il gusto. Tutto il potere ai significanti. Nulla al di fuori del testo. Parole, parole soltanto parole
NOI
Se dunque, al volgere del terzo millennio, la civiltà umana sera scoperta (ma non dun tratto come sè visto) emanazione provvidenziale del significante, gioco dombre linguistiche su pareti umide di caverna, è proprio dal linguaggio che prenderà le mosse la penultima e ci si augura breve sezione del presente articolo. Perché quando il nemico è più forte è lui a imporci il terreno su cui misurarci; il suo, a lui più congeniale e a noi più ostico. Laddove poi parrà al lettore di queste pagine di intendere il già detto, si replicherà garbatamente che repetita iuvant; e a chi vi riconoscerà solo farina dellaltrui sacco ricorderemo che il mestiere dellape operaia è intanto nella scelta dei fiori giusti. Senza contare che, in tempo di guerra, ci si arrangia a fare tutto; specie quando le cose vanno male e molti dei nostri, per quieto vivere, hanno disertato nel campo avverso.
Detto ciò a scanso di equivoci, si rammenterà per quanti lavessero obliato come, in prospettiva materialistica, tutti i contenuti della conoscenza rinviino ad oggetti reali e ciò in ragion del fatto che è lo spirito a promanare dalla materia e non viceversa. La coscienza, pertanto, rifrangendo la realtà obiettivamente esistente al suo esterno e a sé acquisita per il tramite del lavoro umano, conserva sempre un carattere contenutistico concreto. Allappropriazione umana del mondo degli oggetti naturali e alla trasmissione di pratiche e competenze a più giusto titolo umane, contribuisce in larghissima misura il linguaggio, cooperando fattivamente con il lavoro. Il linguaggio è dunque il nostro più robusto viatico nel transito terrestre, lo strumento più efficace per poter agire sulle cose interagendo con gli uomini. Risulta quindi evidente come, per ottemperare a tale mansione comunicativa dei saperi sul mondo, il linguaggio debba fornirsi di appositi veicoli: i segni, anchessi materiali perché nel significante composti di materia fonica, nel significato riferiti al mondo reale, materiali infine per limpiego eminentemente sociale cui sono demandati. Segni di terra, dunque, e non di aria.
Quanti tra i lettori frequentino Saussure non mancheranno di rammentare come il linguista ginevrino avesse manifestamente ostracizzato dal suo Cours ogni dissertazione sullorigine del linguaggio poiché ritenuta esterna al campo della scienza. Senza pretesa di dire alcunché di nuovo in materia, ci azzardiamo a contravvenire alle disposizioni del maestro, osservando la spiccata somiglianza tra tale rimozione e quella del lavoro umano incarnatovi dalle merci. Per cui ci si accontenta, e sempre vi si trae profitto, del prodotto finito senza chiedersi chi lo ha fatto e perché (o per chi).
Venendo al dunque soffrono a meno di non voler chiamare in causa lo Spirito (o, se si preferisce, lInconscio) disceso sulla terra in forma di colomba due sole alternative: il linguaggio è umano in senso debole perché facoltà innata e biologicamente ereditaria della specie uomo; il linguaggio è umano in senso forte in quanto che prodotto dalla prassi umana, e dunque sociale nella genesi come nella trasmissione. Più di due millenni di storia del pensiero protendono con dovizia di riscontri per la seconda ipotesi. Ad essa ci rimetteremo di buon grado, convinti fino a prova contraria che proprio con lintroduzione del secondo sistema di segnalazione si sia compiuto il salto qualitativo tra lominide e luomo. La radicale ricomposizione dellattività nervosa avviata nelluomo con la pratica del linguaggio non è dunque esito dellarbitrio evolutivo e menchemmai di un prometeico sforzo individuale bensì conseguenza (e allunisono premessa) del sorgere tra gli uomini di legami sociali, risposta collettiva allesigenza pressante di un sistema di comunicazione infinitamente più complesso ed elaborato di quello animale per soddisfare bisogni anchessi sempre meno naturali.
Tale condizione genetica vincola indissolubilmente il linguaggio allambito sociale dellesistenza, inteso quale fondamento e criterio della sua verità storica. E per luomo, e per luomo soltanto, la prassi è eminentemente lavoro. La dialettica di causa ed effetto tra linguaggio e lavoro è nozione acquisita per il pensiero materialista e trae i suoi argomenti difficilmente oppugnabili dalla constatazione dellimpraticabilità della produzione di manufatti materiali in assenza di una concomitante produzione di artefatti linguistici. Il linguaggio consente di astrarre i caratteri generali dallesperienza acquisita attraverso il lavoro e di comunicarli ad altri uomini partecipi del processo lavorativo, di categorizzare pertanto la realtà oggettiva quale presupposto della sua manipolazione. Il linguaggio ci orienta nel mondo degli oggetti e, formalizzandone le leggi oggettive, ci consente di impadronircene. Così facendo esso ritorna a quella realtà da cui promana e, al di là e persino in assenza di fatti immediatamente percepibili, la supera nel pensiero prima ancora di averla assoggettata con lopera; esso è dunque, con il lavoro, estrinsecazione nella quale lindividuo non più si conserva, né più si possiede in se stesso, e anzi completamente sospinge il proprio interno al di fuori di sé. E tuttavia questazione verso lesterno, diversamente da quella effettuata con lo strumento del lavoro, non è direttamente finalizzata a produrre modificazioni sulloggetto, bensì a condizionare, indirizzandolo, lagire umano che si incarica di tale operazione. È pertanto, quello del segno, un rivolgersi verso lesterno che sempre ripiega al proprio interno, ma beninteso allinterno sociale umano.
Il linguaggio quindi, pur non essendo immediatamente teso al fare, ne è tuttavia la premessa e più spesso lo sprone, ma sempre attraverso la mediazione dellessere sociale che in ultima istanza determina ogni comportamento umano dellindividuo. A tali condizioni il linguaggio consente di estrapolare loggetto dalla sfera sensoriale per organizzarlo nel sistema categoriale logico. Tale rispecchiamento relativamente esatto della realtà nella coscienza è il fondamento teorico per ogni prassi che non voglia aprirsi al mondo e immediatamente chiudersi ad esso nella morte; è la facoltà umana che ci permette di governare con lieve fatica il lavoro della natura. E ciò che il linguaggio fa con la natura lo fa anche con luomo, rivelandosi lo strumento più efficace di controllo sul comportamento individuale, capace di sollevare le reazioni inconsapevoli ad azioni volontarie, sempre in funzione dellattività sociale. E ancora, come si impadronisce del mondo esterno riconducendolo alle sue categorie, così rende il mondo interno delluomo continuamente accessibile allindividuo e ai suoi simili, cristallizzando e stabilizzando per sé e per la comunità la propria soggettività.
Sia la trasformazione del riflesso sensoriale del mondo in rispecchiamento razionale che linnalzamento delle reazioni impulsive a condotte coscienti avvengono attraverso il linguaggio, ma necessariamente al livello della società e del suo scambio organico con la natura. Lavvento del linguaggio si produce nella dialettica del soddisfacimento dei bisogni umani e non quale effetto di tale o talaltro requisito biologico, sia esso individuato nelloccipite, nel pollice, nella mandibola o nel foro interiore illuminato dun tratto dallo spirito. La spontaneità del parlare è per luomo conseguenza esclusiva della naturalità per lui acquisita dellesserci al mondo; così come il singolo individuo è linsieme dei suoi rapporti sociali, le sue rappresentazioni non si formano esclusivamente e neanche principalmente nel corso della prassi individuale, ma sulla base dellesperienza infinitamente più ricca delle generazioni umane che lhanno preceduto; così che, grazie ai buoni uffici del linguaggio, al pensiero non tocca ogni volta e con ogni singolo uomo ricominciare dallABC.
Lattribuzione di un nome a un oggetto o meglio a una categoria di oggetti, gesto che strappa il mondo umano alla caligine naturale in cui era avvolto, si produce anchesso nel corso dellopera comunitaria delluomo. E tra uomini il conferimento di un nome è proprietà che si trasferisce attraverso le generazioni con aggiornamenti incessanti e continue ridefinizioni, dialettica di fenomeno ed essenza che trae il proprio principio dinamico ancora una volta dal carattere sociale, e dunque storico della sua produzione e del suo impiego. Ogni discorso esprime infatti un esterno che si interiorizza e non viceversa un interno che proietti i propri fantasmi lunari sulla superficie liscia del mondo e come ombre cinesi li faccia danzare sulle note della propria emozione. Ma la maniera particolare con cui avviene tale processo di interiorizzazione è ancora una volta la pratica sociale umana, per i contenuti in relazione allo sviluppo delle forze produttive, per le forme invece in ragione dei rapporti di produzione vigenti. E che il processo di acquisizione del linguaggio si compia sempre dal sociale allindividuale è dimostrato senza tema di smentita dal bambino che apprende a parlare con la mamma e solo in un secondo tempo rivolge questa pratica a se stesso, conquistandosi come individuo con la parola sociale interiorizzata. E ciò sulla scorta dellampliamento dei suoi rapporti sociali e non biologicamente della crescita volumetrica del proprio cervello.
Il linguaggio è pertanto sempre in situazione e, come non può essere separato dalla realtà materiale del segno così non può prescindere dal contesto concreto della comunicazione e quindi le relazioni sociali in cui esso si forma e, usandosi, incessantemente si trasforma. La sua natura sociale si manifesta anche nel rapporto segnico continuamente variabile e sempre soggetto ad adeguamenti, nesso tra parole e cose il cui perfezionamento è legato ai progressi della conoscenza ottenuti attraverso la prassi sociale. Nellenunciazione la socialità del linguaggio si manifesta ulteriormente nel duplice orientamento sociale verso il referente e il destinatario, verso il mondo che vediamo e quello che ci ascolta; mondi umani o umanizzati attraverso il linguaggio che li individua e li divelle dal regno muto della natura, conferendo loro nuovo senso e presenza.
Il linguaggio, oltre ad esistere solo per il mondo e nel mondo degli uomini ad esso inoltre spetta come proprietà esclusiva, sociale. Non vi è parola infatti che possa essere attribuita unicamente a colui che la esprime perché, ancor prima di socializzarsi nel gesto stesso della sua esteriorizzazione, apparteneva interamente a quella comunità linguistica cui ritorna nellatto di parola, individuale solo per il portatore umano che la fa risuonare nel suo ambiente sociale. Pertanto, la secondarietà del linguaggio interiore non è soltanto cronologica, ma anche sostanziale, perché esso, come riferisce a sé una parola esterna precedentemente udita (e in quanto che proferita da un altro parlante) così permane, pur nel silenzio della coscienza, a strutturarsi e a dispiegarsi in funzione di un interlocutore potenziale che, pur non potendo in cielo o in terra intenderci, eleggiamo a depositario dei segreti privatissimi del nostro animo. Sì da far risultare dunque sterile esercizio accademico lastrazione dellatto di parola dalle sue condizioni materiali denunciazione, quasi esso conservasse una qualche parvenza di vita al di fuori dei rapporti sociali dei parlanti e quindi della concreta condizione comunicativa in cui il significante si riveste concretamente di senso umano distinguendosi dalle urla inarticolate dei primati.
È ovvio come quanto si va dicendo sulla scorta di riflessioni altrui confligga con limpostazione generale della linguistica saussuriana e strutturalista, con lirriducibile dualismo che lispira e la sottende nella contrapposizione di termini binari: langue/parole, signifiant/signifié, synchronie/diachronie ecc., considerati quali campi separati e solo marginalmente comunicanti. Quale che ne fosse il conclamato intento scientifico, è affatto evidente come dietro a tali distinzioni si celasse il mai morto dualismo tra spirito e materia: da una parte il quieto regno delle leggi linguistiche, dallaltra latto di parola individuale nella sua inespiabile approssimazione; qui il significante alto sulle nubi dello spirito, lì il significato che, fatto anchesso di materia psichica, si lascia tuttavia contaminare dalloggetto reale esterno; e soprattutto, dun canto lessenza atemporale e immutabile dellidea, dallaltro il suo incoerente svolgimento diacronico nel fenomeno. Scienza esatta che positivamente si dischiudeva alla metafisica. Tra la contradictio in adjecto di una parole intesa come atto individuale e lipostasi di una langue immobile, perfetta e in un certo senso sovrumana difettava invero, più presso i saussuriani che al loro maestro la mediazione del portatore sociale che possiede il linguaggio, forgia la lingua e impiega la parola. Questultima è infatti individuale esclusivamente nelluso singolo, ma non certo nelle modalità dimpiego come nelle risultanze; come il gesto anchesso individuale di battere un chiodo, come ci è stato insegnato, col martello che altri hanno ideato, sul chiodo che altri ancora hanno fabbricato, in una parete di mondo, infine, dietro la quale ci sono altri individui che volenti o nolenti ci sentono picchiare.
È ancora lesistenza del nesso indissolubile costituito dalla comunità dei parlanti a garantire lunitarietà del fatto linguistico in cui significante e significato non possono essere scissi tra loro se non a costo di perdere la specificità di suono e pensiero umani. Egualmente non risulterà produttivo concepire una langue essenziale, estratta ed astratta dal flusso comunicativo, sorta di universale difettosamente incarnatosi nella realtà empirica della parola; e dietro a tutti questi fraintendimenti sta la fuorviante separazione del piano sincronico da quello diacronico, della struttura in sé indipendentemente dal processo che ne è invece la condizione necessaria e la sola concepibile desistenza. La natura storica del linguaggio, come di ogni altro prodotto o attività umana, ne motiva e allunisono ne supera larbitrarietà. Se il segno è appunto immotivato rispetto al referente ciò avviene in misura della sua funzione generalizzatrice, per non fissarsi sulla superficie di questo, per avere agio dunque di evolversi assieme a lui, seppure con tempi e modalità specifiche. Parimenti larbitrarietà di significante e significato, ciascuno in sé e tra loro, conseguente al loro impiego collettivo e non individuale, è tuttavia sussunta e risolta dal medesimo uso sociale assicurato dal riconoscimento delleguale nel diverso, del condiviso nel particolare.
Per comprendere dunque il funzionamento reale del linguaggio è indispensabile considerarlo nuovamente nellunità dialettica con il lavoro, con la prassi umana da cui discendono i significati concettuali che solo nel linguaggio si oggettivano fissandosi socialmente nella coscienza, di cui il linguaggio, senza essere lorigine, è la forma materiale di esistenza, fuori dalla quale essa non è che pura finzione. Ricusando tale punto di vista, si finisce idealisticamente per screditare il linguaggio quale riflesso imperfetto del pensiero, ombra sfocata dellidea e, secondo il noto aforisma schopenaueriano, tomba corporea dellanima; quasi che la coscienza il pensiero astratto e generale notoriamente secondario e derivato rispetto alla realtà materiale fosse provvista di unesistenza a sé stante, incielata, che il linguaggio si limitasse in seguito a rivestire come un abito (malamente) confezionato per coprirne le pudenda al cospetto degli uomini.
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Come invece è stato scientificamente dimostrato non da noi, cela va sans dire la comparsa del pensiero astratto è contemporanea ed interdipendente con quella del linguaggio ed è facoltà esclusivamente umana che sola gli consente di svincolarsi dalle impressioni immediatamente prodotte sugli apparati recettori degli animali dagli agenti esterni. In principio cè ancora il lavoro, e non tanto e non solo per aver creato le condizioni favorevoli alla specializzazione umana dellapparato anatomico-fisiologico del linguaggio, ma soprattutto per aver suscitato il bisogno di un più complesso sistema relazionale. Col linguaggio, infatti, si possono comunicare procedimenti, impartire ordini, suggerire oggetti presenti o assenti. Col linguaggio, dunque, il pensiero condiviso tra gli uomini trascende limmediatezza dei riflessi istintivi e astrae dallhic et nunc dellespierienza individuale. Ci prepara, categorizzandole, a situazioni ancora non prodottesi, ci pone in presenza, appaesandocele, di regioni che sono per noi non solo de facto ma anche a priori irraggiungibili. Con il linguaggio laltrove e al limite laltro mondo perviene a realtà oggettiva e quotidianamente prende ad interagire con loperato intramondano. È questa una conquista fondamentale e imperitura per luomo, lincipit stesso della sua differenziazione come specie umana dal mondo animale, e tuttavia, come si diceva pagine addietro, essa è diventata per lui una servitù e per certi versi una condanna; e ciò ancora allinterno del processo lavorativo, quando, con la progredente divisione delle mansioni e dei ruoli e con la privatizzazione dei mezzi di produzione, la perdita dellimmediatezza non è più condizione necessaria alla sua riacquisizione sociale, bensì comporta leclissi del senso umano della propria prassi. È linsorgere della falsa coscienza, la mistificazione esiziale, attraverso il linguaggio, della situazione oggettiva in cui egli opera, linganno più reale del reale.
Quanto testè asserito sembra entrare in contraddizione con le nostre precedenti formulazioni, e innanzitutto con lassunto secondo il quale è attraverso il lavoro e il linguaggio che luomo sappropria del concreto esistente fuori e indipendentemente dalla nostra testa. Coscienza e materia appaiono qui invertire le proprie naturali gerarchie e il linguaggio, capace col lavoro di riportare anche il cielo sulla terra, si diletta a scagliare i sassi tra le nubi, col rischio poi molto reale che gli ricadano in testa.
Cerchiamo di fare chiarezza, si cela se peut. Il segno, sè detto, è un oggetto materiale individuato o prodotto arbitrariamente quanto si vuole da una comunità di utenti allo scopo di raffigurare, di stare per un altro oggetto posto fuori da sé e da sé differente. E tuttavia tale rappresentazione nel segno non avviene e non può in quanto che evento interno al campo della storia in una forma data una volta per tutte, perfetta, immutabile, combaciante come unetichetta su una bottiglia di vino o un bacio asettico tra labbra di plastica. Essa invece si rinnova costantemente assieme alla prassi sociale che umanizza il mondo oggettivo. È dunque sempre un punto di vista sul mondo, una particolare prospettiva condizionata dallo sviluppo delle forze produttive, ma anche da quello dei rapporti di produzione. Pertanto non è mai universale, ma sempre particolare, e cioè ideologica, marxianamente Ideenkleid, vestito di idee in voga presso una società data in un preciso frangente.
Così tra il soggetto che vi ricorre e la realtà oggettiva, il linguaggio interviene quale momento mediante e mediato, in quanto che portatore di modelli di rapporto storicamente condizionati e socialmente non uniformi perché altrimenti ineludibili e invarianti. Quindi, superando la falsa alternativa tra specularità e creatività (rispetto alla realtà oggettiva sintende), la prospettiva materialistica della produzione della coscienza consente di rendere conto del suo reale status rispetto alla materia, e cioè la rifrazione di questa in quella attraverso il filtro della prassi umana, delle condizioni presenti dellattività lavorativa, e innanzitutto dei rapporti di produzione vigenti che impongono alle parole sfumature particolari (e cioè di parte) di significato e persino, con laccentuarsi della divisione del lavoro, le spiccano da terra sottraendole alla vita reale e alla presa delluomo. Così cominciano agli occhi delluomo a vivere di vita propria, come le merci, sopra di lui e contro di lui, incombenti ma non più inquietanti.
Senza sposare gli eccessi scellerati e speculari del Marrismo e dellipotesi Sapir-Whorf, è opportuno sconfessare anche il logicismo spensierato della linguistica strutturale e, in via generale, di ogni concezione meramente strumentale del linguaggio, in quanto che elusiva della dimensione ideologica di tale sistema di significazione socialmente orientato. E comunque, anche a voler considerare lesclusiva vocazione strumentale del linguaggio, la sua appartenenza ad unintera comunità linguistica senza distinzioni di classe, è doveroso rammentare come esso, al pari di ogni strumento, costituisca una mediazione tra soggetto e oggetto che inoltre si carica di valenze precipue a seconda di chi lo impiega (e quindi anche del perché e del percome del suo utilizzo). Come non si dà immediatezza di contenuti psichici individuali, così non è concepibile neutralità del segno linguistico, neppure quandesso è rivolto verso il proprio interno. Ad impossibilitare luna e laltra di tali condizioni sta ancora una volta la dimensione costitutivamente sociale del linguaggio nella sua genesi e nel suo uso, storicità dunque che lo espone, al pari delle altre relazioni umane, alla sovradeterminazione dei rapporti di proprietà vigenti; linguaggio dunque che, quale strumento e prodotto del lavoro, appartiene in ultima istanza ai proprietari dei mezzi di produzione per i quali lavora ed è lavorato, anche e si direbbe soprattutto quando sono altri a maneggiarlo e a fabbricarlo.
Restando in metafora, il linguaggio non sta mai per luomo come un mezzo inerte di cui servirsi ad libitum; esso è un bene condiviso (anche se non equamente, né più né meno che gli altri beni) e socialmente trasmesso per via ereditaria. Ce lo troviamo davanti agli occhi, sul bordo della culla, già bello e pronto e, quando ci sporgiamo per afferrarlo con le nostre manine tremanti, è lui a ghermirci saldamente, impadronendosi di noi e plasmandoci a sua guisa. Il linguaggio, sin dalla prima infanzia, dando foggia umana al nostro pensiero lo apre al mondo, lo arricchisce di esperienze e rappresentazioni, ma allo stesso tempo lo chiude in sé, nel proprio orizzonte storico-sociale di esperienze da imitare (perché così si fa e sè sempre fatto) e rappresentazioni da riprodurre (perché così è e non può essere altrimenti); è una fattualità a noi esterna, un ordine simbolico saldamente formato che condiziona i nostri gusti e talvolta sceglie per noi; ci protegge se lo introiettiamo come norma dagli assalti del caso, ma dentro una prigione di vetro brunito, in cui il mondo è visibile ancorché un po sfocato, ma non si lascia toccare. Eppure la sua potenza non è primigenia, né trascendente; bensì è affare di questo mondo, è questione che ad esso si pone e in esso va risolta.
I contenuti astratti della nostra coscienza non vengono calati dallalto, né tantomeno è lindividuo a formalizzarli a partire dalle sue esperienze personali e a possederli come proprietà esclusiva. È lambiente sociale a proporli, o meglio ad imporli ai singoli dalla nascita; e di lì, nel corso della sua intera esistenza, esso non cessa di definirne e di adeguarne i valori secondo modalità ed intenti che sempre rispondono in ultima istanza a fattori socio-economici. Al punto che, nei suoi momenti essenziali, ogni autocoscienza giunge a coincidere con la propria coscienza di classe. Ma compenetrando luomo e permeando il suo agire sociale, questa erronea cognizione di sé e del mondo circostante gli si pone come lunica accettabile, censurando le proprie origini ideologiche, facendo collimare il proprio orizzonte storico con quello ontico dello scibile, attribuendo alla propria menzogna statuto di verità. Così il linguaggio lavora a pieno ritmo e con ottimi risultati per legittimare il dato transitorio, cautelando dietro le figure dello spirito gli interessi particolari che lo governano dalla minaccia del cambiamento. E tale è la sua solerzia, la sua dedizione al servizio, da consentire alla coscienza sapere come sapere e pensiero come pensiero di accreditarsi al mondo quale altro da sé e cioè realtà oggettiva e al tempo stesso principio, teologicamente parlando, di questa. Come il figlio di Dio che è anche Dio padre.
Quivi è lapporto più fattivo del linguaggio alla reificazione, loggettivizzazione del mondo umano così compiuta da celarne lopera delluomo incarnata e quindi la natura storica; la nuova immediatezza apparentemente naturale che irretisce luomo nel mondo del linguaggio negandogli laccesso diretto a quello reale o quanto meno civilizzandone lapproccio e addomesticandone le pretese. A tal fine, eminentemente conservativo, il linguaggio adombra il principio umano e quindi la motivazione storico-sociale delle istituzioni statuali. La società, ogni società data e con sempre maggior perfezione, istituisce attraverso lideologia il proprio mondo come Mondo e alienandosi si riconosce come natura. Poiché continuamente minacciata dal divenire, dallautomoviemento della propria struttura ancor più che dalle insidie esterne, si pone intangibile al riparo delledificio di legittimazioni costruito col linguaggio, innalza con esso la sua logica interna funzionale a principio universale di ragione, intronizza il suo mos maiorum a diritto naturale. Postasi come kósmos, ordine celeste, si sente al sicuro senza esserlo dalloscura presenza dellaltro che reca sempre in fronte la gramma blasfema dellanticristo: to kainón.
Appurato dunque il carattere segnico dellideologia non bisogna tuttavia trarne lequazione semplificatrice lingua = sovrastruttura, che la (e ci) condannerebbe senza speranze di riscatto allergastolo della falsa coscienza o alleremo del mutismo. La sua concretezza, infatti, fa sì che il segno non si esaurisca, come unombra, nella rifrazione più o meno distorta o fedele della realtà, ma che di questa medesima realtà esso costituisca un segmento materiale su cui, come sè detto, si depositano preferibilmente tutte le concrezioni dellideologia. Il sogno ingenuo di un linguaggio puro, assolutamente trasparente e immediatamente comprensibile non appartiene a questa terra, o almeno non ai nostri tempi. E neanche romanticamente rinvia ad un remoto stato di natura delluomo, agli albori felici (e idioti) della sua civiltà. Perché se, come sè visto, la sua genesi e il suo sviluppo sono legati alla ripartizione degli incarichi nel processo produttivo, alla necessità di trasmettere informazioni e impartire comandi, già dalla primissima infanzia esso ha dovuto rinunciare alledenico candore. Si è sporcato da subito le mani con la vita, e tuttavia questo lavoro a volte alienante nel mondo e tra gli uomini lha comunque irrobustito laddove non arricchito.
Pertanto, allorché con la divisione del lavoro la coscienza incarnata nel linguaggio si separa dai suoi produttori sociali per involarsi oltre lorizzonte umano, è di nuovo sul terreno della vita che vanno energicamente ricondotti i suoi contenuti e quivi misurati e se necessario rettificati. E non è questa impresa da percorrere in solitaria. Perché nellindividuo, la demistificazione che spesso si produce a contatto con la vita delle rappresentazioni fantastiche inculcategli dallesterno, si converte sovente in una catastrofe psicologica e non già in una salutare presa di coscienza. Talché dalluomo menomato si regredisce ulteriormente alluomo malato, o ci si addentra, smarrendoci come uomini, nel cimitero della natura. Tale scelta per la verità non è dunque sartrianamente fatto privato, ma conquista collettiva dellumanità, o più esattamente di quella parte di società che in quel preciso frangente storico si fa portatrice dei suoi valori, contro la menzogna e la soperchieria del mythos imperiale. Anche sul terreno della conoscenza, dunque, libertà è partecipazione.
Eccoci giunti al quia, alla ragione reale ed operativa per cui, contro lidealismo soggettivo e il materialismo volgare, il marxismo ha sempre teorizzato e praticato lapprossimazione relativa delle conoscenze alla verità obbiettiva. Dal riconoscimento, infatti, dellimpronta ideologica di ogni discorso non discende limpossibilità della conoscenza e la liquidazione di ogni sapere a coscienza falsa e deformante. Come si ricordava, dietro le idee si cono sempre dei produttori sociali, e cioè degli uomini in carne ed ossa e con il lavoro incessantemente posti innanzi al mondo. Cosicché persino il pensiero è quotidianamente tenuto a rendere conto di sé al cospetto del mondo, di un mondo che cambia ad ogni istante e tutto trascina, anche lo spirito, nel flusso del divenire; e le idee, anche quelle platoniche, entrano ad un tratto in contraddizione con i rapporti sociali esistenti, ma beninteso solo quando tali rapporti siano a loro volta entrati in contraddizione con le forze produttive. Ciò fa sì che, giunti a maturazione tali antagonismi, le classi dominanti che percepiscono quale periclitante il proprio dominio sulla terra si adoperino fattivamente ad occultare a se stesse (e soprattuto alle classi subalterne) la realtà inelubile che le condanna a soccombere. Allora, con finalità cautelative dello statu quo, la relatività di ogni nostro sapere si volge a giustificare lannullamento di ogni verità storica e alloggetto stesso della conoscenza si nega unesistenza fattuale indipendente dall soggetto percipiente: sulle tavole illustrate del libro della scienza ormai riconosciamo nel triangolo la Trinità e nella sfera la figurazione del Creatore.
Così il cammino solo per i meccanicisti lineare della conoscenza umana, la trasformazione della sconosciuta cosa in sé nella cosa per noi conosciuta, subisce brusche decelerazioni o si perde in inutili deviazioni; ma mai si arresta, perché è affare del mondo cui non è dato sottrarsi al divenire. E, ristoratosi un istante riprende la marcia di buona lena sulle spalle e sulle labbra di nuovi portatori sociali che, per il tramite di un rispecchiamento sempre più adeguato della realtà, impongono alla natura una più salda servitù.
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Rispecchiamento sè detto, con la consapevolezza della desuetudine di tale categoria presso la gnosi contemporanea. Non facciamo di professione i filosofi e quindi non ci interessa persuadere nessuno con le chiacchiere. Pertanto ci limiteremo a tranciare brutalmente la questione (consci tuttavia del fatto che essa meriterebbe ulteriore approfondimento) osservando come lunica alternativa praticabile sia la resa alla concezione idealistica della realtà come creazione del pensiero. A ciascuno dunque spetta di operare in coscienza la propria scelta, ma misurandone le conseguenze col metro di questo mondo; anche, e anzi a più giusto titolo, quando si opta per il cielo.
Detto ciò si converrà garbatamente quanto tale teoria che postula lesistenza di ciò che è indipendentemente da ciò che riflette (ovvero la secondarietà della coscienza rispetto alla materia) abbia unapplicazione più immediata, ergo unaccoglienza più pacifica, nellambito della conoscenza scientifica. Qui la relazione soggetto-oggetto, in funzione sintende dello scambio organico con la natura, si opera attraverso la disantropomorfizzazione di entrambi: loggetto della scienza, che viene accuratamente ripulito da tutte le incrostazioni umane depositatesi; il soggetto della scienza la cui ricezione del reale è epurata nei limiti del possibile dalle deformazioni, ideologiche ma anche fisiologiche, umane. A tal scopo, nel corso della storia della civiltà, si sono escogitati procedimenti e apparecchiature sempre più raffinate ed affidabili.
Questo è paucis verbis il metodo della scienza esatta che sè tentato a più riprese (e in ultimo con lo strutturalismo) di applicare anche alle scienze umane, e per quanto a noi è più familiare alla critica letteraria; ma sempre con inevitabili forzature cui hanno fatto seguito risultati modesti e largamente irricevibili e comunque tali da suscitare, per reazione comprensibile ma non giustificabile, ricorrenti rigurgiti irrazionalistici. Come nellultimo trentennio.
Il fallimento sconfortante di tale impresa, nella seconda metà del secolo XIX come ai giorni doggi, sè prodotto non già per difetto di quanti, tra critici e letterati, vi si sono cimentati, ma per linfondatezza delle sue premesse teoriche: e tra tutte levasione sconsiderata dellestetico ritenuto et pour cause non scientifico dallanalisi testuale che rigorosamente estrae dallopera un campionario circoscritto di attanti, funzioni, modi e sequenze che chiariscono tutto e non spiegano niente. E intanto perché il pianto di Achille ancora ci commuova. Anatomia di madonna Laura che ne amputa per prima la (sovr)umana bellezza.
Forse altrove si tornerà sullimpostura scientista che troppo a lungo ha tenuto banco in Accademia; ma plausibilmente non ce ne sarà bisogno visto che il tempo, senza troppi convenevoli, ha già detto la sua in materia. Qui invece interessa indicare le peculiarità del rispecchiamento artistico (rispetto a quello scientifico) per poi muovere oltre, avanzando a passo di carica verso la conclusione. In via preliminare va asserito che loggetto dellarte è identico a quello della scienza: ovvero la realtà materiale che oggettivamente per luomo è lunica esistente. La differenza capitale risiede però nel fatto che, rispetto al rispecchiamento disantropomorfizzante della scienza, il mondo rappresentato in arte si riferisce sempre e manifestamente alluomo: gli oggetti del mondo sono i suoi oggetti e persino le categorie di spazio e tempo gli appartengono. Egli, come il Dio spinoziano, è presente quale principio vitale ogni dove nella natura: persino in quella morta. Così nel riconoscimento di sé nel mondo, in un autorispecchiamento creativo che è anchesso ma diversamente dalla scienza appropriazione per luomo della propria realtà, larte si rivela il modo di espressione più alto ed adeguato dellautocoscienza dellumanità.
Tale appropriazione, discordemente dalla scienza che indaga e definisce le leggi generali che sussumono i singoli casi, si realizza sempre nellincarnazione particolare, ma ad un livello incommensurabilmente più alto rispetto allesistenza quotidiana, dellessenza nel fenomeno. Tale è la lukacsiana categoria del tipico che, conservando la soggettività, la purifica dal meramente privato e, superandola nel particolare, ne mantiene, ma sotto un aspetto più compiuto ed eloquente, limmediatezza vitale di forma fenomenica quale si offre giornalmente alla vista delluomo. Lespressività immediata dei contenuti artistici è conseguita attraverso la chiusura evocativa della forma che, in sé forma perfetta del mondo contenutovi, lo mette con appositi effetti formali in presenza ai soggetti recettori quale mondo concreto, in sé conchiuso e colmo di significato, e tuttavia contiguo e ininterrottamente comunicante con la realtà oggettiva di cui è la riproduzione artistica e prescindendo dalla quale gli stessi manufatti artistici cessano di essere oggetti estetici e ripiombano nellinerzia della natura.
Beninteso, per realtà oggettiva si intende quella storica, soggetta senza requie al divenire. Si pone dunque lapparente contraddizione tra lhic et nunc della rappresentazione e la persistenza del godimento estetico da essa suscitato presso il lettore, e cioè del riconoscimento da parte delluomo reale, anche a millenni di distanza, del proprio mondo umano nel mondo raffigurato nellopera artistica. La risoluzione di tale antilogia superficiale e tuttavia irriducibile qualora non chiarita in termini dialettici risiede nella verità della vita umana che il giusto rispecchiamento estetico esprime efficacemente; verità che non coincide affatto con una presunta universalità dellessere umano, bensì si consegue nellininterrotta tensione ad appropriarsi del mondo per renderlo sempre più umano, nello sforzo che sempre si rinnova, diverso ma riconoscibile, per (ri)costruire il mondo a misura duomo, in quello che Marx ha chiamato lo scambio organico tra luomo e la natura, nella poiesi perfettibile di unesistenza finalmente per luomo. Di tale opera collettiva, che è lo specifico destino intramondano delluomo, rende conto in forme storicamente rinnovate larte; e lo fa dispiegando nelle passioni individuali le forze direttrici della storia umana, disvelando sotto il guscio della contingenza il nocciolo umano per noi ancora riconoscibile. Sicché, quando Achille piange, ancorché le determinazioni sociali del suo pianto ai nostri occhi paiano sbiadite e persino incomprensibili, partecipiamo al suo dolore; perché nostra causa agitur.
Larte, e con essa le sue forme cangianti nelladeguamento costante ai nuovi contenuti emersi, non persegue, e non potrebbe, una continuità teleologica nella comprensione dellidea umana universale, ma vive nel suo tempo e del suo tempo; è in sé in ogni singolo istante espressione compiuta e perfetta di quello, e non ammette interventi correttivi esterni. Così, ogni singola volta, anche quando si vuole imitazione e parodia, lopera darte ricomincia sempre dalle fondamenta ad edificare il proprio mondo per luomo abitabile. Quel geniaccio di Boileau tre secoli orsono laveva ben compreso.
Lincensurabile presenza umana non introduce (a differenza di quanto avverrebbe nel rispecchiamento scientifico) un elemento meramente soggettivo nella rappresentazione artistica. Persino quando prende a cuore i destini di tale o talaltro personaggio, di Tatjana Larina, Eugénie Grandet o Lucia Mondella, lartista, spesso inconsapevole, partecipa alle sorti dellumanità intera in quel contesto storico raffigurata nella sua lotta per condizioni più degnamente umane di vita. Anche e spesso con più efficacia quando tale impresa fallisce. E per partecipare non si intende condividere esclusivamente gioie e dolori; ma prendere parte, posizione attiva pro o contro un progetto esistenziale dietro cui si riconoscono con immediatezza persuasiva le forze in campo in un frangente dato dello sviluppo storico dellumanità, nellopera darte, acquisito come memoria collettiva dellumanità; con il páthos, con il timbro emotivo che, pervadendo gli oggetti artistici, imprime allessere dellarte il senso umano di un dover essere, essere così per forza anche se così ancora non è e forse non potrà mai essere, perché in vita, come in arte, si espletino a pieno e consapevolmente le potenzialità umane.
Questo dover-essere dellarte per la vita, il grande artista che svincolandosi dalla visuale ristretta della sua classe sempre si pone al cospetto della società intera lo incarna nel patire e soprattutto nellagire dei suoi personaggi, posti quali momenti topici e condivisi delliter umano nel mondo, opere e giorni trascorsi che riverberano la loro eco diuturna nelle opere e nei giorni presenti. È in questa fedeltà alluomo e alla sua terra che larte trova se stessa negandosi: questo il suo autentico engagement, questa la sua compiuta affermazione. Ma perché emerga tale necessità storica dalla rappresentazione di vicende individuali, il narratore non può limitarsi ad osservare passivamente il corso degli eventi e menchemmai a congelarne il divenire in estenuanti sequenze descrittive di elementi casuali disposti in un eterno presente e così svuotati di contenuto umano. Come gli oggetti, altrimenti inerti, acquisiscono un significato artistico quando, strumenti o prodotti della prassi, si fanno ignari veicoli di una viva presenza umana, così gli avvenimenti si sottraggono alla contingenza se risultano selezionati e artisticamente composti in funzione di un percorso esistenziale privato, ma immediatamente evocativo di un momento essenziale dellesistenza umana.
È dunque nello sforzo compositivo di restituire ordine e forma umane alle desjecta membra di un passato prossimo o remoto (solo fino ad un certo punto immaginario) che lartista partecipa al processo unitario della conoscenza. Prodigandosi in questopera, e non disperdendo le sue energie nellesercizio onanistico dellimpassibilité o sul letto di Procuste dellart pour lart, egli conquista per sé e per il mondo lauspicata libertà, intesa ancora una volta e altrimenti non sapremmo come partecipazione.
NOI o LORO?
La corretta comprensione del rispecchiamento estetico autorizza considerazioni più generali che investono lintero ambito delle produzioni dello spirito. Non soltanto infatti le istituzioni politiche, ma anche tutte le forme della coscienza diritto, religione, filosofia, ecc. si rivelano ad unanalisi spietata delle loro mistificazioni come sovradeterminate dallattività e dalle relazioni materiali degli uomini, dalla necessità economica dunque che in ultima istanza sempre si impone. Dal che discende lurgenza indeclinabile di spiegare le idee partendo dalla prassi, di salire dunque gnoseologicamente dalla terra al cielo; anche e soprattutto perché non è dato trasformare la vita cambiando le idee, e invece si può e si deve migliorare quella per adeguare queste.
Con ciò non sintende negare leffettività della psiche soggettiva, né tantomeno delle categorie logiche, bensì ricondurle alla loro base materiale e cioè alla prassi sociale quale si viene configurando nel corso della storia, al mondo umano, reale o possibile che esse non producono come invece piace ai più ritenere ma riflettono nelle sue articolazioni e nei suoi conflitti. Ragion per cui si impone il compito di sostituire il culto delluomo astratto (teologico, freudiano, strutturalista, ecc.) con lo studio rigoroso delluomo concreto, concretamente operante nella storia. E tale incarico sadempie indagando e necessariamente operando ancora nel campo della storia, che è per tutte le scienze umane la disciplina pilota e per gli uomini tutti lunico spazio abitabile; a cui non è dato sottrarsi, se non precipitando nellidiotismo imbelle della vitalità animale, ove la morte si scrive nelleterno ritorno della natura. Al punto che, senza orologio né calendario, percepiremmo come non più garantita la nostra presenza al mondo e, assieme alle mandrie di rosse giovenche, passeremmo con il tempo che passa senza imporgli un orizzonte formale, senza dischiuderlo nel valore allagire intramondano.
Proprio perché non è consentito alluomo di evadere dal mondo né di sottrarsi allimpero delle sue leggi, è solo attraverso la conoscenza dei principi che governano la natura che egli può emanciparsi da esse, impadronendosi in maniera più compiuta della terra e plasmandola a sua immagine e somiglianza. Tale impresa, magnificamente umana che si compie nel nesso inscindibile tra teoria e prassi, conoscenza e azione prende avvio il giorno in cui luomo, voltosi speranzoso al cielo, riconosce tra le nubi nullaltro che proprio riflesso, ma sbiadito ed evanescente. Allora, tornando a sé, alluomo come mondo delluomo, egli comprende che, per riappropriarsi di se stesso, deve sconfessare le proprie ingenue illusioni; e che, per far ciò, deve innanzitutto eliminare la condizione disumana che le ha generate, ristabilendo sulle macerie dellaldilà della verità, la verità dellaldiquà.
A parole sembra facile e tuttavia è una vita, migliaia, milioni, miliardi di singole vite, che luomo ci sta provando; e ancora non gli è riuscito, anche se per qualche breve istante è sembrato lì lì per farcela. Ma quando era ad un passo dalla meta sè sempre inopinatamente fermato e, intimorito dalle prediche severe dei pastori o irretito dal canto suadente delle sirene, è tornato prudentemente sui suoi passi o ha imboccato una strada sbagliata, perdendo di vista quel traguardo che pure era ormai a portata di mano. Tale fu il misero epilogo del Mai de lutte 1968; allorché, ripiegati gli striscioni e riposti in soffitta i casse-tête, il movimento (e innanzitutto i suoi leaders carismatici) si volle dun tratto sedentario e a tal fine mise su casa in prossimità del Palazzo, edificandola (con tutti i conforts) con le pietre che avevano mancato il bersaglio: femminismo, testualismo, relativismo culturale e via dicendo. Marx, Engels e Lenin si eclissavano nel cono dombra delle effigi più rassicuranti di nuovi maestri: Nietzsche, Freud e Saussure. La lotta politica scadette a zuffa letteraria e di presso sprofondò nel silenzio, nel mentre che gli accesi contestatori di ieri scalavano pedibus calcantibus et magnis itineribus i gradini marmorei dellAccademia. Le lenzuola matrimoniali stese ai balconi erano il loro bianco vessillo di resa; il Potere magnanimo perdonò di buon grado le giovanili intemperanze e, commosso dalla sincera contrizione, offrì loro un posto a sedere presso la tavola riccamente imbandita della democrazia liberale.
Rifocillatisi, dopo le trascorse ristrettezze, al banchetto di sua Maestà, di lì rapidamente montarono in cattedra, con laureola dei ribelli spavaldamente in fronte e il compenso dei transfughi al sicuro nel portamonete. Nelle assemblee di fabbrica avevano appreso ad essere convincenti. Il vento però era cambiato e registrando alluopo il timbro della voce si rivolgevano ora a tuttaltra platea e con argomenti rinnovati; ma con la sicumera di un tempo e la medesima faccia di bronzo. Così nella battaglia autenticamente emancipatrice ingaggiata contro loppressione logocentrica dellilluminismo marxista, questi loschi figuri ripescavano dai fondachi dei rigattieri vecchi arnesi della reazione e révoltés precocemente pensionati per collusione con loccupante nazi-fascista. Se il moderno, da Mosca a Pechino, aveva umiliato in nome delle pretese della collettività la sovranità desiderante dellindividuo, non restava dunque che volgersi al passato, preferibilmente remoto, e allarcana sacralità del M_thos consumando le energie razionalizzatrici dellumano al fuoco intenso dei falò rituali.
Ma perché la regressione liberatrice nella vitalità ferina della natura risultasse più convincente oltre che fascinosa, si prese a far ricorso ad una terminologia esoterica, fantasiosamente disposta ad ornamento lezioso di un periodare artatamente circonvoluto e volutamente allusivo; così che dietro la sarabanda chiassosa dei significanti si nascondesse la penosa cachessia dei significati. Nella logorrea inconcludente delle omelie decostruzioniste, nel narcisismo spensierato dei nouveaux philosophes, lumanità, negandosi come tale, si precludeva ogni realizzazione nella prassi della sua coscienza volitiva. Tramontato lUomo, sorgeva allorizzonte il Testo che, pieno di sé tra barbagli di morte, accecava la vista innanzi ai perduranti tormenti dellumanità. Al calore intenso dei suoi raggi evaporavano le illusioni metafisiche di una comprensione razionale del reale e di una sua trasformazione governata dalluomo, e cioè dagli uomini operanti collettivamente nel terreno della storia. La paralisi della prassi politica, accolta senza traumatismi e anzi con compiaciuto fatalismo, prospettava alla casta intellettuale privilegiata e parassitaria nuove confortevoli diserzioni dalle responsabilità cogenti poste in essere dal proprio tempo.
Accanto al distensivo collezionismo intertestuale e alle sue demenziali parate di citazioni deturpate di bellezza e depauperate di senso, altre (e più appaganti) evasioni attiravano teorici e discepoli del debolissimo pensiero postmoderno fuori dal percorso comunitario di liberazione umana, verso labisso esiziale del privato, la fossa settica dellintrospezione ove lio ammutolito idoleggia la propria inerte nudità animale: ovvero, sulla scorta della vogue etnologica, la catabasi senza ritorno verso le origini preistoriche e quindi preumane delluomo, nellintento non già di ravvisarvi talune potenzialità umane non adeguatamente valorizzate dallo sviluppo unitario della civiltà, bensì di indicare senza considerare entre autres che troppo spesso ciò alla periferia del mondo civilizzato che ci appare per luomo come edenico stato di natura umano è invece storicissima regressione a livelli subumani di vita da parte di civiltà immolate sullaltare del progresso , in alternativa al nostro manifestamente periclitante, percorsi autentici di riappropriazione, scorciatoie alternative di emancipazione.
Accanto e a volte assieme a questa, che derisoriamente (come merita) appelleremo del bon sauvage, si prospettava unulteriore opzione liberatrice, ovvero labbandono voluttuoso tra i fianchi condiscendenti della patologia mentale, la resa dellumano alle macchine desideranti, la sua precoce sepoltura nel sarcofago della sessualità schizoide. Ove ogni sesso fa lo stesso, purché la bocca si taccia per la penuria del cuore
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Alluomo postmoderno, soddisfatto della propria candida imbecillità, non restava che contemplare ammirato lo spettacolo fastoso della sovranità imperiale: bianchi e neri, ricchi e poveri, cristiani ed ebrei, gays ed eterosessuali, tutti amorosamente insieme, ma nel rispetto delle reciproche differenze, festanti nel castello fiabesco del mercato globale. Ammaliato dal carosello policromo delle merci, lo abbiamo sentito ripetere, mentre applaudiva felice come un bimbo, che il mondo è bello perché è vario. Ed è vario anzitutto perché la ricchezza vi è variamente ripartita: qui grattaceli luminosi, lì baracche fatiscenti; qui vesti di seta, lì logori stracci; qui opimi produttori di mine, lì mutilati che sgambettano sulle stampelle; qui borghesi depresse che per noia soffocano i figli, lì madri necessitose che non sanno come sfamare la prole; qui la vita che stancamente si prolunga nel lusso e nellinoperosità, lì la morte che insidia gli uomini sin dalla culla e ben presto, in fabbrica o ai campi, al cor gentil sapprende. Quelle merveille! il giardino in fiore del mondo capitalistico ammirato dalle torri di Manhattan o di Montparnasse, perché ubertosa ne è la zolla intrisa di sangue; un chef duvre così compiuto che sarebbe un peccato mortale cambiarvi anche solo uno iota, così perfetto che parrebbe un crimine imporgli un ordine nuovo. Sotto legida dellimperatore e con la benedizione del Pontefice vivremmo dunque nel migliore dei mondi possibili. E anche se così proprio non fosse, o almeno non per tutti, e certi giorni basta sporgersi alle finestre per accorgersene chi saprebbe fare di meglio? E poi a che pro visto che, con la precauzione di scendere le tapparelle, la vita scorre così felice nella sesta parte del mondo? Degli altri, poi, si prenderà cura la Provvidenza, in questo mondo o auspicabilmente nellaltro.
Agli albori del terzo millennio, la salottiera, pardon battagliera intellighenzia mittleuropea trovava la pace dei sensi nel giaciglio senile del pragmatismo. E sempre per quieto vivere, dopo aver veleggiato per i sette mari, ammainava le vele nelle acque chete del Mare nostrum; il cielo a stelle e strisce sopra di sé, linconscio freudiano dentro di sé.
Noi, con Marx, possiamo anche, e ben volentieri, ridercela degli uomini cosiddetti praticie della loro saggezza bovina, impassibile innanzi ai tormenti dellumanità. Ma ci sono giorni, invece, in cui dovremmo e ancora unter dem Banner des Marxismus prenderli un po sul serio e anzi prenderli di petto e dargliene di santa ragione.
Uno di quei giorni, gli otto benemeriti firmatari dellAutocritique presero carta e penna. Sono trascorsi quasi sessantanni da allora. Noi quella guerra labbiamo persa e rovinosamente. Sicché ora ci nascondiamo tremebondi nella macchia, oppure attraversiamo le folle in silenzio e a capo chino, quasi ci vergognassimo di essere ciò che siamo o soltanto di esserlo stati. E invece, una volta tanto, una volta ancora, dovremmo uscire allo scoperto e dire la nostra senza timori né remore. Perché, non se nabbia a male Mr Fukujama, la storia non saccontenta di finire il suo percorso millenario nel mattatoio iracheno; o almeno noi non sappiamo rassegnarci.
A chi poi trovasse malaugurante e intempestiva la nostra vox clamans in deserto, garbatamente si obietterà come talora, e persino spesso, linnovazione consista nellopporsi a quanto accade. Come ai giorni doggi, nefasti e spensierati, al cui cospetto ci facciamo quasi un vanto di essere inattuali; inattuali nellamore come nellodio, incompatibili senza cedimenti e conflittuali senza tregua verso un tempo calamitoso i cui padroni si autorizzano con leggerezza, a New York sì come a Londra, ad immolare vite innocenti per censurare presso lopinione pubblica il genocidio planetario della miseria e la distruzione premeditata dello spazio abitabile.
Un tempo veramente infame, il nostro e anzi il loro, in cui persino addormentarsi la sera è diventato un lusso imperdonabile. Perché, nel sonno della ragione, il martello ci cadrebbe di mano.
Valerio Cordiner
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