- La natura del sionismo
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- E immaginabile che un italiano o un francese o un tedesco decida di
dimissionare dal popolo al quale appartiene? Una domanda strana
questa e credo nessuno se la sia mai posta. O almeno non in questi
termini. Noi non decidiamo in seno a quale popolo nasciamo e di
solito cresciamo acquisendo naturalmente la lingua, la cultura, il
modo di pensare e di sentire del popolo a cui apparteniamo. A scuola
poi studiamo la storia della nostra nazione; di solito gli insegnanti
cercano di farci appassionare ad essa, con incerti risultati.
Talvolta però, noi giudichiamo la nostra storia, cioè il nostro
passato. Può ben darsi che da adulti decidiamo di rigettare aspetti
della storia del popolo a cui apparteniamo. E molto probabile, per
esempio che un tedesco che abbia una forte sensibilità democratica,
una buona cultura e una discreta intelligenza, venendo a conoscenza
dei crimini del nazismo, decida di rigettare totalmente quel periodo
sciagurato della storia della sua nazione. Lo stesso, verosimilmente,
accade, nei confronti del fascismo ad un italiano che comprende di
quali crimini si sia macchiato il nostro paese a causa di quella
ideologia nazionalista, guerrafondaia e colonialista. Aver
contribuito a scatenare la seconda guerra mondiale, essere
intervenuti in Spagna in una guerra civile che non ci riguardava,
aver voluto costruire un impero coloniale (tra laltro quando i tempi
erano maturi per la decolonizzazione e i popoli sottomessi già si
apprestavano ad affossare gli imperi coloniali di Francia e
Inghilterra), aver fatto ricorso ad armi chimiche proibite dalla
convenzione di Ginevra contro gli etiopi e i somali, ecc., sono tutte
cose di cui cè poco da andar fieri. Qualche altra volta non è solo
un breve periodo della nostra storia che noi rigettiamo. Talvolta
sentiamo che un aspetto del nostro carattere nazionale non ci
soddisfa, quasi ce ne vergogniamo; vorremmo non essere stati e non
essere in un determinato modo. A più di un francese il senso
tradizionale della « Grandeur » e il nazionalismo doltralpe può, a
ragione, dare fastidio. Ad un italiano, il nostro eccessivo cinico
particolarismo e il tradizionale menefreghismo possono risultare
insopportabili, come pure lipocrisia e il servilismo delle classi
dirigenti verso le autorità religiose. Immagino che un inglese
colto, che conosca bene la letteratura del suo paese, debba sentirsi
poco a suo agio quando considera che i più grandi scrittori del suo
paese, da Chaucer a Shakespeare, da Thackeray a Dickens, da Kipling a
Orwell abbiano potuto apertamente o velatamente esporre nelle loro
opere atteggiamenti o idee antisemite e razziste. La stessa persona
non credo possa andare fiera della storia dellimpero britannico. Un
individuo non è certo responsabile del passato della sua nazione,
tuttavia, questa considerazione (consolatoria) non può impedire di
aver lobbligo di assumerci, in casi simili a quelli menzionati,
tutte le responsabilità della storia della nostra nazione e quindi
prendere limpegno che cose del genere non accadano più. Un individuo
continua a sentirsi italiano, francese, tedesco o inglese, ben
inteso, perché quel periodo incriminato della storia o quellaspetto
del carattere nazionale non è tutta la storia del suo paese, tutto il
carattere nazionale. Ci sono stati periodi storici di cui non solo
uno non deve vergognarsi ma addirittura deve andarne fiero; e così
pure ci sono altri aspetti del carattere nazionale che uno sente come
molto positivi e a cui tiene particolarmente. Non si pensa certo di «
dimissionare » dal proprio popolo perché nella storia esso ha
conosciuto talvolta il disonore o perché non piace un aspetto del
carattere o del modo di essere del proprio popolo.
Perché allora lebreo Bertell Ollman vuole dare le dimissioni dal
popolo ebraico?[1]
Sionismo, unideologia e una pratica aggressiva e colonialista
Perché mai questo ebreo americano, professore universitario di Studi
Politici prova una terribile angoscia, come dice lui stesso, allidea
di morire ebreo?
Questa angoscia e questa paura più forte della morte gli derivano dal
sionismo, cioè dallideologia oggi dominante, ma non unica, nel
popolo ebraico. Unideologia che è alla base del movimento di
colonizzazione della Palestina, iniziato alla fine del 19° secolo,
acceleratosi dopo la Dichiarazione di Balfour (1917) e consolidatosi
robustamente con la fondazione dello « stato ebraico » nel 1948 e con
la sua espansione ancora
in corso dal 1967 ad oggi. Il progetto sionista nasce dunque molto
prima dellOlocausto e della spartizione della Palestina.
Questultima fu concepita dallimperialismo britannico negli anni
30. Precedentemente i britannici, con la Dichiarazione di Balfour,
avevano accettato lidea di una « Jewish National Home » in Palestina
e ne avevano favorito la creazione incoraggiando la colonizzazione
ebraica sotto la protezione del mandato sulla Palestina che avevano
ottenuto dalla Società delle Nazioni dopo il crollo dellimpero
ottomano. Dopo varie rivolte dei palestinesi contro la colonizzazione
delle loro terre (1922, 1929, 1936) la Gran Bretagna concluse che si
dovesse arrivare ad una spartizione e alla formazione di due stati.
Tutto questo senza consultare il popolo palestinese, ma con una
semplice imposizione imperialista. Fu incaricata di redigere il
documento una commissione parlamentare, la commissione Peel. Il
movimento sionista però, fin dallinizio, aveva affermato chiaramente
che suo obiettivo finale era la creazione di uno stato ebraico su
tutta la Palestina mandataria con laggiunta delle alture del Golan,
il sud del Libano e la Transgiordania (oggi Giordania). Un obiettivo
che andava ben aldilà dello stesso territorio della Palestina
storica. Il progetto di spartizione fu considerato come un
compromesso provvisorio, utile fintantoché le condizioni non fossero
mature per la realizzazione dellobiettivo finale. Ben-Gurion, allora
alla testa del movimento sionista, presentò ai suoi il progetto
britannico di spartizione in questi termini:
Lo stato ebraico che oggi ci si offre non è lobiettivo sionista. In
questa ristretta regione non è possibile risolvere la questione
ebraica. Ma può servire come fase decisiva sulla strada di una più
sostanziale realizzazione sionista. Esso permetterà di consolidare in
Palestina, nel più breve tempo possibile, quella reale forza ebraica
che ci porterà al nostro obiettivo storico. (Ben-Gurion, citato in
Norman G. Finkelstein, Image and Reality of the Israel-Palestine
Conflict, Verso, Londra e New York, seconda edizione, 2003, p. 15).
E in una lettera al figlio qualche tempo dopo, lo stesso Ben-Gurion
chiariva meglio il suo pensiero:
Lo stato ebraico, scriveva, avrà un potente esercito non dubito
che il nostro esercito sarà uno dei più potenti del mondo e così
non ci si potrà impedire di stabilirci nel resto del paese, cosa che
noi faremo o con accordo e mutua comprensione con i vicini arabi o
altrimenti (David Ben-Gurion, citato in Norman Finkelstein, Ibidem.)
La posizione di Ben-Gurion divenne subito la posizione di tutto il
movimento sionista e il 10 ottobre 1937, il rappresentante sionista
in Egitto, Feivel Polkes, ribadiva perentoriamente a due inviati del
III Reich, uno dei quali era
. Adolf Eichman, che:
Lo stato sionista deve essere fondato con ogni mezzo e appena
possibile ... Quando lo stato ebraico sarà stato fondato secondo le
attuali proposte contenute nel documento della Commissione Peel, e in
linea con le promesse parziali dell'Inghilterra, allora i confini
potranno essere spostati ulteriormente in avanti secondo i nostri
desideri (citato in Lenni Brenner, Zionism in the Age of the
Dictators, cap. 8.
Dopo la spartizione iniziarono subito lespansione e la pulizia etnica.
Negli ultimi tempi, come Bertell Ollman, tanti altri ebrei si sono
espressi contro Israele e il sionismo, suscitando grande scandalo tra
gli altri ebrei e tra i goy (non ebrei). Senza timore di andare
contro corrente, essi si sono messi alla testa non solo di coloro che
condannano Israele per la violazione dei diritti umani dei
palestinesi, per la sua politica in Medio Oriente o per la sua
perniciosa influenza sui governi americani, ma soprattutto di coloro
che si oppongono allesistenza stessa di uno stato ebraico. Si
oppongono cioè al cosiddetto «diritto di Israele ad esistere» in
quanto stato sionista per soli ebrei.
Costruire uno stato etnicamente puro o comunque dominato fortemente
da una sola etnia, la quale viene fatta affluire a poco a poco
dallesterno, su una terra già abitata da un altro popolo è
semplicemente un progetto criminale che non può portare altro a tutta
la regione se non sangue, sventure, violenza, ingiustizia e
instabilità per decine e decine di anni. A circa 60 anni dalla
fondazione dello stato di Israele, ciò è esattamente quello che in
Medio Oriente ancora accade. Israele sostiene che ciò avviene perché
gli arabi non accettano gli ebrei, perché sono antisemiti. La lotta
di Israele quindi sarebbe una lotta per la sua difesa, per la sua
sopravvivenza, per impedire un altro Olocausto antisemita. Sono pure
falsità: gli arabi non sono antisemiti e non vogliono cacciare gli
ebrei dal Medio Oriente; torneremo su questo punto nellultimo
capitolo del nostro scritto. Per ora chiediamo: si può accettare di
essere cacciati dalla propria terra da qualcuno a cui non si è mai
fatto alcun male? Si è antisemiti se si rivendica e si lotta per
tornare nella terra dei propri avi? Ed è innocente chi si è
appropriato con la violenza e linganno della tua casa e dei tuoi
beni, ha compiuto unoperazione di pulizia etnica e di deportazione e
ti ha ridotto allo stato di profugo? La fondazione di Israele è stata
resa possibile, e oggi lo riconoscono anche gli storici israeliani,
proprio e solo da una gigantesca operazione di pulizia etnica che
ancora perdura. Cosa cè di più aggressivo di una pulizia etnica e di
una deportazione (il politically correct sionista vorrebbe che
usassimo il termine più innocuo « tranfer »)? Nel 1948 furono espulsi
dalla Palestina oltre 750 000 palestinesi ed oggi costoro e i loro
discendenti sono diventati 5 milioni e vivono sparsi in vari paesi
arabi, il più delle volte in campi profughi e in condizioni disumane
o sono sotto occupazione militare nei territori occupati.
Lespulsione dei palestinesi dalla loro terra ha causato gravi danni
ai popoli dei paesi vicini. Il Libano, la Giordania, lEgitto, la
Siria, lIraq, soprattutto. Il più delle volte i profughi sono stati
accusati di aver portato povertà, violenza, disordine sociale, ecc.
sono stati perciò attaccati, perseguitati e spesso massacrati, con
grande gioia di Israele, dai libanesi (durante la guerra civile), dai
giordani (nel 1970), per esempio. Nel 1991, in 400 000 sono stati
espulsi dal Kuwait, oggi sono perseguitati in Iraq dagli sciiti che
li accusano di essere stati favoriti da Saddam. Succede che dei paesi
poveri vedendo arrivare migliaia di profughi, se la prendano con
loro, soprattutto se in questo sono incoraggiati da politici arabi
corrotti, dagli Stati Uniti dAmerica o da Israele come accadde a
Sabra e Chatila nel 1982. Ma laggressività di Israele non è solo
limitata ai palestinesi. Per esempio, Israele non è certo
indifferente alle recenti sventure dellIraq, dopo il regime di
Saddam Hussein. Per assicurarsi una posizione di dominio sul mondo
arabo, lo stato sionista ha sempre cercato di dividere i popoli e i
paesi di quella regione. Ha anche cercato di distruggere qualsiasi
rivale potenzialmente forte e capace di unificare tutti i nemici
dello stato sionista. LIraq era, o poteva essere, questo paese. Di
recente molti hanno cominciato a riconoscere il ruolo della lobby
ebraica negli Stati Uniti (AIPAC) e gli sforzi degli ebrei
neoconservatori sionisti presenti in forza nellamministrazione Bush
per ottenere le sanzioni contro lIraq prima e poi linvasione di
questo paese. Oggi Israele spinge per dividere il popolo iracheno in
entità etniche deboli e volge lo sguardo verso quello che definisce
il nuovo nemico: lIran. Un gran numero di spie e istruttori militari
israeliani sono già presenti nel Kurdistan iracheno e operano in
funzione anti-Iran. Israele si muove allinterno di una spinta
strategica americano-sionista tesa a servirsi del territorio curdo in
funzione anti-iraniana, ciò richiede di tenere buoni i curdi per
rassicurare gli sciiti dIraq e soprattutto la Turchia, la quale
dovrebbe essere anchessa coinvolta in una possibile avventura
militare contro Teheran.
Nel passato, prima della guerra allIraq, altri paesi arabi sono
stati vittime di Israele. LEgitto di Nasser nel 1956, la Giordania e
la Siria nel 1967, il Libano nel 1982.
Nel 1956, la Francia e Inghilterra erano potenze coloniali in
decadenza ma possedevano ancora la società che gestiva il canale di
Suez, con relativi consistenti guadagni. Quando Nasser decise di
nazionalizzare questa società che era un vero e proprio stato nello
stato, Francia e Inghilterra, per ragioni di geopolitica e
soprattutto di sfruttamento economico, decisero di far intervenire le
loro cannoniere e i loro aerei per rovesciare il governo nasseriano.
In tutta questa faccenda Israele non centrava per niente eppure si
affrettò a entrare in guerra accanto ai colonialisti franco-
britannici invadendo il Sinai. Laggressività del giovane stato
sionista, la volontà di infliggere una sconfitta ad un paese arabo e
la possibilità di dimostrare ai paesi colonialisti quanto potesse
essere utile unalleanza con Israele contro le forze antimperialiste
arabe, furono i fattori che spinsero i sionisti ad immischiarsi in
una guerra che non li riguardava. Il risultato di quella guerra fu
catastrofico per Francia e Inghilterra perché furono costrette ad
accettare la nazionalizzazione del Canale da parte dellEgitto e
videro tramontare definitivamente le loro velleità interventiste. Chi
invece ne guadagnò fu proprio Israele che si accreditò come un sicuro
alleato dellOccidente nella regione. La Gran Bretagna e la Francia
lo ricompensarono del suo aiuto con la fornitura di tecnologie
nucleari che permisero ai sionisti, negli anni 60, di costruirsi un
arsenale atomico con cui minacciare i popoli del Medio Oriente. Un
arsenale atomico che oggi sfugge completamente a qualsiasi controllo
ONU. Sia ben chiaro, ciò è avvenuto per volontà degli americani e
dellOccidente, cioè degli stessi che, per molto meno (ricerca
scientifica in campo nucleare), oggi vogliono isolare lIran e
addirittura parlano di attaccarlo con armi atomiche.
Nel 1967, Israele, ormai in possesso della bomba nucleare, con una
guerra preventiva, attaccò la Giordania, la Siria e lEgitto. Colti
di sorpresa, male armati e peggio preparati, questi paesi cedettero
ampi spazi di territorio. La Giordania cedette Gerusalemme Est e la
Cisgiordania, terre palestinesi che lONU aveva affidato al regno
ascemita. LEgitto cedette la striscia di Gaza, già allora popolata
di profughi palestinesi, e abbandonò anche il territorio egiziano del
Sinai. La Siria fu sconfitta sulle alture del Golan che Israele
prontamente incamerò pur non essendo mai stata questa regione abitata
da ebrei. Cisgiordania e Gaza sono rimaste occupate e sono state
colonizzate dal 1967 ai giorni nostri. La farsa del processo di pace
di Oslo non ha mai fermato la colonizzazione. Oggi Israele ha deciso
di chiudere i palestinesi nella cinta muraria dellapartheid e di
incamerare unilateralmente le migliori terre della Cisgiordania,
Gerusalemme Est, dove si trovano i luoghi santi dellIslam e della
cristianità, e la fertile valle del Giordano ricca di acqua, così
preziosa in quella regione. Il Golan fu anchesso colonizzato e
militarizzato, dopo essere stato liberato dei suoi importuni abitanti
siriani naturalmente, e ancora perdura questo stato di cose. Il Sinai
invece fu restituito allEgitto quando Sadat accettò di accordarsi
con Israele, passando nel campo americano. Il Sinai tuttavia fu
completamente smilitarizzato e la sovranità egiziana su di esso fu
fortemente ridotta. Israele infatti si assicurò la presenza di
osservatori Onu in funzione anti-egiziana. Oggi è un luogo di vacanza
per turisti israeliani (imprese israeliane vi hanno costruito decine
di alberghi) e per turisti occidentali. Un buon business per gli
imprenditori di Tel Aviv.
Nel 1982, toccò al Libano di essere aggredito dai sionisti. Fu
proprio Sharon che penetrò nel paese vicino e giunse fino a Beirut.
Lì, armò la mano di una fazione di libanesi « cristiani », i
falangisti, perché massacrassero i profughi palestinesi inermi dei
campi di Sabra e Chatila. Con la complicità degli Stati Uniti di
Reagan, espulse lOLP da Beirut. Alleandosi alle fazioni cristiane
maronite accese la miccia di una guerra civile che doveva durare 7
anni e causare centinaia di migliaia di morti. Infine, ritirandosi da
Beirut costituì la cosiddetta « fascia di sicurezza » in suolo
libanese che per ventanni ha gestito insieme con un altro gruppo
cristiano, i traditori dellEsercito del Libano del Sud (ELS). Da
questa « fascia di sicurezza » lesercito israeliano è stato cacciato
dai patrioti di Hezbollah nel 2002.
Il sionismo non è quindi una ideologia politica innocente e pacifica
ma nella sua storia si è reso responsabile di varie guerre di
aggressione, non di difesa, di centinaia di migliaia di morti, di
immani sofferenze inflitte ai palestinesi e agli altri popoli della
regione. La presenza dello stato sionista su terre arabe è foriera di
guerra e distruzione per chissà quanti anni a venire.
Sionismo, ideologia razzista, pulizia etnica e apartheid.
Si dice che il sionismo non sia altro che la forma di nazionalismo
adottata dal popolo ebraico. In realtà, non tutti gli ebrei sono
sionisti e molti non sono nemmeno nazionalisti. Vi sono ancora ebrei
internazionalisti o marxisti come Bertell Ollman i quali rifiutano
ogni forma di nazionalismo in quanto ideologia borghese e
reazionaria. Molti di più erano gli ebrei comunisti e
internazionalisti nel passato, al punto da far dire ai nazisti che il
comunismo era un complotto ebraico. I nazisti preferivano gli ebrei
sionisti e li aiutarono a colonizzare la Palestina. Non riuscivano
invece ad accettare gli ebrei comunisti o internazionalisti. Ma non
solo quelli. Dopo i comunisti, i nazisti perseguitavano gli ebrei
assimilazionisti, cioè quelli ebrei che avevano famiglie miste e si
consideravano tedeschi, polacchi, italiani ecc., a secondo dei paesi
dove vivevano. I sionisti, invece, erano accettati ed è chiaro
perché: nazisti e sionisti si trovavano daccordo su una cosa: la
concezione del nazionalismo. Secondo i sionisti, la Germania
apparteneva ai tedeschi, alla razza ariana e gli ebrei avevano
bisogno di separarsi da loro, fondare uno stato popolato
esclusivamente da ebrei, uno stato che non esisteva e che andava
fondato in Palestina. Questo avveniva prima dellOlocausto quando i
sionisti collaborarono con tutti i dittatori allora esistenti, non
solo i nazisti, ma anche i fascisti, gli ultranazionalisti antisemiti
polacchi e perfino con limpero del Sol Levante. Tutto questo è
confermato da due libri di un internazionalista ebreo che vive in
America, Lenni Brenner, il quale ha raccolto i documenti storici che
gli hanno permesso di ricostruire questa pagina vergognosa del
sionismo. La ricerca storica minuziosa è contenuta nei due libri
Zionism in the Age of the Dictators (1982) e 51 documents of the
Collaboration of Zionism with Nazism (2004). Questi libri
fondamentali non sono stati tradotti in italiano ma almeno uno dei
due, il primo, si può trovare in inglese sul web. I sionisti odiavano
gli ebrei internazionalisti perché essi non volevano « una patria
ebraica » e perché, per esempio, erano pronti a dare la loro vita per
la libertà della Spagna durante la guerra civile spagnola invece di
sacrificarsi per costruire lo stato sionista. I sionisti
consideravano gli internazionalisti dei pazzi idealisti che lottavano
per tutta lumanità e in quanto pazzi idealisti erano irrecuperabili.
Ma i sionisti odiavano più di ogni altra cosa quegli ebrei che non
volevano emigrare in Palestina ma desideravano integrarsi nel paese
in cui erano nati, magari sposare una donna o un uomo non di razza
ebraica e vivere come un qualunque cittadino di quel paese. Erano gli
assimilazionisti, i quali quando erano nazionalisti lo erano nel
senso che sostenevano la nazione del paese in cui vivevano. Molti
furono gli ebrei che partirono volontari nella prima guerra mondiale
e si sacrificarono per unire allItalia le terre irredente. Vi furono
addirittura ebrei fascisti che sostenevano lespansione coloniale
italiana in Africa e sostenevano il nazionalismo revanchista di
Mussolini. Uno di questi era, per esempio, il rabbino di Padova
Felice Ravenna che si incontrò a Tripoli con il governatore Balbo.
Alla fine dellincontro fu emesso il seguente comunicato:
S.E. il Governatore della Libia ha ricevuto in lungo e cordiale
colloquio lavvocato Felice Ravenna, Presidente dellUnione delle
Comunità Israelitiche Italiane, ed ha esaminato con lui le condizioni
degli ebrei della Libia. Il governatore ha espresso allavvocato
Ravenna viva simpatia per la laboriosa, disciplinata e morale
popolazione ebraica, che partecipa attivamente alla vita della nuova
Italia mussoliniana dOltremare. (Citato in Renzo De Felice, Storia
degli ebrei Italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993, p. 203)
Ancora più decisa era la posizione del generale Liuzzi che nel 1936
in un opuscolo intitolato Per il compimento del dovere ebraico
nellItalia Fascista attaccava i suoi correligionari con queste parole:
E indispensabile e urgente che le nostre Comunità abbiano
nellUnione una superiore autorità responsabile del loro risanamento
e che pertanto alla loro testa vengano messi uomini nuovi che
posseggano le capacità di sapere e di voler fare, che dispongano cioè
di unanima ebraica non soltanto italiana del passato, ma
profondamente e sicuramente fascista dellavvenire. Equivoci e
malintesi, vecchie radici massoniche e vincoli internazionali devono
essere sicuramente banditi da tutti noi quali errori e tradimenti
superati o trapassati. Anche qui si tratta di lottare e vincere
nellinteresse della Patria [italiana] oltrechè nostro. (Ibidem, p. 225)
Dire che sionisti e nazisti avessero concezione del nazionalismo
assai simili è unaccusa grave. Non la lanciamo con leggerezza o per
puro intento di propaganda. Approfondiamo largomento. Nel periodo in
cui nacque il sionismo, alla fine del XIX secolo, in Europa vi erano
due concezioni contrapposte dellidea di nazione e di nazionalismo.
Da una parte vi era la concezione democratica nata durante la
rivoluzione francese e figlia in via diretta dellilluminismo.
Secondo questa concezione, era compito di tutti i cittadini costruire
nella propria nazione un ordine sociale che garantisse i principi di
libertà, fratellanza e uguaglianza. Questi erano i principi
democratici condivisi della nazione e su questi principi ogni
cittadino doveva concorrere a costruire un ordine sociale razionale e
giusto, indipendentemente da sesso, razza, lingua, religione,
provenienza, ecc. Lo stato-nazione, non più proprietà del re per
grazia divina, veniva quindi edificato su un accordo consensuale di
tutti i cittadini, i quali erano considerati, sulla base egualitaria,
i suoi elementi fondanti. Luguaglianza veniva intesa esclusivamente
in termini di diritti civili e politici e non economici e quindi era
foriera di disuguaglianze sostanziali dovute alla ricchezza e
allinfluenza che la ricchezza porta con sé. La teoria marxista
affronterà questo punto e cercherà di porvi rimedio sostenendo che
luguaglianza politica debba essere fondata sulluguaglianza
economica e che questa è realizzata con labolizione della proprietà
privata dei mezzi di produzione. Ma essendo il capitalismo un
fenomeno internazionale, i proletari di tutti i paesi si devono unire
e giungere allabolizione dei mezzi di produzione in tutti i paesi
capitalisti, da qui la parola dordine proletari di tutti i paesi
unitevi! Così la nazione stessa perde significato e viene sostituita
dal concetto di internazionalismo proletario. Comunque, la teoria
dello stato-nazione nata dalla rivoluzione francese costituiva pur
sempre un enorme passo avanti nella storia dellumanità e ci si
sarebbe aspettato che diventasse presto patrimonio comune dellEuropa
intera. Gli ideali della rivoluzione francese furono sparsi su tutto
il continente dalle armate napoleoniche e produssero una serie di
rivoluzioni nazionali nel corso del secolo. Ma verso la fine del
secolo, come reazione allilluminismo e al razionalismo, si andò
lentamente affermando in Germania e nellest europeo unaltra
concezione di nazione, non democratica e non egualitaria ma
romantica, secondo la quale non tutti gli individui nascono uguali ed
essi sono uniti tra loro da legami più profondi, più naturali,
rispetto allaccordo consensuale della concezione democratico-
rivoluzionaria francese. Secondo la concezione romantica, lindividuo
è parte di una comunità organica, unita da una storia, una lingua,
una religione, un folklore, una origine, un sangue comuni. Ogni
comunità o nazione di questo tipo deve essere riunita sotto uno stato
comune che esclude altre comunità o individui non corrispondenti alle
caratteristiche dominanti. Vi sono ragioni storiche di questa diversa
evoluzione ad ovest e ad est del fiume Reno.
NellEuropa occidentale, scrive lo storico Zeev Sternhell il
nazionalismo è comparso subito nella sua forma politica e giuridica.
La nazionalità si è affermata con il lungo processo di unificazione
dei regni. I popoli ai quali questi regni davano un potere centrale e
una stessa capitale, erano di fatto composti da popolazioni così
differenti quanto potevano esserlo dei vicini di religioni, culture,
lingue ed etnie diverse. Anche le frontiere erano funzione della
potenza. E se i relativi tracciati, nel caso di trattati di pace o
daltro, - finivano con il separare popolazioni di una stessa lingua,
di una stessa cultura, questo destino era accettato. La Francia, la
Gran Bretagna e la Spagna costituiscono gli esempi più
rappresentativi di una tale situazione. A est del Reno invece, i
criteri di appartenenza nazionale non erano politici ma culturali,
linguistici, etnici e religiosi. Le identità polacca, rumena,
slovacca, serba o ucraina non si sono determinate come espressione di
una fedeltà ad unautorità centrale ma hanno preso forma intorno alla
religione, alla lingua e al folklore sentiti come altrettante
manifestazioni delle caratteristiche biologiche o razziali
specifiche. A differenza di paesi come la Francia, la Gran Bretagna o
la Spagna, qui la nazione ha preceduto lo stato. In questi paesi si
capiva il pensiero di Herder, non quello di Locke, Kant, Tocqueville,
John Stuart Mill o Marx. (Z. Sternhell, Sionismo e Nazionalismo, in
Giancarlo Paciello, La conquista della Palestina, C.R.T., Roma, 2004,
p. 136-7).
Questa concezione era gravida di conseguenze nefaste. Si può
rintracciare in essa lorigine del pangermanesimo e, aggiungendovi,
anzi semplicemente accentuando, il concetto di razza, vi si può
scoprire lorigine del nazismo (un popolo, una nazione, una lotta).
Il sionismo nascente aderì a questa concezione. Secondo Theodor
Hertzl, il fondatore del sionismo, gli ebrei, ovunque essi si
trovassero, non appartenevano alle nazioni in cui vivevano e non
dovevano aderire al patto democratico dei cittadini della loro
nazione, ma dovevano far valere la loro origine, la loro storia, il
loro sangue e prestare fedeltà solo alla nazione ebraica,
indipendentemente dalla lingua che parlassero e dalla cultura a cui
appartenessero. La nazione ebraica doveva quindi separarsi dalle
altre e fondare un proprio stato. Questo stato si pensò di fondarlo
in Argentina, in Africa, poi, infine, si decise per la Palestina. Il
sionismo non era in origine un movimento religioso ma tuttavia scelse
la Palestina proprio per il richiamo religioso che la « Terra di
Israele » esercitava sugli ebrei di fede giudaica. Lo studioso
sionista tedesco Hans Kohn riconosce apertamente la derivazione del
sionismo dalla concezione di nazione di origine germanico-romantica.
Egli afferma che il pensiero di Hertzl derivava proprio dalle « fonti
germaniche » che egli così sintetizza:
Secondo la teoria tedesca, la gente di origine comune (
) dovrebbe
formare uno stato comune. Il Pan-Germanesimo si fondava sullidea che
tutte le persone di razza, sangue e origine germanici, ovunque
vivessero e a qualunque stato appartenessero, dovevano la loro
fedeltà principalmente alla Germania e dovrebbero diventare cittadini
dello stato tedesco, la loro vera patria. Essi, e addirittura i loro
padri e antenati, potevano essere vissuti sotto cieli stranieri o
in ambienti diversi, ma la loro realtà interiore profonda
rimaneva tedesca. (Hans Kohn, citato in Norman Finkelstein, Op. Cit.,
p.8).
Si provi ad immaginare per un attimo a cosa sarebbe successo se tutti
i popoli avessero adottato questa concezione. Non sono bastate le
innumerevoli guerre etniche fratricide che hanno avuto luogo nei
Balcani da oltre un secolo? Lesempio della Jugoslavia tra il 1990 e
il 2000 è ancora vicino a noi e ci permette di comprendere
lassurdità di questa concezione. Non per niente la comunità
internazionale si è mobilitata per ripristinare (assai ipocritamente
in verità) il rispetto delle minoranze, linammissibilità delle
pulizie etniche e il principio degli stati multi-etnici. Si pensi al
Ruanda e al genocidio dei tutsi da parte degli hutu. Si pensi allo
sterminio degli armeni da parte dei turchi. Cosa succederebbe oggi se
il principio degli stati etnici fosse seguito in Cina, in India e
nella stessa Europa? Il sionismo ha seguito questo principio. La
storia successiva della pulizia etnica dei palestinesi era già
inscritta in questo tipo di nazionalismo dallinizio.
Sionismo come « socialismo » nazionale pseudo-liberale.
Un elemento che ha contribuito a fare la fortuna del sionismo,
soprattutto catturando limmaginazione di quella sinistra che da
tempo ha abbandonato il marxismo, è stato quello di essersi
presentato, almeno fino al 1977, data del primo governo della destra
in Israele, come «socialismo» nazionale (anche se, dopo i governi di
destra in Israele - quelli di Begin, di Shamir, di Netanyahu e di
Sharon - dopo la scomparsa dei kibbutz e di ogni traccia di
socialismo, le illusioni della sinistra sono dure a morire, come la
pigrizia mentale daltronde). Scrive sempre Zeev Sternhell sul
socialismo nazionale:
Lideologia del socialismo nazionale nasce in Europa tra la fine del
XIX secolo e linizio del XX. Si propone come la vera soluzione,
puntando a sostituire le ideologie marxista e liberale. Il suo
postulato il primato della nazione trova le premesse nel
socialismo premarxista di Proudhon. E unideologia che presenta la
nazione come unentità storica, culturale o biologica. Per preservare
il suo avvenire e proteggersi dalle forze che scalzano la sua
armonia, la nazione deve consolidare la sua unità interna, spingendo
tutte le sue componenti alla missione comune. Per questa nuova
ideologia, il liberalismo e il marxismo costituiscono il più grande
pericolo che, nel mondo moderno, minacciano la nazione. Il
liberalismo, perché concepisce la società come unaggregazione di
individui in eterna lotta per un posto al sole, una sorta di mercato
selvaggio, la cui sola ragione desistenza è di soddisfare gli
egoismi dei singoli, quelli dei più forti ovviamente e il marxismo,
perché sostiene che la società è divisa in classi nemiche impegnate
in una lotta senza pietà tanto più inevitabile in quanto iscritta
nella logica interna del capitalismo. (Op. Cit., p. 135)
l « socialismo » nazionale rifiuta categoricamente la lotta di classe
e linternazionalismo proletario. La sua singolarità consiste nel
fatto che esso aderisce al principio del primato della nazione, la
quale è posta in posizione assolutamente prevalente rispetto a
qualsiasi altro aspetto, rinnegando così i principi universalistici
del socialismo. Tuttavia, se pure rinnega il marxismo, il
socialismo nazionale non rinuncia a voler risolvere a suo modo la
questione sociale. Rifiutando i principi marxisti, primo fra tutti
labolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, il «
socialismo » nazionale afferma di voler risolvere la questione
sociale con una critica ai settori parassitari del capitale, alla
rendita, alla grande finanza, agli speculatori, ai borsisti, a tutti
coloro che dispongono facilmente di denaro e non lo investono
attivamente creando posti di lavoro e facendo crescere la società e
la nazione. Costoro vengono definiti, parassiti, plutocrati, usurai,
perché si arricchiscono solo loro senza benefici per la nazione. Ci
si rivolge al « lavoratore » (certo non al « proletario »,
naturalmente), al contadino, al negoziante, allartigiano e a quei
settori del capitale produttivo, il borghese positivo che investe e
rischia il suo denaro nella produzione. Ovviamente, il « socialismo »
nazionale non intende affatto cambiare la società, né mai esso ha
preso provvedimenti per eliminare il ceto dei parassiti, degli
speculatori, dei finanzieri tanto criticati. Anzi i provvedimenti
principali sono diretti contro gli operai, costretti in corporazioni,
senza sindacati, senza partiti politici che li rappresentino in modo
autonomo. Gli operai vengono invece iscritti, con le buone o con le
cattive, nel partito nazionale, associati nelle sue istituzioni,
arruolati nellesercito. Il socialismo « nazionale » è infatti
unideologia aggressiva che punta alla conquista di territori altrui
per metterli a disposizione della propria nazione e per impadronirsi
delle loro ricchezza (colonialismo). E anche unideologia razzista
che ritiene la propria nazione superiore alle altre. Nella storia, il
« socialismo » nazionale si è realizzato prevalentemente sotto forma
di sistema antidemocratico e reazionario, anzi decisamente
dittatoriale. La sua forma più brutale è stata il nazismo (Nazional
Socialismus), ma anche il fascismo mussoliniano può essere
considerato una forma di « socialismo » nazionale. Vi è tuttavia
anche una forma di « socialismo » nazionale con caratteristiche
pseudo-democratiche. Tale è il sionismo; tali sono certe forme di
socialismo nazionale nel terzo mondo (la Corea del Sud al tempo
degli agglomerati industriali nazionali, prima che questi fossero
minati dalla globalizzazione liberista).
Il movimento laburista prese la direzione e il controllo della
colonizzazione sionista durante gli anni trenta e al momento della
proclamazione di Israele furono i laburisti a guidare politicamente
lo stato e a deciderne le strutture sociali ed economiche. Fondamento
di questo ordine sociale è lHistadrut, lonnipotente corporazione
dei lavoratori e degli industriali. Non è un sindacato, come spesso
si dice, ma una struttura nazionale che inquadra « i lavoratori » e «
le altre forze produttive » e affida a tutti la medesima missione
nazionale. LHistadrut possiede banche, imprese nel settore
dellindustria pesante, degli armamenti, dei lavori pubblici e delle
costruzioni, possiede anche la maggiore centrale nazionale di
distribuzione dei prodotti agricoli, catene di grandi magazzini e
negozi. LHistadrut controlla lintero settore cooperativo, si occupa
dei contratti tra lavoratori e le imprese che gli appartengono,
gestisce direttamente la Cassa Malattia Nazionale, dispone di
ospedali, scuole, case di riposo e pubblica un proprio giornale, il
Davar. In Israele solo lesercito è unorganizzazione più capillare e
meglio organizzata dellHistadrut. Tuttavia, seppur meno capillare
dellesercito, questa istituzione è un vero stato nello stato e
fornisce al parlamento gran numero di parlamentari e buona parte
degli uomini di governo, di sinistra e sorprendentemente, (per chi ha
schemi in testa), anche di destra. Dopo lHistadrut e lesercito,
vengono le altre istituzioni politiche e sociali che completano il
quadro. In seguito alla fondazione di Israele, furono sempre i
laburisti a dirigere lo stato, fino agli anni settanta quando persero
le elezioni a vantaggio del partito del Likud. Questo è un partito
seguace di Wladimir Jabotinsky, amico personale del Duce. [Egli
chiese, tra laltro, a Mussolini, di contribuire alla formazione di
un nucleo di ufficiali di marina che sarebbe diventato in seguito la
marina di Israele. E, naturalmente, il Duce lo accontentò. Così, tra
il 1934 e il 1937, fu aperta a Civitavecchia una scuola marittima per
aderenti allorganizzazione sionista « Betar », ramo giovanile del
partito di Jabotinsky.]
La destra una volta salita al potere non ha mai combattuto
lHistadrut, il cosiddetto « sindacato », come fa la destra in tutte
le democrazie parlamentari e in tutti i regimi capitalistici liberali
con i sindacati veri. Questo perché lHistadrut non è un sindacato ma
unorganizzazione nazionale di lavoratori, di capitalisti e di
boiardi di stato, i cui dirigenti vengono scelti ogni 4 anni sulla
base di liste presentate da tutti i partiti politici. Attualmente i
dirigenti laburisti dellHistadrut detengono una risicata maggioranza
interna rispetto ai rappresentanti della destra.
La struttura della società nazionale israeliana è retta da alcune
leggi e istituzioni che hanno poco a che vedere con le istituzioni e
le leggi di una democrazia liberale. Facciamo alcuni esempi: prima di
tutto non esiste in Israele una costituzione, cioè una carta
costituzionale.Perché mai? Come mai un paese che si vanta di essere «
democratico » anzi lunica democrazia in Medio Oriente non ha una
costituzione? Ebbene Israele non ha una costituzione perché non può
averla. Se dovesse provare a scrivere una costituzione laica, gli
ebrei religiosi o fanatici, che considerano Israele la realizzazione
di una promessa messianica, si rivolterebbero contro lo stato. Se
dovesse invece scrivere una costituzione religiosa, moltissimi
sarebbero gli ebrei atei o laici che abbandonerebbero il paese per
cercare in Occidente quel poco di tolleranza e libertà che vedrebbero
sparire del tutto nello stato sionista. Incredibilmente e
diversamente da tutte le democrazie liberali, Israele non ha un corpo
di leggi che riguarda il potere giudiziario. Anche qui, un corpo di
leggi di carattere laico urterebbe contro lantico codice religioso,
l« Halachà », seguito dai potenti tribunali rabbinici, che si
intromettono in tutte le faccende dello stato. In queste condizioni
si preferisce procedere come se nulla fosse; se non che, certe leggi
sono laiche (quando non urtano troppo i religiosi) ed altre sono
religiose (se non urtano troppo i laici). Tutti sanno, per esempio
che non esiste il matrimonio laico in Israele, per cui se un
cittadino di Israele vuole sposarsi fuori dallautorità dei rabbini,
ebbene
deve farlo allestero. Potrebbe addirittura farlo in un paese
musulmano come la Giordania o la Turchia. Il potere dei rabbini è
talmente forte che costoro costringono gli ebrei riformati (una nuova
forma di giudaismo nata negli Stati Uniti) a rinunciare alla loro
fede se vogliono stabilirsi in Israele. Lo stato sionista li accetta
comunque e questo crea un contrasto tra settori dello stato e
autorità religiose. I tribunali rabbinici gestiscono gran parte della
giustizia e naturalmente lo fanno secondo i dettami della
religione. Il potere dei rabbini è talmente forte che non esiste in
Israele una cittadinanza « israeliana ». Sulle carte di identità si
troverà scritto « ebreo » se si è ebreo (laico o religioso non
importa); si troverà « arabo » se si è palestinese, cioè cittadino
di secondo rango. Si vive nello stesso stato di Israele ma non si è «
israeliani »; si è o « ebrei » o « arabi ». Questo ha anche una
valenza non religiosa. Se esistesse la cittadinanza « israeliana »
questo vorrebbe dire che gli ebrei non israeliani sarebbero
considerati o non cittadini di Israele o non ebrei. Lo stato di
Israele infatti è uno stato « ebraico », cioè uno stato per tutti gli
ebrei del mondo, indipendentemente se essi risiedono in Israele o
meno. Inoltre una eventuale carta didentità con sopra scritto «
nazionalità israeliana » metterebbe sullo stesso piano ebrei e
palestinesi, cosa che in uno stato « ebraico » non deve avvenire.
Questo è il retaggio assurdo del sionismo.
La natura del sionismo si esplicita soprattutto, forse, in unaltra
legge, « la legge del ritorno ». Essa dà diritto a tutti gli ebrei
del mondo di emigrare in Israele ma, contemporaneamente, nega lo
stesso diritto ai palestinesi che sono stati espulsi. Il fatto che la
« Terra dIsraele » sia stata destinata, per legge, allesclusivo
godimento degli ebrei (di tutto il mondo) ha unaltra assurda
conseguenza: un arabo o un gentile (cioè un non-ebreo, detto goy, o
goyim in ebraico) dEuropa o dAmerica non può acquistare proprietà
ebraica in Israele. Si può capire (ma non approvare) la ragione per
cui si impedisca ad un arabo, palestinese o non, di acquistare una
casa o una terra in Israele; si vuole impedire, cioè, che la terra
dIsraele possa ridiventare araba. Quindi un palestinese espulso da
Israele nel 1948 (o i suoi discendenti) non possono acquistare la
casa e le proprietà che gli furono tolte durante la sua espulsione.
Ma non è tutto. Un arabo israeliano può acquistare proprietà solo da
altri arabi israeliani, mai da un ebreo; non può neanche acquistare
terre sequestrate ai palestinesi dei territori occupati (queste
devono andare solo agli ebrei); solo un ebreo invece può acquistare
da un arabo israeliano e solo un ebreo ha il titolo di ricevere
(quasi gratuitamente) proprietà palestinesi sequestrate dallo stato
israeliano nei territori occupati. Ma non basta ancora; se un goy,
che vive fuori da Israele, volesse acquistare in Israele una villetta
o un appezzamento di terreno per costruirvi un albergo o
semplicemente per coltivarlo, non potrebbe farlo. La proprietà della
terra e delle case deve restare in mani ebraiche, altrimenti si
rischierebbe sempre di perdere lebraicità della terra dIsraele.
Potrebbe succedere, per esempio, che una organizzazione di carattere
umanitario raccogliesse dei fondi e acquistasse terre e proprietà in
Israele e poi le lasciasse in eredità ad alcuni profughi palestinesi
del Libano o di altrove. Non sia mai! I risultati della pulizia
etnica sarebbero vanificati. Si osservi il seguente paradosso: è
ovvio che un ebreo israeliano può acquistare proprietà in Europa,
America o altrove (molti israeliani hanno proprietà in due paesi) ma
un goy che vive fuori da Israele non può acquistare proprietà in
Israele. Cosa succederebbe se fosse proibito a un ebreo di qualsiasi
paese di acquistare proprietà in un paese qualsiasi diverso da
Israele? Sarebbe naturalmente ritenuto antisemitismo da tutti gli
ebrei del mondo. Ma Israele non pratica forse una discriminazione
simile o molto simile allantisemitismo contro gli arabi e i non-ebrei?
Dal punto di vista politico le cose non stanno meglio. Vi è infatti
una legge che impedisce a qualsiasi partito o gruppo che non accetta
i principi del sionismo di presentarsi in parlamento o di competere
nella campagna elettorale. Se un gruppo di ebrei o arabi israeliani o
misto si presentasse alle elezioni con un programma politico
finalizzato alla trasformazione dello stato sionista in uno stato
democratico per ebrei e palestinesi, esso verrebbe immediatamente
escluso dalla competizione elettorale e messo al bando. Vige poi un
sistema elettorale assolutamente antidemocratico e discriminatorio
nei confronti dei cittadini arabi di Israele (20% della popolazione).
Secondo questo sistema, alle elezioni politiche, non si vota per
candidati ma solo per partiti, non ci sono cioè preferenze. Sono poi
i dirigenti dei partiti che decidono chi debba andare alla Knesset
(parlamento). In questo modo le direzioni dei partiti discriminano
pesantemente verso i palestinesi e portano al parlamento solo un
numero limitato di rappresentanti palestinesi rispetto al numero dei
votanti palestinesi. In questo modo si fa votare i palestinesi per i
sionisti. Ci si aspetterebbe che quel 20% di elettori palestinesi
fossero rappresentati dal 20% di deputati. In realtà i deputati
palestinesi non superano mai il 10% degli eletti in parlamento.
Ma la cosa più abnorme è chiaramente il fatto che lo stato sionista
non ha ancora confini definiti. Sembrerebbe una cosa da niente ma ha
conseguenze assolutamente importanti e non solo ripercussioni
internazionali. In una democrazia liberale come la Francia o la Gran
Bretagna, tutti gli individui che si trovano allinterno dei confini
dello stato godono degli stessi diritti politici. Questo non accade
in Israele. Dopo loccupazione dei territori palestinesi nel 1967,
Israele allargò, unilateralmente, i suoi confini inglobando anche i
territori occupati dove oggi vivono quasi 4 milioni di palestinesi.
Ma queste persone pur essendo allinterno dei confini che Israele
riconosce come suoi (e provate ad attraversarli e vedrete cosa vi
succede!) non hanno mai goduto dei diritti di cui godono gli ebrei e
nemmeno dei diritti dei già discriminati arabi israeliani. Viceversa
gli ebrei che vivono fuori dai confini riconosciuti a Israele dalla
comunità internazionale e che si sono stabiliti nei territori
occupati godono degli stessi diritti degli ebrei di Israele, anzi
ricevono particolari vantaggi economici e legislativi proprio perché
si sono stabiliti nei territori occupati. Con le « trattative » di
Oslo, Israele ha pensato di risolvere questa contraddizione razzista.
Si è visto come è andato a finire, per Sharon e Olmert, ma anche per
i laburisti, cioè per tutti i sionisti, Israele deve continuare a
conservare gli stessi confini raggiunti dopo la guerra del 1967 (la
risoluzione 242 dellONU sancisce invece che lo stato ebraico deve
ritornare ai confini di prima del 1967). Così lo stato dei
palestinesi, se mai sorgerà, sarà costituito dall8% della loro
patria storica e verrà racchiuso, col Muro dellApartheid, dentro il
territorio israeliano. Esattamente la stessa cosa che stava
succedendo ai bantustans neri entro la Repubblica Sudafricana di De
Clerck e soci razzisti. La lotta sionista è sempre stata la lotta per
prendere la terra dei palestinesi, senza i palestinesi e lanomalia
tutta israeliana, che cioè i due partiti, il laburista e il likud,
sia in alternanza al governo sia più spesso uniti, pratichino la
stessa identica politica di pulizia etnica e di discriminazione
contro i palestinesi prova che questi partiti hanno buttato alle
ortiche i principi di uguaglianza tra tutte le persone ed agiscono
discriminando in base alla razza e la religione delle persone che
vivono in Palestina. Fanno questo in nome degli interessi supremi
della nazione ebraica e dello stato-nazione sionista. Come può
Israele aspirare a diventare un paese normale?! Come può la comunità
internazionale definire Israele uno stato « democratico » e
accoglierlo nel suo seno permettendogli di fare tutto ciò che vuole?!
In realtà quando lOccidente parla di « comunità internazionale »
intende solo se stesso. La vera comunità delle nazioni non ha mai
veramente e in modo democratico e rappresentativo sancito la nascita
di Israele. La risoluzione sulla spartizione della Palestina, la 181,
fu imposta ai palestinesi quando lONU era costituito da soli 56
paesi [oggi sono 191] e fu votata a maggioranza ristretta da paesi
che nel 1947 non rappresentavano più del 18% della popolazione
mondiale di allora.
Sionismo e antisemitismo
Abbiamo parlato dellodio che i sionisti hanno per gli ebrei
assimilazionisti, a ragione del loro rifiuto di emigrare in Israele.
Questodio traspare evidente dalla lunga intervista che un
personaggio molto vicino a Sharon concesse allo scrittore Amos Oz nel
1982, poco dopo la conclusione dellavventura militare israeliana in
Libano:
Se anche lei mi provasse dice il nostro sionista allintervistatore
- con matematica precisione che l'attuale guerra nel Libano è una
sporca guerra immorale, non m'importerebbe. Dirò di più: anche se lei
mi provasse che noi non abbiamo raggiunto e non raggiungeremo mai
alcuno dei nostri obbiettivi in Libano, e che neppure potremo creare
in Libano un regime amico né sconfiggere i siriani e neppure 1'OLP,
nemmeno allora mi importerebbe. Questa guerra valeva comunque la pena
di farla. Anche se la Galilea venisse di nuovo bombardata dai
katjusha entro un anno, anche di questo in fondo non
m'importerebbe. Noi cominceremmo un'altra guerra, uccideremmo e
distruggeremmo ancora e ancora finché quelli ne avranno abbastanza. E
lo sa lei perché ne vale la pena? Perché sembra che questa guerra ci
abbia reso ancora più impopolari presso il cosiddetto mondo civile.
Non sentiremo più ripetere le assurdità sulla famosa moralità
ebraica, sulla lezione morale dell'olocausto o sulla immagine di
purezza e virtù degli ebrei emersa dalle camere a gas. Facciamola
finita. La distruzione di Eyn Hilwe (è un peccato che non abbiamo
spazzato via del tutto questo nido di calabroni [ si tratta di un
villaggio libanese, n.d.t.] ), il salutare bombardamento di Beirut e
quel modesto massacro (si può chiamare massacro l'uccisione di
cinquecento Arabi nei loro campi?) che avremmo dovuto compiere con le
nostre delicate mani invece di lasciarlo fare ai falangisti, queste
ottime operazioni hanno troncato finalmente tutti quei merdosi
discorsi su un popolo eccezionale, faro per tutte le nazioni. Basta
con questo popolo eccezionale, buono, faro di civiltà, sbarazziamocene.
Personalmente non desidero affatto essere migliore di Komeini o di
Breznev, o di Gheddafi, di Assad o della signora Thatcher e nemmeno
di Harry Truman che ammazzò mezzo milione di giapponesi con due belle
bombe. Io voglio solo essere più intelligente, più veloce e più
efficiente di loro, non più buono o più bello.. secondo lei i cattivi
di questo mondo se la passano male? se qualcuno prova a toccarli,
quelli gli tagliano le mani e anche le gambe, sono cacciatori che
inseguono e acchiappano tutto quello che gli par buono da divorare. E
non soffrono di indigestione e il Cielo non li punisce. Io voglio che
Israele si associ a questo club cosi, forse, alla fine il mondo
comincerà a temermi invece di compatirmi. Forse allora cominceranno a
tremare, a temere il mio furore invece che ammirare la mia nobiltà.
Grazie a Dio! Lasciateli tremare, lasciate che ci chiamino uno stato
aggressivo, lasciate che capiscano che siamo un paese selvaggio,
pericoloso per i popoli che ci circondano, non normale, e che
potremmo diventare feroci se uccidono uno dei nostri figli, anche uno
solo. Lasciate che pensino che potremmo perdere ogni controllo e
bruciare tutti i pozzi petroliferi del Medio Oriente. Se, Dio non
voglia, succedesse qualcosa a suo figlio, lei parlerebbe come me. Si
rendano conto a Washington, a Mosca, a Damasco, in Cina che se uno
dei nostri ambasciatori venisse ammazzato o anche un console o uno
dei giovanissimi addetti d'ambasciata, noi potremmo scatenare la
terza guerra mondiale solo per questo. (
)
Mi lasci dire qual è la cosa più importante, il frutto più dolce
della guerra in Libano: è che loro ora, non solo odiano Israele, ma
grazie a noi odiano anche quei feinschmecker [palati delicati,
n.d.t.] di ebrei di Parigi, Londra, New York, Francoforte, Montreal
che se ne stanno nei loro gusci. Alla fine ora odiano anche queste
belle anime di Yids che dicono di essere diversi da noi di non essere
come Thugs israeliani, ma ebrei puliti ed educati. Ma non gli servirà
a niente, a questi Yids cosi per benino, come non è servito all'ebreo
assimilato di Vienna e di Berlino che pregava gli antisemiti di non
confonderlo con i vocianti e puzzolenti giudei dell'est, perché lui
si era liberato dai costumi degli sporchi ghetti di Ucraina e
Polonia. Lasciamoli gridare che loro condannano Israele, che sono nel
giusto, che non vogliono far del male nemmeno a una mosca, che
preferiscono essere ammazzati che ammazzare, che si sono assunti il
compito di mostrare ai gentili come essere buoni cristiani porgendo
sempre l'altra guancia.. Questo non gli porterà alcun vantaggio. Ora
stanno subendo questo odio a causa nostra. E io le confesso che per
me questo è un piacere. Questi sono gli stessi Yids che hanno
convinto i gentili a capitolare di fronte a quei bastardi di
vietnamiti, a mollare di fronte a Komeini, a Breznev, a impietosirsi
per lo sceicco Yamani a causa della sua difficile infanzia e a fare
l'amore e non la guerra. O magari a non fare né l'una né l'altra
cosa, piuttosto a scrivere un saggio sull'amore e sulla guerra. Con
tutto questo abbiamo chiuso. L'ebreo è stato respinto, non solo ha
crocefisso Gesù, ma ha crocefisso anche Arafat a Sabra e Chatila,
ormai essi sono identificati con noi e questa è una cosa buona, i
loro cimiteri vengono dissacrati, le loro sinagoghe incendiate, tutti
gli epiteti sono stati rispolverati, vengono espulsi dai club
esclusivi, la gente spara contro i loro ristoranti etnici, uccidendo
anche i bambini, costringendoli a cancellare tutte le insegne
ebraiche, costringendoli ad andarsene o a cambiare professione.
Ben presto i loro palazzi verranno coperti da slogan: Yids, andate in
Palestina e sa che le dico? Loro verranno in Palestina perché non
avranno altra scelta! Questo è il vantaggio che abbiamo ricevuto
dalla guerra in Libano. Mi dica, non valeva la pena? Presto avremo
tempi migliori. Gli Ebrei cominceranno ad arrivare, gli israeliani
smetteranno di andar via e coloro che se ne sono già andati
torneranno. Quelli di loro che hanno scelto l'assimilazione capiranno
finalmente che non gli serve a niente cercare di essere la coscienza
del mondo. La coscienza del mondo si prenda nel culo quello che non
gli è entrato nella testa. I Gentili si sono sempre sentiti
insofferenti verso gli ebrei e la loro coscienza e ora gli Yids hanno
una sola via d'uscita, tornare a casa, tornarci tutti, presto, per
installare grosse porte d'acciaio, per costruire una robusta
barriera, per avere mitragliatrici posizionate in ogni angolo della
loro barriera e combattere come diavoli contro chiunque osi alzare la
voce contro questo paese. E se qualcuno alza la mano contro di noi
gli porteremo via metà della sua terra e bruceremo l'altra metà,
incluso il petrolio. Possiamo anche usare le armi nucleari. Andremo
avanti finché non ce la faranno più.
Ancora oggi sono disposto a offrirmi volontario per fare il lavoro
sporco per Israele, per uccidere quanti Arabi è necessario, per
deportarli, per espellerli e bruciarli in modo che tutti ci odino,
per togliere il tappeto da sotto i piedi degli ebrei della diaspora
cosi che essi siano costretti a correre da noi piangendo. Anche se
ciò significa vedere saltare per aria una o due sinagoghe qua e la,
non m'importa. E non mi preoccupo se a lavoro finito sarò messo di
fronte al tribunale di Norimberga e poi messo in carcere a vita.
Impiccatemi se volete come criminale di guerra. Cosi voi potete
ripulire la vostra ebraica coscienza ed entrare nel rispettabile club
delle nazioni civili, che sono ampie e sane. Ciò che voi tutti non
capite è che il lavoro sporco del sionismo non è ancora finito. Siamo
ancora lontani dalla fine. E' vero, avrebbe potuto essere finito nel
1948, ma voi avete interferito, lo avete fermato. E tutto questo a
causa della ebraicità delle vostre anime, a causa della vostra
mentalità di diaspora. (
) Perciò sono contento che questa piccola
guerra in Libano abbia spaventato gli Yids. Si spaventino pure,
soffrano, cosi si affretteranno a tornare a casa prima che venga buio
del tutto. Per questo, io sarei un antisemita? Bene. Allora non citi
me, citi Lilienblum che non è sicuramente antisemita, tanto è vero
che una strada di Tel Aviv porta il suo nome.
(lintervistato cita leggendo in un quadernetto che era sul suo tavolo)
Tutto ciò che sta accadendo non è forse un segno che i nostri
antenati vollero e noi stessi vogliamo, essere perseguitati, che a
noi piace vivere come zingari..e questo è Lilienblum a dirlo, non io.
Mi creda ho studiato la letteratura sionista, posso provare quello che dico.
E scriva pure che io sono una disgrazia per l'umanità.
Non me ne importa, anzi.
Facciamo un patto: io farò tutto il possibile per espellere gli Arabi
da qui. Io farò tutto il possibile per incrementare l'antisemitismo e
lei scriverà poesie e saggi sull'infelicità degli Arabi e si
preparerà ad assorbire gli Yids che io costringerò a rifugiarsi in
questo paese e ai quali insegnerò ad essere un faro per i Gentili.
Cosa ne dice? (Intervista pubblicata sul quotidiano israeliano Davar,
il 17 dicembre 1982. http: //www. counterpunch.org/pipermai1/
counterpunch-1ist/2001-September/013054.htm1)
Lintervista che abbiamo appena letto è vera al cento per cento, ce
lo garantisce lo scrittore Amos Oz, tra laltro un sionista lui
stesso, il quale però si rifiutò di dire il nome della persona
intervistata in quanto per poter raccogliere i suoi propositi Oz
aveva promesso che non avrebbe mai svelato il nome. Si è a lungo
discusso se lintervistato non fosse in realtà proprio Sharon e si è
detto che Oz non abbia voluto svelare il nome per ragioni politiche
visto che il personaggio era allora ai vertici della politica
israeliana. I propositi sionisti sono stati attribuiti a Shlomo Baum
o a Motta Gur, personaggi vicinissimi ideologicamente a Sharon. Il
primo, non solo ideologicamente visto che negli anni 50 era il vice
di Sharon nella famigerata Unità 101, diretta proprio da Sharon, un
reparto speciale dellesercito che si macchiò di varie stragi a Gaza
e in Cisgiordania. Chi sia la persona intervistata, in realtà, non ha
molta importanza. Le cose importanti da dire sono prima di tutto che
lintervista è sicuramente vera, e poi che i contenuti
dellintervista corrispondono ad un modo di pensare che non è fuori
dal mondo ma al centro del sionismo, una volta che esso viene
sfrondato dalla sua retorica. Questultimo fatto è confermato dallo
stesso Oz che successivamente allintervista affermò di aver ricevuto
lettere di numerose persone le quali « si presero il fastidio di
scrivere per esprimere la loro totale identificazione con le parole
del personaggio » [appendice alla traduzione inglese dellintervista,
apparsa in The Land of Israel, London, 1983, pp. 85-100; traduzione e
corsivo miei]. Il personaggio, comunque, ci spiega molto chiaramente
che sono i sionisti i primi ad odiare quegli ebrei che si rifiutano
di emigrare in Israele e che vogliono integrarsi nel paese dorigine.
Egli ci spiega anche come lantisemitismo sia funzionale, anzi
indispensabile al sionismo, perché esso spinge gli ebrei in
Palestina. Anzi egli dice che vuole fare « il lavoro sporco » perché
si sviluppi lantisemitismo e questo spaventi gli ebrei
assimilazionisti e li spinga in Palestina.
Se i sionisti hanno così tanto bisogno dellantisemitismo è forse
sorprendente che si siano alleati con i peggiori antisemiti della
storia? E sorprendente che essi accusino gli ebrei marxisti,
internazionalisti o assimilazionisti di essere « palati delicati », «
ebrei puliti ed educati » o peggio « ebrei che odiano se stessi »? Il
sionista intervistato vuole attizzare lantisemitismo, vuole far
odiare gli ebrei per farli fuggire in Israele, per farli contribuire
ad ulteriori pulizie etniche, ulteriori massacri di palestinesi.
Daltronde il binomio sionismo-antisemitismo era contenuto nella
definizione stessa del nazionalismo ebraico. Fin dallinizio della
sua affermazione, lapproccio sionista alla questione ebraica
sembrava calcato sulla teoria antisemita. Come gli antisemiti, i
sionisti sostenevano che gli ebrei costituivano una presenza estranea
nelle società europee le quali « appartenevano » per diritto naturale
alle popolazioni prevalenti. Lantisemitismo era anzi per loro una
cosa non del tutto negativa in quanto costituiva limpulso naturale
di una società organica che si sentiva minacciata, quasi « infettata
» da una comunità estranea, un corpo alieno. Daltra parte
lantisemitismo aveva decisamente laspetto positivo (per i sionisti)
di operare contro lassimilazione degli ebrei nel corpo sociale
prevalente. Lassimilazione era temuta dagli antisemiti ma era anche
quello che temevano i sionisti, cioè che gli ebrei perdessero le loro
caratteristiche culturali, religiose e di razza, fondendosi con i
popoli. Al contrario, i sionisti lottavano perché gli ebrei
conservassero integro tutto il loro patrimonio. Solo se le società
prevalenti rigettavano, con il loro antisemitismo, tutti gli ebrei
sarebbe stato possibile ai sionisti convincerli ad emigrare in
Palestina e costituire lo stato per soli ebrei. Una società liberale,
democratica e tollerante che avesse incoraggiato lintegrazione e
lassimilazione degli ebrei nel suo grembo avrebbe rappresentato per
il sionismo la più grande minaccia. Il sionismo non ha mai cercato di
combattere lantisemitismo (solo gli ebrei assimilazionisti hanno
interesse a farlo e lo fanno effettivamente). Esso ha più che altro
cercato un modus vivendi con lantisemitismo. Da qui la
collaborazione col nazismo e col fascismo a cui abbiamo accennato. Da
qui le sorprendenti frasi che riportiamo di seguito, con i loro
autori, e che possono essere comprese solo se si tiene in debito
conto la vera natura del sionismo che noi abbiamo cercato di
smascherare.
Ogni paese può assorbire solo un numero limitato di ebrei, se non
vuole avere disturbi nello stomaco. La Germania ha già troppi
ebrei. [Chaim Weizman, presidente dell'Organizzazione sionista
mondiale, futuro presidente di Israele, (1912) citato in Lenni
Brenner, Zionism in the Age of the Dictators, cap. 3].
Anche noi siamo d'accordo con l'anti-semitismo culturale, in quanto
che noi crediamo che i tedeschi di fede mosaica siano un fenomeno
indesiderabile e demoralizzante. [Chaim Weizman, presidente
dell'Organizzazione sionista mondiale e futuro presidente di Israele,
The letters and papers of Chaim Weizman, Letters, Vol. 8, p. 81,
1914].
L'ebreo è una caricatura di un essere umano normale e naturale, sia
fisicamente che spiritualmente. Come individuo nella società si
rivolta e butta via le briglie degli obblighi sociali, egli non
conosce né ordine, né disciplina. [Our Shomer Weltanschauung,
articolo scritto nel 1917 e pubblicato nel dicembre 1936 in Hashomer
Hatzair, p, 26, organo dell'Organizzazione Giovanile Sionista].
Noi ebrei, noi i distruttori, rimarremo dei distruttori per sempre.
Nulla che voi facciate darà soddisfazione ai nostri bisogni e alle
nostre esigenze.Noi distruggeremo sempre perché noi abbiamo bisogno
di un mondo tutto nostro, un mondo divino, che non è nella vostra
natura di poter costruire ... quelli tra di noi che non riescono a
capire questa verità saranno sempre gli alleati delle vostre fazioni
ribelli, fin quando non giungerà la disillusione, il destino
maledetto che ci sparse in mezzo a voi ci ha assegnato questo
sgradito ruolo. [Maurice Samuel, You Gentiles, p. 155,1924].
Se noi [sionisti, ndt] non ammettiamo che gli altri abbiano il
diritto di essere anti-semiti, allora noi neghiamo a noi stessi il
diritto di essere nazionalisti. Se il nostro popolo merita e desidera
vivere la propria vita nazionale, è naturale che si senta un corpo
alieno costretto a stare nelle nazioni tra le quali vive, un corpo
alieno che insiste ad avere una propria distinta identità e che
perciò è costretto a ridurre la sfera della propria esistenza. E'
giusto, quindi, che essi [gli anti-semiti,ndt] lottino contro di noi
per la loro integrità nazionale. Invece di costruire organizzazioni
per difendere gli ebrei dagli anti-semiti, i quali vogliono ridurre i
nostri diritti, noi dobbiamo costruire organizzazioni per difendere
gli ebrei dai nostri amici che desiderano difendere i nostri
diritti. [Jacob Klatzkin, (1925), citato in Jacob Agus, The Meaning
of Jewish History, in Encyclopedia Judaica, vol II, p. 425].
Ho elaborato una filosofia del Giudaismo affine alla Tendenz
spirituale del Fascismo molto prima che quest'ultimo fosse diventato
la regola nella società politica italiana. [Alfonso Pacifici
ideologo del sionismo italiano, intervistato da Guido Bedarida, 1932].
Per i sionisti, il nemico è il liberalismo; esso è anche il nemico
per il nazismo; ergo, il sionismo dovrebbe avere molta simpatia e
comprensione per il nazismo, di cui l'anti-semitismo è probabilmente
un aspetto passeggero. [Harry Sacher, Jewish Review, settembre 1932,
p. 104, Londra].
(riceviamo-stralci)
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