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J.J. ROUSSEAU:
LIBERTA' E GIUSTIZIA
di Valerio Cordiner
I liberals nostrani – che fingono di richiamarsi all'eredità dell'antifascista Godetti, per poi flirtare con il totalitarismo clerical-nazista di Berlusconi, Bush e Sharon – si credono investiti dell'alto compito di ricostruire un italico pensiero. Dopo 50 anni di anomalia italiana, di dittatura ideologica della sinistra marxista e di governi comunisti (almeno a sentire loro), essi scagliano la loro rabbia e il loro orgoglio dalle tribune di Vespa e Costanzo contro gli occasionali nemici della democrazia: Bin Laden, Saddam, Milosevic e Fidel Castro e contro i loro (spesso presunti) maestri spirituali, Marx, Hegel, Stalin, Hitler e chi ne ha più ne metta. Questi fidi alfieri delle libertà e del buon governo Bossi-Fini, educati al ciarpame raccogliticcio d'Oltremanica e d'Oltreoceano, si ergono ad estremo baluardo delle libertà inviolabili della civiltà occidentale, le libertà di sottomettere, sfruttare, trucidare e stuprare, le libertà di una società marcia, in avanzato stato di composizione, governata da una cricca corrotta di pervertiti, drogati e psicopatici, assistendo, così, compiaciuti allo spettacolo penoso di una società che muore per le sue (finte) libertà octroyées: libertà di morire di stenti, di vendere il proprio corpo (anche al dettaglio dei propri organi) e la propria dignità, di prostituire ciò che si ha di più caro, e addirittura la propria prole, all'altare pagano del dio danaro. L'uomo contemporaneo, sostengono questi sfacciati impostori, questi moderni imbonitori da fiera, s'è liberato di tutti i vincoli ideologici, e non sa più che farsene delle leggi morali, religiose e sociali. Svincolatosi dal fardello della collettività, non si attiene che al sacro rispetto delle bronzee leggi del capitale.
Pertanto ai loro occhi (oramai incapaci di fremere d'innanzi alle atrocità del mondo moderno) non v'è nemico peggiore dello stato etico, di quell'istituzione collettiva che – invece di limitarsi a soccorrere il capitale (magari coi soldi delle sue stesse vittime) quando esso mostra segni di cedimento, ovvero a reprimere i suoi inermi oppositori – pretenda anche di decidere della vita dei singoli cittadini (e addirittura dei più ricchi), di limitarne la libertà di azione (in particolar modo quando essa venga a ledere quella altrui), di interferire nei comportamenti e nelle preferenze individuali (dai luoghi di lavoro alle camere da letto), di educare a ciò che unisce e non a ciò che separa, annullando l'io nel noi, immolando l'interesse del singolo a quello della collettività.
E il padre dello stato etico, l'ispiratore delle nefandezze della Rivoluzione francese e di tutte le altre aberranti espressioni della volontà popolare è, a sentir loro, l'esecrando J.-J. Rousseau. L'amico del popolo, il pericoloso sovversivo, lo sfrontato banditore dei diritti inviolabili dell'essere umano, censurato in vita dalle Chiese e dall'Ancien Régime assolutista, e post mortem dalla Restaurazione, dalla destra nazionalista, e poi dai nazisti e dal governo di Vichy, è infine diventato, nell'originale e sconsiderata opinione di questi cialtroni del libero pensiero, il nemico giurato delle libertà dell'individuo, il padre scellerato delle moderne dittature.
Ma chi era il mostro J.-J. Rousseau, e perché la sua fantasia perversa partorì tale orrende deformità ideologiche?
J.-J. Rousseau (1712-1778), figlio di un artigiano orologiaio ginevrino, orfano di madre e privo ben presto anche del sostegno paterno, imparò a conoscere, nelle continue peregrinazioni dell'infanzia e dell'adolescenza, la marea oscura e silenziosa del popolo sottomesso dei sudditi del re di Francia. Sfuggito una sera alle porte della teocrazia elvetica, a quelle della squallida bottega artigiana di Du Commier, ma anche all'affetto di una famiglia (e un nucleo familiare è anch'esso una porta chiusa verso il mondo), egli prese a viaggiare per le strade e i sentieri della provincia francese. Qui trovò nella generosità inesausta del popolo lavoratore – piegato e piagato dallo sfruttamento, ma non ancora abbrutito alla stregua dei suoi padroni e governanti – una nuova grande famiglia di affetti passeggeri, ma non meno intensi.
L'impatto difficile, e ancor più spesso conflittuale, con l'ambiente fatuo e corrotto dei salotti parigini, le delusioni sentimentali, ma anche gli insuccessi professionali, contribuirono a delineare in questo giovane taciturno e talentuoso una coscienza modernissima (e intrinsecamente rivoluzionaria) dello stato dei tempi presenti e dei conflitti esplosivi che laceravano il tessuto sociale.
Se è vero che il reale è somma, convergenza e interdipendenza di fattori molteplici e contrastanti, e lo sviluppo progressivo è unione e lotta degli opposti, J.-J. Rousseau incarnò a pieno, con la sua figura e la sua opera controverse, le contraddizioni di un'epoca in repentina trasformazione, ove le vestigia del morente passato feudale erano prossime a cedere il passo alla nascente modernità borghese. L'estrema sfaccettatura del suo pensiero, ma soprattutto l'ostinata difese delle origini socio-culturali plebee, lo resero ben presto inviso agli ambienti ufficiali della cultura e persino ai circoli illuministi (che all'unisono ordirono un complotto diabolico che lo costrinse esule e reietto a vagabondare senza sosta per l'Europa intera).
Egli, infatti, nelle sue ardite speculazioni, pur rigettando le vestigia incancrenite della dogmatica medievale, non si accontentava della panacea modernista e dello sterile razionalismo di Voltaire, Diderot e compagni. L'ideale progressista si estrinsecava, in lui, nel ritorno alla purezza incontaminata di una mitica età dell'oro (che anticipa il marxiano comunismo primitivo), ovvero nella conquista di una dimensione civica collettiva, capace di eliminare contrasti e differenze (e che merita di essere annoverata tra le rivelazioni più lucide della ventura società socialista).
Il progresso scientifico, con i suoi sistemi di abbrutimento e le sue armi di distruzione sempre più raffinate, e ancor più il dominio incontrastato ed immotivato della proprietà privata, con l'assurda pretesa di discernere e distinguere ciò che in origine era stato creato come eguale ed indissolubile, ipostatizzano per J.-J. Rousseau (certo, con una notevole dose di ingenuo idealismo) i mali della presente età del piombo.
L'anelito estremo e, a volte, allucinato, in lui proteso al raggiungimento di una rinnovata trasparenza dell'agire e del sentire umani sono stati troppo spesso (e facilmente) confuti con il patetico passatismo dell'ideologia reazionaria. E così, nelle barricate sessantottine – ove circolavano freneticamente le sconcezze di Sade e e dei suoi accoliti surrealisti – l'opera severa e moralizzatrice di J.-J. Rousseau non trovava facile accoglienza. In lui l'impeto viscerale all'annientamento dell'obsoleta struttura feudale (e delle sue concrezioni ideologiche) si sposava con un rifiuto visionario quanto categorico della delineatesi mostruosità borghese. Quest'uomo, nato e cresciuto in campagna, e ancor più vissuto nella spasmodica ricerca di affetti ed amicizie tra la gente del popolo, non poteva tollerare che, alla decadenza inesorabile della feudalità, subentrasse l'anarchia selvaggia del laissez faire e la disgregazione degli istituti sociali e delle solidarietà collettive.
Proteso, con il fuoco della passione nello sforzo di sviscerare la dialettica natura–società, egli operò per tutta la sua esistenza alla spasmodica ricerca di un sistema politico perfetto (e come tale votato alla pura idealità) che conducesse l'uomo in una nuova era; un sistema capace di ricucire, sottraendolo agli istinti autodistruttivi della storia e all'insaziabile voracità del capitale, il tessuto interrotto dei primigeni destini umani. Testimonianze vivide e vivificanti della sua riflessione appassionata recano a tutt'oggi le sue opere più celebre, dal Discorso sull'origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini al Contratto sociale, dall'Emilio alla Novella Eloisa: opere diseguali, a volte confuse, non di rado fastidiosamente indulgenti ad un facile e datato sentimentalismo; ma anche, e soprattutto, pietre vive di una nuova chiesa, che si ergono a bastioni invalicabili di un sistema filosofico e politico (forse il primo dell'Età moderna) destinato a sopravvivere, quale splendida utopia di libertà e giustizia, agli urti possenti della modernità.
E, come tale, il suo insegnamento (assai più di quello di Voltaire e di Diderot) illuminò l'impresa liberatrice dei Giacobini, reincarnandosi nell'oratoria infuocata di Robespierre e di Saint-Just, tornando a vivere negli ambiziosi programmi costitutivi della Rivoluzione. Così, anche dopo il tragico fallimento dell'impresa titanica dell'89, esso continuò a riecheggiare nelle speranze collettive e nei proclami rivoluzionari del '48, del '71, e in fine del '17. E il neonato governo sovietico decretò che una statua del grande pensatore ornasse una piazza della Pietroburgo liberata dall'oppressore.
Ma, ancor oggi, in un'epoca di diffusa decadenza morale e materiale, un'epoca buia di differenze crescenti e di contrasti insanabili - come fu quella della feudalità morente in cui visse ed operò l'apostolo della Rivoluzione - le sue opere politiche, ma anche morali e pedagogiche, conservano una stringente attualità. Alle pulsioni incontrollabili dell'individualismo capitalista, egli oppone un modello collettivo di ordine e di concordia, al malcostume e alla perversione imperanti, una severa ma salubre disciplina dei comportamenti e degli appetiti umani, alla delittuosa dissoluzione degli istituti collettivi (in famiglia, a scuola e sul posto di lavoro), un'educazione armoniosa alla fratellanza, al rispetto e alla solidarietà.
A quasi tre secoli dalla sua nascita, J.-J. Rousseau non è ancora morto; e a nulla possono le frecce spuntate degli arceri prezzolati del regnante di turno.
 
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