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TUTTI GLI UOMINI DEL DUCE |
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Italo
Balbo
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Nato a Quartesana (Fe) il 6 giugno 1896, rappresentò nel quadrumvirato l'elemento
squadrista. Impersonò alla perfezione il mito dell'"Uomo Nuovo" e del gerarca coraggioso.
Indicato come "numero due" del
Fascismo (nel 1939 si parlò di lui come l'eventuale successore di
Mussolini ma non si capì se per via "democratica" o congiura, detta
anche delle barbette) non mise mai in seria discussione la leadership
di Mussolini, con il quale ostentava familiarità dandogli anche del "tu"
in pubblico. Di famiglia piccolo-borghese con studi irregolari, mazziniano
e massone in gioventù, fu acceso interventista. Alla vigilia
dell’intervento italiano si arruola soldato volontario e dal 19 maggio
1915 presta servizio come motociclista presso la 3a zona costiera, poi dal
4 luglio incorporato nel Corpo Volontari Ciclisti, rimanendo per tutto il
periodo a Comacchio. Il 18 novembre prosciolto dall’arruolamento è
rispedito a casa a seguito dello scioglimento di questi volontari.
Nel settembre 1916, nuova visita medica militare (la prima era stato
riformato per magrezza) ed è riconosciuto abile e assegnato al deposito
del 3° artiglieria da campagna. Un mese dopo, superati gli
esami di ammissione alla seconda liceo, inoltra domanda per passare ai
corsi per ufficiale ed il 15 novembre entra alla Scuola Militare di
Modena. Il 28 aprile 1917 è aspirante ufficiale nell’8° alpini
e destinato al btg. “Val Fella” in quel periodo dislocato nella
Carnia in Val Raccolana, un settore relativamente tranquillo. Promosso
sottotenente di complemento in settembre, il 16 ottobre lascia il
battaglione perché destinato, a sua domanda, al deposito aeronautico di
Torino per imparare a pilotare un apparecchio. Questo primo approccio
risulta vano per effetto, pochi giorni dopo, dell’offensiva di Caporetto ed il crollo del fronte italiano. Molto probabilmente
per ordini superiori, è costretto a lasciare Torino per tornare al fronte
ed il 10 novembre viene preso in forza dal distaccamento di Garessio
(Cuneo) dell’8° Alpini ed il 16 passa in forza al battaglione
“Monte Antelao” del 7° Alpini in linea nel settore del Monte Altissimo
sulla destra dell’Adige, zona non impegnata dal fronte.
Con la nomina a tenente, il 12 maggio 1918 viene assegnato al battaglione
“Pieve di Cadore” sempre del 7° dove gli è affidato il comando del
plotone d’assalto meritando nel corso della guerra 2 Medaglie d'Argento, 1
di Bronzo e la Croce al V.M. Dopo un periodo di riposo in retrovia, con
l’offensiva finale sul Grappa iniziata il 24 ottobre, il 27 tutto il
battaglione è all’attacco contro il Monte Valderoa. L’attacco, che non
riesce a conseguire il successo sperato, vede alla testa il plotone di
Balbo che giunge quasi solo ai reticolati nemici, riuscendo a rientrare
con la notte. Per questo suo comportamento che lo vede volontariamente
alla testa del battaglione, gli viene conferita il seconda argento. Alle
17,30 del 31 ottobre 1918, entrò per primo alla testa del
Plotone Arditi in Feltre, scacciando all'arma bianca gli ultimi Austriaci.
Laureatosi in Scienze Politiche nel 1920 a Firenze, fece poi ritorno nella sua Ferrara, dove si mise a capo delle locali squadre d'azione (1921-22), organizzando, con il sostegno degli agrari ferraresi, numerose spedizioni squadriste che lo elevarono al rango di ras della zona. Dopo la marcia su Roma divenne Comandante generale della Milizia e da deputato eletto Sottosegretario di Stato per l’Economia . Si dimise dopo lo scandalo dell'omicidio di Don Minzoni. Fu sottosegretario all'Aeronautica (1926-29) e ministro (1929-33) dopo aver conseguito il brevetto. Riuscì a sfruttare propagandisticamente molto bene la nuova arma aerea: i record, le trasvolate aeree da lui effettuate con gli idrovolanti a Rio de Janeiro (1930) e a Chicago (1933) gli valsero molti onori (la nomina a Maresciallo dell'Aria) ma anche molte gelosie, probabilmente all'origine della sua mancata nomina a Capo di Stato Maggiore ( posto preso poi da Badoglio). Governatore della Libia nel 1934, cercò di promuovere lo sviluppo economico, urbanistico, turistico, archeologico della colonia promuovendo le élites mussulmane. Contrario all'alleanza con la Germania e alle leggi razziali, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale era comandante delle forze armate in Libia, quando nel giugno 1940 fu abbattuto per errore dalla contraerea italiana a Tobruk. Le voci sulla sua morte circa un presunto complotto ordito da Mussolini, sono ancora sospese ma dimostrarono quanto fosse diffusa l'immagine di un Balbo "scomodo" e più popolare di Mussolini. |
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Michele Bianchi |
Nato in Calabria, a Belmonte Calabro nel 1883, prima socialista (redattore dell'"Avanti!" nel 1903-05) e poi sindacalista rivoluzionario, diresse le Camere del Lavoro rivoluzionarie di Genova e Savona, "Gioventù Socialista" (1905) e "Lotta socialista" (1905-06). Lo troviamo nel 1919, nella redazione del Popolo d'Italia e, più tardi, in piazza San Sepolcro al fianco di Benito Mussolini. Prima interventista e sansepolcrista, fu il primo segretario del Partito Nazionale Fascista nel 1921-23. Le sue spiccate doti organizzative gli valsero la carica di quadrumviro quando si fece la marcia su Roma. Nei preparativi della Marcia su Roma, fu il fautore della prova immediata di forza. Segretario generale del ministero dell'Interno (1922-24), fu sottosegretario ai Lavori pubblici (1925-28) e all'Interno (1928-29); fu ministro dei Lavori Pubblici dal 1929 fino alla morte nel 1930. |
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Cesare Maria De Vecchi (1884 - 1959) Quadrumviro
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Nato a Casale Monferrato nel 1884, rappresentò la tendenza monarchica e legittimista del Fascismo. Avvocato benestante, interventista, aderì fin dal 1919 ai Fasci di Combattimento. Presidente degli ex combattenti torinesi e capo delle squadre locali, fu deputato dal 1921. Avrebbe voluto rinviare la Marcia su Roma, cercando di arrivare ad un governo Salandra-Mussolini. Sottosegretario al Tesoro e poi alle Finanze, nel dicembre 1922 ispirò le squadre di Brandimarte nella strage di Torino. Nel 1923-28 fu governatore della Somalia, una carica che lo allontanò dalla scena politica. Ottenne il titolo di Conte di Val Cismon (per il suo passato negli arditi sul Monte Grappa del 1918) e la nomina a senatore. Primo ambasciatore presso il Vaticano dopo il Concordato, nel 1935-36 fu ministro dell'Educazione nazionale, facendosi promotore di una storiografia che individuò nei Savoia il collegamento tra la Roma imperiale e quella fascista. Governatore delle isole dell'Egeo fino al 1940 ne fu allontanato per incapacità. La sua marginalizzazione nel regime lo portò a votare nel 1943 la sfiducia a Mussolini. Fuggì poi in Argentina e ritornò in Italia nel 1949, iscrivendosi nel MSI. Morì a Roma nel 1959. | |
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Edmondo
Rossoni
Edmondo Rossoni vive, con Italo Balbo, nel ricordo di molti ferraresi. La strada che da Ferrara porta al mare è chiamata ancora oggi "Rossonia". A 20 chilometri da Ferrara si arriva a Tresigallo, dove davvero sorprendenti sono gli edifici le opere pubbliche del regime promosse da questo illustre cittadino. Un concentrato di architettura del ventennio che credo si possa riscontrare soltanto a Latina/Littoria. Da Tresigallo agli Usa di Riccardo Marzola in il Ducato terre estensi n. 40/2008 |
Nato a Tresigallo (Ferrara) nel 1884 da una famiglia
proletaria, aderì al sindacalismo rivoluzionario e fu condannato nel
1908, in qualità di segretario del sindacato piacentino dei lavoratori
della terra, a 4 anni di reclusione per incitamento all'odio tra le
classi sociali. Fuggito all'estero, negli Stati Uniti aderì alla
Federazione socialista italiana di Giacinto Menotti Serrati, poi
abbandonata per dirigere il giornale nazionalista "La
Tribuna", ribattezzato "L'Italia Nostra". Nel 1921
Rossoni aderì al Fascismo. Fautore dell'autonomia del sindacato dal
partito, nel febbraio 1922 divenne segretario della Confederazione
nazionale delle corporazioni sindacali. Dopo la Marcia su Roma lanciò
la formula del sindacalismo integrale, per far confluire nella
Confederazione anche Confindustria e Confagricoltura. Contribuì nel
1925 alla nascita dell'Opera Nazionale Dopolavoro. Dopo la frantumazione
della Confederazione in tante federazioni con minore forza contrattuale,
divenne nel 1932 sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e nel
1935-39 ministro dell'Agricoltura e foreste. Alla seduta del
25 luglio
1943 del Gran Consiglio votò la sfiducia a Mussolini e fu condannato a
morte in contumacia dal Tribunale di Verona. Rientrato dal Canada nel
1947 dopo l'annullamento della condanna all'ergastolo, morì nel 1965. Edmondo Rossoni: si può davvero parlare di "damnatio memoriae". Eppure esemplare fu tutta la sua vicenda umana. Rossoni conobbe le lotte e il carcere, i processi e l'esilio forzato. Fu emigrante negli Stati Uniti dove lottò per i diritti dei lavoratori italiani immigrati e dove rivelò pienamente la sua statura di leader. L'esperienza americana affinò le sue capacità sia organizzative che teoriche. Negli USA potè sperimentare gli aspetti drammatici del capitalismo. Potè constatare la realtà di una società fondata sul "libero mercato" privo di regole e protezioni sociali. La speculazione selvaggia, lo sfruttamento del lavoro, l'assenza di tutele sindacali protratta fino alla violenza usata per reprimere i moti di rivendicazione gli apparvero come di dati salienti di una società disumana e disumanizzante. Contro questa società che egli definì "capitalistico-borghese" la lotta non poteva che essere senza quartiere. Lo scontro fra sindacato e potere capitalistico era dunque uno scontro epocale fra due visioni dell’uomo e del mondo assolutamente inconciliabili. Da qui la sua decisa confutazione delle istanze e strategie riformiste. Non a caso al Congresso di Parma del 1907 aveva seguito De Ambris e Corridoni nella scissione della CGL ormai egemonizzata dai riformisti. Tuttavia Rossoni pur pronunciandosi in modo radicale contro il capitalismo e lo Stato borghese restò sempre sostanzialmente estraneo all'ideologia marxista. Il sindacalista ferrarese non sposò mai l'internazionalismo apolide che caratterizzava il movimento socialista. All'opposto in lui era forte, già prima della scelta interventista, il sentimento di identità nazionale. Né vedeva nella statalizzazione dei mezzi di produzione il futuro delle classi lavoratrici. All'organizzazione verticistica del capitalismo insomma non doveva subentrare un altro verticismo statuale ma il coinvolgimento dei lavoratori nella proprietà economica. Allo scoppio della Prima guerra mondiale Rossoni tornò in Italia per arruolarsi, cosa che non implicò l'abbandono della politica. Anzi, mentre era sotto le armi iniziò la sua collaborazione al "Popolo d'Italia" di Mussolini. |
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| Scriveva il ministro da Roma ad un suo "fido" il 13/11/1935 ("XIV dell'E.F."): "Se con un miracolo – come quelli fatti finora – potessimo coprire prima dell'inverno tutti gli edifici che ti ho dato ordine di incominciare, e sistemare tutte le strade e piazzali, avremmo la vittoria a portata di mano…". Si trattava di Tresigallo, piccolo borgo ferrarese che assurgerà all'Eldorado, alla California dei poveri. Contemporaneamente allo sviluppo agricolo industriale (zuccherificio, caseifici, conserviere, macchine agricole ecc.. legate alla produzione principale della canapa). si è andato man mano sviluppando anche il centro con nuove strade, piazze ed edifici pubblici. Tra i più importanti vi è da segnalare il bellissimo edificio della Colonia post-sanatoriale dell'I.N.F.P.S. circondato da un magnifico parco che ne rallegra il soggiorno. Vengono poi le costruzioni del Ricovero, l'Asilo Nido, la Scuola del ricamo le Scuole elementari, La Casa Littoria, quella della G.I.L., il Dopolavoro Filarmonico e l'Albergo. Palazzine e Case Popolari completano l'inquadramento urbanistico di questa piccola cittadina. | ||
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Giuseppe Volpi di
Misurata
CONTE VITTORIO CINI – DAL MINISTERO
ALLA FUGA |
Personaggio sottostimato nella storia italiana, figlio di un ingegnere garibaldino bergamasco, quando muore il padre lascia l’università di Padova e parte per la Turchia. Ha in tasca pochi soldi, in testa mille idee, un talento innato per trattare. Diventa ricco con il tabacco nel Montenegro e usa il denaro per far nascere le prime società elettriche, come la Adriatica Sade nel 1905 acquisendo una posizione di primo piano nel settore elettrico. Fonda la prima compagnia di vagoni-letto e investe in tutte le novità del primo Novecento: a Venezia non c’era lavoro e lui costruisce il porto a Marghera. Per collegare Venezia alla terraferma, rende stabile il ponte costruito dagli austriaci nel 1846 e riunisce nella Ciga i grandi alberghi veneziani, il Danieli, l'Excelsior, il Gritti, il Des Bains, (a Roma comprò il Grand Hotel e l’Excelsior). Ricco, sostenitore del fascismo, fautore della Biennale del Cinema a Venezia (a lui è intitolata tuttora la Coppa Volpi) e di grandi progetti quali la diga del Vajont. Fu governatore della Tripolitania dal 1921 al 1925 (e perciò insignito del titolo di Conte di Misurata), ministro delle Finanze nel 1925-28, presidente della Confindustria. A Porto Marghera, una sorta di fondaco di terraferma, si produce e si trasforma di tutto, dal riso ai cereali dei molini Chiari e Forti. Grandioso è anche l'emporio del sale e dei tabacchi ma soprattutto la trasformazione di materie prime in rive al mare appare "opera di titani". Negli anni Trenta gli investimenti superano il miliardo, beninteso di allora, e la società petrolifera "Nafta" imbarca quaranta vagoni ferroviari al giorno. La Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia è invece la più antica rassegna cinematografica del mondo: la prima edizione si tenne nel 1932 nell'ambito della Biennale di Venezia, l'Esposizione artistica istituita nella città lagunare nel 1894. Era la sera del 6 agosto 1932 quando, sulla terrazza dell'Hotel Excelsior del Lido di Venezia, venne proiettato il film di Rouben Mamoulian "Dottor Jeckyll and Mr Hide": fu questa la prima pellicola della lunga storia della Mostra ideata e realizzata dal Conte Giuseppe Volpi di Misurata. I vincitori delle prime edizioni erano scelti direttamente dal pubblico e su "speciale concessione del capo del governo" i film non erano censurati: nel 1933 apparve un nudo di donna nel film "Estasi"; fin dall'inizio la mondanità divise la scena con le proiezioni cinematografiche. Nel 1937 venne costruito il Palazzo del Cinema. Fu Presidente della Confindustria ma quando nel 1943 le gravi distruzioni apportate alle infrastrutture ed agli impianti industriali italiani dall'offensiva angloamericana - e la coscienza che la guerra fosse irrimediabilmente perduta - misero in crisi il quadro politico ed economico del Paese si ricredette. Tentò due volte di fuggire in Svizzera, (il 26 luglio ed il 16 ottobre 1943), senza tuttavia riuscirci. Fu quindi arrestato dalle SS e trattenuto per qualche giorno nella prigione di via Tasso a Roma, ma visto il peggioramento delle sue condizioni, per intervento diretto del Maresciallo Rodolfo Graziani, fu liberato e riconsegnato alla famiglia. Tentò di nuovo nel Luglio del 1944 riuscendovi. Il suo funerale fu celebrato dal futuro papa Giovanni XXIII e la sua tomba si trova nella Basilica dei Frari a Venezia. |
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Luigi Federzoni
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E' stato uno dei protagonisti della vita politica e culturale dell'Italia della prima metà del XX secolo. Giornalista di successo, collaboratore di quotidiani e periodici, direttore di riviste prestigiose. Il suo percorso politico rappresenta uno spaccato delle dinamiche e degli approdi della destra conservatrice, nazionale e patriottica. Tra i fondatori del movimento nazionalista sin dal 1910, si batté per l'ingresso dell'Italia nella grande guerra ottenendo decorazioni e successi personali.
Deputato
liberale nel 1913-21, fu ministro delle Colonie nel 1922-24 e nel
1926-28 e dell'Interno nel 1924-26, e pluripresidente (del Senato
1928-38,
dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Treccani 1938-1943 dell'Istituto Fascista
dell'Africa Italiana, dell'Accademia d'Italia). Dopo il suo voto
all'ordine del giorno Grandi nella seduta del Gran Consiglio del
Fascismo del
25 luglio 1943, fu condannato a morte in contumacia dal
Tribunale di Verona. http://web.tiscali.it/studistorici/1995/n3/1995307a.htm i diari |
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Alfredo Rocco (Napoli 9/9/1875 Roma 28/8/1935)
Guido Neppi Modona ex P.M. e giudice a Torino, poi professore universitario di Diritto e procedura penale. Oggi (17/5/2000) giudice della Corte Costituzionale. “…Paradossalmente il Codice processuale penale Rocco del 1930 assicurava una risposta molto più funzionale ed efficiente alla criminalità di quello attuale, ma non conosceva la "garanzia" di libertà dell’imputato né quella del diritto "di difesa" |
da Camera dei deputati
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Giovanni Gentile (1875 - 1944)
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Indicato come l'ideologo del Fascismo, in realtà la sua concezione
filosofica aveva influenzato ampi settori della
cultura italiana già nei primi anni del Novecento. Nato a Castelvetrano e laureatosi alla scuola normale superiore di Pisa
(ne
sarà direttore nel 1932), fu insegnante nei licei di Campobasso e
Napoli fino al 1906, quando divenne docente di storia della filosofia
all'Università di Palermo. Decisivo era stato l'incontro con Benedetto
Croce con il quale, dalle pagine de "La critica" (1903),
condusse un'aspra polemica antipositivistica. Membro attivo della
Federazione Nazionale degli insegnanti medi, fu un convinto
interventista allo scoppio della Grande Guerra . La sua concezione dello
stato etico ("Fondamenti della filosofia del diritto", 1916)
prevedeva la negazione della libertà dei singoli e riconosceva la
supremazia dello stato: erano queste le premesse per la sua adesione al
Fascismo, in cui vide l'incarnazione del "vero" liberalismo.
Nominato nel 1922 ministro della Pubblica Istruzione (secondo
Benedetto Croce,
Mussolini aveva messo "l'uomo giusto al posto giusto"), elaborò
l'anno successivo una riforma della scuola destinata a durare fino ai
giorni nostri. Iscrittosi al P. N. F., fu senatore dal novembre
1922 nonché membro del Gran Consiglio del Fascismo fino al delitto
Matteotti. Redasse nel 1925 il Manifesto degli intellettuali fascisti
e, sempre in
quell'anno, fu nominato direttore dell'Enciclopedia Italiana.(
http://www.isit100.fe.it/studenti/percorsi/04-saraserrazanetti/Manifesto_Int_Fasc.htm
Fu presente nei consigli di amministrazione di varie case editrici (Vallecchi.
Le Monnier, Bemporad, Sansoni, di cui diventò proprietario nel 1932) e
presidente
dell'Istituto fascista di cultura. Aderì
"romanticamente" alla RSI,
pur avendo contro i duri del fascismo, e fu
ucciso da un gap guidato da Bruno Fanciullacci a Firenze il 15 aprile 1944 su
mandato di
Concetto Marchesi (vedi sotto
bollo e biografia qui
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Medaglia d'oro al
valor militare alla memoria
FANCIULLACCI Bruno Partigiano combattente luogo di nascita: Pieve a Nievole ( Pistoia ) motivo del conferimento: Reduce dal confino per motivi politici, l’8 settembre 1943 iniziò la sua attività partigiana compiendo audaci atti di sabotaggio e temerari colpi di mano che disorientarono l’avversario. Arrestato una prima volta e ridotto in fin di vita dalle pugnalate infertegli dalla sbirraglia, veniva salvato dai compagni accorsi generosamente a liberarlo. Ripreso, ancora convalescente, il suo posto di lotta, veniva nuovamente arrestato. Venuto a conoscenza che le SS. nazifasciste erano in possesso di documenti compromettenti la vita dei suoi compagni, tentava con somma audacia di saltare da una finestra per avvertirli del pericolo che incombeva su loro, ma nel compiere l’atto veniva raggiunto da una raffica di mitra che gli stroncava la vita. Firenze, settembre 1943 - luglio 1944. |
LA MORTE DI GIOVANNI GENTILE
Bruno Fanciulacci, medaglia d’oro al valor militare, è un eroe. Con le
sue idee e le sue azioni ha dato un grande contributo per la libertà degli
italiani soggiogati dalla tirannide fascista e dall’occupazione
sanguinaria dei nazisti. La segreteria della Cgil Toscana aderisce alla
iniziativa che domani, nel capoluogo toscano, ricorda Bruno Fanciullacci
che si gettò dal secondo piano di Villa Triste dove era tenuto prigioniero
e torturato, preferendo la morte al tradimento dei propri compagni, e i 5
civili, fra loro anche un bambino di 9 anni, che nel luglio di 63 anni fa
vennero trucidati in
Fanciullacci Bruno nome di battaglia"MASSIMO" nasce il 13/11/1919: muore a Firenze il 17/7/ 1944. E' il 26 aprile del 1944, quando cade nelle mani della famigerata banda Carità. Durante gli interrogatori a Villa Triste non si piega; non parla neanche quando un ufficiale fascista, dopo averlo ripetutamente colpito a pugnalate al basso ventre, lo lascia a terra in una pozza di sangue. Viene affidato allora ai "Fratelli della Misericordia", che lo trasportano all’ospedale di S.Maria Nuova dove si riprende lentamente. Se la notizia della sua guarigione arriva alle orecchie di Carità c’è il rischio che venga di nuovo torturato ed allora con una operazione lampo viene prelevato e riportato in clandestinità. Il 9 luglio Fanciullacci stesso, vestito da tedesco, libera un gruppo gappista femminile dal carcere di Santa Verdiana. La rabbia dei fascisti è incontenibile e comincia una caccia accanita a Fanciullacci e ai suoi. Dopo una settimana il gappista cade nella rete: in piazza S. Croce viene riconosciuto e arrestato. Ricomincia il calvario a Villa Triste. Fanciullacci durante un tentativo di fuga, cade dalla finestra; ha il capo fratturato, non sopravviverebbe, ma i fascisti, che temono possa ancora sfuggirgli, infieriscono sul suo corpo a fucilate. |
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... Abbiamo assistito recentemente a una delle più chiassose di queste equivoche operazioni "storiche" tese a rivalutare e a restituire all'antica grandezza la figura di una delle più controverse, ma anche più coerenti figure del fascismo: quel Giovanni Gentile, filosofo idealista, sodale di Croce, fondatore dell'Istituto della Enciclopedia Italiana, presidente dell'Istituto nazionale fascista della cultura, uomo di parte e di partito, che oggi si vorrebbe far passare se non come un oggettivo avversario, per lo meno come un attento critico del totalitarismo fascista, a cui si sarebbe opposto, più o meno apertamente, con la lucidità del grande liberale amante della libertà. Ma Gentile, nonostante gli sforzi dei suoi estimatori appena riesumati dalla pattumiera della storia, non fu affatto quella figura limpida e tollerante che si vorrebbe, e che si è celebrata anche10 anni orsono (1994), nel 50° della morte, con un francobollo della Repubblica, stampato (ma guarda te le coincidenze! dal 1° governo Berlusconi) il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma. Gentile non fu nulla di tutto questo, ma fu, al contrario, uno dei pilastri ideologici del regime fascista, un intellettuale organico come si sarebbe detto un tempo, un fascista della prima ora che dalle altezze della sua formazione idealista e antipositivista cercò di dare lustro etico e dignità culturale a un regime nato all'ombra dei manganelli e dell'olio di ricino. Un uomo talmente convinto della missione ideale del fascismo e talmente preso dal senso dello stato, da ipotizzare e auspicare lo scioglimento del Partito nazionale fascista nello stato stesso, interpretando questa "conversione" come la massima sintesi e la raggiunta perfezione dello stato etico totalitario e fascista. Massimo Ortalli | |
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Giovanni Spadolini parlò di «un'altra Italia» il 22.4.1944 quando, dalle colonne di "Italia e Civiltà", commemorando Giovanni Gentile scrisse queste parole: |
«Strano e paradossale davvero, il concetto che tanti hanno del traditore d'Italia, secondo il quale, alla fine, traditore, diventa colui che al pari del glorioso scomparso agisce ed opera politicamente sul terreno della realtà e della fatalità storica italiana, colui che rispetta i patti, che riscatta l'onore, che rivendica la tradizione che difende la civiltà classica cattolica, al d fuori e al di sopra di pregiudiziali di partito, colui che soffre e combatte e si impegna perché all'Italia. spregiata e umiliata, avvilita e smembrata e quasi inerme, siano restituiti dignità di Nazione, prestigio di popolo, coscienza di stato, unità di spirito, volontà di potenza, stimolo di grandezza, desiderio ardentissimo di salire, di allargare il proprio respiro, di nobilitare la propria esistenza; e vero patriota chi, invece, si adopera, in un modo o nell'altro, a che l'Italia sia quella terra di straccioni e di pezzenti, di servi e di lacchè, di albergatori e di mezzani che corrisponde ai desideri del la parte più spregevole e degenerata della nostra razza». | |
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Roberto Farinacci
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Nato a Isernia nel 1892, fu volontario nella Prima Guerra Mondiale e partecipò alla fondazione dei Fasci di combattimenti nel 1919.Direttore nel 1922 del quotidiano "Cremona Nuova", fu segretario del fascio locale nel 1919-24 e nel 1925-29. La sua elezione a deputato nel 1921 fu annullata per la giovane età. Esponente del versante più intrasigente del fascismo, si oppose al patto di pacificazione del 1921 con i socialisti; dopo la Marcia su Roma, cercò di rinviare la scelta "legalitaria" e "normalizzatrice" di Mussolini, in nome di una "seconda ondata" del Fascismo. Membro del Gran Consiglio del Fascismo, divenne nel 1925 segretario generale del Partito Nazionale Fascista, ma mantenne tale carica per soli 13 mesi, a causa delle divergenze con Mussolini. Fu l'avvocato difensore degli imputati al processo per l'assassinio di Matteotti. Nel 1929 fondò a Cremona il quotidiano "Il regime fascista". Negli anni Trenta non ricoprì incarichi politici di rilievo: volontario nella guerra d'Etiopia, fu favorevole all'intervento in Spagna e all'introduzione delle leggi razziali nel 1938. Sostenitore dell'alleanza con Hitler, respinse l'ordine del giorno nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Fuggito in Germania, tornò nuovamente a Cremona, e durante la RSI si mantenne al di fuori della politica. Fu fucilato dai partigiani nel 1945 a Vimercate. |
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Augusto Turati (1888 - 1955) |
Nato a Parma nel 1888, giornalista del liberal-democratico "La provincia di Brescia", fu interventista e volontario di guerra. Iscrittosi ai Fasci di Combattimento nel 1920, fu sindacalista e segretario del fascio bresciano nel 1923-26 e segretario nel 1925-26 della corporazione nazionale della stampa. Fu segretario generale del Partito Nazionale Fascista nel 1926-30 ma si dimise in seguito ad attriti con Mussolini e soprattuto per la sua polemica contro la corruzione interna al partito. Membro del Gran Consiglio del Fascismo dal 1925, comandò la legione bresciana della Milizia e Deputato dal 1924 al 1934. Nel 1931-32 diresse "La Stampa" di Torino, ma in seguito a una violenta campagna scandalistica degli avversari (interni al Fascismo), fu allontanato dal giornale ed espulso dal partito. Confinato a Rodi nel 1933, fu riammesso nel partito solo nel 1937. Non aderì alla RSI e nel dopoguerra fu amnistiato. Morì a Roma nel 1955. |
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Giuseppe Bottai (1895 - 1959)
Sergente al 1° R.E.C.dal 1944
al 1948. |
E' stato il principale teorico del corporativismo: anche se il suo anticonformismo ha indotto alcuni a parlare di fascista "critico", non vanno dimenticate le sue responsabilità nella persecuzione antisemita del regime. Fu l'interprete della parte colta del fascismo e una delle personalità di maggior rilievo del regime. Fu però un gerarca atipico, definito "intellettuale" da Mussolini, che ebbe un'idea del potere basata su criteri di merito e non mancò di segnalarsi per comportamenti che all'epoca apparvero anticonformisti. Bottai fu il gerarca che Mussolini "metteva all'occhiello" per fare bella figura, ma di cui ne temeva i giudizi. Giuseppe Bottai nacque il 3 settembre 1895 a Roma da una famiglia di origine toscana. Il padre, Luigi, è un commerciante di vini; la madre è di origine spezzina e si chiama Elena. Il padre appartiene a una corrente filosofica agnostica, atea e repubblicana. Infatti viene battezzato segretamente da una balia e riuscirà a fare la Prima Comunione solo da adulto. Oppresso dalla filosofia negativa del padre, si avvicina al Cattolicesimo e agli ideali Risorgimentali Monarchici. Superati brillantemente gli studi liceali al Torquato Tasso di Roma, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza e si laurea. Nel 1915 parte volontario per la guerra scegliendo il mitico reparto degli Arditi. Pluridecorato, egli è già un intellettuale, “un belligerante che vuol vivere le radiose giornate di maggio”. Al ritorno frequentando proprio questo ambiente entra nella corrente di Marinetti, collaborando e scrivendo qualche articolo su “Roma futurista”. Nel 1919 incontrando Mussolini per la prima volta ne ricava una forte impressione, iniziando a collaborare al “Popolo d’Italia”. Fu Deputato dal 1924 (la sua prima elezione nel 1921 fu annullata per la giovane età). Fondò nel 1923 "Critica Fascista". Sottosegretario alle Corporazioni (1926-29) e poi ministro (1929-32), con la legge sulle corporazioni del 1930 (attuata solo 4 anni più tardi) intese realizzare i programmi corporativi. Nominato nel 1930 professore di politica ed economia corporativa a Pisa, fondò e poi diresse la Scuola di perfezionamento di scienze corporative. Fu allontanato dal ministero in seguito ai suoi contrasti con il mondo imprenditoriale. Fu inoltre presidente dell'INFPS (INPS)e direttore della scuola di scienze corporative di Roma nel 1936. Governatore di Roma (1935-36), promosse l'esposizione E42 (non fatta per la guerra) e la costruzione del quartiere EUR. Nominato ministro dell'Educazione nazionale, nel 1938 avviò la persecuzione degli ebrei nella scuola ancor prima del completamento delle leggi razziali; nel 1939 varò la Carta della Scuola e nel 1940 fondò la rivista "Primato" che potè vantare nelle sue fila il meglio della cultura dell'epoca: Nicola Abbagnano, Michelangelo Antonioni, Giulio Carlo Argan, Dino Buzzati, Carlo Emilio Gadda, Leo Longanesi, Eugenio Montale, Indro Montanelli, Cesare Pavese, Giaime Pintor, Vasco Pratolini, Salvatore Quasimodo, Luigi Salvatorelli, Emilio Sereni, Giuseppe Ungaretti, per citare solo i più famosi. Con la guerra i rapporti con Mussolini precipitarono: destituito nel 1943, votò la sfiducia a Mussolini. Condannato a morte in contumacia, si rifugiò in Vaticano per poi arruolarsi nella Legione Straniera. Roma, 24 apr. (Adnkronos) - Giuseppe Bottai ebbe un ruolo determinante nella liberazione della Provenza dai nazisti. Di questa pagina di storia, che comincio' nel settembre 1944, non c'e' traccia nel libro autobiografico ''Legione e' il mio nome'' del fondatore del fascismo e ministro dell'educazione nazionale durante il Ventennio ne' nel saggio ''Giuseppe Bottai fascista'' di Giordano Bruno Guerri. Bottai mantenne fede al giuramento di silenzio anche quando il suo ingaggio nella Legione Straniera scadde nel luglio 1948 e pote' rientrare in Italia beneficiando dell'amnistia del novembre precedente. Questo spiega perche' nel suo libro di memorie e nelle sue lettere la regione meridionale francese non viene neppure nominata. A rivelare il ruolo giocato da Bottai come stratega delle operazioni antinaziste in Provenza e' un servizio di ''Famiglia cristiana'', a firma di Enzo Natta, basato su testimonianze e carte inedite. Bottai, dopo essere stato arrestato su ordine di Badoglio, ma scarcerato dopo poche settimane, scompare arruolandosi nella Legione Straniera. Tornato in Italia dopo l'amnistia, fondò nel 1953 la rivista di critica politica "A.B.C.". Morì a Roma nel 1959; il suo "Diario 1935 - 1945" è citato come una delle testimonianze più importanti del Ventennio. | |
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Dino Grandi (1895 - 1988)
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Nato a Mordano (Bologna) nel 1895 da una famiglia di piccoli imprenditori agricoli, di estrazione liberale nazionale, fu acceso interventista allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nella quale fu ufficiale pluridecorato fra gli alpini. Fu tra i fondatori dei fasci emiliani, divenendone segretario regionale nel 1921. Direttore de "L'Assalto" di Bologna, fu eletto deputato nel 1921, ma l'elezione fu annullata per la giovane età. Partecipò alla Marcia su Roma, divenne membro del Gran Consiglio del Fascismo, deputato (1924-39) e vicepresidente della Camera nel 1924. Sottosegretario al ministero dell'Interno nel 1924-25, passò poi agli Esteri sempre sottosegretario (1925-29), assumendo nel 1929 la titolarità di dicastero. Il suo tentativo di fascistizzare la diplomazia italiana, per renderla organica al regime, si accompagnò a una politica estera basata sul principio del "peso determinante" dell'Italia come membro attivo della Società delle Nazioni. Quando nel 1932 Mussolini assunse ad interim il controllo degli Esteri per divergenze con lui, Grandi fu nominato ambasciatore a Londra (1932-39). Quì cercò con altreni successo di riequilibrare la politica estera dopo le guerre d'Etiopia e di Spagna; fu contrario all'Anschluss dell'Austria e al Patto d'Acciaio. Richiamato in Italia, fu consigliere nazionale (1939-43 Gran Consiglio del fascismo), presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni e ministro di Grazia e Giustizia (Guardasigilli). L'andamento sfavorevole del conflitto e mire personali lo portano a proporre l'ordine del giorno di sfiducia a Mussolini preparato in collaborazione con alcuni fascisti dissidenti e conosciuto dal re. Presentando al Gran Consiglio del Fascismo il famoso ordine del giorno del 24-25 luglio 1943, che sancì la caduta del Duce (andò alla riunione con due bombe a mano in tasca), aprì la strada anche alla caduta del fascismo. Condannato a morte dal Tribunale di Verona (contumace), fuggi in Portogallo. Fu assolto nel 1947, e rimase fino agli anni Cinquanta in Spagna e in Brasile dove accumula una ingente fortuna. Intanto la corte d'assise di Roma lo assolve da ogni accusa e negli anni sessanta torna in Italia. Muore a Bologna nel 1988 |
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| Il 26 marzo 1943 Dino Grandi andò a trovare Mussolini per ricordargli i momenti difficili che il paese stava vivendo; lo trovò come di consueto al tavolo di lavoro nella sala del Mappamondo a palazzo Venezia: "Ha il viso pallido, quasi terreo; profondi solchi sulle guance denunciano la sua tempesta interiore. Sento una grande pena per quest'uomo di indiscutibile grandezza, di indiscusso e quasi patologico amore per la patria, ormai prigioniero del suo demone interiore. Il suo amore per l'Italia si è confuso a poco a poco, inconsapevolmente, colla sua ambizione di dittatore e coll'assurdo sogno di diventare una specie di pontefice di una ancora più assurda palingenesi europea. Tutto ciò gli ha fatto perdere il senso delle proporzioni e commettere dapprima l'errore imperdonabile di avere ucciso il fascismo trasformandolo in un cesarismo da basso impero, in seguito l'errore tragico e irrimediabile di schierarsi in guerra a fianco della Germania nazista, gettando il paese in uno spaventoso conflitto da cui l'Italia non potrà uscire se non vinta ovvero schiava del suo potente alleato. Mussolini non può fare a meno di rendersi conto che le sorti della guerra sono ormai segnate, che colla sconfitta dell'Italia è in gioco la stessa nostra unità nazionale, che l'esercito è stanco di combattere una guerra non sua, che il popolo italiano, il quale per venti anni ha idolatrato a lui abbandonandosi colla cieca fiducia di un amante, non lo segue più e già si intravedono i segni di un doloroso rancore di chi si sente tradito. E' un rancore che può scoppiare improvvisamente con conseguenze incalcolabili, coinvolgendo non soltanto le sorti di un regime, ma altresì la vita della nazione. Si renderà conto Mussolini che i regimi politici, qualunque essi siano, sono transeunti nella vita di una nazione e che il dovere di un patriota è quello di salvare la nazione, sacrificando se stessi ed altresì le sorti del regime?. ..." http://www.pioxii.150m.com/5.htm | ||
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Alessandro Pavolini (1903 - Dongo 1945)
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Nato a Firenze nel 1903 da una famiglia altolocata, si laureò in Legge e scienze sociali e si iscrisse ai fasci già nel 1920. Partecipò alla Marcia su Roma. Vicesegretario del fascio fiorentino (1928-29), segretario federale fino al 1934, diresse l'organo della federazione locale "Il Burgello". Deputato dal 1934 e poi consigliere nazionale, lavorò al "Corriere della Sera". Presidente della Confederazione fascista professionisti e artisti (1934-39), saggista e scrittore, fondò il Maggio Musicale fiorentino, fece progettare la stazione di Firenze. Ministro della Cultura Popolare nel 1939-43 intese controllare capillarmente la cultura nazionale, proibendo o ostacolando autori, pittori o artisti come Moravia, Chaplin, Fred Astaire e Bette Davis (in genere il cinema americano). Sostituito da Mussolini alla vigilia del 25 luglio, divenne direttore del "Messaggero". Votò contro l'ordine del giorno Grandi e fuggì in Germania. Al rientro in Italia divenne segretario del Partito Fascista Repubblicano, ottenendo la condanna dei traditori del 25 luglio. Creò le Brigate Nere e fu fucilato a Dongo (Giulino di Mezzegra. CO) con Mussolini, Mezzasoma, Barracu e altri. |
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Alessandro Lessona (1891-1991)
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Dopo un lungo periodo da sottosegretario (1929-1936), è chiamato a dirigere il dicastero alle Colonie o Ministero dell’Africa Italiana al momento della conquista etiopica e della proclamazione dell’Impero. Istituisce (1936) una nuova forza armata, il "Corpo della polizia coloniale", in seguito (1939) ribattezzato "Corpo di Polizia dell’Africa Italiana” o PAI, che non risponde al ministro dell’interno pur avendone tutti i crismi. E’ sua la spinta alla colonizzazione demografica della Libia, che viene realizzata da Luigi Razza nel 1932 e soprattutto da Italo Balbo nel 1938. Le sue direttive lo mostrano rigido difensore delle decisioni di Mussolini di cui condivide - e spesso amplia - impostazione e brutalità. Oltre ai metodi spicci del dopo conquista avversa l'eventualità di ricorrere, per l'amministrazione della colonia, a una forma di governo ispirata all'indirect rule britannico, o dominions, ventilata da Badoglio e Graziani. Lessona si batte per una riorganizzazione dell'assetto politico-territoriale delle terre dell'Impero da porre sotto dominio diretto italiano con esautorazione delle autorità religiose e tribali. Il coinvolgimento anche personale, che costituirà la sua fine, lo porta a nominare come Governatori su cinque due suoi cugini Alessandro Pirzio Biroli e Vincenzo De Feo. Il sospetto è che "attraverso i governatori” e la parentela che ha in AOI stia costruendo un vero e proprio feudo personale. Sospetti che, irrobustiti da rapporti dei carabinieri, inducono Mussolini a rimuovere Lessona dal dicastero il 19 novembre 1938. Non sarà più chiamato a ricoprire alcun incarico. | |
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Fernando Mezzasoma (August 3, 1907-Dongo April 28, 1945)
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Born in Rome, Italy, was a political figure during the fascist regime. His first government assignment was Vice president of the Mystic Fascist School in 1930. From 1932-1935, he was a member of Member of Federal Directory in Perugia. From 1935-1937, he served as vice president of GUF (Fascist University Youth for Perugia Province). On January 12, 1937, he became a Member of PNF National Directory. In 1939, he became National counselor of the PNF, and Vice President. When Italy declared war on Great Britain and France, he volunteered as in 7th Tenente Artillery Division. In 1942 he quit the army to become the General Director of Italian press, which he served until 1943. In September 1943, he became the Italian Social Republic's first Minister Popular Culture, which he served until Italian Social Republic's dissolution in 1945. On April 28, 1945 he was executed by partisans in Dongo Giulino di Mezzegra (CO). | |
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Francesco Maria Barracu Santu Lussurgiu (CA) 1895 - Dongo 1945
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Francesco Maria Barracu nasce a Santu Lussurgiu (CA) l’1 novembre 1895. Durante la Grande Guerra perde il braccio destro combattendo sull’Isonzo e, Tenente, nel 1916 è prigioniero degli austriaci, ma poco dopo rimpatria per scambio umanitario e trova impiego in colonia. Nel 1921 sull’onda della caccia al reduce aderisce al fascismo. Nel 1935-1937 partecipa alle operazioni in Etiopia come comandate del III battaglione Dubat, composto da truppe arabo-somale. Il 3 marzo 1937 perde un occhio in un'azione di rastrellamento. Insignito di medaglia d'oro, torna a Roma dove si dedica al giornalismo, occupandosi soprattutto di questioni coloniali. Nel 1941 è Segretario del PNF della Cirenaica e a Bengasi perde la moglie sotto un bombardamento. Nel 1942 è Segretario Federale dell’isola di Corfù e nel 1943 di Catanzaro. Dopo l'8 settembre 1943 si adopera a Roma per dar vita al nuovo governo repubblicano e per convincere il maresciallo Graziani ad assumere il ministero della Difesa Nazionale. Nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio della RSI, ha parte notevole nel trasferimento al nord dei funzionari dei ministeri e nella riorganizzazione dell'amministrazione repubblicana. Vanamente si impegna per costituire una legione sarda per la difesa dell'isola e gli riesce solo la la costituzione a Capranica (VT), agli ordini del Colonnello Bartolomeo Fronteddu, del Battaglione “Volontari di Sardegna-Angioy” con un organico iniziale di oltre mille volontari tratti dai venti mila sardi rimasti sul continente. | |
| MINISTRI | <<< Primo Governo della Repubblica Sociale Italiana Presidente Benito Mussolini fucilato (+) a Dongo | |
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Sottosegr. alla Presid.: Francesco
Maria Barracu - + Dongo |
http://www.larchivio.org/xoom/23settembre43.htm 1a riunione Salò
Il 28 settembre
1943, alla Rocca delle Caminate di Meldola (FO), inizia a svolgere
l’incarico di segreteria nella prima delle 17 sedute del Consiglio dei
Ministri. Sedute che proseguono a Gargnano (BS) fino al 16 aprile 1945.
Emilio De Bono
+ Verona 1944 |
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Min. dell’Agricoltura Edoardo Moroni Min. dell’Economia Corp: Silvio Gai - muore a Livorno il 2 novembre 1967 (gli successe Tarchi) Min. dell’Educazione: Carlo Alberto Biggini - muore in una clinica di Milano, di cancro, il 19 novembre 1945 Min. della Cultura Pop.: F. Mezzasoma - fucilato a Dongo Min. dei Lavori Pubblici: Ruggero Romano - fucilato a Dongo Min. per le Comunicazioni: Carlo Peverelli Min. del Lavoro Giuseppe Spinelli - muore a Cremona il 17 gennaio 1987 Segr. del P.F.R. : Alessandro Pavolini - fucilato a Dongo Comandante della MSVN Renato Ricci (vedi scheda in questa sezione) |
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| Nicola Bombacci morto a Dongo (1945) a una scheda propria in questa sezione | ||