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CANDIDO GRASSI

1910-1969

“poi dovremo incontrarci tutti, Sloveni e Carinziani, per fare il punto del nostro traguardo e per discutere e progettare il prossimo futuro incominciando col dire che…”.

Candido Grassi, nasce a Udine il 15 maggio 1910 da Libero e Maria Zimmermann. Il padre, personaggio di spicco del mondo culturale udinese, era il fondatore e il dirigente dell’Associazione friulana degli artigiani, e si dedicava a studi di carattere locale. La madre, cecoslovacca di origine, aveva un carattere fine e sensibile. A 13 anni Candido, carattere estroverso e incline all’arte, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Venezia, da dove poi si trasferì a Milano, per frequentare l’Accademia di Brera. Alla Biennale d’arte di Venezia* del 1924 (aveva 14 anni) incontrò per la prima volta la pittura del Novecento, che avrebbe meglio conosciuto e approfondito a Milano (1926). Nel frattempo era però gia entrato nella sua stagione di premi per pittura e disegno e progettazione di oggetti e di mobili (Mostra Giorgiana di Udine 1925). Con lui fu allora premiato un altro ragazzo che avrebbe lasciato un segno nel mondo dell’arte friulana: Angilotto Modotto.
Una volta conseguito il diploma all’Accademia di Venezia (1928) si impegnò per il rinnovamento della vita artistica locale, diffondendo le nuove idee che aveva avuto modo di apprendere oltre Livenza, proponendosi in veste di artista e di critico. Con Modotto, Dino, Mirko, Afro, Pittino e Filipponi, fu uno dei sette artisti che il 7 gennaio 1928 diedero vita alla “Scuola Friulana d’Avanguardia”. Grassi scriveva articoli di recensione sulle Biennali veneziane e sulle sindacali friulane; sosteneva i giovani emergenti ma sapeva esprimere equilibrati giudizi anche sui pittori delle vecchie generazioni. Dal gennaio 1930 all’agosto 1931 prestò servizio militare di leva, col grado di sottotenente dei bersaglieri, prima a Milano, dove partecipò a una piccola ma preziosa collettiva alla Galleria Milano, e poi a Palermo (10°). Si trattò di un’esperienza che egli tradusse in due quadri intitolati “Il bersagliere” e “Il rancio (con Bersagliere)”.
Nel periodo intercorrente con lo scoppio del secondo grande conflitto si dedica all’insegnamento e alla pittura fino al quando viene richiamato nel Gennaio del ‘40. Deposti i pennelli e la penna ritornò a combattere su vari fronti, con un valore che gli procurò distinzioni, encomi e, nel 1942, la promozione a capitano. L’8 settembre 1943 si trovava da 4 giorni in congedo ordinario a Grado, dove era arrivato dalla Jugoslavia. Evitata la cattura da parte dei nazisti, fu tra i primi a organizzare il movimento partigiano dei “Fazzoletti verdi”, della “Osoppo – Friuli”. Il Comitato di Liberazione Nazionale della Provincia di Udine pose Candido Grassi nome di battaglia “Verdi” al comando della prima brigata dell’Osoppo, che operava in Val Tramontina, in Valcellina e in Carnia. Il 1° maggio 1945 (con l’intermezzo di un arresto e fuga da parte dei nazisti) fu tra i primi a entrare a Udine al comando delle 5 divisioni friulane.
*La biennale che oggi molti riconducono al festival del cinema di Venezia (Il cinema entrerà a farne parte nel 1932) risale al 1895.
 


Grassi a destra

Motivazione della medaglia d’argento concessa il 16 marzo 1947

“Capo partigiano di grande ascendente, animatore e trascinatore già distintosi in molti combattimenti per audacia e capacità, durante una potente offensiva nemica in un momento decisivo per la sorte del combattimento, si metteva alla testa di un battaglione e lo guidava con perizia ed ardimento, riuscendo ad arrestare il nemico superiore per numero e per mezzi, ad infliggergli gravi perdite e a salvare importanti depositi di munizioni, viveri e materiali. (Friuli–Val Meduna 20-21 ottobre 1944)”.

 

Il Dopoguerra

Nelle elezioni del 1948 fu eletto deputato socialista, assumendo l’incarico di segretario della Presidenza del Consiglio. L’elezione venne però contestata e dopo due anni fu dimesso (molti elettori avevano scritto Verdi, il suo nome di battaglia, sulla scheda, anziché Grassi). Grassi non si aspettava certo monumenti e prebende per quanto aveva fatto nella lotta partigiana, perché – scrisse Giorgio Bocca su “Il Giorno” del 17 luglio 1969 – “quel partigianato ridotto a clientela elettorale gli dava fastidio”, e aveva ripreso ad insegnare disegno. All’inizio del 1960 venne assegnato al servizio ispettivo della Soprintendenza alle Antichità e Belle Arti. Ma il suo capolavoro degli anni Sessanta, realizzato con l’aiuto di Dino Basaldella, fu il primo ciclo dell’Intart, che si concluse in Slovenia nel freddo aprile del 1969. Le prime gravi avvisaglie della malattia si erano manifestate proprio a Lubiana, nella città che per la prima volta accolse in una cornice internazionale alcune delle sue opere degli anni Sessanta. Si spense il 15 luglio 1969.

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